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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Elia Giovanni Babsia
Titolo: La seconda vita di Daniel
Genere Romanzo
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La seconda vita di Daniel
L'unica cosa certa, quella su cui non aveva il minimo dubbio, era che fosse già morto. Daniel non conosceva la causa dell'evento: non sapeva cosa gli fosse mai successo. Se si sforzava di mettere a fuoco alcuni dettagli del recente passato quelli restavano confusi, indefiniti, come avvolti in una fitta foschia. Da ogni sforzo della memoria ne usciva sempre sconfitto, perché ricordava tutto benissimo, tranne alcuni punti, verosimilmente quelli che si riferivano alle circostanze della sua dipartita. Ricordava, ad esempio, un sogno in cui era seguito da lontano da qualcuno con il volto coperto da un cappuccio calato sulla testa.
Era notte e percorreva una strada deserta e poco illuminata. Era dominato da una forte sensazione di pericolo, perché, ormai vecchio, non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza a una possibile aggressione. Allungava il passo e lo sconosciuto dietro di lui faceva altrettanto; iniziava a correre e si metteva a correre anche l'altro che si avvicinava sempre più. Allora avrebbe voluto gridare per chiedere aiuto, ma dalla sua gola non ne usciva che un flebile lamento. Poi si svegliava col batticuore, i peli delle braccia ritti, la pelle d'oca. Era un sogno che, ultimamente, si era ripetuto con frequenza, ma infine si era sempre destato, dunque non era morto in una di quelle occasioni. Forse era comunque morto nel sonno, perché non gli era accaduto nulla di tanto traumatico, né aveva mai sofferto di patologie così gravi da causare un decesso. Eppure non era più vivo, ne era certo: era morto e sepolto, come si usa dire, anche se non si era mai sentito tanto in forma come adesso.
Che sciocchezza aver paura di morire! Non si muore veramente; è tutta una finzione! Infatti, com'è possibile immaginare di apparire dal nulla in questo mondo e poi scomparire per sempre? Una semplice balordaggine! È per questo che l'idea della morte incute terrore, proprio perché è illogica, perché non ha senso. Ora, per lui, era facile ragionare con tanto giudizio, ora che aveva la certezza della propria immortalità, ma una volta era diverso. Anche lui, invecchiando, vedendosi imbruttire, vedendo scemare le forze poco a poco, ma inesorabilmente, pensava con timore al momento della fine.
Il tempo, ultimamente, sembrava scorrere sempre più in fretta, forse perché non accadeva più nulla che valesse veramente la pena di essere vissuto. Allora, come un rigurgito, tornava alla memoria la vista di Ettore, suo compagno di scuola al tempo in cui frequentavano le Scuole Professionali, falciato da un auto mentre attraversava la strada. Il ricordo di lui composto sul tavolo dell'obitorio, del suo volto, così rilucente di quel terribile biancore cadaverico, l'avevano perseguitato per notti intere. Più passavano gli anni e più di frequente pensava alla morte immaginandola con sgomento.
Ancora da giovane, non era che un bambino, allora abitava in un paese e non lontano dal suo palazzo si stendevano campi coltivati e terreni incolti, gli era capitato di imbattersi, in mezzo all'erba, nei resti di una talpa morta. La vista di quel piccolo corpo brulicante di bianchi vermetti l'aveva costretto a una lunga sosta attonita. Ma già da lontano aveva avvertito il tanfo insopportabile della corruzione; si domandò allora quale potesse essere, a confronto, il fetore emanato da un essere umano in decomposizione. E a quel pensiero, che doveva allontanare perché insopportabile, finì per associare sempre l'idea della morte.
*************
Proteso in avanti per resistere alle improvvise folate di vento gelido e sprofondando nella neve che gli giungeva sino all'altezza dei polpacci, Daniel errava faticosamente nel buio di una notte senza tempo. Si rese conto allora di essere emerso dall'abisso e di essere tornato a esistere; ne avrebbe dovuto gioire, invece era afflitto da una malinconica sensazione di cui non poteva liberarsi: quella di essere esule in una terra remota, come se non facesse veramente parte di quel contesto, straniero nella vita presente così come lo era sempre stato in quella passata.
Procedendo con entrambe le mani infilate nelle tasche del giubbotto e stringendo sotto braccio la cartella della scuola, alle prime luci dell'alba cominciò a intravvedere le scure sagome delle costruzioni da cui era circondato che si ergevano maestose. Non sapeva dov'era né come fosse giunto fin lì: le strade, completamente deserte, gli apparivano nuove, la città del tutto estranea. All'improvviso, udì squarciare l'aria da un suono di campane scosse con violenza: era come l'urlo di una partoriente gridato nel più profondo silenzio. Semplici rintocchi, ma non festosi, che avvertiva come il ferale annuncio di un evento drammatico che lo riguardasse: la sua rinascita. D'istinto, fu indotto a fermarsi trattenendo il fiato, quindi scrollò le spalle e riprese ad avanzare in quell'atmosfera irreale. Poi, come un miraggio, gli apparve un paesaggio familiare e finalmente scoprì dove era diretto. Con un tonfo al cuore vide il palazzo dove aveva abitato da ragazzo, uno fra diversi uguali tra loro, tutti disposti a spina di pesce rispetto la strada; una serie di case popolari nella città metropolitana di Milano. La vista dei balconi così poco sporgenti, delle facciate un po' annerite e mancanti qua e là di pezzi d'intonaco, che una volta detestava ferocemente, ora gli provocavano l'affanno, il batticuore dell'attesa: lì c'era qualcuno che lo aspettava.
Spalancò la porta di ferro d'ingresso del palazzo, poi salì quasi di corsa l'angusta tromba di scale sino a raggiungere il terzo piano. Nel varcare l'uscio di casa, a differenza dell'atmosfera cupa e nebbiosa che caratterizzava l'esterno, fu investito da una luce così forte da costringerlo, per un momento, a volgere il capo di lato, mentre veniva circondato da un effluvio di aria leggera e profumata simile a quella che si respira all'inizio della primavera. - Mamma! - , gridò poi nel vedere venirgli incontro la figura tanto amata.
Mamma Antonina, che nell'altra vita era minuta come madre Teresa, adesso era alta quasi quanto lui pur calzando solo delle pantofole di lana cotta. E pensare che più di una volta, quand'era adolescente, Daniel si era vergognato di camminarle accanto per strada perché tanto piccola! Adesso era così diversa da allora: appariva giovane come mai l'aveva vista prima, con un'età di diciotto, vent'anni al massimo. Aveva i capelli neri, lucenti come la seta, e gli occhi blu, proprio come una volta, ma nell'aspetto era così differente che mai l'avrebbe riconosciuta, tranne che sapeva che era proprio lei. - Come sei bella! - , esclamò sporgendosi in avanti per volerla abbracciare, ma lei, abbassando lo sguardo, si ritrasse dicendo semplicemente: - Sono sempre la stessa - , e poi: - Ci hai tenuti in ansia per tutta la notte; tornare così tardi senza neppure avvertire... - , e ancora: - Non girare col giaccone semiaperto anche quando fuori si gela. Ma adesso spogliati mentre ti preparo qualcosa da mangiare. -
- Sei rimasta in piedi tutto il tempo ad aspettarmi... - , mormorò Daniel con un nodo alla gola mentre si sfilava il giubbotto. Avrebbe voluto dichiararle tutto il suo amore, o dirle, quantomeno, che le voleva bene, come mai, scioccamente, aveva fatto prima, ma quella inaspettata ritrosia l'aveva bloccato. Intanto studiava la propria immagine riflessa nello specchio che sormontava la credenza della sala da pranzo e vide che le proprie sembianze non erano quelle di un giovane, anzi; non erano affatto mutate. Strano, perché non corrispondevano al suo stato di benessere. Si sentiva agile e pieno di energia come quando, adolescente, lavorava di giorno e, frequentando le scuole serali, girava, appunto, con la cartella dei libri sottobraccio. Cose dell'altro mondo, pensò; delle vite e delle morti passate, al momento, non aveva alcuna contezza e quindi non riusciva a darsi una spiegazione. Poi la mamma uscì dal cucinino per servirgli la colazione e Daniel vide le loro immagini vicine riflesse nello specchio. Immaginava che anche la figura della madre sarebbe risultata molto attempata, un po' curva e minuta, così come appariva negli ultimi anni di vita, e invece eccoli là, uno accanto all'altra: una bellissima ragazza a fianco di un vecchio. La giovane che adempiva amorevolmente i suoi compiti di madre premurosa nei confronti di un figlio scapestrato e tanto più grande di lei!
Daniel guardò il proprio volto segnato dagli anni e lo confrontò con un suo ritratto appeso a una parete. Era la fotografia di quando aveva forse vent'anni scattata da Matteo, un amico il cui fratello, amico anch'egli, si dilettava di pittura. Indossava un camice bianco di Roberto, il pittore, macchiato di svariati colori in più punti, ed era davanti a un cavalletto tripode; con una mano reggeva una tavolozza e con l'altra un pennello mentre fingeva di terminare un quadro. Aveva i capelli castano- scuri appena arruffati, la barba piena, le labbra ben disegnate e atteggiate a un lieve sorriso, il volto un po' abbronzato, gli occhi chiari, lo sguardo vivo e luminoso. Quel volto che vedeva riflesso nello specchio non era più lo stesso; i capelli radi erano completamente bianchi così come la barba, e il viso, forse per questa ragione, appariva terribilmente pallido. Soprattutto lo sguardo non era più quello di una volta, tanto era smorzato, spento, a confronto.
Possibile che la madre non l'avesse notato? E perché si comportava come se nulla fosse accaduto? Forse per la stessa ragione che costringeva anche lui a tacere: per non ammettere di appartenere già all'altro mondo. E lui, lui chi era veramente? Quel giovane traboccante di vitalità, così come rappresentato tanto bene dalla foto, o il vecchio riflesso nello specchio, seduto con la schiena leggermente curva, chino verso il piano del tavolo, le braccia abbandonate lungo i fianchi..., immagine completamente estranea al suo attuale stato di benessere? E qual era la vita reale, quella di prima o questa che, contrariamente all'opposizione della ragione, sentiva così vera, ma che se non avesse riguardato lui stesso avrebbe bollato come falsa o immaginaria o fantastica? Non ci capiva più niente!
Un movimento che si udì provenire dalla camera da letto dei genitori precedette l'uscita di papà Michele che, alla vista del figlio, esclamò: - Ecco il poeta che finalmente si è ricordato di tornare a casa! -
- Papà! - , gridò Daniel alzandosi dalla sedia e slanciandosi incontro. Il padre fece l'atto di scansarsi protendendo una mano aperta davanti a sé: - Papà! - , ripeté poi, scimmiottando il figlio in tono canzonatorio.
- Volevo solo salutarti - , disse Daniel che avrebbe voluto stringere tra le braccia il padre che non rivedeva da tanti anni.
Solo allora papà Michele rinunciò al proprio atteggiamento irridente e si convinse a porgergli la mano per una stretta, ma attuata senza alcun trasporto, quasi fosse un gesto d'ordinanza. Un modo abituale, da parte sua, quando capitava d'incontrarsi dopo una lunga separazione. La sua figura, come quella della mamma, era completamente cambiata: adesso era una spanna più alto di Daniel, un vero gigante, mentre prima era tanto più basso di lui. Dimostrava una trentina d'anni e appariva più grande d'età della mamma, proprio come una volta, perché nell'altra vita aveva tredici anni più di lei.
Ora, agli occhi di Daniel, era tornato a essere il suo eroe, come quando, da bambino, veniva condotto sgambettando, mano nella mano, da mamma e papà, sul bagnasciuga del suo paese affacciato sul mare, dove aveva trascorso la prima infanzia. Una volta lo immaginava invincibile, soprattutto quando lo vedeva uscire di casa per recarsi in caserma, nella sua divisa della guardia di finanza, ornata di decorazioni e nastrini multicolori.
Crescendo in statura, però, Daniel non poté mantenere l'idea dell'invincibilità del padre rendendosi conto che si trattava di un pensiero infantile. Ma ora, di nuovo, di fronte alla sua figura atletica, quel pensiero tornò ad affacciarsi alla mente.
Povero babbo! Aveva lavorato sino a tarda età per mantenere una famiglia di sei persone; lui, la mamma, Daniel e i suoi tre fratelli. Quando aveva maturato la pensione non aveva potuto concedersi il riposo ma dovette cercarsi un impiego civile, per permettere ai figli di continuare a studiare. Svolgeva mansioni da impiegato ma aveva dovuto accettare che il suo ruolo, sulla carta, risultasse quella di usciere, mentre prima, da militare, aveva diversi uomini sotto di sé! Questo a Daniel era parso normale, anzi, doveroso da parte del padre; solo con il trascorrere del tempo capì quanto il proprio egoismo, tipico degli adolescenti, l'aveva reso cieco e indifferente. Tutto gli sembrava dovuto: la fatica silenziosa di suo padre, il sacrificio di sua madre che, oltre a sbrigare le normali faccende domestiche, prima fra tutti ad alzarsi, l'aspettava ogni giorno al ritorno da scuola, spesso fino a tarda ora, per servigli la cena. Né aveva dato peso al fatto che i suoi genitori non si fossero mai concessi neppure un giorno di ferie: vacanza, per loro, era un termine sconosciuto.
Quanta umiltà e quanto amore nel loro vivere quotidiano! L'aveva compreso appieno solo dopo che, uno alla volta, se n'erano andati in punta di piedi, senza clamore, volando via come angeli.
Daniel, lui, al contrario, non era stato un buon figlio; ribelle in tutto e contro tutti, era riuscito a indispettire il povero babbo persino con il proprio aspetto. Si era lasciato crescere la barba sin da giovanissimo, sin da quando gli era spuntata, e successivamente i capelli che, almeno in casa, teneva raccolti a formare una coda di cavallo. Suo padre, che avrebbe voluto vederlo completamente diverso, non perdeva occasione di esprimere la propria contrarietà, soprattutto quando erano tutti riuniti intorno al tavolo, per pranzo o per cena, ma inutilmente.
Nel periodo della sua tribolata adolescenza, Daniel avrebbe dapprima perso il lavoro, poi sarebbe passato dalle serali al corso diurno e infine avrebbe abbandonato le lezioni qualche giorno prima di dare gli esami di diploma. Ma tutto questo, nella cronologia degli avvenimenti, sarebbe accaduto dopo; al momento della narrazione il tempo si era fermato quando andava ancora al lavoro e, la sera, a lezione. Qualcuno, lassù, aveva voluto che rivivesse dolorosamente quel periodo della sua vita terrena.
*************
- Come mi vedi, sono cambiato? - , chiese Daniel a Lorenzo, detto Scopa, perché aveva in mente solo le ragazze, una volta che fu raggiunto da questi mentre si dirigeva verso la fermata del tram.
- No - , fu la pronta risposta dell'amico che lo squadrò dall'alto al basso; - sei normale! - . Intanto, senza farsi vedere, gli infilò svelto un pugno di neve fresca lungo la collottola.
Era il segnale d'inizio delle ostilità che Daniel raccolse con entusiasmo. Come accadeva ormai spesso, era in ritardo, ma suo padre era già uscito per recarsi in caserma e il suo lavoro di disegnatore tecnico, che odiava, poteva anche aspettare.
Gli amici della via erano già tutti in parata, pronti a darsi battaglia a pallate di neve. C'era Francesco, detto Lampo, per la rapidità con cui passava dalle parole ai fatti, qualche volta a sproposito; era sempre pronto al litigio, ma generoso d'animo. C'era Amedeo, detto Cica, perché da ogni questione si defilava con la frase divenuta famosa: io non so e non voglio saper niente!
C'era Alessandro, detto Mohammed Alì, perché aveva l'hobby del pugilato. C'era Alberto, detto Ascari, per la passione delle macchine sportive. C'era Sergio, detto Rosmunda a causa della sua manifesta inclinazione sessuale. C'era Marco, soprannominato Secondo, perché aspirava, senza mai riuscire, a essere il primo del gruppo. Con lui Daniel si era battuto più volte e aveva sempre vinto nelle competizioni o negli scontri di lotta.
C'erano quasi tutti ed erano tutti morti. Di qualcuno Daniel sapeva, di altri era una scoperta, non avendo più avuto notizie da quando, qualche anno dopo, sarebbe andato a vivere lontano. Tutti avevano l'aspetto di adolescenti e, forse, anche lui stesso, dal momento che si sentiva agile e pieno di energia come in gioventù e perché era stato riconosciuto da tutti. È vero che nelle sembianze di un vecchio era stato riconosciuto anche dai suoi genitori, ma nella sua nuova condizione di trapassato, di cui non aveva ancora sufficiente esperienza, tutto sembrava possibile. Avrebbe voluto tornare a specchiarsi, ma non c'erano vetrine nei dintorni. Presto però quel pensiero gli uscì di mente, preso com'era a battagliare con gli altri.
Quando si è avanti negli anni si pensa che se si potesse tornare indietro non si commetterebbero più gli errori di una volta, ma non è così. Quando Daniel decise finalmente di recarsi al lavoro capì che il ritardo sarebbe risultato intollerabile, soprattutto perché non aveva neppure avvertito. Più volte era stato messo sull'avviso di un possibile licenziamento a causa della sua condotta indolente in un momento in cui tutto l'ufficio dove lavorava era in fermento per la consegna urgente di una commessa.
Adesso, mentre guardava fuori dal finestrino appannato dalla condensa, aveva il cuore in gola a causa della lentezza della corsa. Chi conduceva il tram sembrava non avere fretta e i viaggiatori sembravano salire e scendere con una calma eccessiva, quasi lo facessero apposta. Il traffico, a causa delle strade innevate, era sempre più congestionato man mano che si avvicinavano al centro della città e, insomma, a Daniel sembrava di non arrivare mai. Rischiava concretamente di perdere il posto di lavoro come era accaduto più volte e a nulla valeva la considerazione che non sopportava trascorrere giornate intere dietro un tavolo da disegno.
Ora quel pensiero lasciava il posto al timore per le conseguenze di un possibile licenziamento in tronco. E neanche il fatto di essere già morto lo consolava, perché avrebbe comunque causato un grosso dispiacere ai suoi genitori, come troppe volte era successo in passato. Ora aveva la possibilità di rivivere la primavera, la stagione più bella del suo cammino terreno e non voleva ripetere gli stessi errori.
Rientrando in ufficio vide che dalla rastrelliera mancava il suo cartellino; un altro segnale inequivocabile di quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Nel varcare la soglia della grande sala disegnatori s'imbatté in Colussi, un collega che aveva il tecnigrafo accanto al suo, questi, nel vederlo, spalancò gli occhi senza riuscire ad articolare una parola. - Guarda che se son morto io sei morto anche tu, non ti credere! - , gli gettò in faccia Daniel andando per le spicce. Era inutile cercare di frenare il suo carattere irruento; non riusciva a padroneggiare il nervosismo, era più forte di lui.
Non fece neppure in tempo a raggiungere il suo posto che il caposala gli comunicò che doveva recarsi dal direttore del personale. Accadde quello che era già successo tanti anni prima, ma questa volta Daniel al direttore del personale, non appena si palesarono le sue intenzioni, non lasciò neppure il tempo di aprir bocca mandandolo direttamente a quel paese. Poi, prima di andarsene, tornò in sala disegnatori per vomitare frasi irripetibili ai suoi superiori rimarcandole col gesto dell'ombrello. Tanto chi se ne frega: era già morto!
Quando fu di nuovo in strada fu vinto dall'angoscia. Aveva già visto il volto di sua madre bagnato dalle lacrime a causa delle sue malefatte e la rievocazione di quegli episodi gli era sempre risultata così dolorosa che sarebbe stato disposto a tutto pur di non risvegliarla. Ma quando si è giovani, si sa, basta poco per un repentino cambio d'umore; nello scorgere la sua immagine riflessa nella vetrina di un negozio si sentì al settimo cielo. Le sue sembianze, come per magia, erano tornate quelle di quando era ragazzo e finalmente corrispondevano al suo stato di benessere fisico. Forse occorreva un po' prima di cambiare aspetto e lui era morto da troppo poco tempo, ma poi era inutile cercare la spiegazione di eventi che non conosceva. Si attardò un poco a rimirare la sua figura slanciata, le sue movenze agili, tanto diverse da quelle rigide e un po' claudicanti dell'ultimo periodo dell'altra vita.
Avrebbe voluto correre a perdifiato; niente più della corsa gli dava il senso della libertà, ma la neve ghiacciata rendeva difficile persino camminare, così si diresse verso la cattedrale che non era lontana. Lì avrebbe trascorso l'inizio di una giornata che si prospettava interminabile, in attesa dell'orario d'apertura della scuola.
Nel varcare la porta monumentale non si fece il segno della croce né accennò la genuflessione: quand'era in vita aveva sempre pensato che la fede non dovesse esprimersi con gesti plateali anche se non poteva scacciare il dubbio che il suo atteggiamento fosse dettato piuttosto da una devozione troppo tiepida. Ora le cose erano cambiate: aveva la certezza di avere un'anima o che era lui stesso un'anima, anche se, per dirla francamente, a quel punto non sapeva in realtà chi o cosa diavolo fosse. Tuttavia questa nuova consapevolezza avrebbe dovuto incutergli un maggiore rispetto per la divinità, ma, tornato giovanissimo, aveva mantenuto l'antica condotta menefreghista e a volte un po' strafottente.
Non c'era la messa, ma in tutta la maestosa costruzione vibravano le dolci note di un organo che suonava brani di musica sacra. Ogni tanto entrava qualche visitatore o gruppi di turisti che si muovevano da un punto all'altro in religioso silenzio, qualcun altro si fermava a pregare. Daniel, seduto in prima fila di fronte all'altare, dopo un po' estrasse dalla borsa che aveva con sé della frutta che sua madre gli aveva preparato; normalmente la consumava dopo pranzo, ma ora il tempo non sembrava passare mai. Quando ebbe terminato di mangiare, senza farsi troppo notare, si guardò intorno e vide una giovane donna camminare lentamente al centro della navata principale mentre contemplava le vetrate multicolori illuminate dalla luce del giorno. Le andò incontro e disse: - Anche tu, qui? -
- Perché, ci conosciamo? -
- Come, non ricordi? Alla stazione! -
Era un modo di approcciare a cui Daniel era già ricorso e qualche volta aveva funzionato. La giovane donna lo squadrò dalla testa ai piedi e l'esito dell'esame dovette essere positivo, perché finse di riconoscerlo. Laura era più grande di lui; vista da vicino, mostrava più anni di quanti, in un primo momento, erano sembrati a Daniel. Seppe che viveva da sola e abitava a qualche isolato di distanza.
Poco dopo uscirono per recarsi in un bar, poi andarono a casa di Laura dove, dopo un corteggiamento estenuante, per la strenua resistenza di lei, consumarono un rapporto completo. Poi Daniel si chiese perché mai l'avesse fatto; il suo corpo era tornato a essere quello di un giovane, con la foga tipica degli adolescenti, ma la testa era rimasta quella di una persona adulta, con una lunga esperienza di vita. Era come se si fosse diviso in due e il suo alter ego lo guardasse e lo giudicasse dall'alto. Gli balenò il pensiero che il loro non era stato un rapporto protetto e che non si era tutelato dal contagio di eventuali malattie o dalla possibilità che lei rimanesse incinta: ecco un retaggio dell'altra vita, di quando era già un uomo maturo, perché mai, alla stessa età, nell'altra vita, aveva avuto preoccupazioni simili. Ma soprattutto si disse che si era comportato come il peggiore degli animali, perché non era stato condotto dalla furia cieca dei tempi andati, da un desiderio di possesso che non era stato in grado di padroneggiare, al contrario. Laura, che non era né bella né brutta, non aveva esercitato su di lui una particolare attrazione e tanto meno egli provava alcun trasporto ora che giacevano spossati e nudi, uno accanto all'altra.
Si disse che Laura, che nel concedersi gli aveva sussurrato dolci parole, a differenza di lui, aveva amato con ardore, e che mai più avrebbe dovuto avere una storia senza provare alcun sentimento. E subito il pensiero gli volò ai giorni felici trascorsi a Parigi, quelli che l'avevano visto insieme alla sua amata Chantal. Sapeva bene che era già morta; chissà se l'avrebbe mai rivista. Il ricordo di Chantal gli procurò una stretta al cuore e lo spinse a congedarsi presto, perché non desiderava altro che restare solo con i suoi pensieri.
*************
Il tempo si era rimesso al bello ma girare per la città era sempre più complicato a causa delle temperature rigide che avevano reso la neve sui marciapiedi delle lastre di ghiaccio. Dopo aver vagato per oltre un'ora nelle gallerie del centro, Daniel decise di prendere la metro per andare alla stazione ferroviaria dove c'era sempre un gran movimento di viaggiatori. Lì ebbe la ventura d'incontrare gli amici del quartiere.
- Non sei andato in ufficio? - gli domandò Cica.
- Ero in ritardo e mi sono dato ammalato - , mentì Daniel che non voleva si sapesse che era stato licenziato.
- Stiamo raccogliendo per i bimbi abbandonati - , spiegò Scopa che andava incontro ai passanti allungando un piccolo recipiente con dentro alcune monete. Lui e Cica erano travestiti da uomini-sandwich, con due grandi cartelloni collocati davanti e dietro la loro persona, che pubblicizzavano una fantomatica onlus.
Poco lontano c'era Francesco, detto Mano, che, appoggiato di schiena a una colonna e con una gamba ripiegata su se stessa, si godeva la scena sogghignando. Mano era il soprannome per la rapidità e destrezza con cui Francesco sfilava i portafogli, ma quel giorno aveva deciso di dare spettacolo. Si avvicinò a Daniel per mettere al corrente anche lui del suo progetto e disse: - Oggi rimetto i portafogli dove li prendo. Guardare per credere - . Poco dopo Mano seguì un gruppo di turisti che si avviava lentamente in direzione dei binari; con una rapida occhiata scelse uno zaino dal quale sfilare il portafogli, poi, dopo averlo alleggerito del denaro, rincorse la vittima e la fermò con la scusa di chiedere non si sa bene cosa mentre rimetteva il portafogli al suo posto e piano piano richiudeva la lampo. Un'esibizione da standing ovation.
Erano quelli i ragazzi della via, gli amici di Daniel; molti appartenevano a famiglie numerose o erano figli di genitori separati. In casa, tutti avevano problemi di carattere finanziario e quello era il loro modo di ribellarsi a un futuro che non offriva prospettive. Daniel, a differenza loro, aveva scelto di continuare a studiare dopo le Medie, ma aveva potuto permettersi solo le scuole serali a indirizzo tecnico, che male si conciliava con la sua passione per la scrittura.
Se suo padre avesse visto con chi si accompagnava, lui, che a differenza di qualche suo collega, non aveva mai accettato nulla da nessuno, l'avrebbe certamente chiuso in casa o preso a cinghiate, come qualche volta aveva minacciato senza però darne seguito. Daniel, tuttavia, non si era mai fatto coinvolgere in nessuna azione criminosa; i ragazzi della via per lui erano sempre stati solo compagni di gioco.
- Raffaele! - , gridò Scopa alla volta di un giovane uomo, piccolo di statura, che incedeva pensieroso a lenti passi; - Vieni che ti presento Daniel; scrive poesie anche lui - .
- Ah, ciao! - , rispose Raffaele con un gran sorriso; sembrava essere disceso dal mondo delle nuvole. - Vi siete impegnati nella beneficienza. Che bella cosa! - , così dicendo si frugò in tasca da dove estrasse una banconota tutta accartocciata che fece scivolare nel recipiente delle offerte.
Raffaele era piccolo, magro, ma ben proporzionato. Indossava un abito scuro, macchiato in qualche punto, che dava l'impressione di essere troppo leggero per la stagione e di una taglia superiore alla sua; i pantaloni, in particolare, apparivano troppo lunghi ricadendo sulle scarpe ripiegati più volte su se stessi. Anche le calzature, nere anch'esse e bucate da un lato, apparivano decisamente malandate. Forse la banconota che aveva donato era tutto quanto possedeva. - Hai già pubblicato? - , chiese a Daniel nel stringergli la mano.
- No, non ci avevo neppure mai pensato - , si schermì Daniel che, al contrario, aveva accarezzato più volte l'idea di salire alla ribalta e di diventare famoso. In questa vita era determinato a non replicare l'errore dell'altra, quando aveva ripreso a scrivere solo una volta che era andato in pensione, al termine di una lunga attività lavorativa in campo tecnico, dopo così tanti anni di rinuncia al proprio spirito creativo, dopo così tanti anni di vuoto, dopo così tanti anni di nulla.
- Conosco un editore che è sempre alla ricerca di giovani talenti - , replicò Raffaele che non sembrò credere alle parole dell'altro. - Se hai tempo, ti ci accompagno - .
- E perché no? - , disse Daniel, contento di avere finalmente qualcosa da fare.
Per strada Raffaele fece sfoggio del suo sapere citando versi e nomi di autori, alcuni dei quali del tutto sconosciuti a Daniel. Ne parlava con tanto entusiasmo da coinvolgere l'amico che, distratto, più d'una volta dovette raddrizzarsi bruscamente per riacquistare l'equilibrio reso precario a causa dei tratti ghiacciati. Il luogo dove erano diretti era lontano e Daniel si chiese perché non prendessero i mezzi. Poi immaginò che Raffaele non avesse i soldi per il biglietto e non disse nulla.
La Casa Editrice si trovava al piano terra di un edificio che non riportava alcuna indicazione tranne il nome sul campanello posto ai piedi di una lunga teoria di campanelli uguali tra loro. Daniel fu introdotto in un ufficio angusto e disadorno in fondo al quale sedeva un uomo obeso dietro una piccola scrivania. L'editore, saltando i convenevoli, mostrò a Daniel il libro di poesie di Raffaele, un volumetto di una trentina di pagine dal prezzo esagerato. Evidenziò la carta, l'illustrazione della copertina e la cura usata nell'impaginazione e nella rilegatura, perché il libro di Daniel sarebbe stato edito sullo ‘stesso tipo'.
Poi passò a chiedere di quante pagine si componeva il lavoro di Daniel e, senza attendere la risposta, aggiunse che sarebbe andato in stampa quando egli avesse raccolto un numero di prenotazioni di almeno trecento copie. Per Raffaele, disse sorridendo all'interessato, erano bastate duecento prenotazioni, perché lui era un autore già noto sulla piazza.
- Cosa intende per prenotazione? - , chiese Daniel.
- Che primma at' a caccià e' renari - [“Che prima dovete pagare”], replicò l'editore che all'improvviso assunse un atteggiamento aggressivo, segno che la trattativa era già andata troppo per le lunghe.
- È così che si fa - confermò Raffaele sollevandosi dalla poltrona.
- Non si è mai parlato del testo - , obiettò Daniel quando furono di nuovo in strada, dopo essere stati quasi sospinti all'esterno dall'editore.
- Era sottinteso che si trattasse di poesie - , disse Raffaele a mo' di spiegazione e questo convinse Daniel a non insistere sull'argomento.
Lungo la strada del ritorno Raffaele si fermò a salutare Tonino, l'addetto di un enorme parcheggio non lontano da Piazza del Duomo, indaffarato a indicare ora a questo ora a quello dove fermare la macchina. Tonino aveva il volto abbronzato e un po' gonfio per tutte le ore che lo vedevano esposto all'aria aperta e al sole; nelle stesse condizioni erano le mani che presentavano qualche cicatrice qua e là. Grande e grosso, con il naso schiacciato come quello di un pugile, aveva l'espressione sorridente che ispirava simpatia.
Raffaele e Daniel dovettero aspettare qualche minuto prima che Tonino potesse liberarsi, intanto lo videro ricevere una quantità di mance; quasi tutti i clienti, oltre il prezzo, gli donavano monete o banconote.
- È un poeta anche lui - disse Raffaele nel presentare Daniel.
- Ah! - , esclamò Tonino stringendo la mano di Daniel e guardandolo a lungo dritto negli occhi. E poi, rivolgendosi a Raffaele: - Offri un caffè al tuo amico - . Così dicendo gli infilò in tasca una banconota di grosso taglio. - Con tutta la neve che è caduta, oggi è una brutta giornata - , disse ancora; - ma quando avete tempo venite a trovarmi, così ci facciamo compagnia - .
Le ultime parole, che si riferivano a entrambi, sembravano dirette più a Daniel che a Raffaele, perché erano state pronunciate mentre guardava Daniel dopo avergli cinto le spalle con un braccio. Daniel ne fu lusingato, perché riconobbe in quell'espressione un'empatia che non nascondeva secondi fini. Tonino dimostrava un'età compresa fra i trenta e i quarant'anni, non sembrava un uomo di cultura ma doveva avere una certa esperienza di vita, dunque, c'era sempre qualcosa da imparare da lui.
Le luci abbaglianti dei negozi, quelle altrettanto invasive delle pubblicità e dei lampioni, che facevano assomigliare il circondario a un albero di Natale, avevano preso il posto del sole che si era dileguato come un ladro in fuga. All'improvviso s'era fatto tardi e Daniel doveva muoversi se voleva arrivare in orario a scuola, così si congedò e si diresse con passo svelto alla fermata dei mezzi.
Quando entrò in aula la lezione era già iniziata; vide i volti dell'insegnante e dei compagni di scuola girati tutti nella sua direzione. Sembrava un fermo immagine che si sarebbe animato non appena avesse completato il suo ingresso, per proseguire la replica di una commedia più volte rappresentata. I modi pacati con i quali il professore di tecnologia spiegava la propria materia rendevano meno dura la permanenza di Daniel sui banchi di scuola che sarebbe durata quattro lunghe ore. Non aveva alcun interesse per le materie tecniche e tuttavia doveva studiarle ugualmente per poter conseguire il diploma. Quello che non era riuscito a realizzare al tempo della sua precedente vita doveva farlo ora per rispetto dei suoi genitori e anche di se stesso.
Al ritorno a casa trovò sua madre che l'aspettava con la cena pronta; ella non mostrò alcun turbamento nel vedere Daniel ringiovanito, quel cambiamento di cui lui stesso poté avere conferma specchiandosi, né fece domande riguardo il lavoro, sollevandolo così dalla necessità di mentire. Mentre mangiava ella, seduta e curva su se stessa, imbastiva dei panni e di tanto in tanto, non vista, gli lanciava uno sguardo amorevole. Come d'abitudine, portava avanti altri lavori in attesa che lui terminasse il pasto per poter sparecchiare la tavola.
Prima di andare a letto, Daniel chiese dei suoi fratelli che non aveva ancora avuto modo d'incontrare; la mamma disse che li stavano giusto aspettando. Che domanda stupida! Come potevano esserci, se sapeva che non erano ancora morti?
Finalmente sdraiato e nella fitta penombra, contemplò a occhi aperti le immagini dei tempi lontani, quando tutti e quattro, ancora ragazzi, si rincorrevano giocando e ridendo, così vive nel ricordo da sembrare attuali. Poi, poco a poco, per la stanchezza e per il sonno, quelle immagini si andarono offuscando, allo stesso modo come, nella nostra bella Italia, il sole al tramonto si nasconde lentamente dietro l'orizzonte. Così si spense quel primo giorno della sua rinascita.
Elia Giovanni Babsia
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