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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Autore: Mary Charlotte Otero
Titolo: La grande strega
Genere Fantasy
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La grande strega
I vecchi Saggi.
Athara

Il vecchio Saggio si alzò in piedi in tutta la sua artritica possanza.
"Il tempo è giunto, ormai" dichiarò con decisione, attirando su di sé l'attenzione degli astanti.
"È ora di chiamare la Grande Strega.”
I presenti posarono lo sguardo altrove nel tentativo di digerire quella cruda realtà, mentre un pesante silenzio riecheggiò nella grande sala.
Era davvero giunto il momento.
Iniziava il conto alla rovescia: tutto sarebbe cambiato, nulla sarebbe stato più come prima.
In quel luogo segreto erano presenti sette persone.
Sette soltanto.
Cinque di questi erano vecchi dalla lunga tunica nera e arancione, con colletto bianco e cappuccio a punta, sotto la quale ricadevano spalle più o meno ricurve.
Colui che aveva appena parlato non era il più vecchio, bensì il più saggio.

I suoi profondi occhi azzurri ricordavano la bellezza di un tempo, i capelli lunghi e lisci, del colore della neve, erano estremamente ben curati, mentre un pizzetto di straordinaria lunghezza, anch'esso bianchissimo, pendeva dal suo volto raggrinzito.
Accanto a lui un altro vecchio, che indossava degli stranissimi occhiali dalla montatura color verde pisello che gli conferivano un'aria tra il saggio e il faceto e attiravano l'attenzione a tal punto che, senza di essi, sarebbe passato inosservato.
Alla sua sinistra erano presenti altri due vecchi che si assomigliavano come due gocce d'acqua, uguali eppure diversi.
Erano seduti l'uno accanto all'altro, vicinissimi, perché avevano un braccio in comune; i loro occhi erano del color della pece mentre un neo sporgeva sotto l'occhio destro dell'uno e il sinistro dell'altro, rendendoli terribilmente inquietanti.
Difficilmente parlavano e solitamente lo facevano insieme: la frase, iniziata dal primo, veniva conclusa dall'altro... e viceversa. Loro erano i Gemelli Siamesi.
Il volto dell'ultimo era rugoso e bitorzoluto.
Zoppicava, gravato da un'enorme gobba che troneggiava su una schiena arcuata: era sconcertante vederlo muoversi sulle proprie gambe, eppure era lì, sempre in piedi... e non passava certo inosservato!
Nessuno conosceva il nome dei Grandi Saggi, residuo di un'antica usanza, ma le usanze col tempo, si sa, diventano tradizioni e le tradizioni vanno rispettate.
Seguiva poi un giovane uomo dalla pregiata tunica azzurra sulla quale spiccava il ricamo di

un drago nero dalle enormi ali spiegate e dalla
vampata di fuoco che fuoriusciva dalle fauci.
Il giovane aveva occhi blu che ricordavano le profondità dei mari in tempesta, mentre sul braccio sinistro spiccava un'enorme cicatrice.
Al suo fianco, in piedi, si ergeva un giovane con l'armatura, ma senza elmo né scudo e con la spada costretta nel fodero.
Gli occhi castano scuro con pagliuzze dorate, i capelli corti dello stesso colore, gli zigomi sporgenti e quello strano tatuaggio che spuntava da sotto l'armatura lo facevano sembrare il bello e misterioso cavaliere delle favole, mentre lo sguardo, così serio e burbero allo stesso tempo, accresceva l'appetito delle donne e non solo di quelle giovani.
Il salone era particolarmente spazioso, eppure incombeva un'atmosfera soffocante. Non c'erano finestre, solo due portoni al momento rigorosamente chiusi.
I Cristalli di Luce, pietre lucenti che illumnavano le arcate del soffitto, accumulando la luce solare e rilasciandola lentamente nel tempo, erano ormai quasi privi di vita.
I presenti si illudevano che il buio potesse occultare i loro sussurri, nascondere le loro paure e far loro guadagnare tempo.
Speranza vana!
Sulle pareti si intravvedevano affreschi di combattimenti tra draghi, unicorni e creature fatate, un mondo scomparso tra le pagine del tempo. Al centro della sala si ergeva un grande tavolo di faggio, rotondo e massiccio, intorno al quale si sarebbero potute sedere più di una ventina di persone, ma la maggior parte delle sedie erano vuote e infelici.

Il Saggio con la Barba Lunga riprese il discorso: se davvero i tempi erano così stretti come si sperava non fossero, urgeva affrontare le cose il prima possibile.
"Altezza!" disse il saggio rivolgendosi al giovane dalla tunica azzurra. "Nemici da Est e da Sud minacciano i nostri territori. Hanno già saccheggiato molte delle nostre città e non si fermeranno. Il Regno è davvero in pericolo più di quanto non lo sia mai stato. La Magia"- sottolineò quest'ultima parola con fervore - "è il nostro problema. Loro posseggono una Magia molto potente e noi abbiamo assoluto bisogno di tutta la forza a nostra disposizione per respingerli. Abbiamo bisogno della Strega. Senza contare che..."
Si interruppe per una manciata di secondi che sembrarono un'eternità e scrutò con attenzione i presenti, a uno a uno: alcuni abbassarono il capo, come se sapessero ma non lo volessero ammettere, altri, più coraggiosi, annuirono, esortandolo a proseguire.
Il vecchio riprese il monologo interrotto, rivolgendo nuovamente l'attenzione verso Sua Altezza, scandagliando le profondità di quegli occhi blu con il suo sguardo penetrante.
"Abbiamo interrogato le Stelle e gli Astri, dopo l'unica visione che ci è stata concessa dal Mytrow. Credeteci, quando vi diciamo di non essere mai stati più sicuri di così nel preannunciare tempi bui.
Guerre. Distruzione. Battaglie.
La terra brama sangue e cambiamenti.
Lo ribadisco: è giunta l'ora dell'Antica Profezia. Il fulcro di tutto è la Strega, la più potente Strega mai esistita. Dovremo scendere a patti con lei, perché è lei che possiede il potere, un potere immenso, per noi inimmaginabile. C'è in ballo qualcosa che supera di gran lunga la sola salvezza del nostro Regno. Tutta Thuatha De Dannan è in pericolo. Senza la Strega, saremo carne da macello."
Sua Altezza s'incupì, mentre un'espressione di sconcerto gli si dipinse sul volto.
"Mio signore, sta a voi ora prendere la decisione giusta, noi abbiamo parlato" annunciò infine il Saggio, accasciandosi sulla sedia.
Le parole del Principe esordirono chiare e dirette, come il suo status imponeva, sebbene nella sua testa regnasse il caos.
"Siete proprio sicuri di quello che state dicendo, Saggi?"
"Sì, lo siamo!" risposero quasi in coro. "Lo siamo".
"Quanto tempo abbiamo ancora secondo i vostri calcoli?" li interpellò nuovamente Sua Altezza.
"Poco tempo, mio signore, davvero poco" mormorò sottovoce il Saggio con gli Occhiali Sghembi.
"È caduto un altro dei nostri avamposti a Sud di Kells e si mormora di strane figure incappucciate che si aggirano per il Regno con lunghi mantelli neri e con il volto coperto. Il popolo è spaventato. I messaggeri non giungono a destinazione.
Cacciatori e mercanti raccontano di strane bestie dagli occhi rossi che si aggirano nel buio delle foreste, nutrendosi di sangue. Purtroppo, i racconti nascondono sempre un fondo di verità..."
"Mia madre uscirà di senno quando lo saprà!" sospirò Sua Altezza, premendosi freneticamente le tempie con la mano. "Sempre che non ne sia già al corrente" azzardò con cinico sarcasmo,

palesando la poca fiducia che riponeva ormai da anni in colei che avrebbe dovuto risolvere i problemi del Regno e non crearne di nuovi per soddisfare i suoi egoistici capricci e appagare la sua venale cattiveria.
"Dannazione! Questa non ci voleva proprio!" imprecò.
Con autorevolezza si rivolse all'uomo in armatura al suo fianco.
"Dunkan, tu sei il Generale, uno dei pochi di cui mi fido ciecamente e il mio unico amico. Affido a te questa missione. Portami qui la Strega. Cioè... fai in modo che venga, senza usare la forza... Santi numi, usa il tuo charme! Hai capito cosa intendo!" sbottò, decisamente infastidito per non essere stato in grado di trovare parole più appropriate, fingendo di non accorgersi di come l'amico si stesse divertendo del suo imbarazzo.
"Partirai questa notte stessa, quando la città dormirà, con quattro dei tuoi uomini più fidati. Per il resto fai ciò che vuoi. Mi fido. Voglio solo che torni con buone notizie e possibilmente con la Strega."
"Sarà fatto. Ma dove si trova la Strega?" domandò perplesso Dunkan.
"A Ovest, oltre la Foresta Nera, nei Territori Indipendenti, sotto le montagne. Dovrebbero esserci vari agglomerati di case" rispose il Saggio con la Gobba, indicando il percorso sulla mappa.
La sua voce, bassa e roca, faceva rabbrividire.
"Terre di nessuno, non troppo pericolose se si è solo di passaggio, ma presta lo stesso molta attenzione. Sono protette a Ovest dalle alte cime delle catene montuose di Mordurel e Dardian. Lì la Magia è potente e antica. È là che

troverai la Strega, preceduta dalla sua fama... o sarà lei a farsi trovare. Adesso va'! Il tempo stringe" concluse con enfasi.
Dunkan annuì, pronto a partire, quand'ecco che una mano gli si appoggiò sulla spalla ed egli si arrestò: Sua Altezza aveva qualcosa da aggiungere.
"Generale Dunkan, un'ultima cosa. Prendi questa!"
Malinconico e preoccupato, il Principe estrasse dalla tasca sinistra una chiave nera dalla forma strana, legata a una piuma dello stesso colore.
"Presentala al vecchio delle scuderie, solo a lui! È la chiave per aprire la stalla segreta dove tengo custoditi i Neri. Voi cavalcherete i Principi. Loro hanno bisogno di farsi una bella corsa e voi di correre più veloci del vento."
Il Generale Dunkan prese la chiave con la stessa delicatezza con cui avrebbe sfiorato il seno di una donna: quello era un grande dono.
"Stai molto attento!" lo ammonì preoccupato il
Principe.
Quello si prostrò in un pomposo inchino, chiaramente provocatorio, riuscendo a strappargli un sorriso.
"Ai suoi ordini!"
Quindi uscì dalla stanza a grandi passi.
Il Principe si ritrovò dunque da solo e con gli
sguardi dei Saggi puntati addosso.
"Lo so, non guardatemi così. È compito mio trattare con mia madre, come è sempre stato, ma solo dopo che saranno partiti. Su questo non transigo" sottolineò con enfasi.
"Quella mi sbudellerà!" concluse.

"Oh non ne dubito!" lo punzecchiò il Saggio con la Barba Lunga. "Ma se le budella sono le vostre e non le nostre, ci va anche bene!"
Gli altri vecchi risero sotto i baffi.
Il Principe lo fulminò con un'occhiata severa, poiché sua madre ne sarebbe stata davvero capace.
Aveva imparato a sue spese a conoscere il mostro che albergava in lei.
Decise di propria iniziativa che la Sovrana ne sarebbe stata informata solo il giorno seguente, ma i Saggi non avevano bisogno di leggere nelle Stelle per intuire i suoi sotterfugi.
Tacquero, perché anche loro avevano a cuore la sorte del Regno.
La scelta di concedere al Generale i Neri, leggendari per la loro velocità, oltre che per la bellezza e l'indomabilità, aveva il duplice scopo di permettere ai cavalieri di correre veloci come il vento e di non permettere a sua madre di mandare qualcuno a interferire con la loro missione.
La rapidità dell'esecuzione era essenziale.
La strada che un cavallo sarebbe riuscito a percorrere in venti giorni, un Nero la copriva in due; era una creatura magica capace di cavalcare per giorni senza soste e senza fatica.
Il giovane Principe si alzò, raccattando nervosamente le proprie carte dal grande tavolo. "Che la fortuna ci assista!" borbottò, uscendo a sua volta a grandi passi.
Aveva ancora poche ore di tempo per trovare le parole più appropriate per rabbonire ancora una volta la Vecchia Arpia.

TUFFO NEL PASSATO
Albanimue

Era ormai passato molto tempo da quella terribile notte d'inverno di dodici anni prima, eppure il Saggio Ardeth ricordava tutto, come se quegli avvenimenti fossero accaduti solo qualche giorno prima.
Ricorreva il solstizio d'inverno e le terre a Sud, come ogni anno, erano ricoperte di neve e ghiaccio.
Primavera, estate e autunno si concentravano in poche settimane, mentre il freddo inverno regnava incontrastato per la maggior parte dell'anno.
Quel giorno il gelo, tagliente come lame di spade, preannunciava l'inizio della tormenta.
Anni e anni addietro era vissuto uno scienziato che, nelle più profonde segrete del Palazzo del Ghiaccio di Alba, aveva creato un laboratorio con macchinari provenienti dal Mondo Antico, con lo scopo di creare l'arma perfetta, lo Yama.
giorno, dei mercanti provenienti da paesi lontani riferirono racconti terrificanti su una grande torre, incredibilmente alta e nera, che troneggiava sulle Terre Ghiacciate del Profondo Sud.
Narravano storie di mostri che camminavano co me ombre, giorno e notte, rapendo uomini e bambini, di ritrovamenti di corpi deformi e di animali sbranati da creature mai viste prima che non appartenevano al nostro mondo.
Nessuno metteva più piede in quelle terre, nemmeno i mercanti osavano attraversarle, preferendo altre vie, per la sicurezza dei loro affari e delle loro vite.
Si mormorava che uno scienziato pazzo creasse, nelle più profonde segrete dell'alta torre, degli esseri disumani destinati a sconvolgere l'equilibrio del paese.
C'era qualcosa in quelle terre che devastava i villaggi ai confini del Regno, uccideva gli uomini e rapiva i bambini, qualcosa che al Re di Albanimue, saggio uomo sulla sessantina, faceva gelare il sangue nelle vene.
Era tornato.
"È lui!" disse soltanto. "Me lo sento. Dobbiamo agire immediatamente."
Il popolo di Albanimue era abituato al freddo; era un Regno dove l'inverno sedeva sul trono per quasi undici mesi l'anno, ma in quei mesi nulla si fermava, né il lavoro né la guerra.
Il Re ordinò all'esercito di partire e fu così che, il giorno del solstizio d'inverno, le truppe reali giunsero ai piedi dell'enorme torre, maestosa e inquietante, proprio come i racconti che l'avevano descritta, dalle linee squadrate e completamente nera: impossibile non notarla, considerando quanto alta si erge- va. 'Babele' fu chiamata.
Ai suoi piedi era stato schierato un esercito di circa cinquecento uomini, pronti alla battaglia: lo scienziato pazzo li stava aspettando.
Lo scontro era imminente.
Anche se i nemici erano in numero nettamente inferiore, diedero filo da torcere all'armata, massacrandone circa la metà.
Quelle creature erano come possedute e assetate di sangue, massacravano e trucidavano con una forza e una maestria che lasciarono l'e- sercito di stucco; combattevano a petto nudo come bestie in un circo, mettendo in mostra cicatrici e bruciature d'ogni genere.
I loro occhi rilucevano come rosse fiamme di fuoco; di tanto in tanto alcuni di loro impazzivano, come se qualcosa fosse esploso al loro interno.
Allora cominciavano a tremare, vomitando uno strano liquido bianco, e cadevano a terra, morendo tra atroci tormenti.
Quei corpi non avevano più niente di umano. Quel morbo andava estirpato.
Alla fine, anche se con molta fatica e con innumerevoli perdite, la torre fu conquistata.
Quanti giovani morti per la vanità di un pazzo!
Il Re, che aveva partecipato in prima persona alla missione, mise a soqquadro ogni stanza, ogni segreta, ispezionò ogni cunicolo alla ri- cerca dello scienziato, ma di lui nessuna traccia.
Nell'ultima stanza della torre, fu trovato un bambino di circa otto anni, tremante e infreddolito, legato a una parete di metallo con delle catene talmente grosse e pesanti che avrebbero tenuto fermo persino un toro; inoltre cerchi di metallo gli stringevano il cranio
e bracciali arrugginiti gli bloccavano i polsi.
Sulle sue braccia erano tatuati simboli profani, sul cui significato il Re non volle si indagasse, desideroso com'era di far dimenticare al mondo qualunque cosa avesse a che fare con quel pazzo.
In quello che probabilmente era uno studio, furono trovati progetti e appunti con disegni di strani macchinari; il ragazzino vi era indicato come cavia n° 963.
Il Re fece bruciare tutto e rase al suolo la torre di Babele.
Era la seconda volta che si scontrava con lui ed era la seconda volta che riusciva a sfuggirgli.
Sapeva bene chi fosse, ma non rivelò mai quel segreto ad anima viva, portandoselo così nella tomba.
Fu un errore madornale!
Il bambino fu subito slegato e staccato da quel macchinario infernale, ma nessuno ebbe cuore di ucciderlo, in fondo si trattava solo di un bambino.
Probabilmente quella creatura non avrebbe dovuto vivere, ma quel giorno era stato versato fin troppo sangue e il Re non volle macchiarsi di un ulteriore crimine, spezzando la vita a un innocente.
Questi ignorava che cosa albergava in quel corpo minuto, coperto di cicatrici.
Fu così che lo caricarono su un cavallo, ancora indecisi sul da farsi.
Durante il ritorno verso Albanimue, il bambino

non parlò né si lamentò, ma dimostrò di saper fiutare il sangue meglio dei cani da caccia e di provare un'assoluta freddezza nei confronti della morte.
Aveva occhi profondi, viola scuro, che inquietavano a tal punto che nemmeno il Re era in grado di sostenerne lo sguardo.
Fu indetta una riunione, cui parteciparono le cariche più prestigiose e sagge del Regno, ma nessuno fu in grado di prendere una decisione in merito al bambino: sembrava umano, se non fosse stato per quegli occhi, per quel suo strano modo di comportarsi e per tutte quelle cicatrici.
Il Saggio Ardeth ruppe il silenzio, sovrastando la perplessità Generale.
"Forse tutto dipende dal modo in cui è stato cresciuto. Se noi gli insegnassimo a vivere civilmente, anche questa creatura, che ai nostri occhi sembra bramare solo il sangue, potrebbe cambiare. Per questo, mio signore, non ho cuore di ucciderlo."
Fu così che gli fu concesso di vivere.
A posteriori, il Saggio considerò quelle sue stesse parole l'errore più grande della sua vita, per quanto ora i tempi siano cambiati e quella creatura si sia rivelata tristemente necessaria!
La riunione terminò tra cenni di assenso e, mentre i Consiglieri si apprestavano ad alzarsi, ecco che apparve una bambina di circa cinque anni, dai capelli biondi come i raggi del sole.
Entrò correndo nella grande sala, tenendo stretto tra le braccia un orsetto di pezza e si lanciò tra le braccia del Sovrano, chiamandolo con dolcezza papà.

Era la Principessina, unica figlia avuta dalla moglie ormai defunta, viziata e riverita come esigeva il suo rango, dal carattere dolce e affettuoso, ma ferma e decisa allo stesso tempo: sarebbe stata un degno successore al trono del padre.
Subito l'attenzione della bambina si rivolse allo strano bambino, dal corpo martoriato, poco più grande di lei; gli si avvicinò, leggiadra come una farfalla, senza che gli altri riuscissero a frenare in tempo il suo entusiasmo infantile.
Bridhshid, Dea del Destino, tesse le sue trame in maniera apparentemente distorta e confusa, ma prima o poi tutto torna. Quell'incontro avrebbe segnato, anni dopo, le sorti del Regno.
"Ciao! Il mio nome è Margot e il tuo?" domandò lei con entusiasmo.
Il bambino non le rispose, ma la scrutò con quei suoi occhi maledetti, sguardo che la bambina resse con estrema naturalezza.
Lei indossava un bellissimo vestito bianco, tutto ricami e pizzi, e profumava di ciliegia.
Lui era sporco, quasi completamente nudo, e odorava di sangue e di sudore.
Lui le si avvicinò di alcuni passi, sotto l'occhio vigile e preoccupato dei presenti, e l'annusò fino a riempirsi le narici di quel delicato profumo, come un rapace con la sua preda.
"Il tuo sangue ha un buon odore. Vorrei assaggiarti, Margot" esordì.
Aveva una voce alquanto profonda e roca per un bambino della sua età e questo avrebbe dovuto far intuire ai presenti che all'interno di quel corpo di fanciullo già albergava un qualcosa che tutti loro avrebbero dovuto temere.
La Principessina rimase perplessa, senza afferrare il reale significato di quelle parole.
"Ho un buon odore perché mi sono appena fatta il bagno. Anche tu dovresti fartelo, perché sei tutto sporco, sai? E se ti lavi, dopo possiamo giocare insieme, se mio papà ce lo permette."
Il bambino rise di gusto, guardando la fanciulla con gli occhi di un falco che sta per ghermire la preda e questo al Re non piacque. A nessuno dei presenti piacque.
Margot, unica erede al trono, era sacra e che proprio un bambino così piccolo infangasse con uno sguardo da adulto quel fiore, Usignolo del Regno, per il Sovrano era preoccupante.
Un Generale si avvicinò con prontezza ai due bambini, prese il maschietto per i capelli e lo trascinò fuori dalla stanza, mettendo fine all'incontro.
"Andiamo. Ti troveremo qualcosa da fare" sbottò di malumore, ma lo sguardo del Piccolo Demone rimase per sempre fisso sulla sua Principessina.
Passarono gli anni, quel bambino crebbe e diventò un soldato, il più sanguinario dei cavalieri e il più gelido tra gli uomini, ma pur sempre un uomo, che mai distolse lo sguardo dalla sua preda.
Molti lo temevano e pochi osavano avvicinarglisi; in battaglia combatteva da solo, come una furia.

Demone dagli Occhi Viola, lo chiamavano, e forse lo era per davvero.
Nel frattempo, il Regno entrò in guerra, nemici ignoti oltrepassavano i confini, depredando e razziando.
La guerra si estese, di battaglia in battaglia, come un morbo, consumando il paese dal suo interno.
Passarono pochi mesi e il Sovrano morì, mentre tornava da una battaglia.
Toccò alla Principessa prendere le redini del potere e continuare il lavoro del padre. Aveva solo quattordici anni.
Nel frattempo, si era instaurata una strana amicizia tra la Principessa e il Demone dagli Occhi Viola.
Lei gli aveva insegnato come comportarsi con gli altri, anche se lui rifiutava le regole e non riconosceva i ranghi; in cambio, quando lei alle serate di gala si sentiva morire di noia e tristezza, lui la faceva ridere con il suo comportamento eccentrico.
Ma mai, in tanti anni, erano rimasti da soli,
neppure per un attimo.
Il ragazzo divenne uomo e l'uomo divenne il più forte tra i combattenti di tutto il Regno.
Le poche volte che distoglieva la sua attenzione dal sangue o dal sesso, il Demone la rivolgeva in lontananza alla sua preda, per guardarla crescere e sbocciare.
Negli anni, il Demone dagli Occhi Viola, che rispondeva al nome di Donovan, si era circondato di un piccolo gruppo di combattenti della sua stessa risma; si trattava dei più forti e sanguinari guerrieri di tutto l'esercito, ragazzi senza famiglia ed esclusi dalla società

che vivevano per il sangue, bramavano l'eccitazione dei campi di battaglia e obbedivano unicamente a lui.
Donovan non ascoltava nessuno e nessuno riusciva a contenere la sua irruenza, nessuno tranne lei, la Principessa Margot.
Non si capiva perché, ma a lei dava retta... o
almeno ci provava!
Di tanto in tanto lei lo invitava nelle proprie stanze per prendere un tè con i biscotti; lui lo beveva con riluttanza e sgranocchiava qualche biscottino che lei gli preparava, sen- za mai ammettere che per quelli andava matto.
Restavano poco tempo insieme e con loro c'era sempre il Saggio Ardeth in persona.
Diceva che, per tradizione, la Principessa non doveva restare da sola con un uomo, ma la realtà era un'altra: nessuno si fidava di Donovan e del suo sguardo e non avevano tutti i torti.
Eppure, era incontestabile che il Demone, dopo quegli incontri, era più trattabile e manteneva la calma anche per parecchie settimane, riuscendo quasi ad assoggettarsi all'autorità.
Quello era l'unico motivo per cui gli era ancora concesso di vederla: del resto non aveva mai tentato di farle del male.
Era passato circa un anno dalla morte del Re, allorché lo zio della ragazza, fratello di sangue del defunto, di cui da tempo non si avevano più notizie, riapparve, appropriandosi pian piano, pezzo dopo pezzo, delle redini del Regno, che, a suo parere, gli spettava di diritto.
Margot ne era impaurita, ma non era intenzionata ad abbandonare il suo popolo nelle grinfie di quell'uomo assetato di potere assoluto e incontrastato.
Lei, l'Usignolo, fu rinchiusa nelle proprie stanze, privata del potere e della libertà.
Da ora in poi, è storia attuale.

BUONE NUOVE
Lorcan

La ragazza si introdusse nella camera della Principessa Cerere, chiudendosi la porta alle spalle con delicatezza, senza far rumore e si diresse verso la figura minuta che sedeva accanto al caminetto.
Questa si voltò.
Era una ragazza sui tredici anni, molto bella, dai capelli scuri, gli occhi verdi e la carnagione chiara, leggermente abbronzata, mentre una spruzzata di lentiggini sulle gote le illuminava il viso.
Indossava un paio di pantaloni viola e una canottiera scollata del medesimo colore, mentre le spalle erano coperte da una giacca di delicato velluto nero, lunga fin sotto le ginocchia e legata in vita da una cintura con un grande fiocco.
"Ho notizie, Principessa" annunciò la nuova
arrivata, con grande agitazione.
Quest'ultima indossava un vestito rosso molto elegante, i suoi occhi erano neri e profondi, mentre i capelli, sciolti sulle spalle, le conferivano un'aria molto matura.
Il viso era rotondo, le sue guance ricordavano

quelle di uno scoiattolo, mentre la pelle era
incredibilmente chiara, color del latte.
In quel momento, tutto in lei, dallo sguardo al respiro affannoso, faceva trapelare agitazione e inquietudine.
"Dimmi tutto!" ordinò perentoriamente Cerere, senza mezzi termini. "Nessuno riesce a sentirti qui, lo sai. Nemmeno le spie di mio padre. Ce la faccio ancora a mantenere la riservatezza nella mia stanza!" sbuffò.
Quelle parole calmarono l'amica, che riferì quanto doveva.
"Sembra che tuo padre ce l'abbia fatta, finalmente. Hanno trovato ciò che cercavano, l'ultimo sopravvissuto dei Bevitori di Sangue. Cioè, l'hanno trovato già da parecchi mesi, ma sono riuscita a sapere dov'è. È nelle più oscure segrete del Palazzo del Fuoco, a Lorcan, nella stessa cella in cui era stata rinchiusa tua madre, prima della sua fuga" sussurrò, come se non volesse pronunciare quelle parole, consapevole che avrebbero solamente infervorato ancor di più l'amica.
"Bene, meglio ancora. Più semplice di quanto avessi potuto sperare!" esclamò entusiasta. "Abbiamo pure l'accesso diretto. Questa sera voglio vederlo. Preparati e vestiti in modo appropriato.”
"Cerere, capisco l'odio che provi verso tuo padre e la tua ostinazione nel disubbidire a ogni costo, ma questa volta mi sembra che esageri. È pur sempre un Bevitore di Sangue. Tremila soldati sono morti prima di riuscire a catturarlo. È un demone. Una bestia. Io non voglio andare a trovarlo" protestò, piagnucolando, come era sua abitudine.
Ma le sue lamentele non furono prese in considerazione.

"Tu verrai con me perché non voglio andarci da sola. Inoltre, potrebbe essere che non sia poi tanto male. Abbiamo accesso al passaggio segreto che porta direttamente alla cella. Perché non andare a curiosare?" la punzecchiò.
"Perché potrebbe essere pericoloso. Ti basta come motivo? Se mi avessero scoperto a origliare, tuo padre mi avrebbe già fatto saltare la testa. Non voglio vedere quella creatura. E se poi ci scoprono o si accorgono che qualcuno è stato là?" bisbigliò impaurita e tremante.
"Non preoccuparti, Michelle. Non ti ho chiesto di guardarlo né di uscire dal passaggio segreto, ma solo di accompagnarmi. Va bene? Non credo che mio padre ti ucciderebbe, forse potrebbe torturarti, ma poi ti permetterebbe di tornare da me, quindi non preoccuparti!"
"Non voglio essere torturata!" protestò, impaurita.
La Principessa rise di gusto e riportò l'attenzione su quanto stava facendo prima che l'amica entrasse.
Si rannicchiarono insieme davanti al caminetto e si lasciarono avvolgere dal dolce tepore della fiamma.
Mary Charlotte Otero
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