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Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020, racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è un’affascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla carta al piccolo schermo. In quell’anno iniziano infatti le riprese per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto, prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà invece l’attrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri.
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Writer Officina
Autore: Alessandro Giannotta
Titolo: Er-Goth: Attraverso l'Oblio, Tomo I
Genere Fantasy Thriller
Lettori 277 15 16
Er-Goth: Attraverso l'Oblio, Tomo I
Prigionia.

- Chi diavolo sono io? E cosa ci faccio qui? -
La mia vita, dacché ne portassi il ricordo, era un continuo ed ineluttabile orbitare attorno a quelle domande cardine. E non c'era modo alcuno per me di sfuggirvi o di raggiungerle. Pertanto, per come me la figuravo io, la mia intera esistenza era una sorta di nastro che s'intrecciava a fiocco tra l'una e l'altra domanda, ri-creando senza sosta il simbolo dell'infinito.
Ero prigioniero. Tutto qui.
Non avevo memoria della vita precedente la mia prigionia. Non sapevo quale fosse stata la mia colpa, la mia vittima, il mio accusatore, il mio carceriere. Non sapevo nulla.
Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo, era “Syrus”, il mio nome. O almeno, così mi chiamava la guardia che veniva a portarmi il cibo e l'Er-gŏth quotidianamente e così mi chiamava anche Augustus, il mio compagno di cella e l'unico amico di cui ricordassi l'esistenza. Quell'uomo non era per me soltanto un amico: era un padre, un tutore, un mentore. Poiché tutto quello che avevo appreso sul mondo esterno lo dovevo a lui e alla sua sconfinata saggezza.
Per quanto ne sapessi, lui era la prova tangibile dell'esistenza di un maledettissimo mondo oltre quelle sbarre di ruggine e muffa.
Nel suo aspetto erano visibili gli anni che gli avevano, uno ad uno, conferito quella saggezza. Il suo viso, stretto e allungato, quasi appuntito, era seminascosto da una lunga e incolta barba cinerea. Il resto della testa faceva da contraltare, poiché esibiva di fatto una calvizie pressoché totale. Gli occhi erano piccoli, ma profondi. Le mani, invece, erano discretamente grandi e per questo contrastavano con quel suo corpo esile, basso e ingobbito; nonostante, in realtà, recasse poi il fardello della vecchiaia con fierezza e molto meglio di quanto ci si potesse aspettare da un vecchio carcerato. Sembrava passarsela addirittura meglio del sottoscritto, forse semplicemente perché, almeno lui, aveva avuto modo di vivere la maggior parte della sua vita fuori da quella prigione.
Lui aveva vissuto. E probabilmente conosceva anche il motivo della sua pena, sebbene non mi avesse mai accennato nulla al riguardo e io fossi lungi dal chiederglielo.
Certe cose pensavo fosse meglio restassero nel profondo di ognuno di noi. Per cui non volevo assolutamente mettere Augustus in una situazione poco comoda e tantomeno volevo sapere qualcosa che rischiasse di cambiare la buona considerazione che avevo di lui. Soprattutto, temevo potesse inficiare il nostro rapporto, giacché era tutto ciò che avevo.

Evasione

Ero evaso forse un milione di volte in quegli anni.
Sgusciavo tra le sbarre, come fossero state cosparse col sapone che la guardia ci portava una volta ogni cinque o sette giorni affinché ci lavassimo. Percorrevo il lungo corridoio, salivo le scale in tutta fretta ed ero fuori, pronto per una nuova avventura. Tutto questo ogni volta che Augustus apriva bocca e mi faceva sognare con i suoi favolosi racconti.
E là fuori il mondo era davvero fantastico.
Pieno di meraviglie d'ogni sorta. Valli sconfinate, boschi dalla folta e rigogliosa vegetazione, frutti d'ogni colore e sapore. Montagne insormontabili, con vette tanto alte da solleticare il cielo. Fortezze inespugnabili, con pareti tanto spesse da resistere agli attacchi combinati di cento titani nanici corazzati.
- Cosa diavolo è un titano nanico corazzato? - , avevo chiesto ad Augustus in una delle nostre prime conversazioni di cui serbo il ricordo.
- Una delle più potenti creazioni che l'ingegnosità nanica potesse partorire. Un soldato di metallo automatizzato. Un'accozzaglia di ferro dall'aspetto poco socievole e in grado di muoversi autonomamente. Può anche spappolarti il cranio con un dito, qualora un nano lo ritenga necessario - . E non era magia quella, era scienza.
- La scienza sarebbe stata il futuro del nostro mondo... -ripeteva Augustus in continuazione- se solo i nani non si fossero estinti improvvisamente - .
Ebbene, dopo la misteriosa scomparsa di questi ultimi, l'eredità nanica era rimasta appannaggio degli umani e delle altre razze che continuavano ancora a popolare il pianeta. Pertanto sofisticate macchine ed imponenti città di acciaio e fuoco erano ormai nelle mani di chi probabilmente non aveva la benché minima idea di come utilizzarle.
E oltre ai nani, le altre razze a popolare il pianeta eran diverse.
In primis gli umani come Augustus. La razza più diffusa tra tutte e probabilmente la più pericolosa, a detta del mio mentore.
- Gli umani sono capaci di efferatezze inimmaginabili. Sono forse peggiori persino di orchi e troll. Perché gli orchi e i troll non nascondono la loro ferocia. Il loro aspetto rivela già la loro natura aggressiva e ti mette in guardia. Ti permette di starne alla larga, fin quando t'è possibile. Gli umani no. Gli umani sono ovunque, non li puoi evitare. E la loro essenza diabolica è velata dall'ipocrisia di una pelle chiara e liscia. E quanto più bella e liscia è la pelle di un umano, tanto più affilata è la lama che lui ti punta alla gola. Quella lama che inesorabilmente e pazientemente ti recide la carotide, fino a che anche l'ultima goccia di sangue non stilla fuori dal tuo collo sgombro e morto. E la donna, la donna è l'essere umano con la pelle più liscia e bella che esista. La donna è probabilmente il demonio in carne ed ossa! - , diceva lui.
Io, però, non l'avevo mai vista una donna e mi chiedevo perché mai un essere così delicato e dalla pelle così vellutata recasse allora in grembo così tanto male. - Cosa avevano fatto di così terribile queste donne al mio povero vecchio amico...? - , mi domandavo spesso.
Poi, ancora, v'erano gli elfi, detentori delle arcane conoscenze e delle arti magiche. Gli esseri più abili, veloci, forti e tuttavia aggraziati che il mondo avesse mai conosciuto, così che la prestanza fisica di un elfo faceva invidia a quella degli orchi più allenati. E seppure niente e nessuno raggiungesse la possanza di un orco, in uno scontro corpo a corpo non era mai scontato chi dovesse uscire vincitore tra l'agile elfo e il mastodontico abitante delle montagne. Ma io, in tutto ciò, non sapevo a quale di quelle razze appartenessi. E non lo potevo sapere, dal momento che non c'erano specchi o simili in quella prigione.
Tuttavia, innanzitutto, avevo la certezza di non essere un nano, dal momento che questi altri erano bassi e tozzi, ma soprattutto estinti da ormai molti anni. Inoltre, era abbastanza ovvio che non fossi nemmeno un orco o un troll, poiché - Quegli esseri parlano con un linguaggio gutturale a noi incomprensibile e non comprendono il nostro. Sono troppo rozzi e troppo stupidi - , affermava Augustus.
Per cui, le possibili alternative si restringevano a due sole. O ero un umano, come del resto lo stesso Augustus, oppure un elfo, giacché ero discretamente più alto di lui, sebbene privo delle caratteristiche orecchie a punta. Dunque mi chiedevo se non fossi piuttosto un mezzosangue, una razza alternativa, se pure m'importasse invero ben poco, dal momento che là dentro non ero altro se non Syrus il prigioniero. Syrus il sognatore, il visionario.
- Non ti crucciare, figlio mio. - m'aveva spesso consolato invano il vecchio Augustus - Il mondo oltre queste sbarre non è solo rose e fiori. É pieno di insidie e misteri, ricolmo di pericoli. Il male regna sul nostro mondo da ormai troppi anni - .
E di fatto, il “male” di cui parlava il mio maestro non era certo un'entità impalpabile. Augustus si riferiva piuttosto ad un male ben concreto. Al morbo che affliggeva noi tutti in quel mondo e ci deteriorava dall'interno, fino a sfinirci. Egli parlava delle Endemie.
Peste, lebbra, malaria, tubercolosi e molte altre ancora. Piaghe comparse senza un'evidente causa scatenante, ma che mietevano ogni anno un'innumerevole quantità di vittime. E poiché non se ne conosceva la causa, non era stato mai possibile eradicarle del tutto, rendendo assolutamente necessaria una misura contenitiva che cercasse in qualche modo di arginare quei loro effetti nefasti e terrificanti. Così, dall'unione dell'antica conoscenza elfica con l'in-novazione e la tecnica nanica, era nata l'Er-gŏth: una polvere farinosa, color ocra che, se assunta una o più volte al giorno, rendeva discretamente più resistenti, se non immuni, al contagio.
- Er vuol dire “amore” in nanico. Gŏth invece è il corrispettivo di “speranza” nella lingua degli elfi. Il principio attivo di tale polvere sfugge a noi miseri umani. La verità sul suo potere è racchiusa nei tomi delle arcane conoscenze elfiche e non c'è mai stato, ad oggi, un umano ammesso a condividere nemmeno un minimo di questo grande sapere. Dobbiamo solo esser loro immensamente grati perché ci salva la vita, ogni giorno - , ripeteva sempre il mio mentore.
Eppure, nonostante tutto, non esisteva pericolo alcuno in grado d'intimorirmi. Io volevo uscire!
Volevo vivere una vita degna d'essere definita tale. E avrei, sì, affrontato a mani nude il più feroce degli orchi e il più grosso dei draghi, se tanto fosse bastato a farmi uscire da quella prigione. Poiché era vivere in quella cella che m'annientava più d'ogni altra cosa. E, di fatto, non mai avrei retto tutti quegli anni se non fosse stato per Augustus, poiché era stato grazie a quell'uomo se non ero ancora morto, vittima di me stesso.
Difatti, in passato la mia mente era stata molto più instabile. Avevo sofferto di forti allucinazioni, di continue perdite di conoscenza, ma anche di nausea, vomiti e convulsioni. Ogni cosa era causata dall'enorme stress psicologico e dall'incapacità di accettare quella mia inspiegabile situazione. E ciò mi era, in verità, stato spiegato in seguito proprio da Augustus, essendo lui stesso nient'altro che un druido, uno studioso di medicina e magia insieme.
Per quello, Augustus aveva lavorato con alcuni dei pochi nani rimasti, prima che si estinguessero del tutto e aveva preso coscienza dell'alto grado di sviluppo della loro tecnologia e della possibilità di far del bene che le loro macchine nascondevano. E sempre per quel motivo, prima di essere catturato, aveva, con tutta probabilità, contribuito attivamente a guarire e a salvare quante più persone possibili. Ma poi, da quando aveva messo piede in quella cella, o meglio, da quando la mia mente aveva ricominciato a registrare i ricordi, i suoi sforzi s'erano interamente concentrati su di me. Augustus era stato la mia ancora di salvezza, il mio porto sicuro. Mi aveva raccolto naufrago dai tormentati flutti della mia mente e por-tato a riva. I suoi racconti, le sue lezioni e finanche le paternali erano stati ciò che mi aveva permesso di continuare a vivere ed io, avido di conoscenza com'ero stato, non mi ero più consentito di morire. Tuttavia, se pure mi ritenessi già suo grande debitore, non credevo che quell'uomo potesse arrivare a salvarmi fino a quel punto. Non pensavo potesse divenire la chiave della nostra evasione.
Eppure, era esattamente ciò che pensavo e vedevo in quel preciso istante.
La vecchia volpe doveva aver sottratto la chiave della nostra cella alla guardia quando questa s'era avvicinata per lasciarci il cibo e l'Er-gŏth; e dunque, quell'oggetto faceva, ora sì, capolino dalla tasca della sua sacca di tela, mentre lo stesso dormiva saporitamente.
Mi chiesi per un attimo come avesse fatto, se pure m'importasse in realtà meno che niente. Finalmente potevamo evadere. Nel senso fisico questa volta.
Alessandro Giannotta
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