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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
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"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Norma Tarditi
Titolo: Hooded Shadows
Genere Urban Fantasy
Lettori 489
Hooded Shadows
I fantasmi non esistono.

“Corri! Sbrigati!” sibilo.
Nel buio sento solo il nostro respiro affannato e il tonfo dei passi pesanti che ci inseguono.
“Non vedo niente!” si lamenta Rebecca, incespicando dietro di me.
Rallento un po', attenuando l'ondeggiare del fascio di luce della mia torcia per illuminare meglio il sentiero invaso dalle erbacce che a una decina di metri da noi curva verso destra, in direzione dell'acqua di cui inizio a sentire lo scorrere tra le rive sassose.
Superata la curva mi fermo di colpo, il mio petto che si alza e si abbassa rapido, gli occhi fissi sul vecchio ponte a schiena d'asino dove inizia il lastrico che con le sue grandi, sconnesse lastre di pietra conduce ai ruderi.
“Ci siamo, la sento! È qui!” mormoro.
La luna splende grande e alta nel cielo alle spalle dell'imponente frassino oltre il torrente, proiettando la sua ombra netta esattamente a metà dell'arcata e dando l'impressione che appena al di là si apra un baratro, un abisso di oscurità.
“Dove? Dov'è?!” chiede Rebecca aggrappandosi al mio braccio, stringendo tanto che sento la pressione delle sue unghie anche attraverso il tessuto della felpa.
Rimango in ascolto.
Il vento si solleva facendo stormire le foglie nel silenzio della notte e scompigliando l'erba, che mi solletica la pelle nuda della caviglia, tra l'orlo dei jeans e la scarpa. Mi sforzo di non grattarmi e di non scostarmi.
“Appena prima del ponte, sulla destra...” sussurro. Poi, tremando leggermente, punto la luce nel punto in cui la balaustra in pietra si erge da un disordinato groviglio di rose. “Proprio là, accanto a quel cespuglio. Fu lei a piantarlo, il giorno in cui venne a vivere qui con il marito. Era benaugurante, le avevano detto.”
Taccio di nuovo, ascoltando.
Un gufo lancia un richiamo da qualche parte nel bosco che ammanta la collina alla nostra destra. Una goccia di sudore mi scivola dalla tempia lungo la guancia. Non la asciugo.
“Cosa le successe?”
“Stava tornando a casa, a cavallo, in una giornata tempestosa. Era sul punto di attraversare il ponte quando un lampo squarciò il cielo, seguito immediatamente da un fortissimo tuono. La bestia si spaventò, la disarcionò e la ragazza cadde, battendo la testa sulle pietre del lastrico. In quel punto esatto.” Esito. “Non era passato neppure un anno dal suo arrivo, da quando aveva piantato la rosa. Non aveva nemmeno vent'anni.”
Rebecca mormora qualcosa, premendosi una mano sulla bocca.
“Si chiamava Beatrice...”
Mi irrigidisco sentendo il rumore di quei passi avvicinarsi alle nostre spalle. Mi impongo di non voltarmi, ma all'improvviso sento un fruscio alla nostra sinistra: i passi hanno abbandonato il sentiero, si stanno avventurando nel terreno erboso.
Vicini, sempre più vicini...
Lentamente, molto lentamente, volto la testa di qualche grado. Con la coda dell'occhio vedo due ombre. Avanzano ancora, praticamente sono al nostro fianco. Dal modo in cui Rebecca si tende accanto a me so che se n'è accorta anche lei.
Serro i denti, pronta a scattare, ma è Rebecca a voltarsi di scatto.
“Ma siete deficienti?” sbotta, a voce nettamente più alta.
Mi giro completamente anche io, tirandomi giù il cappuccio.
“Quante volte ve lo abbiamo detto prima di iniziare?” mi lamento. “Siete troppo vicini così!”
Matteo sbuffa, abbassando la telecamera.
“Non si vedrà niente, sono sicuro!” esclama, esasperato.
“Eri praticamente di fianco a me! Mi hai ripreso sicuramente il profilo e con la luna che c'è stanotte si vedranno anche i miei piercing!” sbraito, gesticolando verso il cielo.
“Lena ha ragione...” dice Rebecca.
“Non mi si deve vedere in faccia, mai! Erano questi gli accordi!”
“Non si sarebbe visto niente, se non ti fossi girata verso di noi” puntualizza Teo.
Gli punto la torcia sul viso, godendo intimamente quando lo vedo sbattere le palpebre, abbagliato. Prima che possa dirgli esattamente quello che sto pensando di lui e della sua idea interviene Nicola, accomodante come al suo solito: “Controllo tutto io prima della pubblicazione.” Si appoggia alla lunga asta che sorregge il microfono. “Non ti si vedrà, promesso.”
Sbuffo, non troppo convinta.
“Che senso hanno le felpe con tanto di cappuccio alzato se poi ci riprendete in faccia? Ci fanno morire di caldo e basta!” borbotto slacciandomela e facendomela scivolare dalle spalle.
“Le felpe sono meravigliose e hanno il nostro logo sulla schiena” risponde Nico, orgoglioso. “Dobbiamo richiamare in qualche modo il significato del nostro nome, no? Altrimenti perché ci chiameremmo Hooded Shadows?” ripete forse per la trecentesima volta. Gli piace proprio da morire il nome che abbiamo scelto per questo nuovo, assurdo progetto in cui mai al mondo avrei pensato di imbarcarmi.
“Giusto, senz'altro non perché si vedranno davvero ombre incappucciate nei nostri video...”
Sogghigno di fronte alle espressioni offese dei miei due nuovi soci, appassionati promotori e sostenitori dell'idea.
“I nostri video saranno tutti autentici!” dichiara Matteo.
“Senz'altro” replico. So bene che lo saranno: ci sono io... “Ma resta il fatto che non si vedrà assolutamente niente.”
“Ricordati bene le mie parole” dice in tono profetico Nico. “Riusciremo a catturare i fantasmi nelle nostre immagini.”
Prendo un respiro profondissimo, ma Rebecca mi anticipa:
“Presenze Nico. Presenze, non fantasmi” ripete per l'ennesima volta. “Dei testi di presentazione mi occuperò io” stabilisce, posandomi una mano sul braccio con intento rassicurante. “Andrà bene. E ci divertiremo” aggiunge persuasiva, sfoderando il suo enorme sorriso.
Nel buio scuoto appena la testa, gli occhi di tutti e tre puntati su di me, in attesa.
“E va bene...” cedo alla fine. “Proviamo a caricare questo primo video e vediamo cosa succede. Senza - che mi si veda - in faccia” scandisco.
Intanto, mi dico, nella peggiore delle ipotesi nessuno lo guarderà. O forse sarebbe la migliore...
“Per gli Hooded Shadows!” dichiara Nico, allungando la mano a palmo in giù di fronte a noi, chiaramente aspettandosi che tutti facciamo altrettanto.
Rebecca gli scoppia a ridere in faccia e Matteo gli rifila un insulto mentre io, dandogli la schiena e avviandomi verso l'auto, rispondo: “Dillo un'altra volta e il nostro progetto muore qui, prima ancora di decollare” lo avviso. “Raccattate tutta l'attrezzatura: la riportate voi indietro.”

Lena

“Immaginate la situazione: navetta dell'aeroporto gremita, una coppia davanti a me, di schiena. L'uomo riceve un messaggio da una certa Valentina, che io riesco a leggere oltre la sua spalla: è un invito a cena. Accetta al volo... e poi cancella tutta la conversazione, un istante prima che la sua ragazza, lì accanto, si sporga per chiedergli con chi stia parlando. Risposta: “Con Paolo, sta organizzando la partita di calcetto. Per te va bene tesoro, no?”.”
L'aula all'improvviso si rianima, risultato notevole considerando che è l'ultima lezione del venerdì pomeriggio, per di più dell'ultimo giorno dell'anno accademico, e che oltretutto stiamo seguendo “etica degli affari”, un ossimoro fatto corso universitario che ha come scopo quello di illustrare cosa si fa e cosa non si fa nella gestione di un'attività. Come se davvero servissero spiegazioni in merito.
“Il mio problema è nato dopo: nel bagno dell'aeroporto incontro di nuovo la ragazza. Sono sicura che sia lei: ricordo la sua sciarpa rossa. Non è mia amica, non la conosco nemmeno, ma so qualcosa che potrebbe cambiarle non dico la vita, ma almeno la situazione sentimentale. Passandole alle spalle mentre si sta sciacquando le mani mi basterebbe dirle: “Non era Paolo del calcetto, era Valentina” e andarmene.”
Il silenzio muta, si fa denso di curiosità, molto diverso da quello pigro, annoiato e sonnolento di poco fa.
“Lo ha fatto?” chiede qualcuno dalle file alle mie spalle.
“No.” Gli occhi chiari della professoressa percorrono l'aula, agitata da quella risposta che evidentemente ha deluso un po' tutti. “Non conoscevo la situazione: stavano assieme da molto? Da poco? Valentina era un terzo incomodo o magari era... non so, la sorella di lui, quella che per qualche motivo la ragazza non voleva che vedesse?”
L'introduzione di quella nuova prospettiva sembra placare gli animi, fino ad un momento prima propensi a bruciare sul rogo il supposto traditore.
“E in più il tutto è nato da una mia azione scorretta: non avrei dovuto leggere quel messaggio” riassume la Rinaldi.
La lezione prosegue con considerazioni sul problema delle asimmetrie informative, quel fenomeno per il quale un'informazione non è condivisa equamente tra tutti i soggetti interessati. Un problema che mi è ben noto. Dopodiché si conclude con qualche indicazione sulla sessione d'esame.
Una volta uscita la professoressa, però, tutti tornano sulla questione e sento commenti più o meno accesi su quanto quel tizio si sarebbe meritato una lezione. Trovo sempre singolare il desiderio, comune a moltissime persone, di punire i colpevoli, quella sorta di sete di giustizia. Come se il mondo fosse pieno di innocenti, tra l'altro.
Raccolgo penna e bloc-notes e li ripongo nella borsa che mi metto a tracolla. Sto infilando le cuffie mentre traffico con il telefono per far partire la musica quando mi sento chiamare.
“Lena!”
Mi volto verso il gruppetto di compagni con i quali studio qualche volta, quando ricordo a me stessa che devo incontrare altre persone: l'ho promesso a Rebecca.
“Tu glielo avresti detto, vero?” dice Gabriele, sicuro e vagamente divertito.
Ricambio con un sogghigno più che con un vero e proprio sorriso e non rispondo, lasciando che credano che lo avrei fatto.
Sarebbe nel mio personaggio, ne sono consapevole: schietta, decisa, menefreghista e senza peli sulla lingua. Tutte cose che sono, in effetti, ma in realtà ho ben più filtri di quelli che chiunque si aspetti da me. Devo averli, per forza, e ho fatto delle omissioni strategiche la mia filosofia di vita. Ho smesso molto, moltissimo tempo fa di chiedermi se sia corretto o meno.
Mi sto avviando verso l'uscita quando mi parlano di nuovo. È Federica stavolta.
“Lena, ci sei stasera?”
“Ancora non lo so” rispondo, agitando una mano sopra la testa a mo' di saluto e uscendo finalmente dall'aula.
Non ne ho particolarmente voglia ma in fin dei conti oggi è stata una buona giornata, quindi forse posso sopravvivere ad una serata al pub per festeggiare con gli altri la fine delle lezioni del quarto anno, il primo della Magistrale.
Esco dal portone dell'università e mi avvio con calma verso la strada, tenendomi da un lato per non essere d'intralcio agli studenti che devono correre a prendere l'autobus o il treno, godendomi il sole caldo di metà giugno immersa nel profumo dei gelsomini che dalle aiuole si arrampicano sui muri e sui tronchi delle palme, avvertendo quell'atmosfera tipica di inizio estate che ancora sa di vacanze scolastiche, lunghissime giornate in spiaggia e gelato alla sera sui moli, che cola sulle mani per il gran caldo.
Nonostante io abbia ventitré anni e non sedici e le prossime settimane mi si prospettino ben diverse da quelle delle vacanze dei miei ricordi, quella che respiro è comunque l'aria della speranza, di quell'estate che deve compiersi, che ancora non ha deluso e che potrà essere la migliore di sempre.
Mi godo la sensazione, anche se dubito fortemente che questa estate sarà “la migliore di sempre”. Beh, senz'altro almeno non sarà la peggiore...
Superati i cancelli che segnano il confine dell'area universitaria esito un istante. Sto per decidere se per tornare a casa preferisco prendere la strada breve che taglia per il centro oppure concedermi il giro lungo, la passeggiata che sovrasta la costa e gli scogli a picco sul mare, quando la musica viene interrotta dal suono dei messaggi WhatsApp che ho associato al contatto di Rebecca.
Ora, a inizio anno ho stabilito un proposito: non camminare per strada guardando il cellulare. Il motivo è che ascolto ancora incessantemente la musica quando mi trovo a camminare tra la gente e finire sotto una macchina per aver eliminato anche l'ausilio della vista sarebbe una morte veramente idiota.
Però Becca ha la precedenza, su tutto, sempre, motivo per cui ha una suoneria diversificata. Quindi mi fermo a lato della strada, apro WhatsApp e, mentre leggo, sorrido e scuoto la testa contemporaneamente.
È arrivato il pacco!!!
Rispondo con la faccina che suona la trombetta da festa e metto via il telefono, lasciando che i bassi ritmati della musica mi rimbombino nelle orecchie, isolandomi dalle persone che incontro e dai loro brandelli di vita, che mi fanno sentire costantemente come se mi trovassi a passare nel corridoio centrale di un treno affollato.
Consapevole del fatto che l'entusiasmo di Rebecca sia incontenibile decido per la strada più breve, così avrà qualcun altro su cui riversarlo e risparmierò ad Escher il dubbio piacere di essere l'unico destinatario dei suoi altrettanto incontenibili abbracci, che io gestisco decisamente meglio del nostro povero gatto.
Casa nostra si trova nel bel mezzo del centro storico abbarbicato sulla sommità di un promontorio affacciato sul mare. Qui ben poche sono le strade carrabili: molte sono intervallate da scalini o sono comunque troppo strette perché possano essere percorse da un'auto, e le caratteristiche, variopinte case si affacciano su un dedalo di vicoli e vicoletti che incontrandosi danno vita a piazze grandi e piccole distribuite su un'infinità di livelli.
Come mi richiudo il portone alle spalle spengo la musica e mi godo il silenzio dell'androne, buio e avvolto in quel freddo perenne che anche d'estate ti accoglie benefico, soprattutto dopo le svariate salite necessarie per raggiungerlo. Inspiro il suo tipico odore, un misto di umido, clorofilla, detersivo per pavimenti e aromi di cucina provenienti da uno dei quattro appartamenti che si affacciano sulle scale.
È questo quello a cui penso immediatamente quando qualcuno mi chiede di casa mia: questo insieme di freddo, buio e precisa mescolanza di odori che segna il confine tra il mondo fuori, affollato e complicato, e il mio.
Salgo le scale senza accendere la luce, accontentandomi di quella che piove dal lucernario impolverato lassù in cima, che dona una sfumatura seppia a tutto l'ambiente dando l'impressione di muoversi in una vecchia fotografia.
Mi piace salire in questa penombra, affidandomi alla memoria del mio corpo, delle gambe che contano i gradini (sessantasette fino al mio piano, il secondo) e del palmo della mano che sente le linee di giunzione del legno arrotondato e usurato del corrimano. Mi piace perché amo il contrasto non appena apro la porta a sinistra del pianerottolo più in alto, quella di casa: qui la luce che entra dalle due grandi vetrate inonda l'ambiente unico che ospita soggiorno e cucina, come sempre pregno degli incensi di Becca, baciando i colori sgargianti della coperta anni ‘70 del divano, dei mille cuscini, dei due pouf, dei tappeti, delle tende e delle antine dei pensili, che incredibilmente riescono a non fare a pugni.
Le uniche bianconere eccezioni in tutto questo mare di tonalità sono il gatto e il quadro appeso sopra al divano, eccezionalità che abbiamo deciso di celebrare dando all'animale lo stesso nome del pittore olandese.
Escher, vedendomi, si alza dal suo cuscino-cuccia, naturalmente di un ennesimo colore, con tutta la calma del mondo. Allunga le zampe anteriori, tira fuori gli artigli, li affonda nell'imbottitura, si stira la schiena con palese godimento e infine con un “miao” mi concede l'onore di venirmi a salutare.
Mentre sua maestà porta a termine la lunga operazione del risveglio, mi sfilo le scarpe e le lascio fuori accanto al tappeto, sotto l'apposito cartello in legno sorretto da una cordicella viola disegnato e realizzato da Becca, che ricorda in un'esplosione di fiori stilizzati che “le vostre scarpe vi hanno accompagnato in tanti posti, quindi qui non possono entrare”.
“Capitano” lo saluto, infilando i piedi nelle infradito da casa e chinandomi per accarezzargli la testa asimmetrica dall'aria piratesca, con quell'occhio mancante e quella mandibola un po' sbilenca. Io e Becca lo abbiamo trovato così, due inverni fa: un disastro di gatto tremante a bordo strada, investito e abbandonato sotto il diluvio, intento a fare le fusa per cercare di tranquillizzarsi in quell'orribile momento. Quando il veterinario ci ha chiamate per avvisarci che contro ogni aspettativa era sopravvissuto, non abbiamo potuto fare altro che prenderlo con noi: un gatto scalcinato per la nostra scalcinata vita, che ormai da quattro anni condividiamo in questa casa, sempre qui una per l'altra quando serve e soprattutto senza romperci le scatole a vicenda quando non serve.
Io sono quello che sono, Bec tra le altre cose è un'artista, quindi entrambe amiamo le nostre rispettive solitudini. Poterle condividere è meraviglioso.
Dispensata la dovuta dose di coccole ad Escher salgo le scale.
“Bec sono a casa!” urlo bussando alla porta dipinta di blu, che si apre di scatto.
Rebecca compare sulla soglia e, con le mani impiastrate di colore, si abbassa le enormi cuffie con le quali ascolta Brahms a tutto volume.
Abbiamo praticamente la stessa età e nonostante la conosca da tutta la mia vita non sono ancora riuscita a decidere se sia più spiazzante la sua abitudine di ascoltare pianisti tedeschi dell'Ottocento come fosse heavy-metal, la sua apparenza da sedicenne scheletrica sebbene di anni ne abbia sei di più, o ancora i suoi boccoloni castani che la fanno sembrare uscita dal cast di “Chiamatemi Anna” mentre nel suo animo si agitano dragoni, mondi basati su prospettive impossibili e demoni terrificanti, come testimoniano ampiamente le tele che costellano la sua stanza/studio/atelier.
“Elle!” esplode, stritolandomi solo con le braccia, senza toccarmi con le mani per non macchiarmi, sfoderando il diminutivo.
Non mi chiamo Maddalena, ma Lena, esattamente come mia nonna. Avendo io un nome corto, perdo completamente quel momento sociale nel quale qualcuno smette di chiamarti con il nome intero e passa ad una più amichevole versione abbreviata. Quindi Becca, che capisce sempre molto di più di quanto non dia a vedere anche senza avere le mie percezioni, un giorno se n'è uscita con “Elle”, che dal punto di vista della lunghezza è identico a Lena, ma che suona in effetti molto più affettuoso.
Rebecca: nessun dono, ma molta intuizione...
Mi lascia e indica a braccio teso e indice puntato un pacchetto marrone poggiato sul delirio di colori, matite e pennelli che è la sua postazione di lavoro.
Faccio per parlare ma mi ferma.
“No, non dirlo. Non puoi saperlo” mi avvisa, volgendo l'indice contro di me.
Sospiro. “Non lo dico se vuoi, ma lo sai benissimo che non...”
“Zitta! Non lo sai neanche tu! Un sacco di gente le ha usate e si sono visti!” Mi guarda implorante, come se la mia opinione in merito potesse in qualche maniera influenzare l'esito dell'esperimento. “Domani sera ne parliamo con Teo e Nico.”
“Domani?” chiedo, confusa. “Giriamo un altro video?” Non era in programma.
Becca sbuffa. “È ammirevole il tuo voto di non guardare il telefono in strada, davvero, ma sei ancora più fuori dal mondo del solito. Hanno scritto sul gruppo” mi spiega, un po' cantilenante. “Domani inizia PKI!” riepiloga, di nuovo entusiasta. “Ci sei, vero?”
“Ci sono.”
Ci sono, sì, perché la nuova trasmissione televisiva che sta per iniziare e che già sta spopolando e facendo parlare di sé su ogni social network mi interessa molto, e per diversi motivi.
Becca raccoglie un po' del suo entusiasmo, come se lo assorbisse da qualche parte in quel corpo magrissimo e slanciato che si ritrova, e mi rivolge un sorriso più contenuto e inequivocabilmente inquisitorio.
E so già cosa sta per chiedermi.
“Stasera?” indaga. Faccio una smorfia e lei parte in quarta: “Elle me lo hai promesso, devi sforzarti di uscire. Non puoi passare tutti i weekend qui con me o vedere solo Teo e Nico, che vanno ancora a scuola. Non va bene, devi...”
“Va bene, va bene, va bene!” la fermo, sollevando entrambe le mani. “Vado. Anche se non ne ho voglia.”
Rebecca alza gli occhi al cielo.
“Certo che se inizi così...”
“Lo sai già come andrà: ascolterò gli altri parlare di tutta una serie di cose che non mi interessano, incontrerò l'ennesimo imbecille e berrò fino a trovarlo vagamente sopportabile. E domani mattina, quando mi sveglierò, vorrò solo essere rimasta a casa.”
“Non si rimane a casa il venerdì sera” dichiara.
“Perché? È una legge?”
Rebecca sbuffa di nuovo. “Non ricominciare.” Come se fossi stata io a farlo: abbiamo già affrontato questo discorso decine di volte, ultimamente. In pratica ogni weekend. “È così e basta. Non mi piace sapere che sei qui da sola.”
“Non sei la mia balia” ripeto per la trecentesima volta.
“No, sono la tua migliore amica.”
E questo è verissimo. Verissimo e dannatamente scorretto, perché sa che mi colpisce. A volte è un problema vivere con qualcuno che mi conosce così bene.
Il sorriso che mi rivolge adesso Rebecca è più dolce e decisamente più comprensivo e la sua voce, di solito squillante, stavolta esce dalle sue belle labbra, rosse come quelle delle principesse delle favole senza bisogno di rossetti, in un bisbiglio leggero, quasi a malapena udibile: “Mi dispiace non esserci stasera, ma se non vuoi uscire con i tuoi amici puoi sempre venire a cena con noi... Lo sai che per zia Lorella sei una nipote esattamente come me.”
Lo so, sì.
Ci penso ancora qualche istante, come se già non lo avessi fatto per tutto il pomeriggio, consapevole delle mie uniche due alternative per la serata: uscita con i miei compagni o cena di compleanno della sorella del padre di Bec, poi scuoto la testa.
“Passo, ma grazie.”
È che a volte va meglio e riesco ad illudermi che la caotica famiglia di Bec composta da Sara, sua mamma, Salvo, suo padre, Teo e Dante, i suoi fratelli, e Mattia, l'ultimo arrivato, sia davvero la mia famiglia e non quella con la quale sono cresciuta come ripiego. Ci sono giorni in cui sento che è esattamente così.
Altri invece no, e oggi è uno di quelli.
Rebecca annuisce e sorride di più, incoraggiante, come a volermi contagiare con il suo incrollabile ottimismo.
“Andrà bene, ti divertirai. E... lo so che per te è più difficile, ma non ci sono solo imbecilli là fuori.”
Può essere che sia così, ma al momento non ho prove del contrario. Lo tengo per me: non ho voglia di discutere ancora anche di questo.
“Salutami tutti e di' a tua mamma che ci vediamo domani alla mezza.”
Becca si riaccende immediatamente del suo solito entusiasmo. “È vero! Avete una consulenza!” ricorda evidentemente all'improvviso, battendo le mani.
Le sorrido di rimando e riprendo a salire le scale, diretta alla mia stanza, affrontando i medesimi, altissimi gradini che dal soggiorno portano alla camera di Becca, in quest'ultima rampa però molto più stretti perché in origine conducevano semplicemente al sottotetto.
Apro la porta della mia camera, pitturata di bianco e dal profilo superiore tagliato in diagonale per assecondare la forma del soffitto, ed entro in quell'unico angolo di mondo che posso chiamare solo mio: la mia mansarda.
La luce piove dall'alto, da due grandi lucernai, il primo sopra la zona occupata dal mio piccolo divano a due posti scarsi, dalle librerie e dalla scrivania; l'altro proprio sopra al letto. Un terzo più piccino si trova sopra al bagno che si apre alla mia sinistra, piastrellato di verde. Per essere una mansarda non è troppo bassa neppure ai lati; senz'altro non lo è per me che non arrivo neppure ad un metro e sessanta pieno.
Non ha esattamente un suo stile: non presenta il caos artistico della stanza di Bec né l'anima psichedelica anni '70 del piano inferiore, ma è innegabilmente mio. Sono abbastanza sicura che lo direbbero anche altre persone, se solo le lasciassi avvicinare abbastanza per farmi conoscere. Le tre pareti rivestite di pannelli di legno bianco sono spoglie: non c'è nulla appeso. Sulla quarta, che si trova esattamente di fronte al letto, Bec ha realizzato dietro mia richiesta un mare di spighe di grano immerse nella semioscurità che precede l'alba, al centro del quale si staglia una torretta in pietra dotata di scala a chiocciola esterna che conduce sulla sua sommità, l'unico punto già benedetto dai raggi obliqui del sole nascente.
Guardo quella scena per qualche istante, osservo il corvo che si sta levando in volo, nell'angolo in basso a sinistra, il papavero color granata con un petalo strappato sulla destra della composizione, la quercia ritorta e nodosa sullo sfondo, e sento il mio cuore rallentare dopo la fatica della scala mentre la mia mente si placa dopo il carico di sensazioni della giornata. Espiro e lascio che tutto scivoli via da me, dalle mie spalle, dai miei pensieri, e voli fuori attraverso i lucernai lasciati aperti di un paio di palmi.
Da quelle stesse aperture sul mondo mi arrivano i suoni esterni: il traffico attutito delle strade, il suono delle onde oggi che il mare è un po' agitato, un bambino che rivendica un goal in una delle piazzette qui sotto. Mi arrivano, ma è tutto meravigliosamente smorzato, lontano, e mi sento perfettamente in pace.
Ci sono solo io, qui. Non è esattamente una cosa comune per la mia mente.
Sara chiama questo momento “tornare a me stessa”.
Sono lontana dal suo mondo New Age quanto lo sono da quello della statistica con le sue dannate estrazioni di palline rosse o bianche dai sacchetti, ma devo dire che è un'espressione che definisce perfettamente il mio stato d'animo.
Riappropriatami dei miei pensieri e, forse, conservato per un altro giorno il mio equilibrio mentale, attraverso la stanza per andare ad appoggiare la borsa sulla cassapanca.
E poi inizio la mia seconda routine giornaliera, quella a ritroso. La prima è quella che ogni mattina mi vede passare strati su strati di eyeliner attorno ai miei occhi scuri, mentre dentro di me costruisco muri su muri, per proteggermi da tutto e da tutti.
Quella che ripeterò stasera, prima di uscire. Ma adesso ho voglia di essere me stessa, almeno per qualche ora.
Indossati gli shorts e un top smanicato mi piazzo davanti allo specchio a figura intera accanto all'armadio. Dalla mensolina recupero la spazzola e mi districo i capelli, a destra lunghi grossomodo fino alla spalla, anche se qualche ciocca arriva un po' più in alto e qualcuna un po' più in basso visto che me li taglio io con le forbici da cucina. Poi li raccolgo in quello che Becca chiama il mezzo pon-pon giapponese (mezzo perché sul lato sinistro i miei capelli sono invece corti) scoprendo la parte terminale del tatuaggio che arriva a sfiorarmi la clavicola, quindi poso la spazzola e prendo dischetti di cotone e struccante.
Quando ho finito mi guardo e davanti a me, con gli occhi scuri che spiccano sul viso leggermente squadrato reso ancora più pallido dai capelli neri come la notte, non vedo la ragazza che ogni giorno esce vestita invariabilmente in colori scuri, quella che se ne frega di tutto, che sceglie di non lasciarsi avvicinare da nessuno e di non farsi toccare da niente.
No, adesso davanti a me vedo l'altra ragazza, quella che non si mostra a nessuno, quella che perfino Rebecca ha visto poche, pochissime volte, quella senza corazze e senza difese.
Davanti a me c'è solo Lena, la sensitiva.
Norma Tarditi
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