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Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Mauro Santomauro è nato nel 1949 ed è stato farmacista della Serenissima, salendo alla ribalta delle cronache quando rinunciò a trasferire la sua farmacia in terraferma. Nella sua vita è stato chimico, distillatore, imprenditore e contadino. Si è divertito come giocatore e poi allenatore di baseball, ma è stato anche batterista in un settetto jazz. Ha pilotato aerei da turismo e ha praticato immersioni subacquee. La sua vera passione è il buon cibo. Vive con la moglie e i due figli a Treviso.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
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Autore: Stefania Convalle
Titolo: Il silenzio addosso
Genere Narrativa
Lettori 474 40 6
Il silenzio addosso
- Chiara, lascia stare i piatti, ho bisogno di te in sala! Quella pazza di Giovanna non si è presentata al lavoro, ma è l'ultima volta che mi fa questo scherzo. Adesso è fuori! È pieno di gente, di là. Leva il grembiule, fammi vedere, sei in ordine? Dai, le ordinazioni le prende Emma, tu devi solo aiutare a servire. -
- No, Giulia, non ce la faccio... -
- Cosa vuol dire non ce la faccio, ce la devi fare e basta. -
Paura, rifiuto, non capivo cosa attraversasse il suo sguardo, ma non le ho dato tregua, anche perché la pazienza in una serata tutta storta era ormai finita. Le ho dovuto togliere io stessa il grembiule, le ho messo in mano due piatti fumanti: - Al tavolo due, forza, quello nell'angolo, c'è una coppia. -
L'ho seguita con gli occhi e osservata dall'oblò della porta. Avevo paura che inciampasse, che cadesse, che non arrivasse a quel maledetto tavolo. L'ho vista attraversare la sala e appoggiare quei piatti come se scaricasse un sacco di cemento. Si è voltata ed è tornata indietro quasi correndo.
- Che diavolo hai, Chiara, non devi salire su un palco! -
- Non puoi capire, Giulia, scusa, non ce la faccio. -
Si è rimessa il grembiule ed è tornata al lavello, il suo rifugio. Non c'era tempo per fare discussioni.
- Ernesto, a che punto sei con i dessert? Puoi pensare tu al servizio in sala? -
Per fortuna la mia brigata è rodata e mi capisce al volo. Non discute, esegue, quando stiamo affogando.
- Certo, Chef, ci penso io, mi arrangio. -
Tensione alle stelle fino alla fine del servizio, io nervosissima, i cuochi concentrati e veloci come era necessario. E lei, Chiara, in un mondo a parte. Non una parola.
- Chiara, poi parliamo, devi capire che qui non funziona così e se ti dico di fare qualcosa, lo devi fare. Non sei una bambina e questo è un lavoro. È chiaro? -
Niente, silenzio, sguardo perso. Fisso nel vuoto della schiuma dell'acqua. Non una reazione. Come se fosse su un altro pianeta, dentro un film, mille anni luce tra di noi. Un filo d'incomunicabilità o di follia latente nella gestualità ossessiva di una spugna passata più volte su un piatto. Orbite oculari dove non si intravede lo spazio vitale che traluce da pupille che sanno di esistere.
Il vociare della sala si stava quietando, come il rumore di pentole e sfrigolii di olio e piastre. Tutto stava rallentando come dopo una corsa a ostacoli, come quella che andava in scena ogni sera, tra ordinazioni, minuti contati, gente che non poteva aspettare i tempi giusti, perché se per fare un risotto ci vogliono quindici minuti, non si può preparare in sette. Aspettare. Clienti incapaci di aspettare. E lei, Chiara. La guardo e mi dico che forse nemmeno io so aspettare, e se ci vogliono quindici giorni o quindici mesi perché una persona decida di aprire quel cuore che sanguina a vista, forse devo imparare ad aspettare anch'io, come la cliente di stasera del risotto.
Non è da me filosofeggiare e davvero non capisco da quale parte arrivi tutta questa pazienza che, alla fine, ha la meglio. Una sigaretta è quello che ci vuole. Ecco, sì, una sigaretta nel vicolo, fuori dal traffico di pensieri e domande senza risposta che si affacciano.
Infilo una giacca, passo vicino a lei che ancora non alza lo sguardo immersa nel suo mondo che affonda dentro l'acqua sporca del lavello.
Il freddo della serata mi colpisce, lo scanso, mi siedo sul muretto e cerco un po' di pace. Come lei. Ma la pace che cerchiamo forse è diversa. Inseguo il fumo, ne osservo i cerchi concentrici che si librano nell'aria umida. Non passa nessuno a quest'ora della sera, l'assenza di movimento mi regala un vago senso di inquietudine, accompagnato da un velo di malinconia che si spegne insieme al mozzicone schiacciato per terra. Sollevo lo sguardo e la sorpresa mista a spavento m'investe quando vedo un uomo a pochi passi da me. Prima non c'era, da dove è sbucato? È fermo, in piedi, dall'altro lato della strada, alto e magro, stretto in un cappotto grigio. Fissa la porta del retro del ristorante, come se aspettasse qualcuno. Non l'ho mai visto prima. Faccio finta di niente, la sigaretta è finita, ma resto seduta sul muretto. Lo scruto, sembra volersi nascondere dietro il bavero della giacca. Cammina incerto, un passo avanti, un passo indietro, sembra indeciso, o forse sta cercando il coraggio: per cosa? Alla fine, sembra essere arrivato a un qualsiasi dunque, probabilmente il suo, quello che lo fa diventare risoluto tutto a un tratto, perché comincia a camminare diretto verso di me. Sento la sua voce profonda, con una nota di fiducia che ripone nei miei occhi. I suoi sono vivaci, neri e asciutti, ma avvolti da un leggero tremolio che non si avverte nelle parole.
- Scusi... Lei lavora qui, vero? -
- Sì, sono la proprietaria del ristorante. Cerca qualcuno? -
La risposta rimane sospesa, quasi non osasse pronunciare nomi, come se un sì o un no potessero dare o togliere speranza in un attimo. Si guarda le scarpe, le guardo anch'io, mocassini consumati, non sono scarpe da città, né eleganti. Le mani in tasca come se avessero il compito di sorreggere uno scheletro prossimo allo schianto. Pochi secondi d'attesa che, però, sembrano attraversare un mare di dubbi e incertezze.
- Chiara lavora qui? -
La domanda mi fa corrugare la fronte. Chi sei, cosa vuoi da lei? Lo penso ma non lo dico. Prendo tempo mentre i suoi occhi mi fanno la radiografia. Vorrei che ci fosse un tasto, "pause", per fermare la scena e darmi il tempo di riflettere, quasi volessi capire se quest'uomo rappresenti un pericolo per lei. Forse è da lui che fugge, forse è per lui che soffre. Rimango sospesa in quella risposta mancata quando Chiara esce dalla porta del retro, lo fa con un certo impeto, come se volesse venire a chiarire con me l'incidente della serata, il suo essere andata in corto circuito. Ma rimane ferma, sulla porta, tra la luce delle cucine e il buio del vicolo.
Si guardano. Immobili. È evidente che si conoscono. È evidente che lui fosse l'ultima persona che lei si aspettasse di trovarsi davanti. È evidente che qualcosa li unisce e li distanzia allo stesso tempo: un amore finito? Un dolore? Un tradimento? Cosa? All'improvviso, che io sia presente sembra l'ultimo dei loro problemi. Assisto alla scena come se fosse l'ultimo atto di un dramma teatrale, quando aspetti il colpo di scena che risolva tutto: un corrersi incontro per abbracciarsi, un gesto di rabbia, lacrime o risa, gioia o dolore. Ma non succede proprio niente in quel fotogramma, un fermo immagine senza colonna sonora, dove gli occhi non si mollano e sono attraversati da mille pensieri. È questo che io vedo.
È lui che, a quanto pare, prende coraggio. Senza avvicinarsi a lei, sembra una forma di rispetto, ma si capisce che quei corpi, in un tempo che non so definire, erano stati uno.
- Chiara... -
Sembra una supplica, ne avverto la profondità di un dolore che chiede perdono e chiede il permesso di fare un passo avanti verso una donna che, capisco, non so chi sia, né da dove venga, né perché sia lì. Forse dovrei alzarmi e rientrare, lasciarli soli, mi sento un'intrusa in mezzo a due anime che si devono confrontare.
Ma resto lì, ferma, come loro. Non mi sento di lasciare quel posto di spettatore che è diventato quasi quello di un arbitro pronto a intervenire se si scatenasse la rissa.
- Come mi hai trovata? -
- Elena, mi ha detto lei dove ti sei nascosta... -
Un lampo di disappunto appare e scompare sul viso di Chiara, distoglie gli occhi da lui per un attimo, quell'attimo che lui afferra al volo per fare due passi nella sua direzione. Mi alzo, pronta a intervenire, non so nemmeno in quale caso, e se fosse un violento? E se lei fosse scappata da lui per proteggersi? I pensieri vanno più lenti delle sue gambe e l'uomo senza nome cerca di abbracciarla.
- Vattene! Non ti perdonerò mai. Vattene... -
Come se fosse invecchiato di colpo, un uomo che avevo stabilito potesse avere sui trentacinque anni appare un vecchio con le spalle ingobbite, il passo incerto, il volto trasfigurato dalla delusione e dalla tristezza.
Chiara gli gira le spalle e rientra nel locale. Lui, vinto, si allontana per il vicolo verso la strada principale da dove arrivano i passi e i rumori del sabato sera. Una nebbiolina lo avvolge a mano a mano, fino a quando lo vedo svoltare l'angolo, senza sapere chi sia, senza sapere chi sia stato, senza sapere cosa sia successo tra loro.
Non so perché, mi alzo e mi metto a correre verso di lui. Verso la fine di quel vicolo che sembra, d'improvviso, lungo e infinito. Arrivo alla strada, giro nella sua direzione, ma non lo vedo più, inghiottito dall'andirivieni dei passanti. Quasi arresa, lo cerco ancora con lo sguardo e all'improvviso lo vedo, appoggiato a un muro, piange.
Attraverso, mentre le automobili passano da destra e da sinistra, vado verso di lui, lo abbraccio d'istinto e l'uomo fa lo stesso, piange piange e ancora piange. Si aggrappa a me, una straniera nella sua vita che non conosco. Non c'è tempo per chiedersi se sia giusto o sbagliato, se in qualche modo stia facendo qualcosa che non dovrei, tipo immischiarmi in affari che non sono certo miei, ma aspetto che si calmi, mossa da un moto di compassione.
- Come ti chiami? -
- Alessandro... -
- Io sono Giulia. Dai, ti va di bere qualcosa? -
- Io non volevo... è stato un incidente... non volevo... -
Una mano sulle spalle, cerco di rincuorarlo, anche se non so nemmeno quale sia la storia, la loro storia, e andando contro ogni ragionevolezza e mia attitudine che non è certo quella di occuparmi dei fatti degli altri, lo prendo a braccetto e lo guido verso un bar un po' defilato, non di quelli alla moda, per cercare calma e tranquillità. E per cercare le parole adatte. Le sue, quelle che voglio sentire, ascoltare.
- Vieni, Alessandro, entriamo qui e beviamo qualcosa. Raccontami la tua storia. Ti ascolto. -
Stefania Convalle
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