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Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
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Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Writer Officina
Autore: Daniele Marassi
Titolo: Amici
Genere Horror
Lettori 226
Amici
Federico e Mattia scesero alla fermata dell'autobus di via Flavia, un viale lungo e largo a più corsie, illuminato su ambo i lati della strada da file di lampioni che sparivano progressivamente fino alla zona industriale di Trieste.
Federico si sentì avvolto dal caldo torrido di quell'estate, l'aria ferma e pesante sembrava avere il potere di fermare il tempo. Aveva bevuto parecchio quella sera, ma adesso in lui la fase euforica si era del tutto esaurita e gli si chiudevano gli occhi. Camminò a fatica fin sotto la pensilina e si stravaccò sulla panca in ferro, ritrovandosi a fissare, sul vetro temperato, un manifesto strappato a metà che pubblicizzava la nuova apertura di un supermercato. Appoggiò la testa sul pannello in plastica grigia, si accese una sigaretta e singhiozzò: dallo stomaco risalì un'acidità che gli causò bruciore fino in gola.
- È mezzanotte passata. Torniamo a casa? - domandò all'amico, che stava intonando ad alta voce un canto fascista.
- Faccetta nera, bell'abissina! - Mattia, come tutte le volte che era alterato dall'alcol, e spesso anche quando era lucido, era nervoso e su di giri. Smise di cantare, un rutto senza ritegno fu seguito da un conato di vomito andato a vuoto, sputò poi a terra un grumo carnoso, probabilmente un rimasuglio del kebab che aveva divorato qualche ora prima. - Molto meglio! - esclamò, pulendosi la bocca sull'avambraccio. - No, è ancora presto, io voglio fare festa. Stasera spacco tutto! -
Federico si strofinò gli occhi e sbadigliò. - E allora perché hai insistito per tornare verso casa? Sai che da queste parti non c'è uno straccio di bar. -
- Ti sbagli! Questo rione pullula di locali pieni di pollastre mature e sbronze che non aspettano altro di essere rimorchiate. Cinquantenni, separate e alcolizzate. Le migliori! Non hanno nulla da perdere, te le scopi e poi ci pisci addosso. Guarda lì. - Mattia indicò, dall'altra parte della strada, l'insegna al neon verde del “Green River”, un pub di quartiere, intorno a questa svolazzava una miriade di insetti.
- No, Mattia, là no. Conosco il proprietario, è un amico di famiglia. -
- E allora? -
- Non vorrei rimediare qualche figuraccia... - gli rispose, pensando che non avrebbe voluto che Mattia gli facesse fare una figura meschina, come quella che gli aveva fatto fare in centro città qualche ora prima: fuori dal Draw in via Torino, entrambi avevano rischiato di prenderle di santa ragione da un gruppo di ragazzi dopo che Mattia aveva importunato la fidanzata di uno di questi. E ancora: erano stati cacciati entrambi dal gestore di un locale nel rione di Cavana perché Mattia, dopo aver bevuto l'ultimo sorso di birra, aveva rotto il boccale di proposito, lanciandolo a terra e attirando così l'attenzione di tutti i presenti; aveva persino litigato con l'autista dell'autobus dopo che si era acceso una sigaretta ignorando il divieto di fumo.
Federico si sforzava di giustificare i comportamenti violenti e inopportuni del suo amico, ma ci riusciva solo in parte. Lo conosceva fin da quando era bambino e sapeva bene cosa aveva passato. Aveva vissuto fino ai sedici anni con suo padre, un disoccupato che beveva dalla mattina alla sera. Ricordava ancora quando Mattia si era presentato a scuola con il volto tumefatto ed era svenuto durante la lezione. Gli insegnanti avevano contattato gli assistenti sociali, ma il padre l'aveva fatta franca: Mattia aveva confermato la sua versione dei fatti, ovvero - È caduto dalle scale - . Ma accadde anche di peggio. Alle elementari, era arrivato in classe con il volto segnato dal pianto e gli occhi lucidi. Non riusciva a star seduto sulla sedia senza emettere gemiti di sofferenza, che soffocava mettendosi una mano sulla bocca. Continuava a ripetere di stare bene. Solo alcuni anni dopo Federico si era fatto un'idea di cosa potesse essergli accaduto.
Mattia guardò Federico con un gran punto interrogativo disegnato sul volto.
- Ma che figuraccia vuoi fare? Dai, andiamo! - Non diede tempo all'amico di aggiungere altro, si diresse barcollando verso l'altro lato del marciapiede, senza guardare la strada.
Un uomo in motorino rallentò per non tirarlo sotto. - Idiota! - gli urlò dietro e Mattia gli mostrò il medio, fissandolo con gli occhi spiritati, un ghigno diabolico sul volto.
Forse Mattia ci sperava di essere investito. Federico riusciva a cogliere il suo malessere, gli sembrava di percepire il peso che portava nel petto e non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscito a sopportarlo. Forse era proprio per via della pena che provava per lui che continuava a essere suo amico, si rendeva conto di essere diverso e di avere interessi del tutto diversi dai suoi. Sospirò, si alzò e lo seguì.
Osservando gli adesivi scoloriti di una marca di birra che Federico non conosceva, al centro delle due vetrine rettangolari contornate da luci verdi come quelle dell'insegna, gli venne in mente la ricorrenza di San Patrizio. In effetti, pensò tra sé, mentre una goccia di sudore si fermava sulla tempia, per i clienti abituali di quel posto era sempre San Patrizio, trecentosessantacinque giorni all'anno. Il giovane sbirciò attraverso la vetrata punteggiata di macchie di pioggia asciutte che avevano lasciato delle piccole orme grigiastre, mentre dal locale uscivano le note di “Hey You” dei Pink Floyd.
Si vedeva un po' di gente dentro. Quattro ragazzi sulla ventina stavano giocando a calcio-balilla, due uomini anziani se ne stavano seduti a un tavolo e sorseggiavano birra da un boccale. Dietro al bancone, Michele detto “Michi”, un omone alto e grasso sulla sessantina, si era appena passato le dita tra i folti capelli bianchi, mentre parlava con una donna che indossava una maglietta dei Metallica, un foulard a fiori legato alla testa e un bastardino di taglia media al guinzaglio.
Federico si voltò verso Mattia, dando le spalle alla vetrata.
- Pieno di pollastre senza niente da perdere, eh? -
- E non rompere. Arriveranno, è ancora presto. Ma te l'ho raccontato che qualche settimana fa al Vecia Istria una donnaccia mi ha fatto un pompino per cinque euro? -
Sul volto di Federico prese forma una smorfia di disgusto. - Mattia, fai schifo al cazzo. -
- Ma smettila. Su, entriamo! -
Federico esitò per qualche istante. Dava per certo che il suo amico se ne sarebbe uscito con qualche battuta infelice che sicuramente avrebbe offeso qualcuno. Peggio sarebbe stato se la battuta fosse rivolta a Michi, che conosceva da quando era bambino e che rispettava alla pari di un padre. Si fece coraggio ed entrò.

- Buonaseeera! - esordì Mattia quasi strillando, nel momento stesso in cui Federico richiudeva la porta d'ingresso.
A Federico venne una piacevole pelle d'oca: il condizionatore, fissato in un angolo sulla destra rispetto al bancone, aveva raffreddato l'ambiente a dovere. I ragazzi che stavano giocando a calcetto continuarono a starsene concentrati sulla partita, i due anziani a parlare tra di loro e la donna con il cane e il foulard a dialogare con Michi, che appena vide Federico allungò il collo con una pappagorgia degna di un tacchino, gli occhietti sporgenti luccicarono e allargò un gran sorriso che mise in mostra... quei quattro denti che gli rimanevano in bocca.
- Oh, Fede! Che piacere vederti, sei finalmente venuto a trovarmi! - L'uomo chiese alla donna di scusarlo un attimo, uscì da dietro il bancone, il suo peso considerevole mise a dura prova il rialzo in legno sul pavimento che scricchiolò in modo preoccupante, e andò ad abbracciare Federico, battendogli la mano sulla canottiera zuppa di sudore. - Come va, ragazzo mio? - Gli diede un bacio sulla testa e gli scompigliò i capelli con la mano.
- Ciao, Michi. Tutto bene. Te? -
- Si tira avanti. Cosa bevete tu e il tuo amico? Offre la casa, naturalmente. -
Federico si girò verso Mattia, che stava fissando Michi. Il sorrisetto sulle sue labbra gli fece intuire subito che stava per dire qualcosa di stupido e cattivo.
- Grazie, amico, per me una birra grande. Certo che sei proprio uno squalo, tu! -
Federico divenne rosso come un carbone ardente, la tentazione di consegnare una gomitata sul fianco all'amico. Si aspettò che Michi reagisse male, invece questo ridacchiò di gusto, mettendo ancora più in mostra quella scacchiera dove prevalevano le caselle nere.
- Sono grosso, eh? - Michi strinse i pugni e fece per pompare i bicipiti, era evidente che non aveva capito a cosa fosse riferita la battuta. - Vado a spinarvi le birre. - Diede una pacca sulla spalla ai due ragazzi e tornò dietro al banco con passo allegro, il gran pancione che ballonzolava a destra e a sinistra.
- Cazzo, quel coso assomiglia a uno dei Barbapapà! - disse Mattia a voce alta, facendo un cenno di capo verso Michi.
- Shhhh! - gli fece Federico, l'indice sul naso e il collo ritratto sulle spalle, ma non riuscì a trattenere una risatina. Per quanto le parole di Mattia fossero cattive, erano anche vere, ma si vergognò per avergli dato corda. Tornò di colpo serio e fulminò il suo amico con lo sguardo.
- Ascolta, Michi è come un padre per me, quindi evita le stronzate, grazie. -
Mattia mise le mani in avanti. - Va bene, va bene, me ne sto zitto. Però, sai quel modo di dire, quello del sorriso a trentadue denti? Tre più due fa cinque. Il tuo pseudo padre nemmeno li ha cinque denti! - Mattia scoppiò in una fragorosa risata, nel momento in cui Michi richiamava la loro attenzione e appoggiava i due boccali da mezzo litro sul banco.
Questa volta Federico non lo assecondò. - Dinne ancora una e io me ne vado. -
I due andarono a sedersi su uno sgabello al banco. La luce stanca e gialla sopra di loro rivelava sul ripiano in marmo nero degli aloni d'acqua dalla forma rotonda. I boccali di Federico e Mattia erano appoggiati sopra a sottobicchieri in cartone quadrato dagli angoli arrotondati della marca Paulaner, impregnati della birra traboccata mentre Michi glieli serviva. I due amici li afferrarono, brindarono e buttarono giù una sorsata, mentre i due anziani pagavano il conto, salutavano Michi e se ne andavano.
Federico non fece in tempo a dire qualcosa che Mattia lo anticipò.
- Guarda questa. - Afferrò il sottobicchiere e lo lanciò a mo' di frisbee verso il tavolo da calcetto. Questo volteggiò nell'aria come un aereo che andasse fuori rotto e stesse per precipitare, compì una curva e andò a colpire sul naso uno dei giocatori di calcetto, che mollò le stecche da gioco e si portò le mani sul viso.
- Ma che diavolo! - disse questo e guardò i suoi amici con aria perplessa.
- Coglione! - Federico apostrofò Mattia, tirandogli pugnali dagli occhi.
Mattia sghignazzò. Con disinvoltura, si alzò dallo sgabello e andò verso quei quattro ragazzi più giovani di lui di almeno una decina d'anni, la camminata spavalda di chi ha intenzione di attaccar briga.
- Cazzo, Mattia, torna qui! - Federico appoggiò bruscamente il boccale sul banco, la birra al suo interno ondeggiò e traboccò, colando lungo il contenitore di vetro. Corse dietro al suo amico, che si era appoggiato con le mani sul lato corto del calcetto e fissava il ragazzo che aveva colpito con il sottobicchiere.
- Te l'ho lanciato io. Speravo di beccarti in un occhio. Hai qualcosa da dire? - Mattia aveva gli occhi socchiusi, le palpebre tremanti come se fosse a un passo dal lasciarsi sopraffare da un attacco di rabbia.
Il suo interlocutore, che si stava massaggiando il naso, abbassò lo sguardo. Era calato il silenzio anche tra i suoi compagni, che davano l'impressione di essere intimoriti dal metro e ottantacinque di Mattia, i bicipiti gonfi di sollevamento pesi e i capelli rasati a zero, le guance segnate dall'acne giovanile e vecchie cicatrici gentili omaggi del padre.
Federico considerò che quei ragazzi avevano tutta l'aria di chi avesse paura della propria ombra, di chi avesse vissuto una vita in discesa e che non conoscesse la spietatezza del mondo reale. Forse per questo Mattia sembrava così arrabbiato con loro. Perché a lui non era stato concesso di vivere un'infanzia e un'adolescenza felici e tranquille? Gli tornò in mente l'immagine del suo amico che soffriva nello stare seduto.
- Mattia, andiamo. - lo esortò Federico, che lo ghermì per un avambraccio e cercò di trascinarlo via, ma Mattia si liberò con uno strattone e un grido di esaltazione, che attirò l'attenzione di Michi e della donna con il cane.
- Che succede, ragazzi? - domandò Michi, ma fu ignorato.
Mattia si precipitò davanti al ragazzo che aveva colpito con il sottobicchiere, i due ora faccia a faccia.
- Allora, hai qualcosa da ridire? -
Federico si accorse che le gambe di quel ragazzo stavano tremando. - Mattia, andiam... -
- Allora, coglione, hai qualcosa da ridire? - sbraitò Mattia sputacchiandogli in faccia, l'energia di un sergente che intende mettere in riga le sue reclute, il volto paonazzo proiettato minacciosamente contro di lui, i tendini del collo tesi come corde di violino.
- N-no. - bisbigliò il ragazzo, i suoi amici muti come pesci.
- Bravo. Ho sete. Mi offri una birra? -
- C-certo. -
Mattia sorrise compiaciuto. - Grazie! - Gli diede un paio di buffetti sulla guancia e tornò al banco, seguito da Federico. - Squalo, fai un paio di birre, offre il mio amico. - gli ordinò, indicando dietro di sé con il pollice.
Michi esitò un attimo prima di eseguire. Federico intuì che si stava innervosendo. Aspettò che si allontanasse prima di ammonire l'amico sottovoce.
- Mattia, ti avevo chiesto di darti un contegno. Ti ho detto che Michi è un amico di famiglia e tu mi stai facendo fare una gran figura di merda. -
- Ma smettila, ti ho appena fatto guadagnare una birra. -
- Non me ne frega niente della birra, quello che voglio è che tu la smetta di fare lo stronzo. -
- Sì, sì. -
Michi servì loro le birre e lanciò un'occhiata a Federico, che più che di rimprovero sembrava di compassione, fu come se gli avesse appena detto - Ma con chi diavolo vai in giro? - . Il giovane deglutì.
Qualche minuto dopo i quattro che giocavano a calcetto se la svignarono dal pub senza salutare. Uno di loro, andò alla cassa a pagare le due birre di Federico e Mattia. Quest'ultimo si accorse di lui e sollevò il boccale.
- Grazie per il giro, amici! -
Il ragazzo lo ignorò e se la filò prima di essere importunato.
Federico non fece in tempo a pensare che il peggio era ormai passato che Mattia si avvicinò alla donna con il cane, che adesso era seduta da sola a un tavolo, visibilmente assorta nei suoi pensieri, ma forse si stava solamente godendo “All My Love” dei Led Zeppelin, un bicchiere di whiskey accanto alla mano dalle unghie lunghe dipinte di rosso sangue, appoggiata sul tavolo in legno.
Mattia prese una sedia e la girò, si sedette cavalcioni.
- Ciao, bella. - disse alla donna.
Questa alzò gli occhi verso di lui, lo sguardo cupo.
Federico raggiunse i due e chiese alla donna se potevano sedersi lì con lei. Lei fece cenno di sì con la testa, lui le sorrise e la guardò in faccia. Il suo viso era tondo e gonfio, un pesante strato di fondotinta cercava di nascondere una quantità infinita di capillari rotti. Le sue sopracciglia erano tatuate, le ciglia finte. Federico ipotizzò che quella donna era o era stata malata di cancro e il suo aspetto il risultato di diverse sedute di chemioterapia. In ogni caso, la donna aveva l'aria di chi aveva grossi problemi e voleva essere lasciata in pace.
- Perché ti tieni quel foulard sulla testa? - le chiese Mattia, che poi sorseggiò birra dal boccale.
La donna aprì la bocca come per parlare, ma Federico udì un debole respiro secco, uno di quelli che partono in automatico quando qualcuno tocca un tasto dolente.
- Perdoni il mio amico, signora. - si scusò Federico e pestò da sotto il tavolo il piede dell'amico. - La lasciamo in pace. - Si alzò stringendo un lembo della maglietta di Mattia, ma questo oppose resistenza.
Mattia proiettò il busto in avanti e parlò a bassa voce, come se stesse per confidare un segreto. - Ascolta, che ne diresti di farmi un pompino? -
- Cosa? - esclamò la donna, gli occhi sgranati.
Federico ricevette un colpo al cuore, le sue guance in fiamme.
- Ci senti? Mi fai un pompino? Un P-O-M-P-I-N-O! - ripeté, scandendo bene le parole.
- Cosa? - disse di nuovo la donna, girandosi un paio di volte sulla mano il guinzaglio in cuoio del suo cane, che nel frattempo si era avvicinato a Mattia scodinzolando e ansimando con la lingua in fuori.
- Ma che carino! - Mattia lo accarezzò. - Me lo vuoi fare tu il pompino? -
- Mattia, adesso basta! - intervenne Federico, battendo il palmo della mano sul tavolo.
Dietro al banco, Michi lanciò un'occhiata verso di loro e Federico se ne accorse.
- Fede, se il tuo amico non si dà una calmata sarò costretto a sbatterlo fuori. - lo avvisò Michi, gli occhi puntati su di loro leggermente strizzati, le sopracciglia inarcate.
La gola di Federico si seccò di colpo. Sapeva bene che Michi, nonostante l'aspetto buffo e bonario, era uno a cui era meglio non far perdere la pazienza. Non solo per il piede di porco che teneva sotto al bancone per i casi di emergenza, ma perché era uno che, all'occorrenza, non si faceva troppi problemi a menare le mani. Inoltre era forte come un toro.
- Tu non rompere, se non vuoi che ti tiro giù gli ultimi denti. - gli urlò Mattia, continuando a osservare la signora con il foulard che guardava con apprensione in direzione di Michi, gli occhi languidi. Tirò il bastardino verso di sé, si accucciò verso di lui e lo accarezzò, come se cercasse di estraniarsi da quella situazione.
Mattia non aveva considerato Michi come una vera minaccia, pensò Federico, proprio per questo non lo stava degnando di uno sguardo.
- Ragazzo, datti una calmata o ti prendo a schiaffi. Questo è l'ultimo avvertimento. - gli disse Michi, l'assenza di tutti quei denti faceva uscire le parole dalla sua bocca tutt'altro che intimidatorie, anzi, un fischio prodotto dall'espulsione dell'aria le fece sembrare quasi ridicole.
Mattia lo ignorò. Con uno scatto, afferrò il foulard a fiori sulla testa della donna e glielo strappò via, scoprendole il cranio totalmente privo di capelli, la luce appesa sopra di loro riflesse sulla pelle lucida della donna.
La signora si portò entrambe le mani sul capo, il volto rosso quanto un peperone. A Federico sembrò di percepire tutto il suo imbarazzo, la donna cercò di coprirsi con la stessa energia che avrebbe impiegato lui se fosse rimasto completamente nudo davanti a una folla.
- Cazzo, sembri una lampadina! Allora, me lo fai questo pompino, testa di lampadina? - Mattia non poté aggiungere altro.
Michi lo afferrò per le spalle e lo lanciò di lato, facendolo cadere dalla sedia proprio nel momento in cui dalle casse dello stereo James Hetfield urlava - Master! Master! - . Federico udì il rumore della testa del suo amico che andava a sbattere pesantemente sul pavimento, mentre la donna recuperava il foulard e se lo rimetteva in testa.
- Fuori dai coglioni! - tuonò Michi, un ghigno nero sulla faccia.
Mattia si tirò, si stiracchiò il collo e si fece scroccare le nocche.
- Di' addio al tuo sorriso, vecchio. - Si lanciò contro di lui e lo colpì con un diretto allo stomaco.
Federico, fermo immobile ad assistere alla scena, vide il pugno di Mattia sparire nella pancia di Michi che vibrò come un budino, al di là della sua maglietta nera. L'uomo sollevò la mano e consegnò un sonoro ceffone al giovane, lo stesso rumore di due che si scambiano un cinque. La testa di Mattia andò tutta su un lato, se non ci fosse stato il collo a tenerla attaccata al resto del corpo, gli sarebbe schizzata via, come una palla colpita da una mazza. Mattia ripuntò lo sguardo su Michi e gli arrivò un altro schiaffo, quindi vacillò come un pugile suonato, gli occhi gli scivolarono all'indietro. Cadde sulle ginocchia e Michi lo trattenne per la maglietta.
- Fuori dai coglioni! - ripeté e mollò la presa.
Mattia si alzò con fatica e si fece largo tra i tavoli, colpì una sedia con le gambe facendola cadere. Andò verso l'uscita, guardò Michi con un'aria di sfida, mentre le guance pulsanti segnate dalle cinque dita si gonfiavano a vista d'occhio. Sollevò la mano destra, portò le dita unite sulla spalla sinistra e poi la sparò in avanti a mo' di asta per interpretare il saluto fascista, quasi volesse sputargli in faccia una parolaccia.
Federico si domandò il perché lo avesse fatto, Mattia non era fascista. Il suo amico uscì, sbattendo la porta d'ingresso con così tanta forza che ebbe paura che il vetro si frantumasse.
- Scusa, Michi. - mormorò, prima di correre dietro a Mattia.

- Che razza di posto di merda! Fanculo! - Mattia si diresse a passo pesante e incerto in direzione della zona industriale, barcollò ma non cadde. Si girò verso Federico. - Se quello sgorbio non fosse così importante per te gli avrei fatto il culo! - continuò, mostrando a Federico il pollice e l'indice messe a mo' di elle rovesciata.
Federico giurò che non gliel'avrebbe perdonata. Era stufo di tutte quelle sceneggiate dell'amico e di trovarsi sempre coinvolto nei suoi guai, anche se lui non c'entrava nulla. Non erano mancate volte in cui Federico si era addirittura preso un pugno in faccia per colpa sua - come stava per capitare qualche ora prima al Draw - o di venire bandito a vita dai gestori di locali senza che lui avesse fatto alcunché. In poche parole, si era stancato di pagare per le sue stronzate. Non ne poteva più di lui. Comprendeva tutti i suoi problemi d'infanzia, ma ciò non lo giustificava. Specialmente per come si era comportato con quella donna, avrebbe potuto avere l'età di sua madre, aveva calpestato la sua dignità e se ne infischiava. Ebbe l'impulso di tornare indietro e scusarsi al posto suo, ma ritenne che non sarebbe servito a niente.
Mattia è proprio matto da legare, pensò, mentre lo guardava avvicinarsi a una piccola edicola dove la strada si allargava, prima dell'incrocio dove iniziava la salita di via Benussi, le serrande tirate giù mostravano dei brutti disegni in stile tribale fatti con una bomboletta spray di colore rosso, prima o poi troverà quello giusto che gli farà saltare i denti. E se lo meriterà. E io farei bene a stare alla larga da lui.
Mattia raggiunse l'edicola e colpì con un pugno la serranda, che vibrò come percorsa dalla corrente elettrica. - Ahia! - strillò, mettendosi una mano sopra le nocche di quella col la quale aveva appena sferrato il pugno.
Federico poteva giurare che facesse ancora più caldo di prima e sperò in un refolo improvviso di bora che spazzasse via l'afa. Guardò Mattia, fermo immobile, come se avesse ritrovato finalmente la calma.
Meno male, si consolò Federico. In una frazione di secondo si rese conto che il suo stava invece puntando la sua prossima preda: dall'altra parte della strada, due uomini stavano avanzando in direzione del centro città, uno su una sedia a rotelle e l'altro che lo spingeva. Federico conosceva quei due di vista, erano due senzatetto che gironzolavano giorno e notte per il rione e vivevano di carità, lui stesso alcune volte aveva allungato loro qualche moneta, anche se non aveva mai osato guardarli in faccia, certa gente non si poteva, o meglio, non si doveva guardare negli occhi, forse per non lasciar trasparire la commiserazione e il senso di superiorità dati per scontati.
- Mattia, andiamo avanti. - esortò il suo amico, che sembrava attratto da quei due come un pezzo di ferro da un magnete.
- No! Guarda quei due accattoni. Adesso gliela faccio vedere io. - Mattia attraversò la strada di corsa.
- Glielo faccio vedere io cosa? - gli domandò Federico, che rabbrividì per la paura. Cos'aveva in mente Mattia di fare a quei due? Sapeva la risposta. Male. Fino a che punto si sarebbe spinto? Fuori di testa com'era in quel momento, sicuramente avrebbe potuto combinarla grossa, fare qualcosa di irreparabile di cui in seguito si sarebbe pentito per il resto della vita.
- Ehi, voi due! - chiamò Mattia i senzatetto, ma questi proseguirono per la loro strada, alla loro destra un lungo recinto metallico di colore blu sul quale si arrampicavano delle piante verdi.
Federico, che aveva raggiunto l'amico, udì che uno dei due, quello sulla sedia a rotelle, stava dicendo all'altro con una voce roca e tombale: - Non ne posso più, arriverà presto il giorno in cui mi sbarazzerò di te. -
Mattia si piantò davanti a loro e incrociò le braccia. Solo allora questi si fermarono, la sedia a rotelle cigolò e quel lamento metallico si dissolse nella strada.
Federico imprecò. - Andiamo via. Non ti è bastata la lezione di Michi? Andiamo. Via. Subito. - Si rivolse poi a quei due, guardandoli per davvero per la prima volta. - Scusateci, il mio amico e io... - non riuscì a finire la frase.
Da quei due veniva un tremendo odore di piscio misto sudore e di... merda che gli mandò lo stomaco sottosopra.
L'uomo che spingeva la sedia a rotelle era più alto di Mattia e aveva i capelli ricci, neri e uniti, sembravano un groviglio di vermi schifosi. Gli occhi scuri e sporgenti erano sbarrati come se avesse visto chissà quale orrore, quello destro era storto in modo accentuato, sembrava si stesse guardando la punta del naso; dopo il naso adunco, una piccola bocca dalle labbra screpolate come la terra sotto il sole d'estate, che teneva semiaperta a formare una piccola O. Lo sguardo di quel tipo era quello di uno che aveva la mente totalmente altrove, in un luogo lontano e irraggiungibile, di uno che non è in grado di dire cosa gli sta succedendo intorno, neanche dopo che ci fosse andato a sbattere contro con la faccia. Federico intravide una cicatrice rotonda e in rilievo sulla tempia di quel gigante e gli venne in mente una parola: lobotomia.
L'uomo in sedia a rotelle, ai lati della testa pochi capelli grigiastri, piatti, lunghi e unti, nonostante il caldo soffocante, indossava un piumino di colore verde militare, su questo innumerevoli bruciature dalle quali spuntavano fuori le piume ingiallite dell'imbottitura. Una protuberanza all'altezza della pancia faceva intuire che sotto nascondesse qualcosa, un catetere, ipotizzò Federico. L'uomo teneva tra i denti una sigaretta rollata e si stava frugando nella tasta del giubbotto, tirò fuori un accendino. Aveva una coperta, un plaid a quadri di colore bordeaux che gli copriva le gambe, attraverso questa si intravede la sagoma delle ginocchia spigolose. La fiamma dello Zippo, che deformava il suo pollice dando l'illusione che fosse più lungo e ondeggiasse in modo innaturale, creò intorno al suo volto un cerchio luce, sembrava che il caldo quasi palpabile avesse preso fuoco come i vapori della benzina. La pelle del viso dell'uomo era di un bianco cadaverico, incisa da profonde rughe che andavano a intrecciarsi creando curiosi articolati tra la moltitudine di vistosi punti neri. A Federico venne in mente una vecchia crosta di formaggio dalla quale si stessero per schiudere uova nere deposte da qualche strano e disgustoso insetto e gli si accapponò la pelle, colto da un improvviso prurito sulle braccia che non passò nemmeno dopo che se le era grattate senza dare troppo nell'occhio. L'uomo indossava un cappello di lana malridotto di colore blu scuro, sulla punta allungata si vedeva un buco sfilacciato, probabilmente una volta lì svettava un pompon.
- Allora, morti di fame, siete in giro a cercare guai? Bene, li avete trovati. - Il giovane batté il pugno sul palmo dell'altra mano, l'uomo che spingeva la sedia a rotelle indietreggiò di qualche centimetro, lo stesso sguardo perso di prima. Mattia fece un salto in avanti, allungò una mano e afferrò la coperta che avvolgeva gli arti inferiori dell'invalido, poi gliela tolse via, sollevando un mucchio di polvere.
Federico studiò l'uomo sulla sedia a rotelle, che rimase immobile davanti al gesto del suo amico. Indossava un paio di jeans aderenti, che accentuavano ancora di più la magrezza delle sue gambe, messe di lato e quasi accavallate, ai piedi un paio di scarponi marroni che facevano apparire i suoi piedi enormi. A Federico venne in mente il pupazzo di un ventriloquo, di quelli di cui leggeva da bambino nei Piccoli Brividi. La parte inferiore del corpo dell'uomo era assolutamente incompatibile con quella superiore, sembrava composto da due metà di individui completamente diversi cucite insieme. Si domandò se da qualche parte esistesse un tizio fatto dalle altre due parti di quei corpi e fu avvolto da un senso di inquietudine che gli strinse lo stomaco, supponendo che in giro ci fosse un moderno dottor Frankenstein che si dilettava a fare esperimenti immorali sugli esseri umani.
Mattia lasciò cadere la coperta, ritraendo la mano come se fosse diventata bollente, se la strofinò sui pantaloni corti, una smorfia di disgusto sul volto. - Mamma mia, che puzza di merda! Ragazzi, fate schifo al cazzo! -
Non fece in tempo ad aggiungere altro.
L'invalido scattò in avanti con la rapidità di un serpente che sta per mordere, la sedia a rotelle e l'uomo che la spingeva si mossero insieme a lui, come se li avesse manovrati con la propria volontà, con il pensiero. Teneva una mazza da fabbro nella mano, il legno del manico scheggiato e la testa arrugginita. Federico si domandò quando e dove l'avesse presa, mentre questo colpiva Mattia a un ginocchio.
Federico riconobbe l'orribile rumore di un osso che si rompe, guardò d'istinto Mattia, adesso in ginocchio all'altezza dell'uomo in carrozzina, gli occhi colmi di stupore. Si aspettò di sentire con le sue orecchie l'urlo di dolore del suo amico che già udiva prematuramente nella sua testa, ma prima che questo potesse dar libero sfogo al suo dolore, l'invalido lo colpì alla tempia con quello che a Federico parve un gancio, un pugno sferrato senza riguardi con il solo scopo di far male.
Mattia cadde all'indietro, generando uno spostamento d'aria che regalò a Federico un attimo di sollievo dal caldo. La sua testa batté sull'asfalto producendo un tonfo sordo e agghiacciante, a Federico si accapponò la pelle, ma resistette all'impulso di mettersi una mano sulla nuca dove gli si erano rizzati i peli. Le braccia di Mattia erano aperte come le ali di un uccello, lui immobile. Il cuore iniziò a battergli come impazzito, anche se nel profondo era contento che qualcuno avesse finalmente dato una lezione a Mattia. Se lo meritava. Eccome se lo meritava. Tuttavia, si precipitò a soccorrerlo.
- Mattia, stai bene? - Guardò il suo volto al contrario.
I suoi occhi erano sbarrati, quello destro era diventato di colore rosso sangue e spuntava fuori dall'orbita come quello di uno di quei pupazzi in gomma ai quali schizzano fuori gli occhi dopo che vengono strizzati. Da quel dotto lacrimale sgorgava lentamente una lacrima densa e scarlatta che serpeggiò lungo tutto il suo viso e gli colò fino alla bocca spalancata, che da quella posizione sembrava l'occhio nero di un ciclope.
A Federico si annodò la gola all'istante, i battiti del suo cuore si diffusero fino alle sue orecchie. - Mattia! - urlò, girandosi e abbassandosi su di lui, l'occhio nero che ritornava a essere la bocca. Gli appoggiò le mani sulle guance tese, il buio della notte si annidava sotto gli zigomi sporgenti dell'amico, modellandone i lineamenti che ora sembravano quelli di uno scheletro. Federico percepì al tatto l'immobilità fisica, l'assenza di vita, ancora prima di accorgersi di ciò che era stato fatale all'amico: conficcato nella sua tempia, un cacciavite dal manico giallo, la cui punta a croce spuntava dall'altra tempia come un piccolo germoglio metallico. - Mattia! - strillò di nuovo, afferrando l'amico per il collo della maglietta e scuotendolo come se cercasse di svegliarlo. - Mattia! -
Scoppiò a piangere, comprese all'improvviso perché continuava a essere amico di Mattia, nonostante le loro differenze e la spacconaggine di Mattia: Federico era solo. Non aveva nessun altro che considerasse un vero amico, né una fidanzata che lo aspettava a casa quando ritornava dal lavoro. Mattia era tutto ciò che lo separava dalla solitudine.
Un nuovo pensiero attraversò la mente di Federico. Il cacciavite aveva ucciso Mattia, ma non per volontà sua, i cacciaviti non sono in grado di intendere e di volere!
Lasciò ricadere il corpo esanime di Mattia e, senza avere il coraggio di guardare l'assassino, si mise a correre velocissimo verso casa.

Federico imboccò via di Vittorio, alla sua sinistra una scalinata che conduceva alla chiesa del rione, alla sua destra una fila di cespugli dai quali spiccava la parte posteriore di un manifesto pubblicitario ingiallito, nelle sue orecchie prevaleva lo schiocco delle suole delle sue ciabatte di plastica che picchiavano l'asfalto al respiro affannoso. Correva come non aveva mai fatto prima di allora, in mezzo alla strada deserta, l'adrenalina lo aveva totalmente ridestato dalle birre bevute e dalla stanchezza. Dalle finestre aperte delle case non riusciva a scorgere nessuna luce confortate, le macchine parcheggiate su ambo i lati di quella strada stretta sembravano i limiti di quel percorso verso la salvezza, un percorso lungo, interminabile, la sensazione di restare fermo sul posto come se stesse correndo su un tapis-roulant. Federico guardò indietro, il terrore di avere quei due alle calcagna, anche se era convinto che non poteva essere possibile, una sedia a rotelle non poteva essere così veloce. Quando vide che dietro di lui non c'era nessuno, si fermò all'altezza di due bidoni dell'immondizia e ci passò in mezzo, raggiungendo il marciapiede. Si appoggiò al passamano in ferro laccato che fungeva da barriera al salto di circa tre metri dove si trovava il retro del magazzino di un supermercato, i motori esterni delle celle frigo ronzavano come sciami di mosche. A Federico corse un brivido lungo la schiena, quel rumore gli ricordò terribilmente il cigolio della sedia a rotelle. Riprese a correre, dopo una cinquantina di metri, girò a sinistra, dove scorse il palazzo in cui abitava.
Sono salvo, pensò, lasciandosi sfuggire una risata isterica. Si inoltrò nel piazzale che fungeva da parcheggiò condominiale, girò a destra e passò il vialetto, saltando con un balzo e due gradini che regolavano il dislivello. In fondo alla stradina, vide l'ampio accesso laterale del sottopassaggio che attraversava l'intero condominio e che conduceva al parco condominiale. La prima lampada neon appesa sul soffitto del sottopassaggio emetteva luce a intermittenza, Federico si fermò di colpo, convinto che quello non fosse affatto un buon segno, anche se sapeva bene che faceva così da diverse settimane e chissà quando quelli dell'ATER si sarebbero decisi a mandare i manutentori. Si infilò la mano in tasca ed estrasse le chiavi di casa, cercò quella del portone. Doveva essere rapido, una volta nel sottopassaggio, sarebbe dovuto correre verso destra e infilare al primo colpo la chiave nella serratura. Solo una volta che il portone fosse stato richiuso sarebbe stato salvo.
Federico esitò, la convinzione che qualcosa lo aspettasse dietro all'angolo non permise alle sue gambe di muoversi. Muoviti, coglione! Non è possibile che ti abbiano raggiunto! Muoviti! Il giovane si fece coraggio, prese un bel respiro come se si stesse per immergere in una piscina e girò l'angolo a passo rapido, la chiave pronta per essere inserita nella serratura, la convinzione che se si fosse rimesso a correre, la velocità di quei due si sarebbe raddoppiata, come accadeva nei film dell'orrore; non è importante quanto tu corra veloce, il cattivo, anche se gravemente ferito, ti raggiungerà.
Sempre.
Federico si era appena immesso nel sottopassaggio quando sul muro in mattoni rossi, marcati da una moltitudine di piccole scritte oscene fatte con dei pennarelli indelebili, apparve una lunga ombra, la sagoma di un uomo in sedia a rotelle, le caratteristiche esagerate come se fosse una caricatura. Il giovane guardò d'istinto verso la fine del tunnel, quella opposta al parco condominiale e si pietrificò per la paura.
L'uomo in sedia a rotelle ostruiva il passaggio, la bronza della sigaretta accesa spiccava nel buio come una stella nel cielo. Per Federico quella presenza equivaleva a un alto muro invalicabile.
- No... - bisbigliò, indietreggiando. - NO! - Si fiondò sul portone, e cercò di inserire la chiave, le mani che gli tremavano come se si trovasse in un luogo freddo e gelido, dove il vento lo avvolgeva in un turbine di coltellate glaciali. Il primo tentativo andò a vuoto, la chiave batté contro il lato della serratura producendo un latrato metallico, il panico che stava divorando i suoi ultimi spiragli di lucidità gli fece venire in mente quella volta in cui aveva avuto un rapporto sessuale con la sua ex fidanzata e lui nell'eccitazione aveva estratto il pene troppo e quando aveva cercato di rimetterlo dentro con foga aveva battuto contro il lato della vagina, l'impatto brusco gli aveva generato una fitta accecante di dolore che lo aveva fatto esitare per diversi minuti di riprendere l'amplesso. Questa volta non aveva tempo per riprendersi dal dolore: riprovò a infilare la chiave, ma non fece in tempo ad avvicinarla al buco che una grossa mano callosa gli si appoggiò sulla bocca, sotto al suo naso un disgustoso fetore penetrante che lui riconobbe subito come merda gli fece arricciare il naso. Federico provò a prendere fiato per mettersi a urlare, ma la mano che gli premeva sulla bocca funse da ventosa e bloccò l'accesso all'aria, nel tentativo, la lingua del giovane toccò la pelle ruvida del suo assalitore, il sapore acido e pungente la fece indietreggiare e spiaccicare sul palato e gli drizzò i peli dietro alla nuca. Gli risalì un getto di vomito, che quella mano impedì di far uscire, Federico dovette ingoiarlo per non soffocare, la testa che gli girava per la mancanza di aria.
Il tizio che spingeva la sedia a rotelle, pensò, deve essere lui. Federico ricordò i capelli ricci di quell'uomo, una moderna Medusa maschile, la sua bocca a forma di O e quell'orribile occhio storto. Il solo supporre che fosse davvero lui a toccarlo gli mandò lo stomaco sottosopra, mentre si sentì trascinare all'indietro, la sensazione di cadere nel vuoto, provò a gettarsi in avanti come per afferrare una maniglia di sicurezza, ma riuscì soltanto a pigiare casualmente con il palmo della mano alcuni pulsanti dei campanelli.
Forse posso farcela! Forse qualcuno scenderà giù per vedere chi è stato a suonare e mi salverà, pensò, mentre la speranza di uscire da quel brutto pasticcio lo consolò almeno in parte, ma subito dopo concluse che nessuno sarebbe sceso in strada a quell'ora della notte, attribuendo lo scampanellio a un gruppetto di giovani che non aveva niente di meglio da fare che dar fastidio alla gente che l'indomani si sarebbe dovuta svegliare presto per andare al lavoro. No, nessuno sarebbe accorso, doveva cavarsela da solo. Udì il cigolio sofferente della sedia a rotelle, l'ombra sul muro che si spostava in avanti. L'uomo che aveva ucciso Mattia stava venendo da lui.
Federico si divincolò, colpì con il gomito lo stomaco del suo assalitore.
L'uomo rimase impassibile, girò la sua preda verso di sé con uno scatto, adesso ghermendolo per le spalle.
Federico capì che quella era l'occasione giusta per mettersi a gridare. Fece un bel respiro, ma quando la prima vibrazione delle sue corde vocali era pronta per uscire dalla gola, fu colpito da una ginocchiata alla bocca dello stomaco, che fece sgonfiare in una volta sola i suoi polmoni come uno spillo che buca un palloncino. Davanti agli occhi, una miriade di puntini bianchi prese a muoversi in tutte le direzioni. Federico finì a terra e batté con violenza il capo sull'asfalto, per un istante vide tutto nero. Fece per riprendere fiato, ma ecco un altro colpo alla bocca dello stomaco, ancora più forte del primo, poi un altro ancora, questa volta alle palle. Il dolore gli risalì fino alle tempie, Federico emise un breve gemito e si portò entrambe le mani sotto al ventre gli occhi chiusi. Era troppo stordito per udire il lamento della sedia a rotelle farsi sempre più vicino.
Le mani callose si strinsero intorno ai suoi polsi, Federico, a peso morto, fu trascinato lungo il sottopassaggio. Aprì di poco gli occhi e li fece scivolare indietro per vedere il suo aguzzino, ma riuscì a individuare solamente un ciuffo di capelli ricci che si muovevano di qua e di là a ogni passo. Tentò di puntare le piante dei piedi e le chiappe al suolo per impedire all'uomo di portarlo via, il risultato fu che i pantaloncini corti da mare gli scesero lungo le gambe indolenzite, andando ad arrotolarsi alle caviglie. L'uomo si fermò e Federico odorò la puzza di piscio di prima, quando lui e Mattia avevano incontrato i due senzatetto.
Lui... è qui!
L'uomo mollò i suoi polsi e gli afferrò la testa tra le mani. La sollevò e gliela sbatté contro l'asfalto.
Federico rivisse per un istante la scena del rapporto sessuale con la sua ex, solo che il volto non era quello di una ragazza, ma quello di un ammiccante Mattia che si mordeva il labbro inferiore.
Forse è meglio così, pensò, morirò anch'io. Non dovrò soffrire la solitudine. Poi perse i sensi.

Faceva ancora buio, Federico si risvegliò con un gran mal di testa, il frinire dei grilli entrava prepotentemente nelle orecchie e andava ad aumentare i dolori lancinanti di cui era preda il suo corpo. Un prurito al braccio destro nell'incavo del gomito lo spronò a sollevare quello sinistro per grattarsi, guardò in quella direzione e vide delle formiche che zampettavano sul suo arto. Se le tolse via e tirò su il busto: era nel parco condominiale. Ciò che gli era capitato quella sera aveva la consistenza poco più spessa di quella di un sogno, tra l'alcol e la paura, dubitò che fosse accaduto per davvero. Ma dov'era Mattia? Ipotizzò che si fossero ubriacati a merda e che Mattia gli avesse messo qualcosa nel bicchiere, com'era già capitato.
Federico si guardò intorno. Era da solo, nessuna traccia dei senzatetto. O di Mattia.
Sì, doveva essere stato tutto un sogno.
Fece per alzarsi, ma si accorse con orrore che i suoi arti inferiori non rispondevano al comando. Rivolse lo sguardo verso le sue gambe, partendo dai piedi. Fu come una pugnalata in petto: i suoi pantaloncini da mare erano tirati giù fino alle caviglie, i piedi erano messi dritti, in una posa assolutamente naturale, così come tutto il resto, da lì in su, almeno fino ai genitali. I genitali, sì. Lì qualcosa non andava.
Il suo pene era insolitamente ritratto e grinzoso, ma fin qui andava ancora bene. Infilato nell'uretra, un tubo di ferro arrugginito, spesso quanto una cannuccia, collegato a un tubicino di plastica che si allungava creando due cerchi fino a una sacca appoggiata sull'erba al suo fianco, dentro a questa un po' di pipì di un colore rosato. Federico si sentì mancare, la testa prese a vorticargli, un vuoto di malessere nel petto. Se fosse stato in piedi, sarebbe di certo finito lungo e disteso. Si guardò meglio l'uccello, il terrore, nonostante il forte impulso, di toccarlo per evitare di causarsi qualche danno irreparabile. L'uretra, per infilare quel tubo, era stata dilatata, in modo eccessivo, fino a lacerarla, il glande era gonfio e deformato, privo della sua forma pronunciata, a Federico ricordò un chicco di uva nera, lungo a questo, il sangue colava e impregnava i peli pubici. Ciò che lo sconvolse di più fu che non gli faceva male. Affatto. Avrebbe dovuto strillare come un matto in preda ai dolori. Invece niente.
Si fece coraggio e si prese il pene tra le mani, quando si accorse che non lo sentiva, esattamente come se non gli appartenesse, si sentì mancare di nuovo. Federico si mise a piangere disperato e tentò di rialzarsi, la preoccupazione per ciò che ha di più caro un uomo gli fece dimenticare per un momento che non riusciva a muovere le gambe.
Non potrò più... fare sesso! Mai più! Cosa avrebbe detto una ragazza se avesse visto ciò che rimaneva del suo pene? Avrebbe di certo riso di lui. Avrebbe riso dell'impotente, di quello che non era più nemmeno un uomo.
Federico piagnucolò. Si dimenò. Un nuovo dolore, caldo e pungente, veniva da dietro la sua schiena. Si infilò una mano lì sotto, strusciandola sul suolo erboso, bagnato dalla brina mattutina. Poco più in basso dei reni, un oggetto metallico era infilato nella sua spina dorsale, al tatto avrebbe giurato che fosse un chiodo. Al di sotto di questo, il suo corpo era del tutto privo di sensibilità.
Forse i medici mi rimetteranno in piedi. La medicina oggi è in grado di curare una lesione come questa, deve esserlo, cercò di consolarsi.
Tra un singulto e l'altro riuscì a voltarsi, come una tartaruga rovesciata che finalmente viene girata nel verso giusto, si aggrappò con le unghie all'erba e alla terra per trascinarsi fino al portone di casa. Quando sollevò la testa per accertarsi che stesse andando nella direzione giusta, vide davanti a sé una sedia a rotelle vuota, dietro a questa, con le mani strette sulle manopole per spingerla, Mattia. Il suo sguardo era assente, il manico giallo del cacciavite gli spuntava dalla tempia, l'occhio sporgente, invaso dal sangue dei capillari rotti, era a un passo dall'uscire del tutto dall'orbita, storto verso la punta del suo naso. La scia di sangue secco che partiva dal suo dotto lacrimale fino ad arrivare alla bocca sembrava una lacrima di gioia, la bocca a forma di una piccola O, pronta a emettere un gemito di stupore. Inclinò leggermente la testa con uno scatto meccanico e avanzò di un passo. Il volto di Mattia, per quanto deturpato, pareva sereno, come non lo era da molti anni. Qualsiasi cosa gli avesse fatto l'uomo sulla sedia a rotelle, lo aveva aiutato a trovare la pace con sé stesso e con il resto del mondo.
Il cuore di Federico si calmò, le sue labbra si allargarono in un sorriso e, ad ampie bracciate come quelle di un nuotatore, inseguito da quelle sue gambe inanimate che gli strisciavano dietro come serpenti ubriachi, andò verso l'amico con l'animo sollevato: non era più solo.
Daniele Marassi
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