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Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Gabriele Venerina
Titolo: L'Eco del Maestrale
Genere Romanzo
Lettori 255 1 9
L'Eco del Maestrale
Stefano era il ragazzo più bello e ambito dalle adolescenti e ragazze da marito del paese. Alto, abbronzato, capelli neri folti e leggermente ondulati, sguardo dolce e accattivante. Lo adoravano. Non aveva nulla da invidiare alle celebrità cinematografiche. Era amico di tutti, aperto, cordiale e di animo buono. Anche lui era venuto via dalla sua terra. Aveva ricevuto la chiamata al servizio di leva con sede a Mantova. Era partito a malincuore dall'isola, aveva salutato la famiglia e promesso alla fidanzata di scriverle ogni giorno. Arrivato sulla terraferma sentì qualcosa scattargli dentro... Sentì sprigionarsi in lui una forte spinta verso l'ignoto, verso una vita nuova e avventurosa. Dopo un difficile periodo di adattamento, cominciò a inserirsi nei gruppi di giovani durante le libere uscite. Conobbe altri ragazzi provenienti dal sud Italia e strinse amicizia anche con alcuni coetanei del posto. Nelle scorribande serali spesso finivano per cercare compagnie femminili. Aveva lasciato Caterina in lacrime e le aveva promesso eterno amore, ma giorno dopo giorno il ricordo di lei si faceva sempre più sbiadito. Erano gli anni della contestazione giovanile, dell'anticonformismo e della lotta femminile per diritti fino a quegli anni negati. Le ragazze erano emancipate e sfrontate, Stefano non riusciva a resistere al loro fascino. Disinvolte e rivoluzionarie con i capelli al vento, minigonne e sigarette in bocca, giravano fra i locali e manifestavano nelle piazze. Erano disponibili e propense a nuove conoscenze. Stefano, alla fine del servizio militare, si era ben inserito nella realtà cittadina e quando dovette salutare i compagni di leva e le ragazze che aveva conosciuto, promise a se stesso di tornare al più presto. Tornato nell'isola, Pietro e Carmela notarono il cambiamento del figlio. Sbuffava per ogni nonnulla, aveva da ridire su tutto, la vita che aveva lasciato prima di andare a Mantova gli stava troppo stretta. Anche con gli amici faceva lo sbruffone raccontando delle sue avventure e della vita di città. Subito dopo il suo arrivo, una mattina di fine giugno, mentre Stefano aiutava Pietro nella raccolta dei capperi, sentì gridare da dietro il muretto che delimitava il fazzoletto di terra. - Vigliacco, non hai avuto il coraggio di venirmelo a dire di persona che non mi vuoi più. Ma come hai potuto farmi questo? Che tu sia maledetto per sempre! Stupida io che ho creduto nel tuo amore e ti ho aspettato! - Stefano corse mentre lei scappava via piangendo a dirotto. Pietro guardava la scena muto e impassibile, poi scuotendo la testa si abbassò e continuò il suo lavoro. - No, non è come pensi, ascoltami... Io ti voglio bene. Siamo cresciuti insieme... Scusami ma non ho avuto tempo di venirti a trovare - cercò di spiegarle Stefano. - Sei uno stupido ipocrita, hai raccontato a tutti delle tue avventure galanti con le ragazze di città, mi fai schifo! Mi hai resa ridicola di fronte a tutto il paese - gli gridava Caterina piangendo. - Vattene via, torna da loro, non voglio vederti mai più, miserabile, ti odio! - gli urlò in faccia con gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia. Gli sputò in faccia con tutta la forza che aveva in corpo e si mise a correre giù per il sentiero verso casa. Stefano, visibilmente scosso, tornò a casa. Antonietta, che stava preparando il pranzo, lo sentì arrivare e uscì fuori. - Che è successo, papà dov'è? Perché hai quella faccia? - gli chiese preoccupata. Stefano raccontò l'accaduto alla sorella. Antonietta non poté fare a meno di sbottare innervosita. - Ma come hai potuto, fare questo a Caterina? Adesso capisco, lei mi aveva raccontato che non riceveva più lettere da parte tua ed era preoccupata, se lo sentiva che la stavi tradendo, però non voleva crederci. Ti amava troppo. Sognava ancora il momento in cui vi sareste sposati. Caterina, oltre che la tua ragazza è anche amica mia e mi addolora sapere che tu la faccia soffrire in questo modo - si fermò un attimo ma continuò dopo un attimo inviperita come se fosse stata lei a subire l'oltraggio. - Voi uomini tutti uguali, ma chi vi credete di essere? Guarda, io rimarrò zitella, voglio essere libera e non intendo subire le angherie e i tradimenti di un uomo. - Stefano si girò di scatto e con un'irruenza che non gli era usuale uscì fuori sbraitando ad alta voce. - Ma basta! Sono stufo di sentirmi dire quello che devo o non devo fare. Non ce la faccio più a stare in questo posto. Non sopporto più nessuno di voi. Me ne vado via e sicuramente non tornerò mai più. Non metterò mai più piede in quest'isola. - Si sedette sulla panca di pietra, guardò il mare cosparso di riccioli bianchi, mentre sferzate di vento gli schiaffeggiavano il volto e le nude braccia muscolose e abbronzate. Dopo essersi calma- 168 to disse con la voce velata di tristezza: - Mi dispiace per Caterina, non volevo farla soffrire così. Sono stato un vero cafone. Ma sono giovane, voglio godermi la vita, non voglio diventare vecchio prima del tempo, non me la sento di impegnarmi seriamente con una donna. Non voglio avere una nidiata di figli. Qui, in quest'isola, ancora siamo indietro anni luce rispetto al nord. Antonietta, se sapessi quante persone ho conosciuto, quante nuove realtà... I giovani si riuniscono, si divertono, sono liberi da vincoli di ogni genere. Si accoppiano e si lasciano senza problemi. Ballano, cantano, combattono per la libertà dal potere che ci vuole sovrastare. - Era un fiume in piena mentre raccontava con una strana luce negli occhi della trasformazione sociale e culturale che era in atto nel continente. Antonietta, seduta sul muretto di fronte a lui, ascoltava attenta. Pensò che le cose stavano cambiando anche nell'isola. Le notizie arrivavano. Si sapeva delle proteste di piazza, delle nuove mode e tendenze. Non erano proprio lontano dal mondo. Da tempo era arrivata la televisione e la gente si riuniva nei circoli o al bar per vedere i programmi in voga sui canali nazionali. La radio trasmetteva tutte le novità e le notizie dal mondo. Non erano così distanti dal progresso che avanzava velocemente. Avevano anche il telefono a casa. Ma 169 gli isolani erano ancora legati alle loro usanze, alla vita semplice e regolata dalle usanze e tradizioni. La vita isolana era regolata dai principi delle famiglie tradizionali. Il susseguirsi delle stagioni con i lavori, i raccolti, i riti e le credenze erano ancora punti fermi per le nuove generazioni. Provò una strana angoscia nell'ascoltare le parole di Stefano che ormai viveva un ideale che non apparteneva alla realtà di quella terra. Un ideale che forse non prospettava orizzonti sereni neanche altrove. Fu distolta dai propri pensieri dalle parole di Stefano. - Parto, vado via. - Un brivido freddo le attraversò la schiena, anche se la giornata era calda e soleggiata. - Stefano, che fai? Andiamo, le ragazze ci aspettano! Siamo in ritardo! - gridò Paolo all'amico che si stava finendo di preparare. Stefano uscì dalla sua stanza. Vestiva un paio di pantaloni a zampa di elefante e una camicia floreale attillata. Se qualcuno della sua famiglia l'avesse visto, non l'avrebbe riconosciuto subito. Si era fatto crescere la barba e i capelli. Era dimagrito e lo sguardo era distaccato e sfuggente. - Andiamo. - Uscirono e Stefano chiuse la porta dietro di sé. Stefano era arrivato da qualche mese a Milano e condivideva un piccolo appartamento con l'amico Paolo. Si conoscevano sin da ragazzi, entrambi nati e cresciuti nell'isola. Paolo, di due anni più grande di lui, era andato via da Pantelleria e lavorava con un impresario edile, suo lontano parente. Lavorava nel cantiere, nella manutenzione e costruzione della viabilità cittadina. Quando Stefano l'aveva chiamato, gli aveva fatto sapere che c'era tanto lavoro e che poteva salire anche lui. Decise di trasferirsi definitivamente a Milano. La signora Elvira, proprietaria dell'appartamento, la mattina in cui era venuta a riscuotere la mensilità dell'affitto aveva trovato Stefano in cucina che faceva colazione. Si era arrabbiata e aveva minacciato di sbatterli fuori tutti e due. All'inizio era stata un po' restìa nel decidere se affittare a un terrone, ma alla fine aveva visto in lui un bravo ragazzo e dopo mille raccomandazioni gli aveva dato le chiavi di casa, una delle quali era di non portare assolutamente a vivere con lui altra gente. Neanche se fossero stati parenti o amici. Non si fidava delle gente del sud. Erano sporchi, casinisti e piantagrane. Affittava a Paolo solo perché vedeva in lui un ragazzo tranquillo ed educato. - Adesso vi butto fuori a tutti e due! Come ti sei permesso di ospitare altra gente. Guarda come avete ridotto la casa. Sembra un campo di accampati. - La stanza era in disordine, c'era roba dappertutto e la puzza di fumo era nauseante. Piatti sporchi e spazzatura ovunque. Paolo si scusò e la pregò di lasciarlo rimanere, avrebbe pagato di più per l'affitto mensile. Le spiegò che l'amico era arrivato la sera prima e avevano festeggiato, ma avrebbero messo a posto tutto e pulito. Elvira passò da uno all'altro con lo sguardo e li vide spauriti e disorientati. Pian piano la sua collera sbollì. - Va bene, vi do ancora una possibilità. Per questa volta non vi butto fuori. Comportatevi bene e tenete a posto la casa. - Stefano e il suo amico arrivarono al circolo, nella cantina di un grande edificio in via Ripamonti. Una nube di fumo offuscava la vista, qualcuno strappava malinconiche note a una chitarra mentre un gruppo di ragazze con fiori e nastri nei capelli si muoveva pigramente guardando nel vuoto e tirando boccate di fumo da una sigaretta che passava di mano in mano. Stefano si fece largo e, guardando qua e là, intravide fra le altre una ragazza alta con la gonna lunga fino ai piedi e una camicia di merletto. Fra i capelli biondi, una ghirlanda di fiori colorati. - Ciao, come ti chiami? - - Liliana. Lilly, per gli amici. E tu? - rispose, buttando fuori una nuvola di fumo dopo averla aspirata da una sigaretta. - Stefano - rispose lui, sorseggiando birra. A un tratto, qualcuno chiese l'attenzione e iniziò a parlare di rivoluzione, cambiamento, libertà. - È tempo di uscire fuori dagli schemi e da ogni imposizione, nessuno ci può dire quello che è giusto o sbagliato, la vita è nostra e dobbiamo viverla come ci pare e piace. - Tutti applaudivano e inneggiavano. Alcuni intervennero portando le loro esperienze e aggiungendo idee. Distratto da quell'intervento, Stefano perse di vista Liliana. La cercò ancora nella penombra del locale fumoso, ma non riuscì a trovarla. Stefano rivide Liliana a un raduno hippy, a Genova, su una spiaggia del litorale. Era andato con Paolo e altri amici, con una Prinz verde che aveva comprato con i primi guadagni e che aveva dipinto con grandi fiori colorati e figure astratte. Con quella piccola utilitaria raggiungevano i luoghi di raduno, ogni volta in posti diversi, per cercare l'ebbrezza del momento, bevendo e fumando, suonando la chitarra e cantando melodie d'importazione anglosassone. Vivevano l'atmosfera rivoluzionaria della contestazione giovanile insieme ai giovani universitari e agli operai senza distinzione di casta e provenienza. Dovevano sentirsi tutti uguali e condividere le forze contro il capitalismo. I giovani scendevano in piazza vestiti in modo eccentrico, condannavano l'ipocrisia e il benessere ostentato della borghesia. Era il periodo dei figli dei fiori, della guerra in Vietnam, i ragazzi del sud emigravano al nord o all'estero per trovare lavoro e realizzare i propri sogni. Anche Liliana partecipava alle manifestazioni di piazza; con i suoi amici si spostava in altre città dove vi erano gruppi di hippy che passavano le serate cantando e fumando erba. Era stata lei a fare il primo approccio. Aveva più volte incrociato lo sguardo di Stefano che la fissava come ipnotizzato. Guardava quella ragazza semplice e disinibita. La dolcezza del suo viso lo colpì subito appena la vide. Indossava una gonna lunga di cotone colorato con grandi margherite stampate e una camicia trasparente con volant di pizzo. Aveva mazzolini di fiori nei capelli, cantava in inglese una canzone di Joan Baez, mentre al centro del gruppo qualcuno coperto da un ammasso di capelli dondolava sulla chitarra facendo vibrare le corde con le dita inanellate. A un tratto Liliana smise di cantare e si avvicinò a Stefano, gli tese la mano. - Vieni... Vieni con me. - Lui si alzò e la seguì estasiato, con il cuore che gli martellava nel petto. - Dobbiamo raccogliere la legna per il falò, aiutami. Ci siamo già visti, vero? Ti chiami Stefano. Di dove sei? - - Vengo da una piccola isola del sud. - - Quale isola? - - Pantelleria. Ti ho cercata, l'altra sera, dopo che ci siamo presentati. Ma non ti ho più trovata. Tu sei di Milano? - - Sì. Sono nata e vivo a Milano. - Continuarono a raccontarsi, ridendo e scherzando. Raccolsero bracciate di legnetti e frasche e tornarono dal gruppo. Intanto si era fatto buio e accesero un grande falò. Erano in tanti, venuti da diverse città, ma li accomunava l'amore per la vita e per la rivoluzione. Spogliati di tabù e remore, si unirono nella melodia della pace e degli ideali condivisi insieme agli altri convenuti al raduno. Cantarono e ballarono, qualcuno azzardò un bagno nelle acque fredde del mare completamente privo di ogni indumento. Stefano e Liliana si appartarono in un angolo di spiaggia. Dopo aver fatto l'amore si addormentarono. Allo spuntar del sole Stefano cercò la ragazza ma non la trovò. La cercò fra il mucchio, la trovò che discuteva animatamente sugli ultimi avvenimenti della manifestazione in America e nelle altre città europee, le andò vicino e le si sedette accanto. Parlarono a lungo, poi Stefano le offrì un passaggio per tornare a Milano. I due continuarono a vedersi. Partecipavano insieme alle manifestazioni di piazza ed erano sempre presenti ai raduni del movimento. Un giorno Stefano le comunicò che sarebbe partito per l'America con Paolo e altri amici. Lui e Paolo erano stati licenziati per le loro idee sovversive e per le continue assenze. La sera spesso facevano tardi e tornavano a casa appesantiti dall'alcol e dal fumo. La mattina faticavano ad alzarsi per presentarsi sul posto di lavoro e spesso spegnevano la sveglia per rimettersi a dormire. Alla fine il capo li aveva licenziati dicendo loro che c'era tanta gente che cercava un'occupazione, gente seria e con la testa sulle spalle, non capelloni ubriaconi e sempre in cerca di guai. Stefano raccontò del licenziamento senza rammarico, in fondo era stufo di lavorare con pale e cemento tutto il giorno. Era giovane e voleva godersi la vita, aveva tanto sentito parlare dell'America, di chi aveva fatto fortuna cominciando dal nulla. - Liliana, io e Paolo conosciamo degli amici che sono partiti un anno fa. Hanno detto che lì il lavoro c'è e che per i primi tempi ci daranno un alloggio finché non ci mettiamo in carreggiata. L'America, capisci? Andiamo in America! Se qualcuno me l'avesse detto qualche anno fa, non ci avrei creduto! L'America è il sogno che si realizza. Là c'è libertà e possibilità di crearsi un futuro svincolato da pregiudizi e sottomissione al potere. - Parlava con voce concitata e piena di un'enfasi che Liliana non conosceva. Gli occhi gli brillavano per l'eccitazione. Gesticolava, sbracciandosi e cercando di rappresentare con parole e gesti il suo sogno Americano. Liliana si mise a piangere, non voleva perderlo, lo amava, aveva imparato a conoscerlo, era diverso dagli altri, aveva un carattere cordiale, era prodigo con gli amici, con lui si era sempre sentita sicura e protetta. E poi le piaceva da morire. - Vengo con te - disse d'impulso - sposami. - Stefano la guardò e rimase disorientato. Era innamorato di lei. Era la prima ragazza verso la quale sentiva un forte sentimento e alla quale si sentiva legato in modo completo. Però non voleva e non se la sentiva di fare quel passo. Non ci aveva mai pensato. Stavano bene insieme, condividevano ogni cosa e tutto sembrava perfetto. Entrambi credevano nella libertà, sposarsi era da persone conformiste, legate alle tradizioni. Stefano rimase disorientato da quella richiesta. Liliana proveniva da una famiglia della borghesia milanese. I genitori, pur non condividendo le sue battaglie e le idee, la lasciavano fare. Aveva ventisei anni, era iscritta all'università ed era sempre stata una ragazza educata ed equilibrata. Spesso chiudevano un occhio, quando usciva e rimaneva fuori tutta la notte. Ormai, anche se erano preoccupati, avevano rinunciato a discutere. Lei diceva che era ormai maggiorenne e che dormiva da una compagna di università. In realtà passava le notti a casa di Stefano. Paolo andava a dormire da qualche amico o dalla sua ragazza e lasciava loro l'appartamento libero. - Scordatelo, non ti daremo mai il nostro consenso! - gridò il padre di Liliana, paonazzo in viso. - Ti abbiamo sempre lasciata libera di fare quello che volevi, ma questo no, non lo possiamo accettare. Tu non sai a cosa vai incontro! - Liliana guardava dispiaciuta la madre che si asciugava le lacrime. - Come puoi pensare di andare all'altro capo del mondo con un giovane scapestrato che neanche conosci! La vita non è tutta rose e fiori, come pensi, fuori da questa casa. Cosa ti potrà dare un fannullone senza lavoro? Un conto è che tu frequenti questa gente sporadicamente solo per passare il tempo, un altro conto è andartene di casa per un ideale assurdo. La libertà non è vestirsi in un certo modo, farsi crescere capelli e barba e protestare contro tutto e tutti. La libertà è ben altro. - - Mamma, papà, vi voglio bene... Ma lo amo e vi assicuro è un bravo ragazzo. Mi ama. Voglio andare con lui, cercate di capirmi... - cercò di spiegare Liliana scoppiando a piangere. Aveva da poco comunicato alla famiglia che voleva sposare un giovane operaio proveniente dal sud. Voleva andare con lui in America. Per i genitori fu un fulmine a ciel sereno. I genitori avevano altri progetti per lei. Alla loro unica figlia avevano dato una buona educazione, era cresciuta nelle migliori scuole ed era iscritta al secondo anno nella facoltà di storia e filosofia. Avevano fatto grandi progetti per lei, che avrebbe ereditato l'azienda di famiglia. Già pensavano a un futuro matrimonio con il figlio di un ricco industriale amico di famiglia che, anche se non si era dichiarato apertamente, continuava con regali e discorsi a metà per far capire il suo interesse per la ragazza. - Se esci da questa casa per seguire il tuo barbone squattrinato venuto dal sud, sappi che sarai diseredata e non farai più parte di questa famiglia - dichiarò con voce dura il padre. - Neanche le preghiere di tua madre ti aiuteranno, questa volta - continuò, guardando la moglie che si copriva la bocca con un fazzoletto bianco, singhiozzando. Liliana, piangendo, scappò fuori dal salone e si andò a chiudere nella sua stanza. Passò una notte insonne pensando alle parole della madre che tanto amava. Era molto legata a lei e non avrebbe voluto recarle dolore. Ma sentiva forte il richiamo per il suo amore. L'idea di vederlo partire e forse di non rivederlo mai più, non poteva sostenerla. Quella notte decise di partire senza il loro consenso. Si alzò prima dell'alba, mise poche cose in una sacca da viaggio. Indossò un paio di jeans e un maglione logoro e stinto. Era il mese di novembre e faceva freddo. Trovò un giubbotto e ci si infagottò dentro. Uscì dalla sua stanza cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare i suoi. Aprì la porta di casa e la richiuse dietro di sé lentamente. Scese le scale, salutò il portiere che ebbe appena il tempo di chiedere meravigliato: - Signorina, dove va a quest'ora? È ancora buio e fa freddo! - Non ricevette risposta. - Si copra bene - continuò preoccupato uscendo dal gabbiotto. L'aveva vista crescere, quella bellissima bambina adesso diventata donna, ma era sempre fragile e destava sentimenti di protezione. Liliana andò verso il suo destino. Appena in strada chiamò un taxi che l'accompagnò a casa di Stefano. Suonò al citofono. Rispose Paolo con la voce impastata di sonno. - Ma chi è a quest'ora? Ma non dorme, la gente, di notte in questa città?! - - Sono Liliana, aprimi. - La ragazza salì le scale e arrivò al terzo piano. Stefano l'aspettava sul pianerottolo. - Ma che hai fatto? Che ci fai qui a quest'ora? - Era ormai sveglio e anche preoccupato. - Vengo con te. Non farmi altre domande ti prego, è tanto difficile già così, fammi entrare... - disse implorante Liliana. Stefano era rimasto di stucco, si scosse e le lasciò libero il passaggio. Liliana entrò in casa, scostò una sedia, si sedette sull'orlo appoggiando il braccio sul tavolo e tenendo nell'altra mano la sacca con i suoi indumenti. - A che ora parti? - - Il piroscafo salpa a mezzogiorno, fra un po' andiamo, ma i tuoi genitori lo sanno? Cosa ti hanno detto? Sicuro che non avremo problemi? - disse preoccupato Stefano mentre non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. - Sì, lo sanno, non ti preoccupare, sono maggiorenne e della mia vita faccio quello che voglio - lo rassicurò Liliana, alzandosi per andare a preparare il caffè. Fecero colazione insieme a Paolo che nel frattempo aveva finito di preparare la sua valigia, quando uscirono di casa era già giorno. Presero il primo treno per Genova. Arrivarono al porto. Saltarono sul primo piroscafo per gli Stati Uniti. Fu un viaggio lungo e faticoso, viaggiarono in terza classe, insieme a centinaia di altri italiani. Ognuno portava il suo bagaglio di speranze e sogni di libertà. Durante la traversata incontrarono altri ragazzi condividendo con loro pensieri e ideali. Si fecero forza l'un l'altro nei momenti di stanchezza, soprattutto quando nella traversata dell'Atlantico finirono in mezzo a una tempesta che sembrava dovesse travolgere la nave con tutti i passeggeri. Furono momenti di grande paura. C'era chi piangeva, chi pregava. Liliana, terrorizzata e tremante, si aggrappò a Stefano piangendo di paura. Lui la stringeva a sé pensando che fosse arrivata la loro ora e che non avrebbero visto le coste americane. Pensò alla sua famiglia lontana nell'isola. Aveva fatto appena in tempo a telefonare prima di partire, parto per l'America, vi scriverò appena arrivo. Dopo venti giorni di viaggio videro la terra. Stefano e Liliana, abbracciati, guardavano la città che si avvicinava sempre più al loro sguardo. Nel nuovo mondo una nuova vita li aspettava. Ad attenderli c'erano i loro amici che li ospitarono per i primi giorni. Ma l'ospitalità durò per poco, si dovettero attivare per cercare soluzioni di sopravvivenza. Stefano e Liliana presero in affitto una piccola casa alle porte di Brooklyn. Non era il massimo ma si adattarono. Stefano trovò lavoro presso un'industria tessile; Liliana, che non aveva mai lavorato in vita sua, era in attesa di trovare qualcosa, anche per occupare il troppo tempo libero che aveva a disposizione. Era stata abituata a un altro tenore di vita, ma non era qualche privazione che le dava rammarico. A Liliana mancava la sua terra e soprattutto i genitori. Le mancava il loro affetto incondizionato, la loro protezione. In certi momenti la tristezza era così forte da non poterla contenere e piangeva cercando di non farsi vedere da Stefano. L'idillio che li aveva portati insieme in terra straniera si era affievolito pian piano dopo qualche mese. Lui, spesso, rimaneva fuori, frequentava locali notturni e tornava a casa ubriaco, l'indomani faceva fatica ad andare al lavoro. Ma altri problemi sopraggiunsero per i due naufraghi in terra straniera. Liliana, dopo qualche giorno di ritardo del ciclo, capì che stava portando in grembo una nuova vita. Anche perché già dai primi giorni della gravidanza cominciò a provare nausee e ad avere capogiri. Le analisi confermarono le iniziali paure. Era incinta, in un posto dove non conosceva quasi nessuno. Stefano era sempre più distaccato. Quando gli diede la notizia lui ne fu felice e l'abbracciò. La sera rincasava presto dopo il lavoro e siccome il medico aveva prescritto a Liliana completo riposo, l'aiutava in casa. Dopo una difficile gravidanza Liliana partorì una bambina gracile e minuta. La chiamarono Lucia. Fu tenuta in incubatrice per trenta giorni e quando raggiunse il peso ottimale per poterla portare a casa, i medici affidarono la bimba ai giovani genitori. Oltre alla preoccupazione per la salute della bimba c'era anche la precarietà economica della famiglia. Con il solo stipendio di Stefano facevano fatica a far fronte a tutte le spese, inoltre avevano dato fondo a tutti i risparmi che avevano.
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