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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Daniele Marassi
Titolo: L'Ilv
Genere Horror
Lettori 506 11 15
L'Ilv
La riva di un affluente dell'Isonzo, che attraversa il comune di Sagrado, è raggiungibile attraversando un ponte di ferro e inoltrandosi a piedi tra la vegetazione. Gli isolotti di ghiaia, che emergono da queste acque, assumono ogni giorno una forma diversa, modellati dalla corrente. Qui la gente del posto, e da fuori provincia, durante l'estate, trascorre le mattine delle domeniche a rosolarsi sotto i raggi del sole. Pochi sono i coraggiosi che si immergono nel fiume e riescono a resistere alle pugnalate gelide inferte dalle acque. Pochi sono anche coloro che conoscono un'antica leggenda ambientata in questo luogo.
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Nel corso dei secoli, nessuno mai è riuscito a scampare ai suoi tranelli.

Dalla testimonianza di Stefano

Trieste, 9 maggio 2012
Tutto incominciò negli ultimi giorni di gennaio dello scorso anno, quando mia madre aprì un minimarket all'angolo tra via delle Settefontane e via della Fabbrica, zona di periferia o quasi.
Ricordo ancora quel pomeriggio piovoso in cui la accompagnai a ufficializzarne l'acquisto. Ebbra di gioia, ridacchiava come una ragazzina e non era riuscita a trattenere l'euforia nemmeno davanti al notaio: - Sì, sì, sì! Finalmente! Il negozio è nostro! - aveva esultato dopo il rogito, poi mi aveva stretto a sé fino a farmi mancare il respiro.
Era convinta che, avviando una piccola impresa commerciale, ci saremmo risollevati dalle difficoltà economiche e avremmo migliorato il nostro tenore di vita; così io, che volevo aiutarla nel suo intento, mi licenziai dal mio lavoro precedente e mi imbarcai con lei in quella nuova avventura.
Nessuno di noi due poteva prevedere che invece saremmo sprofondati in un baratro dal quale sarebbe stato impossibile riemergere.

§

Come primo compito, avrei dovuto ristrutturare la bottega, ma non sapevo da che parte iniziare. Quando mia madre mi chiese di occuparmene, la avvertii subito che da solo non sarei stato in grado di compiere un'impresa simile, vista la mia incapacità nei lavori manuali: senza aiuto, non ero nemmeno in grado di cambiare una lampadina! Rivedo il sorriso che si era stampato sulle sue labbra prima di contraddirmi: - Io credo proprio che ci riuscirai con successo! -
Aveva piena fiducia in me e io non volevo deluderla. Chiesi l'aiuto di amici più preparati di me, in modo da farmi un'idea sul da farsi. Mi consigliarono quali materiali acquistare e mi insegnarono a preparare la malta di cui necessitavo per sistemare quei muri pieni di crepe e spaccature; mi suggerirono come rimuovere la muffa che si era sviluppata sul soffitto e la pittura più adatta per dare una rinfrescata a quell'ambiente ingiallito dal tempo; insomma, tutto quello che dovevo sapere per rendere il negozio presentabile al pubblico. Senza quegli insegnamenti, lo ammetto, non sarei davvero riuscito a combinare nulla.
Cominciai i lavori un sabato mattina dei primi di febbraio. Ero stato accolto al negozio da una penetrante puzza di marcio, mentre la luce del sole che filtrava dalle vetrate rivelava un'aria carica di polvere. Con l'aiuto di mio fratello, che non approvava per nulla il progetto di nostra madre e che a eccezione di quel giorno aveva deciso di starsene ben alla larga, lo sgomberai da tutto quello che era già presente al suo interno.
- Mamma sta facendo una stronzata! Aprire un negozio con i tempi che corrono... E poi, nessuno di voi due ha la minima idea di come si gestisca una bottega! Vi auguro ogni bene, ma non riesco a essere ottimista! - mi aveva confidato lui quel giorno, ma non diedi peso alle sue parole.
Il “tesoro dal valore inestimabile”, che avevamo ereditato dalla precedente proprietaria, consisteva in alcuni mobili divorati dai tarli e inutili cianfrusaglie, decine di bottiglie di vetro e una montagna di libri gonfiati dall'umidità; ci scherzavo sopra con mia madre mentre cercavo di intuire quale tipo di attività vi fosse stata svolta prima della nostra, ma la cosa non era importante: il mio unico obiettivo era quello di rendere il locale agibile.

I giorni passavano veloci e i lavori da fare sembravano aumentare anziché diminuire, ma non ci perdemmo d'animo, incoraggiati dalla curiosità degli abitanti del rione nel vedere, dopo molti anni, quelle vecchie saracinesche tirate su. Molti di questi si fermavano per chiederci informazioni sulla nuova apertura e la loro reazione, in seguito alla nostra risposta ( - Finalmente, un market qui ci voleva proprio! - ), ci riempiva di voglia di incominciare a lavorare e speranze.

§

Trascorse un mese. I lavori di ristrutturazione erano terminati e l'apertura ufficiale imminente. L'aria all'interno del negozio adesso era fresca, nuova; vi aleggiava la fragranza intensa dello sgrassatore universale. Quello era per me un odore piacevole, rassicurante, in qualche modo intimo, quanto il fruscio che udivo mentre mia madre puliva le scaffalature metalliche con una spugna.
Il negozio, semplice e sobrio, rispecchiava perfettamente il modo di essere di mia madre. Aveva ottanta metri quadrati di superficie ed era illuminato da cinque vetrate. Lo avevo rifinito con composizioni di pannelli simili al bambù, dettaglio che gli conferiva un aspetto etnico. Avevamo anche un magazzino dove c'era una cella frigorifera per conservare i prodotti deperibili, uno stanzino che fungeva da ufficio e che ospitava una scrivania, davanti alla quale mia madre aveva appeso una fotografia incorniciata, che raffigurava me e mio fratello stretti da un suo abbraccio. A completare il tutto c'era un bagno, che mamma aveva arredato da sé, ispirandosi a quello di casa. Erano già pronti per essere messi in uso il registratore di cassa, cinque carrelli per l'esposizione della frutta, due frigoriferi a muro, un congelatore a pozzo e tutti i vari scaffali che sarebbero stati riempiti dai vari prodotti. All'ingresso, sulla destra, sistemammo due file di cesti rossi, dotati di rotelle e manico telescopico, all'interno dei quali i clienti avrebbero riposto la loro spesa. Mancava solamente la merce da esporre, ma il costo eccessivo dell'attrezzatura e alcune spese impreviste avevano comportato il prematuro esaurimento delle nostre finanze. Eravamo disperati: la banca non aveva concesso un ulteriore finanziamento e senza prodotti da vendere non avremmo potuto avviare la nostra attività commerciale.
Casualmente, non ricordo tramite chi, facemmo la conoscenza del signor Bisone, un imprenditore che si occupava anche di distribuzione di generi alimentari. Accettò di incontrarci il giorno stesso in cui lo avevamo contattato e quando mi trovai al suo cospetto mi sentii intimorito dalla sua presenza. Aveva un'espressione gelida, eccessivamente severa. I suoi occhi erano così profondi che sembrava riuscissero a penetrare nella mia mente fino a leggere i miei pensieri. Era un omone davvero gigantesco. Per via della sua stazza e per la pelata, sembrava quasi Kingpin, uno dei nemici giurati dell'Uomo Ragno. Quella somiglianza mi aveva fatto divertire, ma non avrei mai osato lasciarmi sfuggire un sorriso davanti a lui.
Mia madre, per cercare di sciogliere quella sua espressione congelata, gli spiegò la nostra situazione servendosi di un tono di voce volutamente tragico, a momenti patetico, incrociando le mani come se volesse supplicarlo:
- Sa, ho ipotecato la casa per riuscire ad acquistare l'immobile e affrontare le spese iniziali... Ho investito nel negozio i risparmi di tutta una vita... Vivo da sola con i miei due figli... Siamo in difficoltà... -
Lui restò impassibile. Ascoltò le sue parole in silenzio, con una mano appoggiata sulla guancia, e distoglieva l'attenzione da lei solo per lanciarmi qualche occhiata occasionale che istintivamente mi portava ad abbassare lo sguardo. Sembrava seccato o annoiato.
- Mamma, che vuoi che gliene freghi? Non ci conosce nemmeno! - le avrei voluto dire, in imbarazzo per la sua sceneggiata.
Senza che me lo aspettassi, il signor Bisone si girò verso di me e durante quello spostamento la sua sedia cigolò, facendomi credere che fosse a un passo dal cedere sotto il suo peso.
- Allora, raccontami qualcosa di te. Che lavoro facevi prima? -
- Il... vigilante. Il vigilante nei centri commerciali. - balbettai, con la bocca impastata.
- Capisco. E invece al negozio? Quale sarà la tua mansione? -
Ebbi l'impressione che mi stesse giudicando.
- Al negozio... starò alla cassa. Ma mi occuperò anche di... rifornire gli scaffali! Farò anche le pulizie. Servirò la clientela... - gli risposi. Non ero riuscito a terminare una sola frase senza interrompermi per riflettere su ciò che stavo dicendo.
- Un tuttofare, insomma. Sei consapevole di tutti i rischi ai quali state andando incontro? Sai quanto sarà dura lavorare in proprio? -
- Sì... - In realtà, non ne avevo la minima idea. E nemmeno mia madre ce l'aveva.
Senza che me ne rendessi conto, mi ero grattato una mano fino a causarmi delle abrasioni.
Colma d'orgoglio, mia madre attirò nuovamente l'attenzione su di sé.
- Lui è un ragazzo davvero in gamba! Pensi che ha lasciato il suo posto di lavoro per aiutarmi a realizzare il mio sogno! Ha ristrutturato la bottega da solo! -
Il signor Bisone mi guardò di nuovo e io feci uno sforzo disumano per riuscire a non farmi schiacciare emotivamente dal suo sguardo. Sembrava essere rimasto indifferente a tutto ciò che gli avevamo raccontato e io, da buon pessimista, ero convinto che non ci avrebbe aiutati in alcun modo. Ero davvero scoraggiato.
- Va bene. Farò qualcosa per voi... - annunciò invece, con la sua voce baritonale.
Accettò di fornirci merce per un valore di diecimila euro, più che sufficiente ad avviare la nostra piccola attività, concedendoci il pagamento rateale dell'intera fornitura senza interessi aggiuntivi, a eccezione di un ricarico minimo per coprire le spese di trasporto.
- Solitamente non entro in affari con piccole imprese rionali. Vi farò questo favore perché sono rimasto molto colpito dalla tua determinazione e dalla tua voglia di lavorare... - Si stava rivolgendo a me.
Determinazione? Quale determinazione? mi domandai, trattenendo una risata. Dopo aver udito le sue parole, il mio umore cambiò drasticamente. Anche quello di mia madre era migliorato e io lo sapevo con certezza, anche se non avevamo ancora avuto l'occasione di scambiarci un'occhiata. La nostra azienda sarebbe finalmente partita!
Non vedevo l'ora di cominciare a lavorare. Sentendomi supportato e valorizzato da una persona del calibro del signor Bisone, ero ancora più motivato a fare del mio meglio.
Costui si dimostrò davvero disponibile con noi: il giorno dopo a quell'incontro, ci fece una visita a sorpresa al negozio e trascorse alcune ore del suo tempo a insegnarmi strategie di marketing. Mi diede anche consigli sulla gestione di un'attività e mi spronò a lavorare sodo e a non mollare mai, soprattutto nei momenti difficili. Iniziò a starmi simpatico e da quel momento, forse per via del suo modo gentile di rivolgersi a me o per quella carezza affettuosa che mi diede sul capo prima di andarsene, nel mio profondo, lo considerai da subito come il padre che non avevo, anche se non riuscivo ancora a guardarlo negli occhi senza che riemergesse quel senso di soggezione che mi incuteva.
Il fatto di avere un così prezioso alleato rese mia madre ancora più fiduciosa riguardo al successo della nostra attività.

§

Trascorsa l'ultima settimana di preparativi, dopo aver dato gli ultimi ritocchi e dopo aver riempito gli scaffali di prodotti alimentari e non, giunse il giorno della vigilia dell'apertura. Organizzammo una festicciola nella nostra bottega per celebrare quell'evento e il mio ventitreesimo compleanno, che cadeva proprio quel giorno. L'orgoglio che provai nel vedere amici e parenti meravigliarsi per ciò che eravamo riusciti a mettere in piedi era indescrivibile.
La serata si dimostrò anche proficua: oltre alla soddisfazione dataci, gli invitati fecero degli acquisti e incassammo quasi duecento euro. Quel denaro non era sufficiente nemmeno per coprire le spese di regia giornaliere, ma tenerlo tra le mani ci rendeva fieri di noi stessi.
Misi da parte il primissimo euro incassato e gli feci un segno di riconoscimento con un pennarello indelebile nero. Decisi che lo avrei conservato per tutta la vita, convinto che mi avrebbe portato fortuna.

Il giorno dopo arrivammo in negozio alle sei e mezza del mattino, subito dopo esserci recati al mercato per comprare frutta e verdura fresche di giornata, con le quali allestimmo il piccolo reparto apposito.
Eravamo così entusiasti...
Alle sette e mezza precise sbloccai, dopo un attimo di esitazione dovuta all'emozione, la serratura della porta d'ingresso e girai il cartello appeso al vetro.
- Aperto. - diceva al pubblico. - Accorrete numerosi! -
Indossai il grembiule e mi posi vicino alla porta, pronto ad accogliere la clientela. Guardavo fuori dalle vetrate con apprensione. Sentivo una stretta al cuore ogni volta che scorgevo qualcuno passare lì davanti: quel passante poteva essere il nostro primo “vero” cliente ed ero impaziente di scoprire chi sarebbe stato. Nell'attesa, ammirai la bottega. Compiaciuto del mio operato, mi stavo elogiando da solo, ma a un tratto e senza apparente motivo il mio umore cambiò, con la stessa rapidità con la quale si accende una lampadina se si preme l'interruttore. L'angoscia dilagò in me. Mi si restrinse la gola e mi mancò il fiato. Ansimai per fare scorta d'aria. Mi guardai disperatamente intorno, come se cercassi la salvezza da un pericolo, ma dopo qualche istante, con la stessa rapidità, il mio umore mutò nuovamente e mi rincuorai come se l'avessi davvero trovata.
Ritornai alla realtà, senza dare troppo peso all'accaduto. Mi capitava spesso di avere degli sbalzi d'umore improvvisi, ci ero abituato. Averli era per me una cosa normale, come diceva mia madre, così, non pensandoci più, continuai a guardare fuori.
Provai a stabilire un contatto telepatico con tutti i passanti che si fermavano per sbirciare l'interno del minimarket dalla strada.
Entra a fare la spesa, entra! erano le parole che cercavo di imprimere nelle loro menti, fissandoli con gli occhi ridotti a due fessure sottili per la concentrazione.
Lanciai un'occhiata a mia madre, che mi disse fiduciosa: - Vedrai che tra poco entrerà qualcuno! -
Annuii.
Il tempo sembrava essersi fermato e io non avevo alcun diversivo per tenermi occupato.

Trascorsa la prima interminabile ora di attesa, ecco finalmente apparire sulla soglia la nostra prima cliente.
Era una vecchina, che dopo aver affrontato coraggiosamente con l'aiuto del suo bastone il gradino all'ingresso, si fermò un momento a prendere fiato, appoggiando una mano sullo stipite della porta.
- Buongiorno! - esclamò subito dopo, con una vocina squillante.
Mia madre e io contraccambiammo il suo saluto e la accogliemmo con calore, offrendoci di aiutarla a fare la spesa.
La donna, dopo averci ringraziato, allargò un gran sorriso, mettendo in mostra la sua luccicante protesi dentaria, poi si guardò intorno, incuriosita.
Era minuta e aveva il viso scarno e segnato dalla vecchiaia, ma nonostante i novant'anni che affermò di avere, i suoi occhi dietro agli occhiali rotondi erano vispi come quelli di una bambina. Si chiamava Anita.
- Che bella bottega! - si complimentò, e dimenticandosi di essere giunta fin lì per fare la spesa, iniziò a raccontarci di propria iniziativa alcuni fatti passati della sua vita.
Disse di essere rimasta vedova da giovane e che fino a pochi anni prima cucinava ogni giorno per sfamare i suoi sette nipoti. Il suo petto si gonfiava d'orgoglio quando parlava di sé e annuiva compiaciuta, allungando il collo e appoggiando le mani sui fianchi, come se volesse dire: - Eh, sì! Hai visto come sono stata brava? -
Era adorabile.
Stava continuando a renderci partecipi del suo passato, quando entrò la seconda cliente, anch'essa una donna piuttosto anziana, così mia madre, che voleva riservarle la stessa cordialità, si diresse verso di lei, lasciandomi da solo con la signora Anita.
Impiegai circa venti minuti per prepararle la spesa e, alla fine, mi chiese se fossi disposto a consegnargliela a domicilio. Accettai la sua richiesta e lei, dopo essersi annotata su un'agendina il numero di telefono del negozio, mi disse che intendeva pagare alla consegna. Non obiettai.
Si trattenne a chiacchierare ancora per qualche minuto.
- Sei proprio un bel giovanotto, lo sai? Mi ricordi molto il mio defunto marito. È morto quand'era giovane, poveretto! - mi raccontò, con una nota malinconica nello sguardo, accarezzandomi il viso.
L'accompagnai all'uscita e la salutai affettuosamente, come avrei fatto con la nonna che non avevo mai conosciuto. Ero entusiasta di aver fatto la sua conoscenza.

Dopo un'ora avevamo servito quattro clienti. Erano davvero pochi, ma dovevo considerare che il negozio era in attività soltanto da un paio d'ore. Mia madre era convinta che sarebbe stata solo una questione di tempo prima di incrementare i guadagni e io mi auguravo che avesse ragione.
Me ne stavo seduto alla cassa quando il telefono squillò dallo stanzino, riportandomi alla realtà dai miei pensieri. Andai a rispondere e rimasi stupito dal sentire la voce della signora Anita, che mi chiedeva se potessi consegnarle la spesa a mezzogiorno.
Ero convinto di essermi già accordato con lei per l'orario della consegna, ma data l'eccitazione del primo giorno di lavoro e l'inesperienza nella mia nuova mansione, probabilmente me ne ero scordato. Mi scusai e le confermai l'orario, poi ritornai alla mia postazione, in attesa di un nuovo cliente.
Trascorse un'altra mezz'ora di totale inattività. Stavo chiacchierando con mia madre quando il telefono squillò nuovamente.
- Pronto, sono la signora Anita, volevo chiederti se mi potresti consegnare la spesa a mezzogiorno... - mi chiese con la sua voce squillante.
- Certo, signora, a mezzogiorno sono da lei! -
Mi infastidii, ma mi resi conto che alla sua età fosse normale dimenticare le cose con facilità, quindi, cercai di comprenderla.
Tornai al mio posto e in quel momento entrò un uomo sulla quarantina, che dopo aver fatto un rapido giro delle corsie uscì sbuffando, senza aver acquistato nulla e senza aver nemmeno salutato. Pensai paranoicamente che il suo disappunto fosse dovuto a qualche dettaglio del negozio. Più che di disappunto, egli aveva assunto un'aria di disprezzo e io mi sentii offeso da quella sua espressione. Mi domandai se il nostro minimarket fosse all'altezza delle aspettative dei clienti.
- Non prendertela. Meglio che se ne sia andato, quel tipo non mi piaceva per niente! Stai tranquillo! - cercò di rassicurarmi mia madre, avendo compreso il mio stato d'animo.
Non riuscii a mettere in pratica il suo suggerimento.
Non erano trascorsi nemmeno venti minuti da quell'episodio quando il telefono squillò: era la signora Anita che mi chiedeva se potessi consegnarle la spesa a mezzogiorno. Di nuovo! Per un attimo, supposi che quella telefonata fosse uno scherzo non divertente, ma dovetti ricredermi, data la serietà del suo tono. Inoltre, ci eravamo appena conosciuti, perciò dubitai che si sarebbe presa con me così tanta libertà, anche se prima mi aveva dato confidenza.
Acconsentii alla sua richiesta con freddezza e le chiusi il telefono in faccia. Proprio in quel momento entrarono contemporaneamente tre clienti e ciò mi rallegrò, liberandomi immediatamente dalla rabbia e dalla frustrazione suscitati in me da quell'uomo maleducato e dall'ennesima telefonata da parte dell'anziana.
Mia madre era impegnata a battere una spesa alla cassa e io a servire uno di quei tre, quando il telefono squillò per la quarta volta.
Non può essere di nuovo lei... Non è possibile...
- Buongiorno, sono la signora Anita, volevo chiederti se mi potresti consegnare la spesa a mezzogiorno. -
Persi la pazienza. Le dissi scortesemente che stavo per recarmi da lei, ma che non era necessario che mi chiamasse ogni dieci minuti.
- Ma cosa dici, è la prima volta che ti chiamo! Ah, comunque, è un problema se non ti pago il conto? Devo aspettare il primo del mese per riscuotere la pensione... - mi domandò, poi rimase in silenzio, in attesa del responso.
Riagganciai senza risponderle. Ero perplesso, oltre che scocciato. Non avevo idea di cosa avrei dovuto fare. Eravamo in attività da poche ore e, sicuramente, data la nostra situazione economica, non potevamo permetterci di fare credito. Chiesi consiglio a mia madre, che tuttavia accettò la sua richiesta.
Mancavano cinque minuti a mezzogiorno quando suonai al campanello di casa sua.
Senza nemmeno chiedere chi fosse, aprì il portone e dal citofono mi disse di salire fino al quarto piano, comunicandomi che l'ascensore non c'era. Sbuffai ed entrai. Salite le scale, la trovai sulla soglia ad aspettarmi. Mi fece cenno di entrare e mi chiese di riporre la spesa sul tavolo della cucina. Così feci e mi voltai, trovandomi faccia a faccia con lei.
- Sarebbero settantacinque euro e quarantacinque centesimi, signora... - la informai, in maniera discreta.
- Purtroppo non possiedo denaro in questo momento, ti pagherò al primo del mese, non appena avrò incassato la pensione! - Sul suo volto prese forma un ghigno, mentre mi fissava dritto negli occhi con strafottenza, facendomi rendere conto che non era in imbarazzo per quella situazione, ma... lo ero io per lei!
Nonostante il rancore nei suoi confronti, la ringraziai e la salutai, dicendole educatamente che avrei atteso il pagamento senza problemi.
Scendendo le scale mi resi conto che c'era qualcosa di diverso in me. Sono sempre stato un tipo molto calmo e paziente, anche se soffrivo di attacchi d'ansia, ma durante quella prima giornata di lavoro, più di una volta mi ero lasciato sopraffare dalla rabbia per fatti di poco conto, molto più del necessario. Ciò non mi era mai capitato prima.
L'entusiasmo di aver conosciuto quella nonnina era bruciato come un fuoco di paglia. L'angoscia mi stava divorando lo stomaco. Attribuii allo stress la colpa del mio stato d'animo: stavo vivendo un periodo difficile e incerto, quindi, forse, avevo tutte le ragioni per perdere la pazienza qualche volta. In fondo, non stavo facendo del male a nessuno.

La giornata trascorse lentamente. Avevamo incassato soltanto duecento euro e io ero avvilito.
Ricordo ancora che quella sera non riuscii ad addormentarmi. Da quando ero bambino, ogni notte si rivelava per me, e lo fa tuttora, come un momento di panico.
Appena mi rendevo conto che si avvicinava l'ora di andare a letto, si risvegliava in me un'inspiegabile sofferenza emotiva, molto più intensa dell'ansia che mi perseguitava durante il giorno, che mi portava a rimandare il più possibile il momento di coricarmi. Subito dopo che spegnevo la luce della mia camera, il mondo intorno a me cambiava: gli armadi si tramutavano in minacciosi giganti dalle fisionomie mostruose e un qualsiasi indumento appoggiato sullo schienale di una sedia prendeva i contorni di una creatura deforme che se ne stava lì, acquattata nel buio e mi fissava compiaciuta per la paura che mi aveva suscitato, pronta a scattare verso di me per farmi del male.
Mia madre era a conoscenza delle mie bizzarre visioni e cercava di rassicurarmi, affermando che fossero solamente il frutto della mia emotività e della mia sensibilità, mischiate alla mia fervida immaginazione.
- Non esistono i mostri... Te li immagini perché sei una persona molto sensibile... Stai tranquillo e non pensarci. Vedrai che spariranno! -
Io le credevo, perciò, quando si materializzavano, cercavo di ignorarli, ma non sempre riuscivo a stare tranquillo. A volte mi capitava di perdere del tutto il controllo delle mie emozioni, fino a essere sopraffatto da un attacco di panico che superavo soltanto dopo essermi infilato nel lettone di mia madre e aver accolto nel mio cuore agitato le sue parole confortanti.
Quella notte, pensai al negozio. Avevo il terrore che la nostra attività non decollasse e che di conseguenza mia madre dovesse vendere la casa per saldare i suoi debiti. In realtà, la cosa che temevo di più, se le cose fossero andate così, era che mia madre potesse ammalarsi di depressione, come era già capitato anni prima.
Oltre che con la banca, avevamo un debito ingente anche con il signor Bisone, ma ciò non mi preoccupava più di tanto, dato che egli ci aveva concesso un po' di tempo prima che iniziassimo a restituirgli il denaro che gli dovevamo. Considerai che fossimo stati davvero fortunati a conoscerlo.
Mi addormentai quando ormai era notte fonda. Ricordo che poco prima, nel dormiveglia, avevo “visto” una figura oscura davanti alla finestra della mia camera da letto. Immobile, stava guardando fuori.
Non aveva le gambe, invece le sue braccia erano sottili come stecchi e lunghe, orrendamente lunghe, fino a toccare il pavimento. Non ero in grado di descrivere esattamente la forma della sua enorme testa. Sembrava una specie di pallone da rugby... Quell'essere assomigliava a E.T. l'extraterrestre, l'alieno protagonista dell'omonimo film, ma era decisamente più mostruoso.
Ero spaventato a morte da quella presenza e cercavo di trattenere a lungo il respiro per evitare di attirare la sua attenzione. Madido di sudore freddo, infilai la testa sotto il cuscino e mi addormentai. Il mattino seguente non pensai più a quella creatura.
Daniele Marassi
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