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Margherita Giacobino, scrittrice, saggista, giornalista e traduttrice, si è laureata in Lettere Moderne e vive a Torino. Dopo la pubblicazione nel 1993 del suo primo romanzo Un'americana a Parigi, edito con lo pseudonimo di Elinor Rigby, ha abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Nel 2015 comincia la collaborazione con Mondadori, col romanzo Ritratto di famiglia con bambina grassa, per poi continuare con Il prezzo del sogno, L'Età ridicola e Il tuo sguardo su di me.
Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Mauro Santomauro è nato nel 1949 ed è stato farmacista della Serenissima, salendo alla ribalta delle cronache quando rinunciò a trasferire la sua farmacia in terraferma. Nella sua vita è stato chimico, distillatore, imprenditore e contadino. Si è divertito come giocatore e poi allenatore di baseball, ma è stato anche batterista in un settetto jazz. Ha pilotato aerei da turismo e ha praticato immersioni subacquee. La sua vera passione è il buon cibo. Vive con la moglie e i due figli a Treviso.
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Autore: Luca Damiani
Titolo: Hollow World
Genere Light Novel
Lettori 279 1 1
Hollow World
Il ragazzo senza memoria.

La scogliera si sbriciola sotto i piedi di Shiro, mentre il vortice di fiamme nere che lo avvolge aumenta sempre più di ampiezza e intensità. L'energia che sprigiona sembra contagiare il cielo, il vento e tutte le nuvole. Il sole, che fino a poco fa splendeva, ora è sparito, sostituito da una coltre di nuvoloni velocissimi, carichi di pioggia. L'aria sembra annunciare un uragano, il golfo di Falar urla di onde che si schiantano contro la roccia, mentre la risata roca del Gran Maestro si spande per tutta la costa.
Per un istante fugace, invisibile agli occhi di tutti, Hitomi vede una lacrima nera scendere dal volto di Shiro, che immediatamente evapora sotto il calore delle sue fiamme.
- Shiro... Shiro sta soffrendo. Devo andare da lui... - mormora a se stessa. E la risposta arriva, non udibile, direttamente alla sua mente. “Sì, ragazza mia, Il ragazzo sta soffrendo. Ma in questo momento Shiro ha perso il controllo. È troppo pericoloso avvicinarsi a lui. Varcare le fiamme che lo circondano significa rischiare la propria vita.”
Hitomi si volta verso la Sacerdotessa. Nonostante il viso bagnato di lacrime, le risponde con un sorriso colmo di dolcezza:
- E crede che questo m'importi? -

Capitolo I

È il 29 giugno 1926 del calendario imperiale e come ogni mattina il mercato della città di Falar, uno dei più suggestivi dell'intera Repubblica, è pieno di gente. Dalle vie del piccolo centro arroccato a picco sull'oceano, le bancarelle si snodano fino al lungomare, e poi giù fino al porticciolo dei pescatori. Un mercante si sbraccia nel riconoscere un collega che non vedeva da un bel pezzo.
- Ehilà! - grida. - Che fine avevi fatto? -
L'uomo agita un braccio in segno di saluto mentre finisce di servire una ragazzina bionda, che tamburella con un dito sulle labbra alla ricerca meticolosa del suo frutto perfetto.
- Allora piccola, hai deciso? -
- Sì. Questi qui. -
- Oh, bene! Ecco qui due dolcissimi e succosi mandarini per la bellissima Hitomi. -
- Grazie! - risponde lei gioiosa, mentre allunga una mano pronta a ricevere la sua merenda e si congeda dal venditore.
- Allora? - chiede l'altro mercante, che nel frattempo si è avvicinato. - Si può sapere dove sei stato? -
- Da mia suocera. - afferma sconsolato.
- Per un mese?! -
- Esatto, amico, un mese con quella strega. -
- Oh, povero te. -
- Doveva trattarsi di una capatina di un paio di giorni e invece poi sono scoppiati i soliti disordini che ci hanno costretto all'interno dei confini della capitale. Un mese... Giuro che avrei preferito mi facessero prigioniero i soldati dell'Impero. -
- Ma allora non sai niente dell'esplosione? -
- Quale esplosione? -
- Di quella in cielo. Era notte, poco lontano da qui, a un certo punto un boato e una luce così intensa che sembrava si fosse fatto giorno all'improvviso. Sembrava fosse esplosa una stella. -
- Ma quale stella... - interviene un terzo mercante - dicono si tratti di una nuova arma dell'Impero capace di radere al suolo una città intera in un sol colpo! -
- Sciocchezze! Non può esistere un'arma del genere... -
- Ah, perché invece la tua stella... -
- Comunque, - riprende il primo mercante - se mai i soldati dell'Impero dovessero spingersi fino a qui, non c'è arma che tenga. Basta sguinzagliare mia suocera: quel mostro è capace di farli a pezzi uno a uno. -
- Ahahah... Ma cosa...? - l'uomo si blocca nel sentire delle urla provenire dal fondo del mercato.
- Ehi, tu, marmocchio fermati! Fermate quel maledetto ladruncolo! Qualcuno lo fermi! -
Abiti di fustagno più grandi di almeno una taglia, in testa una coppola sdrucita, un ragazzino di quattordici anni corre tra la folla del mercato. Sottobraccio, un melone che stringe come un pallone da rugby, e in bocca, ben serrata tra i denti, una forma di pane.
- Guardie! -
Il ragazzino è veloce. Schiva agevolmente i passanti, la gente si scansa, qualcuno protesta, mentre l'inseguitore alle sue spalle, ansimante, continua a gridare:
- Fermatelo! Guardie! Guardie! -
Raggiunto quasi il porto, il giovane ladro si volta e fa una boccaccia in segno di scherno al suo inseguitore, per poi rivoltarsi e... Sbam! Scontrarsi secco con la ragazzina dei mandarini, di poco prima. I due rovinano entrambi a terra l'uno sopra l'altra; lui cerca di divincolarsi, raccoglie il berretto, la borsa e... incrocia lo sguardo di lei: occhi verdi come foglie colpite dal sole, limpide di rugiada del mattino... il tempo cade.
- Guardieeee!!! -
Per poi tornare a girare vorticosamente! Il ragazzino si rialza alla svelta, scatta ancora più veloce di prima. Schizza come una saetta, raccatta al volo il melone rotolato via sul selciato, raggiunge gli scogli, si lancia dalla balaustra a sbalzo sul mare, atterra sulle rocce e salta da un masso all'altro senza attimi di esitazione, fino a inabissarsi tra le rocce e sparire nel nulla.
Hitomi si rialza da terra, aiutata da alcuni astanti. È frastornata, confusa, il pensiero rivolto agli occhi di lui: nerissimi e lucenti come il piumaggio dei corvi...
- Come stai piccola, tutto bene? -
- Sì, sì... Ma... chi è quello?... -

Nel frattempo, poco più indietro, due guardie cercano il ladruncolo. Si avvicinano alle bancarelle, spostano un telo qui e uno là e gettano qualche occhiata nei vicoli intorno alla piazza, senza dannarsi. Poi raggiungono il loro superiore, che li aspetta vicino alla scogliera.
- Trovato qualcosa, Giuseppe? -
- Macché, Capitano, quel ragazzino è una scheggia. Io e Francesco abbiamo guardato dappertutto, ma è sparito nel nulla. -
- Si sarà già nascosto in uno dei mille anfratti della scogliera... - interviene Francesco. - Dev'essere il nuovo acquisto della banda di Akira, Capitano. -
- Che cosa hanno preso stavolta, Giuseppe? -
- Il solito, Capitano... -
- Niente di valore? -
- No, solo qualcosa da mangiare. -
- Cosa facciamo, Signore? - chiede Francesco. - Lasciamo perdere anche questa volta? -
- Hai un'idea migliore? Vuoi metterti anche tu a saltellare tra gli scogli? - ribatte il Capitano, mentre lo sguardo gli cade sulla visiera di un cappello che spunta da un anfratto tra le rocce.
- A proposito, Francesco, non mi stavi raccontando della tua ultima conquista? Avanti, avanti, voglio sapere di più, devi darmi i dettagli piccanti... - così dicendo il Capitano, cingendo per le spalle i suoi sottoposti, li guida di nuovo verso il mercato allontanandoli dal porto.

Nel frattempo, al riparo all'ombra di una roccia appuntita, il ragazzino resta in attesa che le guardie si siano allontanate per riprendere la sua fuga.
È una bella giornata estiva a Falar, il cielo è sereno e il sole si riflette sulla scogliera bianca e lucida del golfo. Sulla sua strada il ragazzino passa davanti al Tempio di Venere, accenna un saluto con il berretto (non sa bene perché, ma lo fanno tutti in quella città) e salto dopo salto, raggiunta una piccola insenatura celata dalle rocce, il giovane si ferma di fronte la sua destinazione: i resti di un vecchio peschereccio, incastrato all'imboccatura di una grotta, a quasi dieci metri da terra.
È lì da anni, non si sa da quanti. Pare ci sia arrivato per via di una tempesta di cui nessuno ha più memoria che chissà come è riuscita a infilzarlo lassù, in alto tra gli scogli. A prua, la torretta della draga che ora regge una sorta di panca a penzoloni nel vuoto, è tutta arrugginita, consunta dalla salsedine, mentre il ponte e la cabina mantengono ancora un aspetto operoso. Dalla cabina in poi, più niente: il resto dell'imbarcazione sembra essere stata inghiottita e masticata dalla scogliera, come un grosso cane che agguanta l'osso e, dopo averne tritato un'abbondante porzione si addormenta con la parte restante a penzoloni fuori dalle labbra. Il ragazzino si avvicina a quella che una volta doveva essere la porta della cabina della nave, ma viene prontamente bloccato da una voce che proviene dall'interno del rifugio:
- Parola d'ordine! -
- Sono io, Shiro. -
- Ho detto “parola d'ordine”. -
- Ancora con questa idiozia... - brontola il ragazzo tra sé.
- Parola d'ord... -
- I gabbiani volano alto in cielo e cantano! -
- E cosa cantano? -
Il ragazzo porta gli occhi al cielo per l'esasperazione, ma ubbidisce.
- La grandezza del sommo Akira! -
- Bene, puoi entrare. -
Un rumore di carrucole, corde e pulegge avvia il meccanismo che apre la porta e rivela per qualche istante la natura del rifugio: metà cabina della nave, metà grotta scavata nella scogliera.
- Allora, pivello, cos'hai portato? -
Il ragazzo che sta parlando è seduto a terra su di una stuoia di paglia, gambe incrociate, con un elastico tra le labbra, mentre con le mani cerca di sistemarsi un ciuffo sfuggito dalla treccia bionda e disordinata. Sembra più vecchio dei suoi ventidue anni e la barba incolta di un paio di giorni accentua l'espressione spavalda, quella di chi è cresciuto badando a se stesso e sapendo di poter contare unicamente sulle proprie forze. Sistemandosi la camicia bianca, quasi del tutto sbottonata, nei vecchi pantaloni di cotone, incalza: - Fammi vedere gli sforzi del tuo duro lavoro, Shiro. -
Il ragazzino posa il melone e la forma di pane su di una stuoia di paglia davanti ai suoi piedi.
- Tutto qui? -
- Aspetta. - Apre la sacca che porta a tracolla sul fianco e ne estrae tre piccole zucche, un cespo di insalata e qualche pomodoro.
- Ancora zucca? - commenta Akira.
- A me piace. -
- E il melone? È tutto ammaccato. Cos'è, l'hai preso a calci? -
Shiro arrossisce ripensando all'incidente di poco prima, poi taglia corto.
- Oh, se non ti sta bene, puoi sempre andare a cercare qualcos'altro invece di stare qui a pettinarti... -
Akira, del tutto indifferente alle critiche del ragazzino, ribatte:
- Be', almeno si cena. Ottimo lavoro, ragazzo! -
Shiro si allontana dall'ingresso, rifugiandosi in quello che ormai è diventato il suo angolino, e si mette a sedere gambe incrociate, appoggiando la schiena contro la parete della grotta.
Riapre la sacca che ora ha tra le gambe, e tira fuori un libro, iniziando subito la lettura. Il volume è decisamente logoro ma ancora integro, salvo per le pagine in fondo, strappate via con la forza. La copertina rigida in pelle nera riporta caratteri in una lingua sconosciuta, in filigrana d'oro e con uno stemma al centro. Gli occhi colmi di interesse, Shiro non sa cosa ci sia scritto. Non conosce quella lingua, ma appena può sfoglia il libro in cerca di qualcosa. Qualsiasi cosa. Se trovasse anche solo un indizio...
- Comunque questa volta ci è mancato poco. Le guardie stavano quasi per prendermi. -
Akira nel frattempo si è acceso una sigaretta e tiene d'occhio la spiaggia con un cannocchiale.
- Strano. Non sei quello che corre veloce come il vento, tu? - commenta, ironico.
- Tutta colpa di quella mocciosa. -
- Quale mocciosa? -
Shiro non risponde.
- Il Capitano era con loro? Con le guardie? -
- Sì, sì. -
- Allora non ti devi preoccupare. Tu cerca solo di non farti beccare, al Capitano ci penso io. -
- D'accordo. -
- In ogni caso, Shiro, vedo che ti stai abituando alla vita del ladruncolo. -
- Come se avessi scelta. -
Akira posa il cannocchiale e lo guarda di traverso.
- Cos'è quella faccia? Guarda che ti ributto in mare, da dove sei venuto. -
Incurante dell'avvertimento, Shiro continua a sfogliare le pagine del libro, così Akira si siede di fronte a lui, incrocia le gambe e, osservandolo, fa un lungo tiro dalla sua sigaretta.
- Ancora niente? -
Nessuna risposta.
- Loquace come al solito, eh, Shiro? -
Il ragazzo non fiata.
Akira fa un altro tiro dalla sigaretta e attende paziente che sia l'altro a parlare.
- So leggere, di questo sono sicuro, ma quello che c'è scritto qui... Sono degli scarabocchi senza senso per me. -
- A chi lo dici. Sembra valere molto, però. -
- Scordatelo. - risponde brusco Shiro, chiudendo il volume e riponendolo nella sacca.
- Andiamo ragazzino, stavo scherzando. E poi non saprei nemmeno a chi rivenderlo. Non credo che in questo paesino di pescatori ci sia qualcuno interessato a roba complicata come quella. - Riprende a osservare la spiaggia con il cannocchiale e continua: - D'altronde è l'unico indizio che hai, no? Quanto è passato oramai? Un mese? -
- Già. -
- Ricordo bene la prima sera che ti sei present... arrivano! Apri, ragazzo! -
Shiro, indolente, si alza e tira la corda vicino l'ingresso per avviare il complicato meccanismo di apertura della porta.
- Per loro niente parola d'ordine? -
Akira si volta e sorride divertito.
- Quello è un trattamento speciale, tutto per te. -
- Immaginavo. -
Shiro si allontana dall'ingresso per andare a sedersi vicino a un oblò della cabina che dà sul mare, mentre Akira si rialza lentamente, scuotendo con le mani la polvere dai pantaloni.
- Bentornato, Tadashi. Com'è andato il giro di “perlustrazione”? -
Il nuovo arrivato, un ragazzo di diciotto anni, varca la soglia del rifugio. Indossa vecchi pantaloni di fustagno e un gilet di cuoio marrone. Fisico asciutto, capelli arruffati, rosso cremisi, tagliati in modo asimmetrico. Pieni di luce viva, gli occhi marrone scuro, screziati di verde, fissano i compagni con un sorriso beffardo. Passa la mano sulla catenina d'acciaio che pende dal taschino del gilet, prima di stringere i pugni e farne scrocchiare tutte le dita, una dopo l'altra.
Tadashi posa a terra la sacca capiente di pelle che porta in spalla.
- C'è da chiederlo? Tutto alla grande, capo. -
- E Kenta? Che fine ha fatto? -
- Sta arrivando, sta arrivando. Quel mollaccione è rimasto indietro come al solito. Dovrebbe proprio mettersi a dieta. -
- Sai già cosa ti risponderebbe. Che il suo grasso è “tutta salute, salute e benessere!” -
- Sì, sì... -
- Eccomi! Ce l'ho fatta... - con il fiato corto, reggendosi allo stipite della porta, fa il suo ingresso Kenta, un ragazzo di sedici anni. È decisamente sovrappeso, ma non ha l'aria sciatta del compagno. Capelli corti, neri e lisci, con la riga laterale perfettamente segnata, non un ciuffo fuori posto. Gli occhi marroni, che spiccano per il cerchio color ambra intorno all'iride, rivelano un'intelligenza profonda, sebbene celata dall'espressione timida. All'interno del gruppo, il suo aspetto curato sembra stonare, ma a uno sguardo più attento anche i suoi abiti si rivelano di seconda mano.
Akira, mani ai fianchi, gli dà il benvenuto e chiede ai ragazzi cos'hanno portato.
- Guarda qui. -
Tadashi tira fuori la refurtiva: tre paia di anfibi, qualche maglietta di cotone, un paio di pantaloni e alcune stoviglie in metallo.
Akira esamina la merce, un pezzo alla volta.
- Bene, bene. -
- A proposito: stamattina, appena usciti, abbiamo incontrato il Capitano che faceva il solito giro di ricognizione al molo. Lo abbiamo salutato e lui, distratto, ha ricambiato il saluto. Vedessi che faccia hanno fatto i suoi uomini. Poveraccio, prima o poi si farà scoprire! -
- Cercate di non esagerare. È dalla nostra parte, ma se tiriamo troppo la corda sarà costretto a mettercela intorno ai polsi, la corda. Sapete come va a finire, da queste parti, per quelli come noi. Ecco... - dice voltandosi verso Shiro. - Questi forse sono della tua taglia. -
Gli lancia un paio di anfibi che l'altro prende al volo; senza neanche voltarsi, li indossa, fa due passetti di prova e si riaccomoda a guardare il mare.
Di fronte all'atteggiamento di Shiro, Tadashi stringe i pugni e digrigna i denti.
- Ehi, tu! Potresti almeno dire “grazie”. Lo sai cosa abbiamo rischiato per farti avere un paio di scarpe nuove? -
L'altro non sposta gli occhi dalla finestra.
- Shiro ci ha procurato la cena - dice Akira. - Datti una calmata, Tadashi. -
- Io quello lì proprio non lo sopporto, capo. E non capisco perché tu stia sempre a difenderlo. -
Kenta, timoroso, fa segno al compagno di calmarsi.
- Avanti, Tadashi, facciamola finita e proviamo a... -
- Fatti gli affari tuoi, Kenta! Nessuno sta parlando con te! - ruggisce Tadashi, spaventando il compagno.
- Scusa, non volevo... -
Più veloce del suo battito di ciglia, la punta di un coltello passa a pochi centimetri dalla guancia di Tadashi, andandosi a piantare nella parete di roccia alle sue spalle. Di scatto, il ragazzo si volta verso Akira, fissandolo negli occhi ancora furente e masticando le parole una a una.
- Mi hai mancato. -
- Perché? Secondo te se volevo prenderti ti mancavo? -
La voce ferma di Akira scuote Tadashi, mentre un fremito gelido gli percorre la schiena. Come un animale feroce che fiuta il pericolo, china la testa e fa due passi indietro, abbandonando ogni spirito combattivo. Nessuno si mette mai contro Akira. Nessuno.
- Adesso basta, Tadashi. Chi è che comanda qui? -
- Tu, Akira. Ma io... -
- Niente “ma”. Non voglio sfuriate nel gruppo, lo sai bene. Oppure ci tieni tanto a vederne una delle mie? -
- Scusa, capo. -
- Bene. Prepara il fuoco per cucinare. Io esco... Comportatevi come si deve mentre non ci sono, o sapete già cosa vi aspetta. -
- Sì, signore! - rispondono gli altri all'unisono, tranne Shiro che continua a stare in disparte.
Mentre si avvia, Akira mormora tra sé un “che pazienza...”.
Tadashi e Kenta si siedono e cominciano ad armeggiare con legnetti e paglia per preparare il fuoco. Nel frattempo Shiro conta in testa i secondi necessari perché Akira sia uscito e sceso dalla nave. Poi si alza, la sua sacca sempre a tracolla, e infila la porta.
- Ehi! Dove credi di andare?! Il capo ha detto di aspettarlo qui - gli intima Tadashi.
In tutta risposta, Shiro sbuffa, senza nemmeno girarsi.
- Sì, sì. E tu fai il bravo cagnolino. Ti porto un osso quando torno, va bene? - e scompare oltre il parapetto.
Tadashi gli sarebbe già saltato al collo, se non fosse intervenuto il braccio di Kenta per bloccarlo.
- Lascia stare... -
- Io lo uccido! Non lo reggo, quel pivello. Ma chi si crede di essere?!? -
- Dai, Tadashi. È solo un mese che è con noi... Ricordi in che stato era quando è arrivato? -
- Proprio per questo dovrebbe dimostrare un po' di gratitudine. -
- A modo suo... lo fa. Devi ammettere che da quando è con noi non abbiamo saltato un pasto. -
- È solo fortunato, perché è svelto di mano e ancora di più con i piedi. Ma se ripenso ai suoi occhi... -

II

Sono passate da poco le quattro. Tadashi, come ogni mattina, ha appena messo il naso fuori dalla porta. Drizza le vertebre una a una con uno schiocco sordo, stiracchia le braccia e tira dentro tutta l'aria che può, mentre percorre a piedi nudi il ponte della nave che chiama casa.
Si guarda intorno per cercare il volo dei gabbiani in un buio talmente denso che persino i suoni arrivano ovattati. L'unica cosa che sente è il mare di petrolio, che lo accoglie con qualche onda di saluto una decina di metri sotto di lui. Quindi torna dentro, e al buio, senza accendere neanche una candela, recupera la sua attrezzatura. I due compagni dormono come le casette basse dei pescatori, il trionfante forte militare in cima alla collina e la gente della città di costiera, bagnata dal mare più vivo di pesci che si possa immaginare. Tadashi prende tutto quello che gli serve, torna all'aperto e si arrampica sul torrino che domina il ponte della nave.
Arrivato sulla cima, è il momento di calarsi. Afferra prima con una mano e poi con l'altra le due corde che reggono una spessa tavola di legno in equilibrio sopra il mare. Poi scivola giù, nel vuoto, e pochi secondi dopo atterra seduto. Lascia andare le corde, si dà una spinta e inizia a dondolarsi su quella specie di altalena; Il metallo del torrino cigola, ma è abbastanza solido da sopportare il suo peso.
Quello è il suo posto preferito: ci va per pescare e ogni volta che ne ha voglia. Davanti a lui, in lontananza, arroccato su una lingua di scogli, che dalla città si snoda per quasi un chilometro fino a gettarsi nel mare, si staglia l'ancestrale Tempio di Venere. Tra un paio d'ore le campane suoneranno per annunciare il ritorno dei pescatori. Tadashi tocca la tesa del cappello, come per mandare un saluto al Tempio. Guarda giù, sotto l'altalena, fino all'orizzonte ancora sfumato, e ripensa alla prima volta che ha visto il mare. Aveva solo sei anni ed era prima che iniziasse la guerra, prima che i suoi genitori nomadi decisero di trasferirsi ad Asaba. Prima che lui fosse costretto a vedere l'inferno in terra. E prima che perdesse tutto.
Prende un cestino intrecciato dalla bisaccia appesa al collo e scioglie il nodo di spago cerato che chiude una bustina di tela. Dentro c'è il pastone per i pesci, creato da lui stesso con una ricetta che da sola vale più di mille esche succulente: pane bagnato, sottratto mollica dopo mollica alla sua razione giornaliera, formaggio sciolto sulla stufa e poi impastato con un cucchiaio di legno, prezzemolo, tanto aglio e il suo ingrediente speciale, cioè la polpa di quei granchietti che ogni tanto compaiono sugli scogli dalle parti del rifugio. Più piccoli sono, meglio è.
Prende una manata di pastone e lo lancia nel vuoto, lasciando che la brezza lo sbricioli in volo. Si sente come un re che elargisce denaro ai suoi sudditi. L'intera operazione, il silenzio e la pazienza che servono alla pesca, lo trasformano. I suoi movimenti sono pieni di calma, misurati. Lui che misurato non lo è per niente, lui che è sempre quello tosto, il primo a innervosirsi, il primo a colpire, quello a cui basta uno sguardo di troppo per far partire i pugni, beh... mentre pesca è irriconoscibile. Perché la pesca è un'altra cosa.
La pesca è il suo mondo, è il suo tempo. Quando è davanti al mare si sente finalmente in grado di fare qualcosa che non sia solo correre o rubare o scappare: qualcosa di utile, come dare da mangiare ai suoi compagni Akira e Kenta, qualcosa che non sia solo la fame e il sopravvivere nascosti, per colpa di quelli che volevano ficcarlo a forza in un orfanotrofio.
Dal lato inferiore della piattaforma estrae un cassettino di latta lungo e stretto. Scosta con la mano un po' della salsedine accumulata, lo apre e ne estrae la sua canna da pesca. Sistema l'esca, aspetta che si posi il vento, e si prepara a lanciare l'amo.
“Il vento? – pensa, sentendo con il dito umido di saliva la velocità e la portanza – Maestrale? Di questa stagione?”
Stringendosi nelle spalle, Tadashi calca in testa il cappello per non perderlo, mentre una corrente di venti gelidi ha appena invaso il golfo e sembra via via aumentare d'intensità. Strizza gli occhi notando una stella minuscola, bluastra, appena nata all'orizzonte, muoversi curiosamente in direzione ascensionale.
“E quella?! Non può essere, mi sa che sto ancora dormendo, le stelle non si muov...” una folata di vento più forte delle altre gli fa quasi volare via la canna in mare.
- Ehi! Ma che diavolo sta succeden... -
Le raffiche aumentano, l'altalena dondola e il torrino cigola.
- Porca paletta! Qui ci resto secco. -
Si incolla alle corde della panca. La stella sembra crescere: si ingrandisce e il suo movimento accellera. Nel frattempo il mare è impazzito: la spuma investe la sua faccia e il ponte della nave come un'esplosione salata. La panca si arrotola su se stessa, prende la rincorsa, sta per schiantarsi contro la chiglia.
- Cavolo! Cavolo! Cavolo! -
Tadashi tende le fibre dei muscoli, pronto all'impatto. Tre, due, uno... finché... in un secondo, tutto torna immobile. Tutto si calma. A parte lo stridore cadenzato del cigolio della panca, il silenzio torna a ingoiare la notte.
Tadashi trema. E non per ciò ch'è appena accaduto. Un brivido percorre la sua spina dorsale fino a raggiungere i pugni chiusi intorno alla corda.
Si volta lentamente e vede ciò che temeva: rischiarate da quell'astro anomalo e bluastro, le navi volanti dell'Impero hanno invaso i cieli di Falar.
Il sangue gli si gela in petto.
- Non può essere, non di nuovo, non come allora... -
Poi, l'esplosione.
Sebbene la deflagrazione sia lontana, l'onda d'urto raggiunge Tadashi scaraventandolo con tutta la panca contro il torrino della nave. Fa appena in tempo a farsi scudo con i piedi e ammortizzare il colpo prima di sbattere violentemente contro la struttura d'acciaio. La panca va in mille pezzi. Lui rimane appeso, con un braccio annodato a una delle corde.
Il boato è talmente forte da svegliare l'intera città di Falar. Akira e Kenta si precipitano sul ponte.
- Ma cosa cavolo sta succedendo?! - grida Akira.
- Ehi, voi due! Datemi una mano a scendere da qui! - mentre chiama i compagni, Tadashi si dimena, ancora appeso.
Kenta è pietrificato. Continua a osservare quella luce nel cielo senza riuscire a fare un solo passo.
- Kenta! Kenta! Dammi una mano, Kenta!... Oh, al diavolo! Faccio da me. - Con uno sforzo mostruoso, Tadashi si dondola avanti e indietro finché riesce ad aggrapparsi al torrino e ridiscendere sul ponte della nave.
- Kenta, cavolo! Potevi anche... -
- Tadashi... Ma quella è... È come ad Asaba... -
- Sì, Kenta... È la stessa luce. -
- Quale luce? Di cosa state parlando? - interviene Akira.
- Quella è la luce che ha raso al suolo Asaba, due anni fa, capo. Quei bastardi dell'Impero. La stessa luce. La stessa! -
- Capisco. Kenta... Kenta?! - Akira cerca di farlo tornare in sé. - Prendi questo - , gli passa un cannocchiale, - tu tieni d'occhio la spiaggia, mentre Tadashi e io ci organizziamo... Kenta?! -
- Sì, capo... Scusa... -
- Sta' tranquillo - lo rassicura posandogli una mano sulla spalla. - L'esplosione è lontana. Dubito che i soldati arriveranno fin qui. -
- Sì, capo. Hai ragione. -
- Tadashi, va' dentro. Nel mio baule c'è la divisa di mio padre. Dovrebbero esserci ancora la spada, la pistola e il suo fucile... Se proprio devono venire... -
- Ma non hai appena detto a Kenta... -
- Lo so cosa ho detto. Cerchiamo solo di non farci trovare impreparati. Tu sai tenere in mano un'arma? -
- Sì, capo. -
- Bene. Adesso muoviti. -
- Capo! - , la voce di Kenta richiama l'attenzione dei due.
- Cosa succede?! -
- Qualcuno si sta avvicinando. -
- Soldati? -
- No. Sembra... È un ragazzino, guarda. Non ha nemmeno le scarpe. Sembra messo davvero male. -
- Un ragazzino? Da' qua. Fammi vedere. -
Akira si avvicina a Kenta, che gli cede il cannocchiale e il punto d' osservazione.
- Hai ragione: è proprio messo male. Beh, mi dispiace per lui, ma questa non è proprio la notte giusta - , poi si volta verso Tadashi. - Pensaci tu. Mettigli un po' di paura e mandalo via. Se dovessero arrivare i soldati sarebbe solo d'intralcio. -
- Agli ordini, capo. -
Tadashi si cala dalla nave, raccoglie un bastone da terra e si avvia verso lo sconosciuto. Nel buio della notte non riesce a osservarlo bene, ma sembra gracile e minuto, poco più che un bambino. Quando arriva a qualche metro da lui, si ferma e porta il bastone dietro il collo all'altezza delle spalle, tenendolo ben stretto.
- Ehi pivello! Dove credi di andare? -
Il ragazzino non risponde e continua a camminare verso di lui. E verso il loro rifugio.
- Ehi! Dico a te! Cos'è? Non ci senti? Ti ho detto di fermarti! -
Ancora nessuna risposta.
Tadashi impugna il bastone con entrambe le mani e mira allo stomaco del ragazzino, ormai a tiro. Non ha l'intenzione di ammazzarlo, solo di stordirlo un po'.
- L'hai voluto tu, pivello. Poi non dire che non ti avevo avvisato. -
Parte il colpo, ma lo sconosciuto, che fino a un istante prima si trovava di fronte a lui, lo schiva svanendo come un'ombra, per poi ricomparire a una spanna dal volto di Tadashi.
I loro sguardi si incrociano per un attimo che sembra dilatarsi in eterno. Un brivido gelido comincia a scuotere il corpo di Tadashi, costringendolo a terra: ginocchia e braccia carponi, trema come una foglia sforzandosi di riprendere il controllo sul suo respiro, improvvisamente affannato. Lo sguardo di Tadashi è investito dal terrore.
Il ragazzino salta. Senza sforzo, compie un balzo di una decina di metri. Atterra sul ponte della nave, poi entra nella cabina, procedendo come uno zombie. È fradicio dalla testa ai piedi. I capelli bagnati gli coprono il volto.
Akira e Kenta stanno trafficando nel baule per prendere le armi.
Sorpreso dal suo ingresso e ancora di più dal fatto che abbia superato Tadashi, Akira scatta.
- Diamine, moccioso! Com'è che sei arrivato qui? -
Il ragazzino scompare dal suo campo visivo. Akira percepisce solo lo spostamento d'aria provocato dal movimento. Si volta e lo vede inginocchiato a terra mentre con avidità, a mani nude, divora le loro provviste.
- Ehi! Quella è roba nostra! - Akira lo afferra per il bavero della camicia e lo solleva contro il suo petto staccandolo di mezzo metro dal suolo. - Mi hai sentito, pidocchio?! -
Il peso morto non apre bocca. Volta la testa lentamente come una bambolina, fino a incontrare il suo sguardo. Akira rimane impietrito e allo stesso tempo incantato davanti a quegli occhi. Là dove dovrebbe esserci il bianco, non c'è. Sono spenti, ma anche lucidi e febbrili, neri come la notte più buia di sempre. Uno sguardo di una profondità tale che Akira sente di smarrirsi al suo interno, come se stesse vagando nel vuoto più assoluto dell'inferno, come se fosse inghiottito dalle oscure fauci di Cerbero stesso.
Immobile, Akira sente le forze che lentamente lo abbandonano, ma per quanto provi a resistere si rende conto che il suo spirito non può sottrarsi a quella sorta di maledizione, fino a che... il ragazzino esala un profondo respiro e, completamente esausto, chiude gli occhi e sviene.
Akira si riprende all'istante. Il pidocchio è ancora appeso alla sua mano. L'aura maligna che fino a poco prima permeava il rifugio svanisce, lasciando al suo posto soltanto la figura emaciata di uno scricciolo.
A giudicare dall'aspetto non deve aver mangiato per giorni interi, forse settimane.
Nel frattempo fa il suo ingresso Tadashi.
- Fermo, capo! Non lo toccare! -
- Cosa c'è, Tadashi? -
- Ti ho detto di fermarti. Quel... quel “coso” è pericoloso! -
- Ma quale “coso”? Non vedi che è un ragazzino? - dice Akira, eppure in un lampo gli tornano in mente le parole di Isamu, il suo vecchio capo banda: “Quando sarà il momento lo capirai.”
“Al diavolo”, pensa, grattandosi la testa. Poi prende il ragazzino con entrambe le braccia; pesa pochissimo, una piuma, e lo appoggia delicatamente su una delle stuoie di paglia.
- Ma chi? Questo fuscello? Ma se pesa meno di un sacco di farina. -
- Non importa! Ti dico che è pericoloso. Tu... tu non l'hai guardato negli occhi. -
- L'ho fatto Tadashi, l'ho fatto. -
- E non hai notato il suo sguardo? Ti ripeto che è pericoloso. -
Akira ha un'esitazione. Uno di quei momenti in cui senti che c'è qualcosa che non va, qualcosa di terribile a cui però non vuoi dare ascolto.
- Capo, dobbiamo mandarlo via subito - insiste Tadashi.
- Non vedi che è svenuto? -
- E allora lo portiamo fuori noi, lo trasciniamo da qualche parte e... -
- Adesso basta, Tadashi! - sbotta Akira. - Me ne assumo io la completa responsabilità. Il ragazzino resta. Intesi? -
- Resta?! Ma, capo... Cosa stai... -
Nel frattempo, Akira si accorge che la luce cobalto che illuminava la notte è svanita, e con essa la minaccia dei soldati.
- Kenta, tu continua a tenere d'occhio l'orizzonte. Io vado a dormire. Ho avuto abbastanza sorprese per questa notte. Chiamami solo se dovessi vedere un drago sputafiamme o un esercito di fanciulle in costume da bagno, chiaro? -
- Sì, capo. Chiaro. Puoi contarci. -

Il mattino seguente, con il sole già alto, Akira è seduto al solito punto d'osservazione. Un rumore da dietro le spalle gli fa abbassare il cannocchiale; il ragazzino si è svegliato e si sta guardando intorno.
- Ben svegliato, moccioso. Allora, ti sei ripreso? -
Il ragazzino, che non si era accorto della sua presenza, arretra velocemente, ancora seduto.
- Chi... chi sei? -
Akira lo fissa. L'immagine di quel ragazzo confuso si sovrappone a quella inquietante della sera prima. Il brivido di terrore che aveva provato nel fissarlo negli occhi, la lucidità che hanno nello sguardo solo i santi e gli assassini, mentre adesso invece... Akira si gratta la testa.
- Ma tu guarda che ometto scortese. Sta' tranquillo, non ho intenzione di farti del male - .
Il ragazzino non sembra rassicurato, stringe le ginocchia al petto e continua a fissarlo.
- Ehi, ehi, non preoccuparti. Forse non si direbbe, ma sono una brava persona. Vuoi dirmi come ti chiami? -
L'altro sembra un po' più calmo, ma non dice nulla.
- Cosa c'è? Non ti ricordi più chi sei? -
- No... -
- E da dove vieni? Riesci a ricordare da dove arrivi? Neanche quello? -
- No... non mi ricordo niente... -
- E cosa è successo ieri sera? Almeno questo dovresti ricordartelo! -
Silenzio.
- Ma guarda tu! - esclama Akira grattandosi nuovamente il capo. - Mi è proprio toccata una bella gatta da pelare. Senti, facciamo così. Ti permetto di restare con noi, per il momento. Diciamo... fino a che non avrai recuperato i ricordi, poi si vedrà. -
Il ragazzino tira su il volto, quasi in lacrime.
- Noi? -
- Gli altri sono usciti a fare... beh... diciamo a fare rifornimenti. Sappi che anche tu dovrai darti da fare: il vitto e l'alloggio non sono certo gratis qui. Allora? Che ne dici? -
Il ragazzino annuisce, asciugandosi il naso con il dorso della mano.
- Benone! Dunque, dunque, se non sai chi sei, bisognerà almeno darti un nome. Non posso chiamarti sempre “moccioso”, anche se lo farò molto più spesso di quanto tu creda. Vediamo... fammi pensare... ci sono! Visto che da oggi sarai il quarto della nostra brigata, ti chiamerò Shiro. Che ne dici? -
L'altro resta zitto per un po', poi annuisce.
- Allora... piacere Shiro. Io sono Akira e qui sono il capo. Farai bene a tenerlo a mente, perché da oggi sei uno di noi. -
Akira si alza in piedi e con un sorriso fraterno porge la mano al ragazzino, che dopo un istante di esitazione ricambia.
- Bene! Affare fatto! - dice Akira.

III


- ... No, non lo sopporto proprio quello lì. Tutti noi ne abbiamo passate di cotte e di crude, siamo tutti orfani grazie a questa dannata guerra, ma lui è diverso. Ha quello sguardo... Se ci penso, mi vengono ancora i brividi. -
- Non starai esagerando? -
Tadashi smuove i legnetti nel fuoco con un bastone.
- No, Kenta. Tu non l'hai affrontato quella sera. Ti dico che ho visto l'inferno nei suoi occhi. Era come se mi stesse risucchiando in un vortice. -
- È solo un ragazzino, Tadashi. Ammetto che anche a me incuteva timore quella sera, ma guardalo adesso. Chissà da dove arriva e per quanti giorni è rimasto alla deriva nell'oceano. Evidentemente la stanchezza, la fame e la sete l'hanno trasformato momentaneamente in un animale privo di controllo. Ho già sentito di persone che in situazioni estreme rivelano una forza fuori dal comune. Sarà stato qualcosa del genere. -
- Sarà, ma io non mi fido. -

IV

Nel frattempo, nella luce del crepuscolo, un uomo in divisa si inerpica tra gli scogli a pochi metri dal rifugio, fino ad arrivare a una piccola altura da cui lo sguardo si perde nell'immensa vastità dell'oceano.
- Cavolo, che faticaccia. Non ho più l'età per certe escursioni. -
Riprendendo fiato, il Capitano inspira a pieni polmoni quei grandi suoni larghi dell'oceano che impongono un ritmo docile su tutto ciò che in noi è disorientato e confuso. Per un istante, la sua attenzione viene attirata da un sibilo nel cielo. Si tratta sicuramente di una delle navi volanti dell'Impero, uno di quei ricognitori che fanno capolino di tanto in tanto: nulla di preoccupante. Anche se, a essere sinceri, nell'ultimo mese è già la terza volta che le sente passare. “Ma sì. – pensa – Non è il caso di dargli peso.”
Apre una fiaschetta di metallo e, accennando a un brindisi verso le luci della sera, ne trae un lungo sorso di porto.
- A te, Masamune. Brindo a un altro anno passato a fare da balia a quel ribelle di tuo figlio e ai suoi amici. Grazie ancora per l'ingrato compito affidatomi. - e dopo un altro sorso continua, - ... Sai, il tuo ristorante poi lo hanno chiuso. I signori che lo avevano comprato dopo un paio d'anni hanno fatto i bagagli e se ne sono andati stramaledicendoti. Non potevano certo competere con la tua cucina, poveretti. È strano, sono passati dieci anni e tutte le volte che passo lì davanti sento ancora la tua risata beffarda provenire dal retro delle cucine. Scommetto che te la stai ridendo anche adesso, vero?! A vedermi correre come un matto e perdere sangue e sudore dietro quello sciamannato di Akira. Diamine, è la tua fotocopia. -
Poi stringe la fiaschetta nella mano destra, con lo sguardo fisso tra le rocce.
- Maledetto idiota. Dovevi proprio farti ammazzare? -
- Ohi, come andiamo, Capitano? -
È la voce di Akira che raggiunge il Capitano, mentre quello è intento a dare un ultimo sorso di liquore e chiudere, insieme alla fiaschetta, quell'attimo di tristezza. Akira gli si affianca, poi entrambi portano lo sguardo verso l'orizzonte. Un rumore tra le macchie dei cespugli richiama la loro attenzione, ma nessuno dei due si gira a controllare.
- Ce ne hai messo di tempo, ragazzo - si lamenta il Capitano, continuando a guardare il mare.
- Ho dovuto risolvere una... faccenda. Volevi parlarmi? -
- Sì, Akira. E a proposito delle tue faccende, devi darti una calmata. I tuoi ragazzi sono troppo sfacciati. Non possiamo andare avanti così: quello nuovo, per esempio... -
- Veloce, eh? -
- Diavolo, corre come un lampo. -
- Lo sto facendo allenare per le Olimpiadi. -
- Non c'è niente da ridere, Akira. Oggi lo abbiamo quasi preso; si era nascosto tra gli scogli, con il berretto bene in vista. Non so più che scuse accampare con i miei uomini! Rischio di diventare una barzelletta! Digli di farsi più furbo o la prossima volta... non ti prometto di riuscire sempre ad aggiustare i tuoi casini. -
Akira si gira verso il Capitano e lo guarda con un sorriso raggiante.
- Che c'è, Capitano? Hai la luna storta stasera? -
L'uomo reagisce con un sorriso malinconico e pensa: “Diamine. È proprio tutto suo padre...” Poi con una scrollata di spalle continua - Tanto lo sapevo che avremmo perso tempo. Farti la paternale non serve a niente - , sorride e trae un sorso dalla fiaschetta di metallo che poi passa ad Akira.
- Senti ragazzo. Sai bene che tuo padre era il mio migliore amico. Di più, era un fratello... E io gli ho promesso che mi sarei occupato di te, ma non così... -
Akira beve un goccio e chiude la fiaschetta.
- Lascia perdere, Capitano. È andata così... e adesso la faccenda non riguarda più solo me. Ci sono gli altri. Chi vuoi che badi a quei marmocchi? Sai benissimo qual è la soluzione per gli orfani di guerra come noi. -
- Già. E sinceramente l'idea di sbattervi in un istituto non mi piace per niente. Ma quanti ragazzini ancora pensi di poter salvare? -
- Tutti quelli che posso, Capitano. -
- Ah sì? Vuoi diventarlo tu, l'orfanotrofio? Vuoi continuare a vivere nascosto nella scogliera per il resto dei tuoi giorni? Io non posso obbligarti a fare niente, Akira, ma una cosa la posso dire: non approfittare della mia promessa. Te lo ripeto, alla prossima potrebbe non andarvi altrettanto bene. - Poi risistemandosi il berretto in testa, conclude - Ragazzo, io sono solo un Capitano di polizia, mica l'Imperatore. - .
- Ho capito, ho capito. Vedrò di fare una ramanzina all'ultimo arrivato. -
Il Capitano si avvia e di spalle gli grida: - Anche agli altri. Che non mi salutino più per strada. Allora pensaci tu, Akira. Alla prossima! -
- Capitano, la fiaschetta! -
- Tienila tu. Omaggio della ditta, a presto! -
Mentre il Capitano si allontana con un cenno di saluto della mano, Akira prende un altro sorso di liquore e accende una sigaretta. Poi guarda un punto tra i cespugli e grida:
- Allora, Shiro. Hai sentito tutto o devo farti il riassunto? -
I cespugli si muovono come scossi dalla paura. Dopo qualche secondo ne esce Shiro, che si avvicina ad Akira come se niente fosse.
- Quindi te n'eri accorto. -
- Moccioso, con chi credi di avere a che fare? Sono sicuro che se n'è accorto anche il Capitano. Hai sentito, allora, no? Vedi di non essere troppo imprudente, o qui ci rimettiamo tutti. Sei veloce, ma non sei invisibile. Finché ci limitiamo a pochi “rifornimenti” chiudono un occhio... Ma se esageriamo, non possiamo chiedergli di chiuderli tutti e due. Intesi? -
- Chi se ne frega se mi beccano, tanto corro veloce come il vento, io. -
- Shiro! -
- E va bene. Cercherò di fare più attenzione. -
- E un'altra cosa. Piantala di litigare con Tadashi. -
- Ma è lui che mi sta sempre con il fiato sul collo. Non capisco che gli ho fatto. -
- Credo non gli sia ancora andata giù come lo hai ridotto il primo giorno. -
- Lo sai benissimo, e lo sa anche lui, che io non ricordo niente di quella sera, e poi... -
- Ummm... - Akira si spalma le mani sulla faccia, - ma perché proprio a me dovevi capitare? Certo che sei proprio un tipo difficile. Prova ad ammorbidirti un po'. -
Shiro, indispettito, fa per replicare ma poi, ripensando alle parole pronunciate dall'uomo che ha deciso di prendersi cura di lui, china il capo e a mezza voce risponde:
- Va bene. Ci proverò. -
- Come? Non ti sento, moccioso. Sai com'è, l'età. -
- Ho detto che ci proverò. Uffa! -
- Bravo ragazzo - e con un sorriso, mettendogli una mano sulla testa, gli scompiglia i capelli. - Su, adesso torniamo indietro dagli altri. E da domani, lezioni di borseggio. Sarà meglio che impari a muoverti con un po' più di destrezza, così da non dare nell'occhio. -
- Va bene. -
Guardando i due di spalle avviarsi verso il rifugio, sembra di osservare la complicità e il legame di due fratelli di ritorno sulla strada di casa.
Luca Damiani
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