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Autore: Marco Corsa
Titolo: La Villa dei Dannati
Genere Racconto Breve
Lettori 166
La Villa dei Dannati

Parte 1 In Vacanza

Era uno splendido Natale. Marco era molto felice, perché sarebbe stato un Natale diverso. In montagna. Lui era nato al mare e lo amava, ma questo diversivo non lo contrariava affatto. Con i genitori avevano affittato un piccolo appartamento, a metà strada tra le piste da sci e il piccolo paese, che si potevano comunque raggiungere a piedi. Marco aveva 17 anni ed era il classico tipo mediterraneo. Non era bello, ma neanche spiacevole d'aspetto.
Il paese era quello classico in cui - si conoscono tutti - . L'appartamento era giusto per la settimana bianca, due stanze calde, bagno e cucina. Il proprietario li aveva accolti per consegnargli la chiave. L'uomo aveva un cognome impronunciabile, come tanti italiani del confine, che magari parlano più il tedesco della loro lingua madre.
Aveva l'aspetto e il vestiario che ci si attende da un montanaro, la camicia aveva una fantasia tale che se la si fosse stesa su un tavolo la si sarebbe scambiata per la tovaglia. I pantaloni erano di un verde improbabile, tanto che Marco si convinse che l'uomo dovesse indossare una specie di costume, giusto per alimentare il folklore locale.
L'uomo si spese in una serie di istruzioni e informazioni che sarebbero state utili alla famigliola e che Marco riuscì a seguire fino a un certo punto, ma una frase attirò la sua attenzione.
- Il comandante dei carabinieri mi ha chiesto di farvi questa raccomandazione. C'è una villa diroccata sul sentiero per le piste. Non vi avvicinate. -
- Una casa dei fantasmi? - chiese Marco.
L'uomo rise.
- No! Fagnano, lo evitano pure i fantasmi. -
Fagnano era il nome del paese.
- È pericolante. Qualcuno si è già fatto male entrandoci e si è preso una denuncia perché è proprietà privata. -
L'uomo guardò l'orologio che aveva al polso. Marco notò che era un orologio estremamente moderno. Poi squillò il suo telefonino e Marco notò che anche quello era estremamente moderno e costoso, allora non ebbe più dubbi. Il vestito era una mascherata per i turisti.
- Devo andare ora. Se avete bisogno di qualcosa avete il mio numero, - disse l'uomo uscendo dalla porta.
Chiara, la mamma di Marco, una signora bionda sulla quarantina, disse:
- Io ho fame! -
Enzo, il papà capì chiaramente che il messaggio era: 'ho fame, sono stanca e non mi va di cucinare.'
- Andiamo a quel ristorante che ci ha detto Wogler, il padrone di casa. -
Il ristorante era abbastanza grande, caldo e accogliente e anche lì Marco ebbe l'impressione che fosse tutto pensato per coltivare la fantasia del turista, ma non importava. Il posto era rilassante e si mangiava bene.
Quando finirono la cena una donna molto trasandata entrò nel locale. Si stava dirigendo nel retro quando notò la famiglia nuova, allora cambiò direzione. Si avvicinò a loro stendendo una mano come se li volesse toccare. Riuscì ad avvicinarsi tanto che Marco la potette guardare negli occhi. Lo sguardo della donna era quello assente di chi stesse guardando una cosa bellissima, desiderata da tanto tempo.
Il cameriere la bloccò, impedendole di avvicinarsi oltre e lo sguardo della donna mutò improvvisamente. Divenne disperato. Cercò di proseguire, ma la differenza di corporatura era tutta a favore del cameriere, che non ebbe difficoltà a fermarla.
La donna urlò e pianse disperata.
- Marta! Marta! Che ti succede? Non puoi fare così! - le disse il cameriere mentre la portava fuori, lo fece in maniera risoluta ma non aggressiva. Conosceva la donna e non voleva farle male.
Marco e i genitori furono comunque impressionati dalla scena.
- Dovete scusarla. Non era mai successa una storia del genere, - disse il cameriere che era rientrato.
- Chi era quella donna? - chiese Enzo.
- Quella è Marta. Non ci sta con la testa. Ogni tanto viene al locale, mangia un piatto e se ne va, ma non dà fastidio...fino a oggi. -
- È drogata? - chiese Chiara.
- No signora. Nessuno sa spiegare cosa le sia successo. Era una bellissima ragazza ma, a un certo punto, ha cominciato a sfiorire. -
Poi l'uomo si scosse da chissà quali ricordi.
- Comunque! Vi porto un limoncello casereccio, per mandare via i brutti ricordi. Da noi l'ospite è sacro e va trattato bene. -
Marco fece una bellissima notte di sonno, corroborante e priva di sogni. L'indomani si svegliarono presto per raggiungere le piste, ma Marco era eccitato, chissà perché voleva vedere la villa. Non era uno di quei ragazzi che si andavano a cacciare nei guai, ma un'occhiata non era proibita.
Infatti la villa era lì, sulla strada. Non era una costruzione di una bellezza particolare. Era un enorme parallelepipedo piazzato sul terreno, con tante finestre aperte e buia dentro. Il muro di cinta, che doveva essere stato imponente, era crollato quasi del tutto. Di giorno non faceva neanche un'impressione eccessivamente brutta. Se non ci fossero stati i suoi Marco probabilmente si sarebbe avvicinato per guardare meglio, ma ora lo aspettavano le piste da sci. Anzi li aspettava la pista per lo slittino di plastica che si erano portati dietro, visto che non sapevano sciare.
La giornata trascorse tra scivolate, risate, foto, un pranzo leggero al sacco, poi altre scivolate, risate e foto. Al ritorno la villa era ancora lì ma, col buio, l'atmosfera era diversa. Spettrale. La sagoma era solo un po' più che riconoscibile e non si faticava a immaginarci dentro chissà quali spettri trascinatori di catene. No. Col buio Marco non avrebbe avuto il coraggio di entrarci.
Anche quella sera mangiarono nell'unico ristorante del paese e anche quella sera la donna trasandata entrò, ma questa volta si limitò a fissarli. Marco e i suoi stavolta erano pronti a tutto, ma la donna non si avvicinò. Si fermò in piedi a guardarli prima di entrare nel retro del locale.
- Da brividi! - disse Chiara appena fu sparita.
- Se si avvicina stavolta la fermo io, - disse Marco.
- Stai zitto tu, tanto secondo me recita. La pazza locale fa audience, - disse Enzo.
- Se recita, ti giuro che per me è convincente, - aggiunse Chiara.
- Vi porto altro? - disse il cameriere. Si era avvicinato per bloccare di nuovo Marta se ce ne fosse stato bisogno, ma poi aveva dissimulato.
- Il conto grazie, - disse Enzo.
- E limoncello casareccio, - aggiunse l'altro.
- E limoncello casareccio, - disse Chiara, che ormai si era tranquillizzata.



PARTE 2 LA VILLA DEI DANNATI
Quella notte Marco sognò Fagnano. Si trovava sulla strada per le montagne e saliva sul monte. Era estate, faceva caldo, ma era una temperatura gradevole. Passò vicino all'appartamento che avevano affittato, ma la macchina dei suoi non c‘era. Continuò a salire verso la cima del monte.
Passò vicino alla vecchia villa, che era nascosta da muri alti. Ebbe la curiosità di guardarla, quindi ci girò intorno. Trovò un enorme cancello di ferro e, dalle sbarre, riuscì a guardare dentro.
Vide siepi ben curate ed enormi alberi da frutta, tanto grandi da riuscire quasi a coprire la costruzione. Poi sentì una voce e dei passi.
- Chi sei tu? - gli chiese una bella ragazza con lunghi capelli corvini dall'altra parte del cancello.
- Marco. -
- Io sono Marta, - disse la ragazza stendendo una mano oltre le sbarre.
Marco restò un attimo interdetto.
- Hai intenzione di stringermi la mano o mi lasci così? Non è carino. -
Marco le strinse la mano. Era calda e piacevole al tocco, poi la lasciò e lei la ritirò oltre le sbarre.
- Abiti qua? - le chiese Marco.
Lei sollevò le spalle. Aveva circa l'età di Marco. Era veramente bella.
- Questa era casa mia. -
- Era? - chiese Marco.
- Era! Tu non hai una casa che hai lasciato? Questa era casa mia! -
Marco rimase un poco contrariato da quella serie di affermazioni brusche, ma poi lei sorrise.
- Ti va di entrare? -
Prima ancora che lui rispondesse lei aprì il cancello, che si mosse sferragliando lentamente. Marco si avvicinò di un passo, guardando timidamente all'interno.
- Lo sai che ci troviamo in un sogno? - chiese lui.
- Meglio. I sogni possono sembrare terribilmente reali, ma non uccidono nessuno. -
Marco allora entrò. Marta si diresse a un tavolino, dove c'erano bicchieri colorati, diversi tipi di bevande e due sedie.
- È bello qui, - disse Marco.
- Non è sempre così, - disse Marta. - Che cosa bevi? -
- Aranciata. -
Lei gliela versò. Lui la sorseggiò. Era buona, fresca e dissetante.
- E la villa? - chiese Marco.
Marta sorrise.
- La villa sta sempre là. Dietro agli alberi. Dopo, se vuoi, te la mostro. -
La villa aveva poco della costruzione che Marco aveva visto. Le finestre erano intere, i mattoni le davano tutte le sfumature del carparo, ma anche del tenue rosso sull'ingresso. Marco restò meravigliato.
- Ti piace? - chiese Marta.
- Quando l'ho vista non era così. -
- È una casa antica. Tutte le case antiche hanno mille anime, mille respiri dentro di sé. -
Marco salì i tre gradoni che portavano all'ingresso.
- Ti prego, non entriamo ancora, - disse Marta e lui tornò indietro.
Fecero una passeggiata lungo tutto il perimetro della casa.
- Ti chiami Marta e poi? -
- Marta. Siamo in un sogno no? Allora io sono solo Marta. Allora, la casa, dicevamo. Da questa parte ci sono gli alloggi della servitù, la cucina e l'ingresso di servizio. -
- C'è gente dentro? -
- Non c'è più nessuno. Ricorda. Non c'è nessuno! -
A marco sembrò una strana affermazione. Perché l'aveva ripetuta?
- All'ingresso c'è un grande salone di rappresentanza, sopra ci sono li stanze da letto e sotto una enorme cantina. -
Marco sorrise.
- Perché mi dici queste cose? -
Marta lo guardò con infinita tristezza.
- Ti serviranno. -
Marco si spaventò molto.
- Che significa questa cosa? Voglio uscire da qua! -
Si buttò sull'enorme cancello per cercare di aprirlo, ma si ferì le mani. Marta si avvicinò lentamente.
- Le cose che ti ho detto io le ho scoperte da sola. -
Marco si coprì le mani con le maniche e afferrò di nuovo il cancello, ricavandoci altre ferite.
- Apri questa porta! -
- Non posso. La casa apre le porte e le chiude, - disse Marta con calma. - Fammi vedere le mani, - gli disse aprendogliele con grazia.
- Non sono tagli profondi. Meglio così, - concluse.
Marco divenne preda di un terrore e di un senso d'impotenza profondo.
- Questa casa ha mille anime, mille storie e le racconta. Credimi le racconta molto bene, ma è una casa, ha bisogno di gente ed è sola, tanto sola, da tanti anni. Non so quanti siamo stati prigionieri qua dentro, ma la casa ha deciso di cercare da sola i suoi abitanti. Di giorno viviamo nelle nostre case e di notte dobbiamo ascoltare le storie della casa. -
- Fino a quando? -
- È la casa che decide di lasciarti andare. Forse quando non ha più niente da dirti, oppure non trova qualcun altro per avere nuove storie da raccontare. -
- È pazzesco. Tu sei pazza! -
Marta accusò il colpo.
- Quando sarai di là, nel mondo reale, cercherai di raccontare cosa ti succede. Ma non ti crederanno. -
- Io devo uscire! - disse Marco con rabbia.
- Allora falle raccontare le storie di oggi. Quando le avrà finite ti lascerà stare, per questa notte. -
- E che devo fare? -
- Dobbiamo entrare. -
- Tu sei pazza! Io non entro. -
- La chiave del cancello si trova appena dopo l'ingresso, sulla parete a destra, ma devi prenderla tu. Io non posso. Chi la prende esce. -
- Io non entro. -
- Io ti aiuterò. Ho chiesto alla casa di poterti accompagnare la prima notte, per spiegarti tutto. Poi sarai solo. -
- Tu sei Pazza! - disse Marco toccandosi la testa.
- Apri la porta. Vedrai subito la chiave. -
Effettivamente la chiave era là ed era possibile acchiapparla. Quando Marco stese il braccio immediatamente una mano uscì dalla oscurità e lo tirò dentro.
- Signorino Pietro Rigila, lei continua a scappare. Non mi lascia scelta. Anche oggi salterà la cena. -
Marco fece appena in tempo a vedere una suora e poi sentì le sferzate della frusta sul suo corpo. Marta entrò con calma. Poi la suora lo afferrò e lo trascinò in quello che doveva essere un dormitorio. Almeno venti letti a castello occupavano la stanza.
- Le dò cinque minuti per sistemarsi, - disse la suora e uscì. Marta entrò con calma. Lui stava ancora cercando di respirare normalmente e stava piangendo.
- Ma dove sono capitato. -
Marta lo accarezzò e sospirò.
- Lo so, lo so respira. -
- Chi era quella? -
- La villa è stata un orfanotrofio, credo nel 18mo secolo. -
- Ma che ci faccio io qua? - disse Marco piangendo.
- La villa non è umana, non capisce i sentimenti. Non sa cosa è il dolore. Conosce solo la sua solitudine. Racconta le sue storie. Non sempre sono storie belle e le racconta così. -
- E tu come fai a parlarci? -
- Non si può. Chi parla alle case? Dopo tanti anni ci si capisce. Tutto qua. Vieni usciamo. -
- E la suora? -
- La suora è un personaggio della storia, - spalancò la porta. - Vedi? Non c'è nessuno. -
Appena uscirono dalla stanza Marco si girò. Il dormitorio era sparito. Poi si rigirò e vide una donna in un letto e una ragazza che le stava accanto, in piedi.
Marco si avvicinò lentamente. La donna era sofferente, poi si girò verso Marta, che piangeva.
- Piangi? -
- Quella è mia madre. L'ultimo giorno. Io l'avevo ridotta così perché la casa mi aveva preso da alcuni anni. -
Marco guardò la donna in piedi. Era ancora giovane, aveva un aspetto trasandato, gli occhi assenti, ma la riconobbe.
- Sei Marta. La matta del paese. -
Lei si asciugò le lacrime.
- Io sono Marta e basta! E questo è solo un brutto sogno. Dobbiamo uscire. Farle raccontare un'altra storia, - disse Marta imboccando la porta. Marco la seguì.
Immediatamente si trovarono in un ambiente che gli era familiare. Stavolta, sulla scena, c'era un signore anziano disteso.
- Nonno! - disse mentre le lacrime cominciarono a scendere.
- Marco mio sto male. -
- Riposati nonno così ti riprendi. Non ti preoccupare. -
- Marco mio vedo i mostri. Che mostri! Non mi lasciano in pace. E la campagna. Chissà come sarà ridotta. -
- Nonno, non ti preoccupare. Appena starai meglio ci torni in campagna. -
Marta lo condusse gentilmente fuori.
- Ne vuoi parlare? -
- Cancro alla prostata. Vedeva i mostri perché aveva attaccato i reni e non funzionavano più. Il sangue avvelenato gli dava le allucinazioni. -
- Dobbiamo continuare. -
- Che succede se ci fermiamo? -
- La villa racconterà le storie di oggi tutte insieme e, come vedi, possono essere dure da sopportare. Dobbiamo andare noi dalle storie. -
Aprirono un'altra porta e si trovarono in una lussureggiante foresta.
- Cos'è questo? - chiese Marco.
- Non sempre la villa racconta storie accadute qua. Possono essere storie accadute ai suoi abitanti, ma altrove, sogni, più spesso incubi. La casa non sa la differenza, conosce solo le emozioni forti. -
A un certo punto Marco si bloccò.
- Me lo ricordo questo incubo. -
- Cosa succede? -
- Incontrerò una sorta di gorilla, mezzo uomo e mezzo scimmia, ma abilissimo nella lotta. Avrà una spada. Un sottilissimo filo di ferro, con alla punta un anello affilato. -
- E poi? -
- Ne darà un'altra a me e poi attaccherà. Non ho mai visto tante botte in vita mia! -
- Ti ammazza di botte? -
- No, mi difendo, anche bene, ma dalla boscaglia esce un uomo che mi afferra, mi solleva, mi gira e lui mi infila alle spalle. -
Marta fece un'espressione di dolore.
- C'è modo di evitare? - chiese Marco.
- Io non ci sono mai riuscita, - disse lei.
In quel momento si sentì un verso disumano. Scostarono degli arbusti e si ritrovarono in una radura. L'uomo bestia era là. Immediatamente prese due spade e ne buttò una a Marco.
- Ti prego, no! -
L'altro si buttò con forza. Marco parò i primi due affondi. Poi ci fu una pioggia di calci e pugni. Marco ne riuscì a parare molti, ne restituì qualcuno, ma quelli che prendeva erano martellate sulle ossa, invece l'altro non sembrava accusare troppo i suoi colpi.
Alla fine, nonostante sapesse tutto, non riuscì a evitare l'uomo che uscì dalla boscaglia. Sentì l'anello che gli trafisse il rene sinistro, poi lo stomaco, fino al cuore.
Si trovò a terra, si spinse con i piedi fino alla parete del corridoio della villa.
- Sono morto. Sono morto! -
- Non sei morto! -
Marco sentiva il dolore di ogni singolo colpo. Anche quello fatale. Si passò la mano sulla schiena e la guardò, aspettandosi di trovarla piena di sangue, invece niente.
Marta lo afferrò per le spalle scuotendolo.
- Non sei morto! La villa conosce la morte. Non so perché ma è così. Soffrirai, ma non morirai. -
- Io non ce la faccio! -
- Dobbiamo proseguire. Altrimenti la villa racconterà le sue storie tutte insieme. Credimi nessuno è pronto per quello. -
In quel momento, alla fine del corridoio, apparve l'uscita. Marta fece un sospiro di sollievo.
- Che significa? -
- Per oggi basta storie. Usciamo. Ti sveglierai nel tuo letto. Sarebbe meglio che ci restassi. Oggi è stata dura. -
Uscirono dalla casa e poi anche dal grande cancello. Quando furono fuori Marta lo salutò con tutte le dita della mano destra aperte, tranne il mignolo. Lui cercò i fare altrettanto, riuscendoci a malapena.
- Come fai? - le chiese.
- Allenamento. -
Lui, alla fine, rinunciò e la salutò nel solito modo.
- Domani io non ci sarò. Io ho finito. Ricordati quello che ti ho detto e sarà tutto più facile. Non cercare di scappare o sarà terribile. -



PARTE 3 LA SECONDA NOTTE
Marco si svegliò ansimando, sudato e agitato. Pensò che un incubo così non gli era mai capitato, poi cominciò a sentire il dolore dei colpi e delle frustate che aveva ricevuto ed ebbe paura. Si alzò la maglia e tutti i lividi e le frustate erano lì. Si passò la mano sulla schiena e la ferita della spada mancava. La cercò diverse volte.
Alla fine si riaddormentò e fece un lungo sonno profondo.
La mattina fu svegliato dalla madre per raggiungere le piste. Fece del suo meglio per nascondere i lividi, ma nascondere l'aspetto di chi aveva dormito male, era tutt'altra faccenda.
- Dormito male eh? Il cambio di letto, alle volte, è una tragedia. -
Marco annuì senza rispondere, Chiara notò i movimenti lenti.
- Cos' hai? Mal di schiena? -
- Mal di schiena. Il letto... - disse Marco.
- Dopo colazione vado in farmacia, - disse Chiara.
- Ci vado io. Ce la faccio. Voi andate alle piste. -
- Non se ne parla! - disse Chiara.
- Mamma! Ce la faccio! Poi vi raggiungo. Ho 17 anni. Sempre mamma chioccia! -
Chiara ingoiò il boccone.
- Va bene allora. Ti aspettiamo sulle piste. Vieni. Non mi fare preoccupare. -
- Si mamma. -
Uscirono tutti insieme e Marco si diresse verso il paese. Marta la matta stava osservando la casa, quando lui uscì la salutò. Si pentì di averlo fatto. In fin dei conti non la conosceva e quello della notte era stato uno stranissimo sogno. Poi lei, timidamente, rispose al saluto e alzò solo quattro dita, come nel sogno. Marco si spaventò moltissimo. Poi decise di parlarle. Le andò dietro, ma lei scappò. La raggiunse e la bloccò.
- Tu lo sai cosa mi è successo! -
La donna cominciò a urlare spaventata.
- Tu lo sai cosa è successo? -
A un tratto si sentì afferrare. Era il padrone di casa.
- Lasciala stare. Quella poveretta non parla! Sono anni che non parla! Che cosa vuoi? -
Marco guardò la donna che si era accasciata a terra come un fantoccio e con lo sguardo fisso nel vuoto.
- Niente. Non voglio niente e tu Marta, se mi capisci, perdonami. -
Poi andò via. La giornata trascorse tranquilla, sulle piste, poi pranzo a sacco, poi di nuovo sulle piste. Infine pranzo al locale. Marta arrivò anche stavolta, ma evitò di guardare Marco e corse nel retro del locale.
A fine serata Marco guardò il suo letto, ma era un letto o un luogo di nuovi incubi oscuri? La notte prima sembrò tanto assurda e lontana. Assurda e lontana. Non poteva ripetersi. Con questa convinzione Marco si mise a dormire.
La casa era di nuovo là ed era bella e soleggiata, ma Marta non c'era. Marco entrò nel giardino senza difficoltà. In fondo là non era successo nulla, ma l'ingresso principale fu un'altra storia. Si fermò e non ebbe subito il coraggio di entrare. A un certo punto sentì un brusio da dentro, che poi divenne un rumore sempre più forte. Si ricordò che la casa, se non fosse entrato, avrebbe raccontato le sue storie tutte insieme. Quando il rumore divenne insopportabile saltò dentro e fu silenzio.
- Devi nasconderti anche tu. Anche tu sei ebreo, - disse una voce da bambina.
Sentì dei veicoli. Si voltò. Una piccola camionetta tedesca era arrivata. Dentro c'erano quattro soldati e un ufficiale. La bambina si era seduta per terra, a ridosso del muro.
- Vieni qua. Così non ci troveranno. -
Sembrava convinta. Aveva un vestito bianco e due lunghe trecce nere. Si mise la testa tra le gambe. I tedeschi intanto erano scesi e il comandante abbaiava ordini. Marco le si sedette vicino e lei lo abbracciò. Il soldato entrò senza dire una parola. Con calma puntò il suo mitragliatore. La bimba si strinse fortissimo a lui, poi il mitra vomitò poche lingue di fuoco.
Marco cominciò a respirare pesantemente. Sentì le pallottole, ma la casa non lo avrebbe ucciso. Lo sapeva e, nonostante tutto, non era semplice.
- Non ce la posso fare, - si disse sottovoce.
Si diresse verso il corridoio, poi trovò una porta. Attese un attimo prima di aprirla. Di colpo si trovò all'aperto ed ebbe la bruttissima sensazione di cadere. Lo stomaco gli andò sotto i piedi. Vide il ponte da cui era caduto in alto, sotto di lui, poi guardò su e vide la terra che si avvicinava. Rimbalzò, una, due, tre volte. Poi si ritrovò seduto per terra, nel corridoio della casa.
- Bunging jumping. Era solo bunging jumping, - si disse. Riprese fiato qualche minuto, ma sapeva che doveva aprire ancora un'altra porta. Immediatamente l'arredo del corridoio cambiò. Era molto sontuoso, stile impero, con arazzi e tendaggi ed era in fiamme. Nella camera vide una sagoma con una scure. Il fumo impediva di respirare.
- Aiuto, - sentì dire.
Dalla stanza uscì una donna, in camicia da notte. L'uomo con la scure la inseguì. Marco sapeva che il fuoco non l'avrebbe ucciso, ma quella era l'unica concessione che la villa faceva, le ferite, invece, sarebbero state reali se si fosse bruciato e le fiamme invadevano tutto. La donna si rifugiò in una stanza e chiuse la porta, ma l'uomo la distrusse con la scure.
- Vai via! - disse la donna, poi si sentirono rumori di oggetti che cadevano e, poco dopo, la donna riuscì a scappare e andò verso l'uscita, ma una parte degli arredi in fiamme le sbarrò la strada. Allora si voltò e nei suoi occhi Marco vide la paura. Uscì anche l'uomo, che non aveva più la scure, ma aveva una parte degli abiti in fiamme. Marco lo guardò negli occhi. Erano gli occhi di un pazzo. L'uomo andò verso la donna, la abbracciò per trattenerla e si buttò con lei nel fuoco. Tutte le fiamme si spensero subito. L'uomo, la donna, gli arredi scomparvero e Marco restò fermo e sconvolto.
- Che cosa vuoi? - disse Marco alla casa. - Parlami! - le urlò. - Marta riusciva a parlarti. Che cosa vuoi da me? Dimmelo! -
La porta della prossima stanza si aprì da sola. Dentro si vedeva un prato verde ma Marco non si fidò. Chissà quali trappole si nascondevano. Invece era solo un prato verde, con le farfalle, il canto degli uccelli e un piccolo ruscello.
- Cosa vuoi da me? Dimmelo! - disse Marco entrando nella stanza ma questa volta era più tranquillo.
Dopo un po' di tempo si trovò seduto nella stanza vuota.
- Un'altra storia eh? -
Si alzò come se avesse il peso del mondo sulle spalle e si avvicinò alla porta.
- Ok andiamo! - disse e aprì.
Si trovò in una grande stanza, con dei letti alla sua destra e alla sua sinistra.
- Marco! Mi hai sentito? -
L'uomo al suo fianco indossava una tuta che gli copriva tutto il corpo e una maschera per respirare.
- Non ho sentito. -
- Dobbiamo svuotare il letto 22. Forza! -
Al letto 22 c'era un uomo anziano attaccato all'ossigeno. L'altro lo cominciò a liberare di tutti i tubi. Lo fece in maniera rapida, sistematica, ma con rispetto. Poi dal piccolo mobiletto a fianco al letto tirò fuori un sacco nero con la chiusura lampo.
- Solleva! - disse e lo misero seduto. Allora Marco si rese conto.
- È morto. -
- Si! - disse l'altro triste. - È morto. Stendi il sacco. -
Marco stese il sacco sotto al corpo, poi gli alzarono le gambe e finirono di stendere il sacco e l'altro lo chiuse. Quando arrivò al volto attese un attimo. Bisbigliò qualcosa.
- Che stai facendo? - chiese Marco.
- Senti! Seguo tutte le procedure, ma questo poveretto non avrà un funerale. Almeno una preghiera la merita. -
- Hai ragione. Almeno una preghiera... -
Poi raccolsero le coperte, la maschera per la respirazione e tutti gli effetti personali dell'uomo in un sacco verde.
Marco guardò il foglio appeso al letto. C'era solo una scritta: - C.19. -
Un uomo, con una tuta di colore diverso, andò incontro all'altro.
- Letto 28,30,35 -
Non c'era bisogno di dire altro. Altri letti da svuotare.
- Va bene dottore. Andiamo subito. -
Altri uomini vennero a caricare il sacco nero su una barella di metallo, poi portarono fuori tutto.
Rifecero l'operazione altre sei volte, sempre con velocità, sistematicamente ma con rispetto e una piccola preghiera. Quella era la banalità della morte, un banale, piccolo virus e i polmoni si seccavano nel corpo. Si moriva asfissiati nell'aria. Lentamente. A un certo punto tutto sparì. Marco si voltò verso la porta e vide l'uscita.



PARTE 4 LA TERZA NOTTE
Marco si svegliò di soprassalto, sudato e ansimando.
Chiara stava vicino a lui e lo abbracciò per tranquillizzarlo. Marco iniziò a piangere.
- Non riuscivo a svegliarti. Non era un sonno normale quello, - gli disse piangendo. - Adesso mi dici che sta succedendo. -
Marco le raccontò tutto, senza omettere nessun particolare.
- Se ho capito bene, quando la casa ti fa uscire allora puoi dormire tranquillo. -
- Mi credi mamma? - disse Marco che continuava a piangere.
- Dormi ora. Ci pensiamo tra qualche ora. -
- Tu mi credi mamma? -
- Ti credo, - disse Chiara baciandolo sulla fronte.
Marco trascorse la giornata seguente a dormire, poi arrivò di nuovo la notte e si trovò di nuovo al cancello della villa. Stavolta anche il cancello gli sembrò un limite invalicabile.
- Fermo! - gli intimò una voce.
- Mamma che fai qua? -
- Ci vado io! -
- Mamma non puoi! -
- Certo che posso! Sono tua madre! Ci vado io! A costo di entrare con la forza. -
- Mamma non voglio! -
- Tu farai quello che dico io! -
- La villa sceglie! Vuole me! -
- La villa non è mamma. Non mi conosce! -
Nel frattempo arrivò Marta e, con una mossa veloce, aprì il cancello e si chiuse dentro.
- Marta! - disse Chiara piangendo.
- Questo edificio racconta le sue emozioni forti. Non è colpa sua se ha una storia triste. Non conosce l'amore. Non conosce la pietà per il prossimo. Non conosce il sacrificio. Lei si stava sacrificando per suo figlio. La casa ha visto. Lasciatemi andare. -
- Marta no! - disse Marco.
- Ascolta! - disse Marta con gli occhi lucidi. - Mi hai regatato una notte tranquilla. Non succedeva da diciassette anni, ma tu non puoi reggere qua dentro. Nessuno può. Io fuori non ho più niente. Tu hai una famiglia. -
Marco si buttò sul cancello, per aprirlo, senza riuscirci.
- Vedi? La villa è d'accordo, - disse Marta. Poi si avviò verso l'ingresso e bussò. La porta non si aprì. Un piccolo fiore sbocciò per terra in una crepa del pavimento. Lei lo colse e lo annusò. A quel punto la porta si aprì ed entrò.
Chiara e Marco ritornarono sui loro passi e si ritrovarono a dormire nei loro letti. La vacanza continuò tranquilla per loro. L'ultima sera, mentre cenavano, Marta si avvicinò al loro tavolo.
- La...villa...ha capito...niente più...brutte storie, - disse con uno sforzo sovrumano, ma era uno sforzo che andava fatto, perché Marco e Chiara sapevano e ora non dovevano più preoccuparsi per lei.

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