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Ritagli
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Roberto.
Un sostegno Una perdita Un regalo Un anello
LE ROSE
Roberto era già comparso quasi un anno prima, quando Luca faceva ancora parte della mia vita. Allora quella parte di me la conosceva soltanto Luisa. Poi, per forza di cose, la conobbe anche Marco.
Con Roberto ci scrivemmo per qualche settimana. A volte molto, poi per un po' niente. Quasi sempre sparivo io. Tornavo con una battuta, una fotografia, una frase lasciata a metà. Lui riprendeva da dove avevamo interrotto senza chiedermi dove fossi stata.
Un pomeriggio accettai finalmente quel caffè che proponeva sin dai primi giorni. Scelsi un bar in cui non entravo dai tempi dell'università. Roberto arrivò prima di me e ordinò due caffè e due babà.
«Se non lo vuoi li mangio tutti e due.» «Dimenticatelo.»
Ridemmo. Gli avevo detto in chat che andavo pazza per i babà. Non l'aveva dimenticato.
Parlammo per quasi un'ora. Mi disse che era divorziato, che aveva un figlio che studiava al DAMS a Bologna e che era rientrato da poco da un lungo incarico di lavoro all'estero.
Era ingegnere e si occupava di impianti e cantieri. Per anni il lavoro lo aveva tenuto spesso lontano da casa. Adesso aveva deciso di fermarsi un po': continuare a lavorare, certo, ma rallentare, prendersela più comoda e godersi finalmente qualcosa di ciò che aveva costruito correndo come un pazzo.
Io gli raccontai cose abbastanza vere da non sembrare recitate e abbastanza generiche da non diventare pericolose.
Quando parlava di cantieri diventava preciso e un po' professorale. Mi divertiva, finché non cominciava a spiegarmi cose che non gli avevo chiesto.
Quando uscimmo mi accompagnò alla macchina.
«Ti rivedo?» Disse proprio così. Non «magari ci rivediamo». «Ti rivedo?» «Sì.»
Nei giorni successivi continuammo a scriverci. Una sera, dopo una giornata difficile con Luca, capii che Robby era ormai chiaramente preso e lo avvisai, di getto.
"Robby, io macino cervelli. Non scherzo. Sono complicata. Credo. Non lo so." Roberto rispose dopo qualche minuto. "Dici?" Poi aggiunse: "È possibile, ma non mi preoccupa." "Riesco a distruggere ogni cosa." Aspettai prima di scrivere l'ultima frase. "Ma non lo faccio apposta."
Qualche settimana dopo mi invitò a un concerto. Venne a prendermi sotto casa. Aveva poggiato un mazzo di dodici rose sul sedile del passeggero. Bellissime.
«Sei matto.» «No, sono solo Robby.»
Salii a metterle in acqua. Non trovai un vaso abbastanza grande e usai una brocca.
Durante il tragitto gli raccontai di Marco. Gli dissi che mi aveva tradita, che io lo avevo perdonato e che, quando avevo sbagliato io, lui non era riuscito a fare lo stesso. La raccontai così.
Non gli dissi di Luca. Gli lasciai una storia semplice: avevo perdonato, avevo commesso un errore, non ero stata perdonata. Al concerto cercava la mia mano quando camminavamo tra la gente e la ritirava prima di toccarla davvero. Non accadde niente. Parlammo del concerto, ridemmo, bevemmo qualcosa.
Quando mi riaccompagnò restò con il motore acceso.
«Scrivimi quando sei salita.»
Scesi, mi chinai verso il finestrino per salutarlo ed entrai nel portone. Poco più avanti c'era una macchina con il motore spento. Non ci feci caso.
Il telefono squillò prima che arrivassi alle scale. Luca.
Continuai a scrivermi con Roberto ancora per qualche giorno. Poi smisi di rispondere. Sparii. Non gli spiegai nulla.
Per un po' tornai alle mie abitudini. Conversazioni nate in rete, qualche caffè, un aperitivo. Alcuni uomini durarono una sera, altri una settimana, altri rimasero una foto profilo.
Non cercavo una storia. Meno ancora una tresca. Cercavo di vivere.
E speravo che con Luca le cose andassero meglio.
Poi se ne andò.
Roberto, intanto, era rimasto lì. Una presenza educata sotto qualche post, una battuta ogni tanto, nessuna richiesta di spiegazioni.
Diversi mesi dopo risposi a una sua battuta.
Quando Roberto tornò nella mia vita, stavolta Luca non c'era più.
La conversazione riprese dal punto in cui l'avevo lasciata. Con Robby parlavo dei problemi con Luca, del lavoro lasciato e di tutto quello che non sapevo come pagare. Gli raccontavo tutto.
Non era geloso né morboso. Anzi, gli piaceva che ci confrontassimo. Anche lui mi raccontò molto su di sé.
Questa volta non sparii.
***
Roberto
Quando Claudia tornò non le chiesi dove fosse stata. Ci ero rimasto male, quando era sparita senza una spiegazione, ma non volevo ricominciare dalla ferita.
Ricordavo ancora i messaggi in cui diceva di macinare cervelli. Avevo pensato che esagerasse per difendersi, o forse per rendersi interessante.
In fondo avevo quindici anni più di lei. L'esperienza doveva pur contare qualcosa, mi dissi.
Non l'avevo cercata quando era sparita. Che altro potevo fare se non lasciarla andare e conservare quel ricordo piacevole, anche se totalmente platonico? Più avanti mi raccontò di Luca, dell'ex marito e di altri uomini. Non tutto, naturalmente, ma abbastanza perché capissi che non era la donna ordinata che voleva sembrare al primo caffè.
Forse fu anche per questo che mi piacque di più.
Mi credevo molto diverso da Luca. Non pensavo che una persona potesse diventare fedele perché la controllavi. Pensavo che con me sarebbe stato diverso.
***
Claudia
Quella sera Roberto rispose alla storia con la foto del bancone. "Quanto manca?" Lasciai la notifica lì fino a dopo cena. "Per cosa?" Vidi "sta scrivendo..." apparire e scomparire. Alla fine arrivò la risposta. "Per respirare." Rimasi a fissarla. Poi scrissi il numero che avevo in testa da due giorni. "Duecento." "Si può risolvere." Mi irritai. Per lui era una frase semplice. Per me erano una bolletta, la lavatrice e Leonardo a cui dire non adesso. "Vedi che non ti ho chiesto niente." "Lo so."
Il giorno dopo lo raccontai a Luisa. «Quello delle rose?» «Lui.» «E almeno ti piace?» «Mi incuriosisce. E mi fa ridere.» «Buon segno.»
Quella sera io e Roberto riprendemmo a parlare in chat e continuammo a scriverci ben oltre la mezzanotte.
NON NE CAPIAMO DI VINI
Dopo quella lunga chat, ci fu una cena. Roberto non mi sommerse di richieste.
Scriveva con misura e sapeva aspettare senza sparire. Gli uomini che avevano fretta li avevo sempre saputi governare.
Rispondeva quando aveva qualcosa da dire e ogni tanto lasciava una frase sospesa abbastanza a lungo da farmi tornare a rileggerla.
Qualche giorno dopo mi scrisse: "Andiamo a cena?"
Ero in cucina. Leonardo faceva i compiti sul tavolo, con la matita stretta troppo forte tra le dita. Da quando Marco non viveva più lì, la casa aveva imparato un rumore diverso.
Alcune sue cose erano rimaste oltre il necessario: un caricabatterie nel cassetto, una tazza che usava soltanto lui. Non perché sperassi che tornasse. Certe cose restano dove sono finché nessuno trova una ragione abbastanza forte per spostarle.
Lessi il messaggio e non risposi subito. Poi scrissi: "Dove?" "Ti fidi?" "No." "Meglio. Dovrò scegliere bene."
Vediamoci avrebbe lasciato spazio all'incertezza e forse alla fuga. Andiamo a cena aveva già dentro un posto, un orario, un tavolo per noi.
Prima ancora di pensare a cosa mettermi chiamai Luisa.
«Mi tieni Leo stasera?» «Fino a quando?» «Tardi.» «Può restare anche per la notte, se serve.» «Sto solo andando a cena.» «Se fosse solo una cena, a "notte" mi avresti già mandato a quel paese.» «Me lo tieni o no?» «Certo che te lo tengo.»
Rimasi zitta. Il fatto che lo avesse detto rendeva reale una possibilità che non volevo ancora guardare.
Portai Leonardo da lei. Era già preso dai cuginetti quando Luisa mi squadrò.
«Stai bene. E quei pantaloni ti fanno un culo spettacolare.» «Ma vaff!» Ridemmo entrambe. «Chiamami se fai più tardi di tardi.»
Le sorrisi e le mandai un bacio mentre mi voltavo per andare. Avevo lasciato i capelli sciolti e messo un profumo leggero, il necessario perché qualcuno dovesse avvicinarsi per sentirlo.
Roberto mi aspettava fuori dal ristorante. Quando mi vide sorrise come se la serata fosse già riuscita.
«Stai bene.»
Il locale era piccolo, luci basse e jazz in sottofondo. Il cameriere lo conosceva.
Roberto mi fece passare avanti. La sua mano sfiorò appena la mia schiena. Abbastanza perché continuassi a sentirla anche dopo essermi seduta.
«Buonasera, dottore.» Io lo guardai. «Ma non eri ingegnere?» «Qui mi promuovono ogni volta che torno.» Risi. Mi piaceva il modo in cui sapeva prendersi poco sul serio senza diventare ridicolo.
Quando arrivò il momento del vino gli dissi di scegliere lui, perché non ne capivo niente. Roberto si rivolse al cameriere guardandomi negli occhi.
«Ci consigli lei. Qui siamo in due a non capirne di vini.» Ridemmo tutti e tre. Fu il nostro primo piccolo noi.
Durante la cena il suo sguardo tornava spesso al mio. Una volta si fermò sulla mano accanto al bicchiere.
«Che c'è?» «Fai così con la mano sul braccio quando stai per dire qualcosa.» Mimò il movimento. Era un tic che avevo da sempre e quasi nessuno notava. «E tu guardi troppo.» «Solo quello che mi interessa.» Scelsi di bere.
A metà cena mi accorsi che stavo bene anche nel corpo: le spalle meno rigide, la mandibola meno stretta, il piede che ogni tanto sfiorava il suo sotto il tavolo.
Avevamo parlato di lavoro, viaggi, figli e cose rimaste a metà. Il tempo passò senza che me ne accorgessi.
Ordinò il dolce anche per me. «Ne assaggi solo un po'.» «Questo è autoritario.» «Questo è tiramisù.» Ne mangiai metà.
Dopo il caffè si alzò e pagò senza trasformare il gesto in una scena. Io avevo letto i prezzi e fatto somme per tutta la sera.
Per chi ha contato tutto per anni, un uomo che paga senza farci quasi caso può diventare più erotico di una frase audace.
Quando uscimmo era tardissimo. Il dopocena che avevo immaginato non ci sarebbe stato.
Meglio. Ci sarà il bis.
«Domattina ho una levataccia: Leo da portare a scuola e poi il turno al lavoro.» «Hai ragione.» «Sono stata davvero bene.» «Anch'io. Non passavo una serata così bella da non so quanto.»
Mi aiutò con la giacca e mi baciò sulla guancia, troppo vicino alla bocca. Mi girai verso le sue labbra.
Fu un bacio breve e dolce. Mi sembrò molto più lungo.
Mi allontanai e gli presi la mano mentre mi giravo verso la macchina. Non mi trattenne, ma lasciò scorrere le mie dita dalle sue fino a che vi fu pelle.
«Buonanotte, Claudia.» «Buonanotte, tesoro.»
Mi uscì naturale. Me ne accorsi dal modo in cui mi guardò. Guidando verso casa pensai che, tecnicamente, non era successo niente.
Al primo semaforo mi toccai le labbra. |
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Sono Phil e ho 63 anni, vivo a Reggio Calabria, e prima di essere "l'autore di Ritagli" sono una persona che osserva. Fotografa, suona il sassofono, viaggia in moto — tre linguaggi diversi che per me raccontano la stessa cosa, solo con strumenti diversi. Ho un'idea molto semplice della mia identità creativa: sono ciò che suono o fotografo, e sono anche ciò che scrivo. Non li vivo come tre hobby separati ma come un'unica pratica di osservazione della realtà, che si sposta di volta in volta su un obiettivo, uno strumento o una pagina. Un modo di essere che ho iniziato a chiamare #RideObserveCreate: la moto mi porta fisicamente altrove, la fotografia mi insegna a inquadrare un istante prima che scompaia, il sax mi allena all'improvvisazione, all'ascolto e all'interplay. La scrittura mette insieme tutto quello che ho raccolto lungo la strada: chilometri, paesaggi, istantanee, suoni. Ritagli nasce esattamente da questo sguardo: da frammenti — di persone, di momenti, di verità parziali — che ho imparato a osservare prima ancora di sapere che mi avrebbero potuto ispirare per scrivere. E questa è la parte nella quale ci si 'diverte'. Poi c'è il lavoro, l'esperienza professionale e personale. Per fortuna anche in quest'ambito mi sento più che realizzato. Sono stato per oltre 20 anni consulente d'impresa in ambito informatico, e per gli ultimi 15 anni della mia vita professionale mi sono occupato, sempre in ambito consulenziale, di finanza agevolata. Ho due splendidi figli che ormai sono diventati uomini. E continuo a coltivare tutte le mie passioni.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Phil Wolf: Come lettore sin da piccolo. Imparai a leggere molto piccolo e non ho mai potuto smettere di leggere un singolo giorno della mia vita. Dai fumetti, ai primi libri scolastici sino alla scelta delle mie letture future.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Phil Wolf: Il primo libro che mi colpì, invero stranamente per un bambino di 13 anni, fu un regalo: "Ricordi di un entomologo" di Jean-Henry Fabre; un altro, nel 1981 che mi fece innamorare ancor di più di questo mondo fu "L'Azteco" di Gary Jennings e mai dimenticherò la foga con la quale dovetti finire di leggere, una volta iniziatolo, "Il danno" di Josephine Hart. Più recentemente ho apprezzato moltissimo "Lacci" di Domenico Starnone e diverse opere di Annie Ernaux. Come "Gli anni" e "L'evento".
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Phil Wolf: Ho scelto la strada dell'autopubblicazione consapevolmente, non come ripiego. Ritagli è uscito il 3 luglio 2026 in self-publishing tramite StreetLib, con distribuzione nei principali store italiani. Per una novella di autofiction polifonica come questa — breve, di nicchia, costruita su un meccanismo molto preciso legato al titolo stesso — ho preferito avere il controllo totale sui tempi e sulla forma finale del testo, piuttosto che adattarla alle esigenze di un editore tradizionale.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Phil Wolf: Indubbiamente lo è. E permette a chiunque di poter pubblicare ed entrare liberamente, rapidamente, e con investimenti davvero bassi, nella grande distribuzione. Ovviamente ciò porta a un ampliamento esponenziale della disponibilità di titoli e nuovi autori. Cosa che, personalmente, considero positivamente. Ciò nondimeno, non si tratta di una passeggiata: non hai nessuno che, pur pagato, faccia il lavoro al posto tuo. E devi risolvere una miriade di piccoli problemi: attese, email che non arrivano, link che non funzionano. Devi essere sì scrittore, ma anche grafico, ufficio stampa e agenzia di marketing. Perché il libro se lo fai, vuoi che altri lo leggano. Altrimenti, rimarrebbe nel tuo computer.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Phil Wolf: Ritagli, anche perché è il primo. È un romanzo polifonico raccontato principalmente attraverso la voce di Claudia, madre separata, insieme a quelle di Marco, Luca e Roberto — alcune delle persone attorno a cui la sua vita si è riorganizzata dopo la fine del matrimonio. La parola "ritagli" nel libro funziona su tre livelli: è il titolo, è una diagnosi che Roberto pronuncia a un certo punto della storia, ed è infine ciò che Claudia stessa scrive sul manoscritto nell'epilogo. Claudia conserva tutto — messaggi, fotografie, promesse, persone, bugie, ricordi — e il romanzo è il tentativo di mettere in fila quei frammenti per scoprire che le versioni migliorate della propria storia finiscono per sostituirla.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Phil Wolf: Lavoro per stratificazione, non di getto. Ritagli è passato attraverso decine di revisioni successive, a livello quasi chirurgico — ripetizioni di parole troppo vicine, refusi, coerenza dei tempi verbali — prima di arrivare alla versione finale. Un lettore beta lo ha definito "un'operazione potente e chirurgica", ed è probabilmente la descrizione più fedele del mio metodo: costruisco tramite un lavoro di sottrazione e precisione, dopo lo slancio iniziale.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Phil Wolf: Certamente mi concentrerò su un ampliamento che include Ritagli come parte integrante, ma al momento preferisco non svelare altro a riguardo. Allo stesso tempo ho diverse idee che da una fase iniziale di bozza dovrò valutare per scegliere se e con cosa procedere di nuovo.
Writer Officina: Raccontaci quale è stata la scintilla che ha dato vita all'idea?
Phil Wolf: La cornice metanarrativa di Ritagli, ossia Claudia che scrive il romanzo in una notte, in una stanza d'hotel in una città che non è la sua, è stata quella scintilla per quanto riguarda questa storia, che per grandi linee era già abbozzata, anche se ancora in maniera grezza. Quell'idea mi ha dato l'impulso per decidere la struttura, letteralmente, in una notte.
Writer Officina: Cosa c'è di te nel tuo romanzo?
Phil Wolf: C'è tantissimo di me. Io sono tutti i personaggi. E non solo quelli maschili. E allo stesso tempo sono riuscito a estraniarmi nella creazione di un'opera che mi sembrasse altrettanto reale e realistica pur essendo di finzione.
Writer Officina: Che consigli daresti, basati sulla tua esperienza, a chi come te voglia intraprendere la via della scrittura?
Phil Wolf: Rileggi troppo, non troppo poco. E diffida della simmetria: le imperfezioni volute — un'asimmetria, un dettaglio fuori posto — spesso sono più vere di una frase perfettamente bilanciata. |
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