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Autore: Elia Giovanni Babsia
Titolo: L'inferno di Achim
Genere Romanzo
Lettori 4071 25 216
L'inferno di Achim
Un giorno, passando davanti alla bacheca, Achim lesse una comunicazione che lo riguardava: era in stato di fermo. Fortunatamente la scritta non era stata redatta a computer, ma battuta a macchina su di una semplice carta da copie, senza alcuna intestazione. Se si trattava dell'originale, poteva significare che il testo non era stato nemmeno archiviato o memorizzato in formato digitale. Il giudizio era definitivo, perché non era stato presentato un ricorso e per la stessa ragione, con caratteri sormontati dal giallo di un evidenziatore, non era più accessibile il dispositivo della sentenza. Era una comunicazione della Commissione, vecchia di giorni, inoltre non era mai stata eseguita, così come gli risultava, ma non per questo la notizia appariva meno preoccupante. Poteva essere solo la conseguenza di qualche esposto del dottor Mazza, magari a causa della sua frequentazione con Stella.
Indispettito, staccò il foglio e si diresse verso il suo ufficio per telefonare e chiedere spiegazioni al suo superiore. Trovò i due aiutanti seduti che stavano sonnecchiando, sdraiati col busto e con le braccia allungate sul piano della scrivania. Si era più volte raccomandato di evitare certi atteggiamenti dal momento che chiunque avrebbe potuto vederli attraverso il vetro della porta. Senza punirli, come avrebbero meritato, li fece allontanare, perché non voleva metterli al corrente dell'accaduto.
Il dottor Mazza spergiurò di non essere lui la causa e di non aver mai saputo nulla a riguardo; sembrava sinceramente dispiaciuto. Poi aggiunse: - Ah, lo fanno, lo fanno! - .
- Ma chi lo fa? L'ha forse deciso il direttore? - .
- Ma no, figurati. E poi me l'avrebbe detto - .
- Chi, allora? - .
- Cosa c'è scritto nel foglio? - .
- La Commissione - .
- È quella! - .
- Adesso telefono al dottor Fagnoni - .
- Per carità! Dal momento che la sentenza non è ancora stata eseguita, sicuramente non ne sa nulla. Se gliene parli, sollevi un vespaio. È meglio mettere la cosa a tacere - .
- Sì, così, se verranno per arrestarmi, farò finta di non vederli - .
- Ti rendi conto che siamo tutti nelle tue stesse condizioni? Da un momento all'altro ognuno di noi potrebbe ritrovarsi condannato in via definitiva, senza possibilità d'appello e senza neppure conoscere le motivazioni dell'accusa. Tu, almeno, non sei stato ancora assunto, e questo ti assicura una serie di privilegi - .
- Sarà anche vero, intanto quello che è successo riguarda solo me... - .
- Solo te? Dici “solo te”? Prova a consultare la lista dei ristretti: sembra il volume di un'enciclopedia - .
- Allora, cosa mi consigli di fare? - .
- Prova a sentire il dottor Strano; è uno dei tanti avvocati d'ufficio, ma dicono che sia il più preparato - .
- A cosa mi serve un avvocato se è già tutto deciso, se non c'è alcuna possibilità di difesa? - .
- Questo in teoria, ma se è vero tutto, è vero anche il contrario di tutto. E poi gli avvocati ne sanno una più del diavolo - .
- Farò così. Intanto, mi raccomando: acqua in bocca! - .
Achim abbassò la cornetta del telefono indeciso sul da farsi. Lo tranquillizzava sapere che il suo caso non era isolato e che il dottor Mazza era dalla sua parte; soprattutto, non avvertiva alcuna sensazione di pericolo, come se la questione non fosse altro che una semplice farsa. Ma quel suo stato d'animo rischiava di non fargli affrontare la cosa con la necessaria determinazione o addirittura di fargliela rimuovere dai suoi pensieri. Al contrario, doveva darsi da fare senza indugio. Si recò in biblioteca a consultare la lista dei ristretti; in effetti il volume era di notevoli dimensioni. Per pura curiosità, cercò a lungo il nome del luogo di detenzione dei condannati, senza successo. Non trovò il suo nome, ma non poteva essere altrimenti, perché l'ultima edizione del libro era antecedente al suo giudizio. Pensò di consigliarsi con Antonio, poi considerò che, almeno per quanto riguardava le questioni correnti, avrebbe dovuto cavarsela da solo. Dunque, si mosse alla ricerca di un avvocato.
Se l'aspetto delle persone corrispondesse al loro valore, Achim avrebbe dovuto avere parecchie riserve riguardo il dottor Strano. Piccolo di statura, aveva difficoltà a guardare negli occhi il proprio interlocutore; al momento delle presentazioni allungava una mano umida, semichiusa e senza energia. Nell'occasione, ad Achim sembrò di afferrare un pesce, ma giocando a scacchi aveva imparato a non prendere sotto gamba nessuno: gli avversari che aveva incontrato, quelli più forti, avevano spesso espressioni indolenti, un aspetto trasandato, e il più delle volte l'averli sottovalutati era stata la causa della sconfitta.
Il dottor Strano ascoltò l'esposizione di Achim camminando lentamente, le dita delle mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo costantemente rivolto verso la punta delle scarpe. Prudentemente, Achim non aveva portato con sé il foglio che aveva prelevato in bacheca e che aveva avuto la tentazione di distruggere, ma l'avvocato sembrava conoscere già tutti gli aspetti della questione, verosimilmente per aver già affrontato casi simili in passato.
- Le caratteristiche del lavoro della Commissione - , disse, - si possono definire arcaiche. Così com'è accaduto per l'evoluzione del linguaggio quando nelle lingue più antiche le stesse parole avevano spesso significati diametralmente opposti. Nell'antico egizio, ad esempio, la parola ‘ken' significava sia ‘forte' sia ‘debole'. Per evitare fraintendimenti, nello scritto si aggiungeva alla parola un omino in piedi se veniva usata con il significato di ‘forte', oppure un omino accovacciato se si voleva esprimere il concetto di ‘debole'. Come inoltre immagino che sappiate, in latino, ‘alter' significa sia ‘alto' che ‘profondo'; ‘sacer' significa sia ‘sacro' che ‘sacrilego'... La stessa cosa accade nei sogni, quando il lavoro onirico compie la traduzione dei pensieri onirici mediante il rovesciamento del significato. Nel sogno essere colpevoli o innocenti significa esattamente la stessa cosa - .
- Ma noi non stiamo sognando - , obiettò Achim e, di fronte al silenzio del suo interlocutore, insistette: - Stiamo forse sognando? - .
Dopo una breve pausa, il dottor Strano proseguì come se nemmeno avesse udito: - Non bisogna dare troppo peso al pensiero della Commissione che è composto soltanto da materiale grezzo. È difficile da interpretare perché risulta incapace di esprimere relazioni. Si potrebbe assimilare alla scrittura geroglifica che non conosce separazione tra le parole; le figure si susseguono senza che si possa comprendere se un segno appartiene alla parola che precede o se sia l'inizio di quella che segue -
- Se non dobbiamo dare troppo peso al pensiero della Commissione ne discende che il mio fermo è da considerarsi una semplice farsa - .
- Nihil fit sine causa. [Nulla avviene senza causa] - , sentenziò l'avvocato, con aria solenne.
- E dunque? - .
- Mah! - disse il dottor Strano allargando le braccia; - Potrebbe essere, così come potrebbe anche non essere - .
- Cosa potrebbe essere? Cosa potrebbe anche non essere? - .
- La Commissione potrebbe anche essersi sbagliata - .
- Alla buon'ora; era questo che volevo sentirvi dire - .
- Purtroppo, l'aver ragione, da sola, non basta - .
- Ah, no? - .
- Eh, certo che no. Andiamo; non fate il bambino! - .
- Ma, insomma! - , sbottò Achim al colmo della pazienza. - Se non siamo neppure entrati nel merito della questione... - .
- Parlate piano - , disse il dottor Strano, afferrando Achim per un braccio. - Non è che avete bisogno del bagno? - .
- Come? - .
- Non è che avete bisogno del bagno? - , ripeté, dirigendosi verso i gabinetti e tirando a sé Achim con decisione.
Il locale dei bagni era affollato di gente, alcuni seduti, molti in piedi, e aveva più l'aspetto di un'aula di tribunale o di uno studio legale. Buona parte dei servizi igienici erano stati rimossi per far posto all'arredo, non tutti però. Già all'ingresso si avvertiva un forte odore di disinfettante e di urina insieme, come nei pressi degli ultimi vespasiani che si incontrano per strada. Al contrario dei gabinetti del bar dove Achim si era incontrato con Antonio, il pavimento appariva in pessime condizioni con evidenti macchie scure che facevano presa sulle suole delle scarpe quando capitava di camminarvi sopra.
Al loro apparire, uno che sedeva a una scrivania, rivolgendosi al dottor Strano, disse: - È tua la pratica del dottor Achim? - .
- Sì, è mia - , confermò il dottor Strano.
L'altro si alzò di scatto vedendo che un pisciatoio a muro si era appena liberato. - Siete in una botte di ferro - , disse, rivolgendosi ad Achim, mentre sbatteva vigorosamente il pene dopo aver urinato.
- Vedo che la questione che mi riguarda è sulla bocca di tutti... - , commentò Achim in un sussurro.
- Qui potete parlare più forte - , disse il dottor Strano. - No, non sulla bocca di tutti. Questioni gravi come la vostra ci vengono trasmesse immediatamente, dato che siamo gli avvocati difensori... E poi non vi dovete preoccupare: il collega, come me, ha l'obbligo della riservatezza - .
Un altro avvocato che occupava una scrivania si sollevò dalla sedia e fece alzare il proprio cliente per far posto al dottor Strano che ne prese possesso senza neppure ringraziare.
- C'è un po' di confusione - , disse poi, indicando col gesto della mano la sedia rimasta vuota per invitare Achim a sedersi; - ma, almeno, qui siamo sicuri di non essere spiati - .
Già pentito della propria scelta, Achim disse: - Mi sono rivolto a voi su suggerimento del mio superiore, il dottor Mazza, più per scrupolo che altro, magari per un semplice consiglio. La questione che mi riguarda, anche se apparentemente grave non l'avverto come un pericolo reale; tanquam non esset [come se non esistesse] - .
- Avete sentito? - , disse il dottor Strano a voce alta, guardandosi attorno, - Dice: come se la cosa non esistesse - . Poi, rivolgendosi ad Achim: - Ma è giusto; più la questione è grave, più appare inverosimile. La vostra è una reazione assolutamente normale: non dovete sentirvi per questo inadeguato a risolverla, col mio aiuto, s'intende - .
Intanto entrava gente in continuazione; il locale diventava sempre più affollato. Era una processione di persone mutilate: chi senza una gamba, chi senza un braccio, alcuni erano in carrozzina, altri si reggevano su due bastoni. Presto diventò difficile compiere anche un solo passo. Achim faticava a resistere a quelli che, in piedi, dietro di lui, l'avevano dapprima spinto contro la scrivania e ora lo costringevano a rimanere piegato in avanti.
- Sono tutti nostri clienti che hanno vinto la causa e che vengono a renderci omaggio - , spiegò il dottor Strano; - Innocenti strappati alla giustizia ingiusta - .
In silenzio, accompagnando il gesto con un leggero inchino, i nuovi entrati depositavano sulle varie scrivanie dei pacchetti regalo e lentamente uscivano in fila indiana. Nessuno pronunciò una parola, nessuno sorrise mai.
- Erano così anche prima del processo? - , domandò Achim a voce bassa, perché non erano ancora usciti tutti.
- Come? - , disse il dottor Strano, indicando col dito un suo orecchio per far intendere di non aver sentito.
Achim attese che fossero usciti tutti prima di ripetere la domanda a voce più alta.
Il dottor Strano scosse la testa, poi disse: - Almeno hanno portato a casa la pelle - .
- Perché? Erano stati condannati a morte? - .
- Non lo sappiamo. E voi siete stato condannato a morte? È questo il problema. Non conosciamo l'accusa, non conosciamo il reato che avete commesso, non conosciamo la sentenza; sappiamo solo che siete in stato di fermo, proprio come era capitato a loro. E questo è tutto. Vi sembra facile lavorare in questo modo? - .
Achim seguiva con la coda dell'occhio l'andirivieni delle persone che andavano a urinare, udiva da un lato all'altro della sala gente che discuteva a voce alta, talvolta imprecando, e non vedeva l'ora di tornarsene alla pace del suo ufficio. Davanti a sé la bocca del dottor Strano si apriva e chiudeva come la bocca di un pesce in un acquario; ne udiva le parole, ma non afferrava il senso: voleva solo uscire da lì al più presto. Disse: - Veniamo al dunque: cosa mi consiglia di fare? - .
- Adesso non facciamo nulla - .
- Prior in tempore, potior in iure! [Prima cronologicamente, più forte giuridicamente!] - , esclamò Achim, sempre più contrariato.
- No, non in questo caso. C'è sempre la speranza che la pratica che vi riguarda finisca sulla scrivania di qualche fannullone e che tutto cada nel dimenticatoio - .
- Un fannullone, dite? - .
- Sì, qualcuno che non ha voglia di lavorare e che, fingendo di sbagliarsi, metta la vostra pratica tra quelle già esaminate - .
- Beh, meno male che c'è gente così - .
- No, no. Non lo difendete; un fannullone è sempre un fannullone. Se invece vengono ad arrestarvi, non dite nulla: Ex silentio nutritur iustitia. [Di silenzio si nutre la giustizia]. E se parlate negate tutto e negate sempre - .
- Proprio tutto, proprio sempre? - .
- Sì. Non dite mai la verità. Però tenete bene a mente: Mendacem memorem esse oportet. [Il bugiardo deve avere buona memoria] - .
Stanco di quella battaglia a colpi di brocardi latini, Achim rinunciò a ribattere fingendosi d'accordo per poter finalmente abbandonare quel luogo. Fuori da lì riacquistò immediatamente la propria serenità d'animo. Continuava a non sentirsi in pericolo, come se la questione che lo riguardava in realtà riguardasse qualcun altro.
In ufficio trovò i suoi aiutanti in un atteggiamento inconsueto. Erano uno accanto all'altro, entrambi rivolti verso la porta d'entrata, quasi lo stessero aspettando. Cesar sedeva sulla scrivania tenendosi fermo con le due braccia puntate sul bordo del piano, mentre Feliciano si dondolava su una sedia con le due gambe accavallate posate sullo stesso tavolo.
- Com'è andato l'incontro con l'avvocato; ti ha poi convinto? - , chiese Cesar.
- Chi, il dottor Strano? - , rispose Achim, di rimando. Quello era il giorno delle sorprese: prima la comunicazione del suo fermo, poi gli aiutanti che avevano perduto quell'atteggiamento artatamente sottomesso. Addirittura, Cesar gli dava del tu: era la prima volta da quando era diventato il suo superiore. Da allora, lui e Feliciano avevano preso a dargli del voi nonostante Achim avesse espresso più volte la propria contrarietà. Come spesso ripeteva, il reciproco rispetto non necessitava di quelle inutili formalità.
- Non credere a quello che dicono di lui; non è un avvocato di grande valore. È un semplice avvocato d'ufficio, come gli altri - , intervenne Feliciano.
- Ah, ti ha cercato Antonio, ma ha detto: niente di urgente - , disse Cesar.
“Dunque, sono a conoscenza di tutto”, ragionò Achim tra sé e sé. “Ho voluto che uscissero per non sentire la telefonata con il dottor Mazza, ma già sapevano del mio fermo. E poi, perché riferirmi di Antonio se non c'era niente di urgente? Vogliono farmi intendere che sanno anche di noi due?”. Avrebbe avuto presto una risposta ai suoi dubbi, non c'era bisogno di indagare adesso. Chiese: - Cosa fate? Stanotte dormite qui o nel vostro dormitorio? - , perché desiderava iniziare i propri esercizi e immergersi nella meditazione.
- Restiamo qui, così facciamo anche la guardia - , disse Feliciano.
- Va bene - , disse Achim già sui gradini della scala a chiocciola; da lì a poco avrebbe lasciato alle spalle tutti quei pensieri che sembravano importanti ma che presto sarebbero svaniti nel nulla.
Elia Giovanni Babsia
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