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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Writer Officina
Autore: Alessia Parrettini
Titolo: Apprendisti maghi
Genere Fantasy
Lettori 2368 18 27
Apprendisti maghi
Quando la scuola diventa magia.

Faceva caldo in classe V B, tanto caldo. La finestra aperta non sembrava sortire alcun effetto benefico per il caldo insopportabile di quella soleggiata mattina di maggio. E di certo non aiutava a sopportare la noiosissima spiegazione della signorina Filomena Varatti, maestra elementare da 35 anni. I ragazzi la chiamavano Filavia Annoiaratti, di sicuro più adatto alla sua voce monotona e al suo cipiglio da zitella. Era alta e magra, la schiena sempre dritta, sembrava aver ingoiato un manico di scopa. Il mento sembrava avere la naturale propensione a stare alto come a sottolineare la sua convinzione di superiorità nei confronti del mondo intero. Inflessibile, intransigente, integerrima, non sembrava ricordarsi di essere stata bambina un tempo, se lo era stata davvero. Questo era un grande dubbio per tutti. L'Annoiaratti era stata bambina? Lei con le codine e il lecca-lecca? No, non sembrava proprio possibile! Doveva essere nata così, non c'erano spiegazioni alternative.
Max in prima fila guardava l'orologio da polso ogni momento. Ancora 5 minuti e mezzo e sarebbe suonata la ricreazione... 5 minuti e 20 secondi... il tempo ha il brutto vizio di non passare mai, quando invece sarebbe meglio accelerasse.
- Massimiliano Bernadetti vuoi farci l'onore di ascoltare? - esclamò stizzita la maestra.
- Maestra, mi chiamano tutti Max. Per favore, Massimiliano è troppo lungo! -
- Cosa vuoi saperne tu di nomi lunghi? Ti chiami Massimiliano e basta! -
L'Annoiaratti era proprio in gran forma quel giorno, non c'era nulla da dire al riguardo. Del resto Max cosa ci poteva fare? Lui era iperattivo. Così perlomeno dicevano. Iperattivo, una lunga parola che descriveva il suo naturale bisogno di muoversi in continuo. A lui sembrava la cosa più naturale del mondo. Chi aveva inventato che si deve stare fermi? Stare fermi è noioso. - Chi si ferma è perduto - diceva sempre nonna Mara. Secondo Max aveva proprio ragione. E lui se stava fermo non riusciva a concentrarsi. Poi su cosa? L'Annoiaratti stava parlando della transumanza. A chi importava sapere una cosa così? Con questo nome assurdo, qualunque significato poi avesse. Max scansò il solito ciuffo di capelli biondi che gli ricadeva di continuo sugli occhi e, forse per la milionesima volta da quando era nato, si chiese il perché di quella ciocca chiara, dato che aveva capelli e occhi scuri. Una sola ciocca bionda in mezzo a tanti capelli neri. Nonna Mara diceva che era una voglia, capitata lì sui capelli, anziché sulla pelle come di solito ci si sarebbe aspettati.
Max si girò a guardare Carol in terza fila. Carolina Martini, attenta e sorridente, ascoltava l'Annoiaratti come se ne andasse della sua stessa esistenza. Non sembrava aver perso una parola. Aveva capelli rossi sempre raccolti in due trecce, occhi scuri e tante lentiggini sul naso. Sarebbe stata simpatica, se non avesse avuto il brutto vizio di fare la saputella. A lei non sfuggiva nulla. Tutto quello che veniva detto in classe, lei poi se lo ricordava e sapeva ripeterlo con precisione. Queste sì che erano fortune nella vita: ma perché capitavano sempre agli altri? Ancora 3 minuti e 50 secondi...
Quella mattina Max era venuto a scuola in bici come sempre. Alle 8:00 in punto aveva salutato la nonna e via di corsa pedalando fino a scuola. Gli piaceva venire in bicicletta, almeno poteva sgranchirsi un po' prima dell'inizio delle lezioni, ma a volte invidiava un po' i compagni che venivano accompagnati dai genitori in macchina. Sembravano così rilassati. Mamma invece era sempre di corsa, non aveva tempo di accompagnarlo a scuola. - Il tempo è denaro - Diceva sempre e di sicuro lo studio legale che dirigeva ne guadagnava molto non c'erano dubbi, ma a volte Max avrebbe voluto passare un po' più di tempo con quella mamma sempre di corsa, che dalla gran fretta, si scordava pure in quali giorni lui aveva gli allenamenti di basket. Gli altri genitori spesso erano lì orgogliosi a guardare giocare i propri figli. Mamma Rachele invece non veniva mai. Troppo occupata, troppe pratiche da seguire, divorzi da sbrigare, soldi, soldi da guadagnare, perché il tempo è denaro e allora non c'era mai tempo da perdere. Il papà di Max invece vendeva auto di lusso e anche lui era molto occupato. Era occupato a fare soldi certo, come la mamma. I due erano così occupati nei rispettivi lavori, che un giorno si erano accorti di non conoscersi più. Non ricordavano più come e perché si erano innamorati e poi sposati. Era passato un anno dalla sentenza di divorzio. Max aveva pianto, mamma e papà no. A loro forse era sembrato facile. Avevano detto a Max che le cose cambiano, le persone cambiano, per questo non poteva essere più come prima. Max aveva pianto abbracciato a nonna Mara, almeno lei lo capiva. Lui aveva dieci anni, quasi undici, ormai era grande, quasi un adolescente va bene. E con questo? Non aveva più diritto ad un abbraccio? Nonna lo abbracciava ogni volta che lui ne aveva bisogno. Non serviva chiedere, lei sapeva quando il suo unico nipote aveva bisogno di affetto. Ad esempio ogni volta che il papà si scordava di venirlo a prendere il fine settimana. Impegni di lavoro, diceva sempre. Lui era tanto impegnato con il lavoro, perché vendere auto di lusso era un bel lavoro e rendeva tanto.
Max aveva tutto: varie console di giochi, bicicletta nuova fiammante, skateboard, monopattino elettrico... qualunque cosa volesse, bastava chiedere. Solo alla nonna non chiedeva mai nulla, ma lei era l'unica che gli dava quello che più gli serviva: lo ascoltava, lo capiva e ogni tanto ancora lo abbracciava, perché, anche se stava crescendo, un bell'abbraccio dalla nonna lo voleva sempre.
Alla fine la campanella si decise a suonare. In cortile almeno c'era un po' d'ombra in cui stare a chiacchierare e appena l'Annoiaratti andava a prendere il caffè una palla fatta accartocciando tutte insieme le carte e le stagnole delle merende, compariva tra i ragazzi per fare due tiri a calcio. Il regolamento della scuola proibiva qualunque gioco con il pallone, perché il cortile era piastrellato, quindi non adatto ai giochi di movimento. A Max sembrava la cosa più assurda del mondo. Non potevano mettere un bel prato al posto delle piastrelle? Cosa pensavano di farci un carcere di massima sicurezza invece di una scuola? Lui, proprio lui, quel giorno aveva avuto l'idea di infilare in fondo allo zaino una vera palla. Non era un pallone da calcio, non ci sarebbe mai entrato dentro allo zaino in mezzo a libri e quaderni, ma una semplice palla, un po' più piccola di un normale pallone da calcio, più grande di una pallina da tennis, appena sufficiente come dimensioni per giocarci in giardino. Certo, c'era il rischio che la maestra, oltre ad arrabbiarsi, la sequestrasse, ma era così bello per una volta giocare con una palla vera, invece della solita stagnola accartocciata.

Carol era proprio contrariata, sì il termine esatto era contrariata, participio passato del verbo contrariare, termine che indica appunto disappunto. Un altro otto e mezzo a matematica. E con che faccia lo avrebbe detto a casa? I suoi genitori erano entrambi professori universitari, si aspettavano sempre il massimo da lei e otto e mezzo non era il massimo, non si avvicinava nemmeno al massimo. Si sarebbe come minimo sorbita un altro sermone sull'importanza dell'istruzione e di un buon rendimento scolastico per riuscire nella vita. Sai che strazio, di nuovo. Perché lei ce la metteva tutta, di più non poteva e i suoi voti erano tutti alti, quasi tutti nove e dieci, solo a matematica a volte prendeva un voto basso. Che poi... otto e mezzo era un voto basso? Quello lì, quel Max se lo sognava in tutte le materie, avrebbe fatto salti di gioia, se solo ne avesse preso uno l'anno. Lei invece per un otto e mezzo sarebbe stata ripresa, sgridata, quasi umiliata. Uffa! Le ingiustizie della vita erano queste. Tanto impegno, tanto studio, per cosa? Per sentire i soliti commenti sgraditi.
Carolina si era seduta sul muretto in fondo al cortile della scuola. L'Annoiaratti era andata a prendere il suo solito caffè e al solito i maschi ne approfittavano per giocare a calcio con una pallina ricavata accartocciando la stagnola delle merende. Anzi quel giorno meglio ancora: era comparsa una palla vera per una volta. Al suo ritorno l'Annoiaratti avrebbe brontolato vedendo la classe giocare a calcio. Chissà poi perché si allontanava dal momento che sapeva benissimo che sarebbe successo.
Fu un attimo. Una folata di vento trascinò via la palla, un vento un po' insolito a dirla tutta. Un secondo prima non volava una foglia, poi all'improvviso un vento caldo trascinava via proprio l'oggetto con cui stavano giocando. Carol invece si sentì strappare via dai capelli il nastro con cui li aveva legati. Strano, proprio strano, era legato ben bene in realtà, ma il vento non sembrò farci caso, lo sciolse e lo trascinò via.
La maestra tornò in quel momento e si stupì vedendo che i suoi alunni non stavano trasgredendo le regole come al solito. Si vedeva che avevano compreso le buone norme della scuola. Meglio così.
Era ora di rientrare. Tutti in fila e di nuovo in classe. Carol si girò a vedere dov'erano spariti il suo nastro e la palla. In fondo al giardino della scuola c'era una grande siepe. Dovevano essere là in mezzo di sicuro. Certo i rami e le foglie creavano un bel groviglio, sarebbe stata una bella impresa ritrovarli.

All'uscita i genitori erano accalcati come sempre a riprendere i figli. Max salutò nonna Mara dicendole che preferiva tornare a piedi.
- Tutto bene Max? - chiese lei preoccupata.
- Sì nonna, tranquilla. Voglio solo camminare un po'. - In verità aveva la sua palla da recuperare in mezzo alla siepe.
Carol invece tornava a piedi ogni giorno. La sua casa era vicina alla scuola. Mamma arrivava, salutava la maestra e si avviavano insieme. Carol si girò e vide benissimo Max che s'infilava nella siepe. Chissà quanti graffi avrebbe rimediato là in mezzo in quel fitto di rami e foglie.
Max aspettò che nessuno lo vedesse o quasi nessuno. Quell'impicciona di Carol aveva il naso lentigginoso girato verso di lui, ma sarebbe stata zitta. Cosa le importava se recuperava la palla? Scansò un ramo, un groviglio di foglie, un altro ramo ancora. Che fitta quella siepe. A cosa serviva lì a scuola tutto quell'intreccio di rami e foglie? E la sua palla dove mai era finita? Max provò a strisciare sotto, magari era in fondo incastrata in quella specie di rovo. Una volta arrivato in fondo alla siepe, della palla neanche una traccia e invece si trovò davanti una porticina. Non molto alta, sembrava fatta per far passare un nano o un bambino molto piccolo ed era socchiusa. Che la sua palla fosse finita proprio là dentro? Certo era uno strano posto per una porta. Chissà dove portava. Max rivoleva la sua palla e quella porta in un posto così fuori dal comune lo incuriosiva proprio. Ci pensò giusto un secondo, l'aprì e passò oltre.
- Si può sapere dove siamo finiti? - La voce alle sue spalle lo colse di sorpresa.
- E tu che ci fai qui? -
- Il vento prima ha trascinato qui il mio nastro. Ho detto a mia madre che non avevo fame e sono tornata a cercarlo. E tu che ci fai? Sono sicura che stai cercando quella specie di palla. Non sai che a scuola non puoi portarla? -
- E tu non potevi comprarti un altro nastro invece di venire qui a fare la santupella? -
- Che cosa? - A Carol venne da ridere. - Casomai saputella. Dicesi di chi interviene con petulanza sfacciata nei discorsi altrui. No, non credo proprio di esserlo. Ti sbagli. -
- Ci mancavi tu a farmi da dizionario! Visto che ci sei, aiutami a capire dove siamo capitati e dove sono finite le nostre cose. -
Davanti ai due ragazzi una scala illuminata ai lati da delle torce scendeva verso il basso. Le torce sembravano sospese in aria e irradiavano una delicata luce bianca. Piano, piano i due iniziarono a scendere. La scala curvava su sé stessa e scendeva ancora giù, sempre più in basso. La luce aveva un che di rassicurante, sembrava avvolgerli come a tranquillizzarli in quella discesa che portava chissà dove. Dopo pochi minuti, ma sembrava un'eternità, arrivarono in fondo. Un'altra porta stava lì ad aspettarli. Era più grande della porticina che avevano oltrepassato nel giardino della scuola. Era una grande porta, a forma di arco, di legno e con tanti rami e foglie intrecciate a decorarla. Max e Carol un po' intimiditi, ma curiosi, passarono oltre quella grande porta.

Mentre passavano oltre, i due ragazzi si guardarono.
- Che dici siamo due incoscienti ad andare oltre? - chiese Max.
- Sicuro, sì - rispose Carol. Ma nessuno dei due si fermò.
Una radura si apriva davanti ai loro occhi, una grande radura e tutt'intorno un bosco che sembrava non avere una fine. Grandi farfalle, ma forse era più giusto dire enormi, volavano leggere nell'aria, librandosi con grazia. Una di esse si posò sul braccio di Max, era grande quanto il suo avambraccio e sulle ali aveva disegnati motivi floreali con delicati colori. Max si incantò a guardarla, tanto era bella.
Carol sbatté gli occhi, forse era solo un sogno e presto si sarebbe svegliata. Certo sarebbe stato un peccato, non capita tutti i giorni di fare un sogno così bello.
- Cosa state qui a fissarmi? Siete statue di gesso? - disse la farfalla e con grazia volò via.
- Ho sognato? - chiese Max - Non poteva, no non esiste proprio, forse mi sono sbagliato. -
- Ha parlato - rispose pratica Carol - Ed è molto strano. Ma dove siamo capitati? -
I due d'istinto si presero per mano e si avviarono sulla radura. Attorno a loro strani fiori, molto grandi, proporzionati alle farfalle, presentavano una gran varietà di colori. Le farfalle si posavano su di essi e si libravano di nuovo in aria, parlando e ridacchiando allegre tra di loro.
Carol si girò a toccare uno di quegli insoliti fiori, ma subito una farfalla le si avvicinò indispettita: - Non si possono cogliere, hai capito? -
- Non ne avevo intenzione. - Rispose lei.
- Eccoli arrivati loro in fine è! -
Max e Carol si voltarono. Davanti a loro erano apparse le creature più strane mai viste. Alti quanto un bambino di prima elementare, qualcuno anche meno, avevano la pelle blu, “blu come i puffi” pensò subito Carol, ma ai puffi non somigliavano affatto. Dal corpo spuntavano due sottili braccia che terminavano in mani a tre dita, gambe non ne avevano, c'erano solo i piedi, due grandi piedi su cui si muovevano agili, saltellando a destra e sinistra, sembravano non saper star fermi. Un unico grande occhio li fissava con attenzione, il naso era proprio grande e sotto stava una bocca al contrario piccola, piccola. Orecchie a punta e ben tre corna sovrastavano quella strana testa che era un tutt'uno col corpo.
- Ma cosa siete? - si azzardò a chiedere Max.
- Miniflu noi siamo, nel bosco viviamo. - Rispose uno di quegli strani cosi. - Aspettare voi noi stare. Quanto tempo voi a venire qui. Vento magico guidare. Maga Aria conoscervi vuole. -
- Maga Aria? Noi stavamo solo cercando una palla. - Max si grattò la testa nervoso.
- E un nastro rosa. Me lo ha regalato mia cugina, ci tengo molto. - Fece eco Carol.
- Certo, certo, vento magico trovato modo per farvi venire. Andiamo presto, nostra amica voi aspettare. - Rispose uno di quei buffi esseri blu.
I due bambini si guardarono: - A me sembrano un po' stampalati cosa ne pensi? - Max era proprio allibito.
- Strampalati semmai. Dicesi di chi per abitudine si comporta in modo strano. Non lo apri mai il dizionario? -
- No, visto che ci pensi già così bene tu. Che dici andiamo? Io rivoglio la mia palla. -
- Ed io il mio nastro. -
Una strana comitiva di creature blu e bambini si avviò attraverso il bosco. 

Era un mondo insolito quello che stavano attraversando. Insolito e bello. Fatto di grandi alberi con lunghi tronchi e enormi chiome. In alto sui rami casette di legno ospitavano altre creature blu, buffe creature, che si lanciavano da un albero ad un altro appesi a lunghe liane.
Una di quelle casette aveva un'insegna “Emporio del Bosco Vecchio”. I miniflu entravano e uscivano saltellando con gli acquisti sulle braccia sottili.
Su un'altra casetta campeggiava la scritta “Ufficio Postale”. Una miriade di farfalle svolazzava attorno, sulle spalle avevano zainetti stipati di buste e pacchi.
Un'altra abitazione ancora, sembrava essere una sorta di stazione ferroviaria. Un miniflu dotato di megafono strillava di continuo: - Diretto per Angolo Ombroso in partenza... Frecciagialla per Radura Sonante in arrivo... Interbosco per Casa della Strega Nera in ritardo... Tanto non salirà nessuno come al solito! -
Da lì partivano dei piccoli treni a due vagoni. Ogni vagone era una piccola macchinina di legno e il treno in miniatura viaggiava su una coppia di liane disposte come binari, sospese in aria, ma ben allacciate agli alberi.
- Forte! Voglio farci un giro! - Osservò Max incantato.
- Tu sei fuori, a me non sembrano molto stabili. - Ma anche Carol guardava rapita quello strano mondo, così diverso da qualsiasi cosa vista o immaginata.
Proseguirono in quel bosco incantato, i bambini camminando e girando gli occhi ad osservare la piccola città sopra le loro teste, i miniflu saltellando avanti a loro e ridacchiando allegri.
- Maga Aria contenta prescelti arrivati sono. -
- Tempo tanto aspetta suoi studenti. -
- Cosa? C'è da studiare anche qua? Io rivoglio solo la mia palla, non mi serve un'altra scuola! - Max li guardò con sospetto - Si può sapere dove stiamo andando? -
- Straniero tranquillo, amica Aria tutto dice e nulla tace! -
- Questi parlano pure peggio di te! - Ridacchiò Carol.
Alla fine il gruppetto raggiunse una strana abitazione al limitare del bosco. Era una strana casa di legno con una torre poco più in là. La torre era stretta e non tanto alta. La casa era bassa e larga, aveva il soffitto di corteccia di quercia rivestito di foglie, in mezzo alle quali uccelli di varie dimensioni e colori avevano fatto il loro nido. Ampie finestre si aprivano in tutte le pareti, ma all'interno non si vedeva nulla, i vetri erano oscurati da foglietti con disegni e scritte di ogni tipo.
Avvicinandosi, Carol scoprì che su alcuni c'erano strane formule, poco comprensibili. Altri erano appunti simili a liste della spesa “Polvere di latte, biscotti di rugiada autunnale, crema di campanule...” Poi c'erano strani promemoria. “Strega Nera avvistata a nord” oppure “Vento magico in ricarica”. Carol si chiese quale tipo di ricarica si potesse dare ad un vento.
Una stretta porta si apriva sulla facciata. A destra c'era una cassetta delle lettere dove una farfalla postina stava infilando delle buste, mentre a sinistra un armadio con un'anta socchiusa rivelava al suo interno un vasto assortimento di scope. Se Carol era rimasta incuriosita dalle scritte sui vetri, a Max non sfuggì l'eccezionalità di quelle scope: - Hanno un motore! - Esclamò allegro. - Sono scope a motore! -
- Certo... credevi cosa, che nostra amica Aria volasse in slitta da renne trainata? Lei moderna e aggiornata. Scope sue motore hanno e propulsione lunare usare. - Rispose uno dei miniflu.
La porta si spalancò all'improvviso. Sulla soglia apparve quella che doveva essere Maga Aria. Era alta e magra, indossava un vestito lungo, blu, sul quale erano stampate delle stelle di un bel giallo dorato. Grandi tasche sui fianchi, sembravano piene di strani accessori che spuntavano fuori. In testa aveva un cappello, ma non un cappello a punta come ci si poteva aspettare da una maga o strega qualunque. Il suo era un buffo cappello tondo e blu con un nastro giallo attorno. Ma quello che colpiva era la larga falda che lo circondava, stracolma di foglie e matite colorate. Da sotto il cappello spuntavano lunghi capelli, ricci e neri. Due grandi occhi verdi fissarono i due ragazzi e un largo sorriso si aprì nel vederli.
- Alla fine siete arrivati! Il magoscopio lo aveva predetto. Ragazzi benvenuti a Magilandia. -
- Buongiorno. - Carol era un po' intimidita da quella strana signora - Noi siamo venuti in cerca di un paio di cose che abbiamo perso, non so, forse può aiutarci. -
- Io avrei perso una palla. - Aggiunse Max mentre si guardava intorno. Un miniflu stava stendendo i panni ad asciugare su un filo steso tra due tronchi. Un altro stava apparecchiando la tavola su una grande terrazza sospesa tra due alberi. A terra l'unica abitazione sembrava essere quella da cui era appena uscita Maga Aria, in alto invece, tra i rami, case e casette di ogni tipo costituivano una città infinita dove piccoli esseri blu correvano e si affaccendavano.
- Ma certo! Scusate l'espediente per farvi arrivare qua. Il vento magico quello che prende, poi lo rende. - Sorrise Aria e ad un semplice movimento della sua mano destra una folata di vento caldo avvolse tutti. Un attimo dopo Max si ritrovò la sua palla in mano e Carol il suo nastro.
I due ragazzi avevano tante domande e iniziarono a parlare insieme.
- Lei ci ha fatto venire fin qua? Per quale motivo? -
- E dove siamo? Questo è il posto più strano mai visto! -
- Lei è la maga Aria di cui parlano queste buffe creature che ci hanno scortato qui? -
- E perché proprio noi? -
Aria sorrise: - Calma ragazzi, calma. Entrate, vi spiegherò tutto davanti ad una bella tazza di tè ai frutti di bosco. -
Un po' titubanti i due bambini la seguirono. Se da fuori la casa era strana e insolita, dentro risultava accogliente. Un grande atrio conduceva ad un salottino intagliato nel legno di quercia: tavolo, sedie, mobili e persino il divano era di legno. A destra un arco conduceva in cucina sui cui fornelli bolliva una pentola che diffondeva un buon odore di funghi. A sinistra un corridoio su cui si aprivano varie porte. Una porta socchiusa lasciava intravedere un tavolo ingombro di fogli, libri e matite. Doveva essere lo studio della maga. Se lo studio era un caos totale e lo stesso si poteva dire delle finestre ingombre di foglietti, il resto della casa era in ordine.
I due ragazzi si sedettero sul divano e con stupore si accorsero che anche se era fatto di legno era morbido e comodo.
- Ma come fa a essere morbido? Non è di legno? - Chiese Carol.
- Mia cara, vedo che apprezzi i confort della magia. L'ho reso morbido con una magia addolcente, ovvio. - Intanto che parlava Aria schioccò le dita e dalla cucina arrivò una teiera di tè fumante, tre tazze e persino un vassoio con dei biscotti.

Fu uno strano tè. Con tante domande e insolite risposte. Lei era Maga Aria, sì proprio lei, in carne ed ossa e viveva nel bosco di Magilandia da più di ottocento anni. Certo non li dimostrava, la magia ha i suoi vantaggi e spianare le rughe era cosa da poco, piccola magia da principianti. Anzi da apprendisti, perché questo cercava: due giovani a cui tramandare i suoi saperi. Da tanto tempo ormai cercava due ragazzi da istruire nell'arte della magia. Il magoscopio aveva parlato chiaro. Due apprendisti erano ormai indispensabili, altrimenti, il grande libro della magia, che Aria custodiva da secoli, sarebbe finito nelle mani di Strega Nera che da sempre lo voleva.
Max guardò un po' innervosito quella strana signora, si scansò il ciuffo di capelli biondi dagli occhi e con molta calma iniziò a parlare: - Senta un po' signora Maga Aria, mi pare di capire che lei vorrebbe farci da insegnante. Io se devo dirla tutta, non sono questo gran studente. Sono bravo negli sport, questo sì, ma quanto a studiare, non ne parliamo. Le cose sono proprio chiare: io sono un bambino iperattivo, non ne capisco di libri e formule nel mondo da cui veniamo, figuriamoci qui, in questo strano posto di cui non so nulla. Con me perderà solo tempo. Questa qui invece potrebbe fare al caso suo. La mia compagna è quello che si dice una vera efrudita... -
- Che figura Max! Erudita, semmai... dicesi di persona che possiede un notevole bagaglio di cognizioni culturali. Lo scusi signora Maga Aria, il dizionario non è il suo forte! - Lo riprese Carol.
Aria scoppiò a ridere: - Il magoscopio ha indovinato anche stavolta quindi! Come sempre del resto. La profezia che ha emesso parla chiaro. Vediamo un po', dove l'ho messa? - Aria iniziò a cercare tra i tanti foglietti appesi ai vetri. Nella prima finestra non c'era, eppure lo aveva messo... forse nel secondo vetro...
- Ma certo! Eccolo qui! - Con disinvoltura frugò nella falda del cappello, ne estrasse un foglietto e lo porse ai due ragazzi. Lei stessa nella sua grafia sottile e insolita aveva trascritto la profezia del magoscopio.

Nastro dorato
sulla fronte di
un bambino agitato.

Polvere di stella
sul viso di una
gran saputella.

I giovani discenti
litigano come
due contendenti.

- La tua ciocca bionda sarebbe un nastro dorato? - Esclamò Carol divertita.
- E le tue lentiggini sarebbero polvere di stella? Certo sasciutella sei eccome! -
- Saputella semmai... dicesi di persona... -
- Basta così ragazzi! Voi due siete l'esatta descrizione della profezia del magoscopio! - Ad Aria brillavano gli occhi dall'emozione. Eccoli lì davanti a lei. Alla fine li aveva trovati. Certo, adesso doveva istruirli all'arte della magia, anzi prima doveva convincerli a dedicarsi allo studio delle arti magiche, c'era tanto da fare, proprio tanto da fare, ma intanto, eccoli: li aveva trovati! Impossibile sbagliare: gli indizi c'erano tutti.
- Scusi signora, ma potremmo sapere cos'è questo magoscopio? - Carol era sempre più incuriosita da quel mondo così magico.
- Ma certo ragazzi miei. Per di qua, dietro questa porta c'è il mio studio. Ma smettetela di chiamarmi signora, mi chiamo Aria e basta. -
I due ragazzi si trovarono in una grande stanza piena zeppa di grossi libri dall'aria piuttosto vecchia, alcuni dovevano avere più di cento anni. In mezzo a quel mare di libri c'erano ben due calderoni, mestoli e boccette con strane etichette sopra: “sogno di fata”, “capelli di orco”, “bava di lumaca”, “denti di ragno”, “sguardo di sirena”, “polvere di stelle” e così via...
- Ma alcune sono vuote! - esclamò Max - Non c'è nulla né in “sogno di fata”, né in “sguardo di sirena”. -
- Ti sembra mio caro! Non tutto si percepisce con gli occhi. Questa è la prima cosa che dovrete imparare: abbiamo cinque sensi non solo la vista, nel vostro mondo in questo siete molto limitati. Al di fuori degli occhi non vedete mai nulla. Tra l'altro ciò che sfugge ai cinque sensi di rado sfugge all'organo di senso più sviluppato: il vostro cuore. Ma ogni cosa a suo tempo. Seguitemi! - Una piccola porticina si apriva sul cortile, proprio davanti all'ingresso della torre adiacente alla casa. Aria si avviò e fece strada ai due ragazzi.
Alessia Parrettini
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