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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Cinzia Zerba
Titolo: La locanda di Ester
Genere Narrativa
Lettori 425 22 9
La locanda di Ester
La promozione.
Quella mattina, come al solito, la sveglia era suonata alle 6,30. Silvia si era affrettata a vestire Giada e le aveva preparato la colazione. Appena il tempo di prepararsi un caffè ed era cominciata la solita corsa: a scuola e poi subito a prendere il treno per Milano.
Silvia aveva quasi quarant'anni, ma non li dimostrava. Alta più della media, occhi nocciola, ciò che colpiva maggiormente in lei era la grazia del portamento, malgrado il carattere schivo e piuttosto introverso.
Era euforica. Mentre viaggiava in treno ripensava alla carriera e alla sua vita: aveva un lavoro che le piaceva in una grossa multinazionale e proprio per quella mattina era stata convocata dal direttore del personale. Quante volte aveva fantasticato, immaginando quell'incontro! Dopo anni di sacrifici, finalmente veniva ripagata: le spettava la promozione a capo ufficio. Era impeccabile nel suo tailleur grigio, con la gonna appena sotto al ginocchio e la camicetta avorio, che le faceva risaltare l'incarnato olivastro.
Erano ormai le undici e Chiara, la segretaria, l'aveva chiamata per farla accomodare nella saletta in attesa dell'arrivo del direttore: luogo che conosceva molto bene, dove si formalizzavano accordi importanti, ordini da centinaia di milioni di euro e dove lei accompagnava i suoi clienti per stipulare i contratti.
Le sudavano le mani, era agitata e al tempo stesso felice per la tanto agognata promozione. Sapeva di meritarsela, grazie alla sua abnegazione per il lavoro; più volte aveva ricevuto apprezzamenti di stima dai superiori.
Mentre aspettava, sfogliando nervosamente la rivista presa nella pila di giornali appoggiata sul tavolo, improvvisamente, senza capire per quale strano meccanismo mentale, aveva ricordato la sera in cui da ragazzina aveva sentito forte il desiderio di scrivere. Aveva sempre amato la scrittura. Già alle scuole elementari si cimentava in brevi poesie: alla sera si rintanava nella sua camera, prendeva carta e penna e cominciava a scrivere per ore e ore. La madre ne perdeva le tracce subito dopo cena, per rivederla comparire appena prima del bacio della buonanotte. In genere, le piaceva scrivere di argomenti allegri, come le avventure che capitavano in classe con i suoi compagni, oppure dei giochi che coinvolgevano gli amici del cortile sotto casa.
Ma non sempre: una sera aveva scritto anche della morte.
La breve poesia, intitolata Una ghirlanda di fiori, era dedicata a una amica scomparsa, una grande amica. In tutti i sensi. Silvia era solo una ragazzina di tredici anni e la sua amica una donna di quaranta, ma quel rapporto era così intenso, così forte, che per lei non era importante la differenza di età. Si chiamava Nadia, era bella, bionda, gentile e molto, molto dolce. Era una sua vicina di casa. A Silvia piaceva giocare con lei e con i suoi gattini. Nadia, con la sua grazia e il suo amore per gli animali, le aveva insegnato ad amare tutte le creature, senza distinzioni di specie. Le era entrata nel cuore perché aveva quel raro dono che poche persone hanno: saper ascoltare. Silvia aveva mille dubbi e perplessità che una ragazzina può avere e Nadia sapeva confortarla nei momenti tristi. Quando morì, per lei fu un duro colpo. Per l'ennesima volta si trovava di fronte a un abbandono.
Perché, mamma? Aveva chiesto. Perché questa cosa terribile sta succedendo proprio a Nadia?
Aveva provato un pesante senso di colpa perché, felice e spensierata, quell'estate aveva trascorso le vacanze in Grecia, mentre Nadia era già ricoverata in ospedale. Ma la vita va così e la donna se ne andò in quella calda estate di quegli anni ottanta, senza che Silvia potesse né vederla né sentirla per un'ultima volta.
In quello smarrimento totale, aveva preso carta e penna e aveva cominciato a scrivere quella prima poesia, una ghirlanda di fiori, ultimo pensiero per l'amica. Da quel momento, si accorse che scrivere era per lei l'unico modo per sfogare la rabbia per le cose della vita che non vanno come dovrebbero, o perlomeno come lei avrebbe voluto.

Persa nei suoi pensieri, sentì la porta aprirsi. Il direttore, un bell'uomo leggermente stempiato, sulla cinquantina, entrò e la salutò con una stretta di mano. La smorfia che aveva stampata sul viso tradiva un certo imbarazzo. Era appena rientrato a Milano, dopo una settimana in Francia alla sede centrale della compagnia. Non era un uomo particolarmente intelligente, ma aveva avuto le giuste conoscenze che al momento opportuno aveva potuto invocare per il salto di qualità, diventando così HR di tutta la divisione Europa. Per la verità non era neanche di saldi principi morali, aveva avuto parecchie relazioni extra coniugali con impiegate delle varie sedi e per questo era anche stato soprannominato l'avvoltoio.
Silvia era nervosa e impaziente, per l'agitazione e la gioia al tempo stesso.
Il cuore simulava la galoppata di un cavallo imbizzarrito.
- Signora Zucchi, immaginerà, vero, il motivo per cui l'ho fatta convocare oggi? -

Con la voce rotta dall'agitazione, era riuscita solo ad accennare un timido sì.
Certo che lo immaginava, aveva aspettato per anni quel momento e ora finalmente era arrivato.
Così il Direttore aveva proseguito ed era apparso più rilassato.
- Bene, come saprà sono rientrato ieri dalla Francia dove stanno praticando alcuni tagli al personale, dovuti alla grave crisi che ormai è a livello mondiale. Mi rammarica, la cosa, gliel'assicuro, ma l'input che ho ricevuto è quello di cominciare a tagliare personale anche in Italia. Purtroppo il suo reparto sarà oggetto di riorganizzazione. -
Non riusciva a credere alle proprie orecchie, fu come se una spada l'avesse trafitta in pieno petto.
Il Direttore, cogliendo lo sgomento sul viso di Silvia, proseguì.
- Abbiamo dovuto accorpare la sua area con quella di Gentile, ora non esisteranno più due aree distinte ma una che comprende Germania e Austria. L'unico modo per resistere alla crisi è di contenere i costi, anche del personale. Gentile diventerà il nuovo area manager della Area 20. -
Ma come era potuto accadere? Perché? Si sentiva gettata come un oggetto vecchio e inutile. Era sicura di meritare quella promozione... Dopotutto era stato proprio il suo capo, Fulvio, a rassicurarla sul suo avanzamento di carriera. Silvia, ci siamo quasi, vedrai questo è l'anno buono! Sono contenti di te, sei sempre così efficiente e disponibile.
Con gli occhi gonfi di lacrime, riuscì solo a dire: - Ma perché proprio io? -
- Lei è una professionista valida e responsabile, non è una questione personale, sa. E poi, veramente, ci sarebbe anche un altro problema... Lei attualmente ha un part-time e l'azienda ha bisogno che la carica di capo ufficio venga ricoperta da qualcuno che non abbia grandi impegni familiari, e che si possa dedicare per otto, nove, dieci ore al giorno all'ufficio. Mi spiace mi creda. Comunque, le devo chiedere di rimanere in azienda fino a dicembre, il tempo di completare le trattative in corso e poi sarà esonerata. -
Non era riuscita a trattenere le lacrime, anche se avrebbe voluto tanto riuscirci. Un ultimo moto d' orgoglio l'aveva portata a protestare.
- Quando Lorenzi sarà messo al corrente, ne riparleremo. -
- Signora Zucchi, Lorenzi ne è già al corrente, non avrei potuto riorganizzare l'ufficio senza informarlo prima. Mi dispiace. -
Silvia, in un attimo, si sentì crollare il mondo addosso. Era scoppiata in lacrime, sentendosi tradita due volte.
Era stata congedata e con la morte nel cuore, era tornata alla scrivania, al secondo piano del grosso edificio, alla periferia di Milano. Era ormai l'ora della pausa di pranzo, ma oltre a quell'amaro boccone, non sarebbe riuscita a ingoiare altro.
Come era possibile che Fulvio Lorenzi, che conosceva da anni e considerava un amico, le avesse nascosto una cosa simile? Ma soprattutto, che ne era stata dell'amicizia che li legava, dai tempi della scuola? E poi, le rassicurazioni sull'imminente promozione?
Silvia era furiosa di rabbia.
Non appena alle 14:00 rientrarono gli altri colleghi dalla pausa, si precipitò nell'ufficio di Fulvio Lorenzi, con gli occhi rossi, e il viso ancora segnato dalle lacrime che avevano ormai sciolto il trucco intorno agli occhi. Non ci fu neanche bisogno di parlare, lo sguardo di Silvia incrociò quello di Fulvio, che imbarazzato, abbassò la testa.
- Mi fai schifo, per te l'amicizia non conta niente, vero? Potevi almeno avvisarmi, stronzo. -
- Silvia, lascia che ti spieghi... -
- Non importa, lascia stare. -
Per quel giorno il supplizio era durato abbastanza, riprese il treno per tornarsene a casa.
Durante il viaggio di ritorno lasciò che le lacrime scendessero copiose dai suoi occhi, noncurante delle persone presenti nello scompartimento. Non poteva fare a meno di ripensare a tutta la sua carriera, alla gavetta fatta nella prestigiosa ditta della sua città, poi all'incarico che le avevano offerto nella società concorrente appena aperta, fino ad approdare alla grande multinazionale francese, i cui uffici commerciali si trovavano alla periferia di Milano. Aveva fatto moltissimi sacrifici per guadagnarsi la stima di colleghi, capo e management, lavorando diligentemente, in ufficio e da casa. Aveva accettato di ampliare l'orario di lavoro, che in un primo tempo era di sole quattro ore giornaliere. Il cellulare rimaneva acceso fino alle otto di sera, a disposizione di clienti italiani ed esteri. La sua dedizione per il lavoro era totale, riteneva che questo fosse il solo modo giusto di fare: con correttezza e serietà. In nome del suo lavoro era arrivata addirittura a trascurare molti aspetti legati alla vita familiare, di cui poi si sarebbe pentita. Non esistevano hobby per lei, perché non ne aveva il tempo: il sabato e la domenica erano interamente dedicati alle faccende domestiche.
Ma lei era felice così, perché era orgogliosa del suo lavoro.
E mentre il turbinio di pensieri le faceva esplodere la testa, non poteva fare a meno di constatare che la questione che più la offendeva, in tutta questa faccenda, era il tradimento dell'amico e collega, che lei credeva sincero.
Fulvio aveva pochi anni in più di lei e avevano frequentato lo stesso istituto scolastico: molti dei loro amici erano comuni. Era sempre stato una persona brillante, ironica, divertente, anche se, negli ultimi tempi, traspariva dai suoi occhi un'indecifrabile tristezza a cui Silvia non sapeva dare un motivo preciso. Negli anni in cui non si erano più frequentati, aveva saputo che il padre si era ammalato ancora giovane e che Fulvio non aveva superato del tutto il lutto, tuttavia non aveva la certezza che quella vena di malinconia fosse dettata da ciò e non dal matrimonio che ormai stava naufragando.
Immersa così nei suoi pensieri, sembrava che il treno avesse raggiunto in minor tempo il piccolo paese dove viveva.
Scese dal treno e s'incamminò verso la scuola di Giada.

Cinzia Zerba
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