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Autore: Marco Corsa
Titolo: Il Capello, L'esperanto, Papà, Morte
Genere vita vissuta, thriller
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Il Capello, L'esperanto, Papà, Morte

Il Capello
La cena si stava svolgendo piacevolmente. La giornata era stata piacevole, ma impegnativa e io, alla fine, per non caricare mia moglie anche del fardello della cucina, avevo deciso di comprare un chilo e mezzo di frittura mista dalla nostra friggitoria di fiducia.
Mia figlia la ‘grande', quindici anni, parlava con mia moglie della festa a cui avrebbe dovuto partecipare: capello, trucco, vestiario e tutte quelle cose da donna.
Mia figlia la ‘piccola', undici anni, ascoltava e mangiava. Lo stesso facevo io che, da uomo, su capello e vestiario, è meglio che non intervenga.
La frittura era all'altezza del solito: calamari, alici, polpo e gamberi. A un certo punto sentivo una strana consistenza sotto la lingua. Mentre assicuravo di non essermi sbagliato cominciavo a pensare: alla cena rovinata, a mia moglie che si alzava da tavola a un orario improbabile per cucinare altro alle mie figlie che inorridivano. Non potevo neanche andare in bagno o sputare il boccone per non insospettirle.
Con una mossa degna del miglior prestigiatore mi toglievo di bocca quella strana presenza, senza farmene accorgere e ne avevo la conferma: era un capello, forse nostro, forse di qualcuno della friggitoria, non importava.
Se avete seguito questa storia siete inorriditi come quando si leggono post scritti male, tecnicamente imperfetti o, addirittura, maleducati, ma la morale è che, certe volte, togliersi il boccone dalla bocca può avere conseguenze peggiori del problema.

L'Esperanto
Ieri è stata una giornata particolare. Nella mia storia lavorativa ho parti di curriculum discretamente significative, tipo aver lavorato all' O.N.U., che mi ha portato a sviluppare l'abilità di parlare inglese e quando ci sono attività a contatto con stranieri sono impegnato io.
Queste occasioni mi fanno particolarmente piacere, perché ho l'occasione di esercitare questa mia abilità e di imparare qualcosa di tecnico, ma io sono uno scrittore e non vi voglio parlare di me, ma dell'esperanto.
Il signore che è venuto è, per molti versi, particolare. È tedesco, ma ha un nome italiano, Bruno, e viene da un piccolo paese, al confine con la Francia.
La gente di confine di solito è bilingue e le persone che hanno a che fare con gente di lingua diversa acquisiscono una particolare attitudine nel comunicare.
Con me Bruno ha parlato inglese e, devo dire che lo parla in maniera corretta, ma con gli altri ha parlato uno stupendo mix di spagnolo, italiano e lingua dei segni, che io ho battezzato l'esperanto.
Ho molto ammirato la comunicatività di Bruno, assurgendola ad intelligenza. Quella lingua sgrammaticata e che non esiste in nessun posto del mondo raramente ha generato un: - non ho capito - .
Un altro protagonista di questa storia è stato Saverio, un mio collega. A suo modo anche lui è bilingue e parla italiano e ostunese, il dialetto del suo paese.
Per farvi capire cosa sia l'ostunese vi posso dire che io, pur abitando a pochi chilometri, avevo ascoltato, pochi giorni prima, una conversazione tra lui e un altro collega della sua zona e, se non li avessi incontrati in fabbrica, ma per strada e non li conoscessi, avrei tranquillamente pensato che fossero stranieri, magari francesi.
Saverio, oltre me, è stato quello che ha comunicato meglio con Bruno. A parte l'indiscussa intelligenza del collega, di cui ero già a conoscenza, tutta la vicenda mi ha fatto ricordare un movimento di qualche anno fa che si è battuto per la costituzione di una lingua internazionale che non fosse la lingua di qualcuno, come l'inglese o il francese, ma mettesse tutti sullo stesso piano. L'esperanto appunto.
Dopo questa esperienza posso dire una cosa riguardo l'esperanto: SI PUò FARE (cit. Mel Brooks)
p.s. per gli amici di typee.com: finchè non avrò lo status di scrittore vi racconterò queste piccole storie. Appena avrò più spazio vi farò vedere. Le 5000 battute mi vanno strette.
p.p.s. Maurizio Colombo ti lancio il guanto di sfida. Combatti!

Papà
Questa sera ho deciso di raccontare una nuova storia. Continua così questa mia raccolta ibrida, storie di fantasia e vissute, piacevoli o terrificanti, con una morale o scritte solo per il piacere di raccontare.
Questa storia è successa 25 anni fa, ma ora la guardo con l'occhio di uno scrittore, uno che le storie deve acchiapparle, domarle e mettere su carta. Diversamente non mi fa del tutto piacere raccontare una piccola storia tanto vera quanto inspiegabile e, a suo modo, carica di tensione.
Se la vogliamo guardare con occhio critico non ha i colpi di scena alla Dario Argento, né una grandissima trama, né vampiri, morti viventi, fantasmi o che altro. Le sole cose che la caricano di tensione sono: che è inspiegabile ed è vera.
Ero un ragazzo allora, una vita regolata, la mia fidanzata che, essendo studentessa, tornava sempre a casa alle 22 e io, che dovevo lavorare, tornavo a casa alle 22,30.
Una piccola limitazione che non ci pesava visto che facevamo tutto quello che ci andasse, ci toglievamo qualche piccolo sfizio, siccome qualche moneta in tasca ce l'avevamo, passavamo la serata insieme, poi tornavamo a casa, mangiavamo qualcosa e dopo un po', a letto, perché le nostre giornate erano impegnate.
Casa dei miei è su tre piani. Questo particolare ebbe il suo peso nella storia che vi sto per raccontare.
Entrai dalla porta principale, come al solito. Di sopra ascoltai la televisione di mia madre che, a conclusione della sua giornata da casalinga, era distesa nel suo letto e al piano di sotto le faceva eco quella di mio padre, che sarebbe andato a letto di lì a poco.
In cucina c'erano i soliti rimasugli della cena e la mia solita birra fresca nel frigo, che mio padre o mia madre avevano l'accortezza di lasciarmi. Di certe cose non te ne accorgi quando sei figlio.
Scaldai un po' di pasta e me la misi in un piatto, poi apparecchiai la tavola per quel minimo indispensabile che mi serviva e mi misi a mangiare. Accesi anche la mia televisione prima di sedermi.
Le tre tv suonavano su tre canali diversi, ma si rispettavano. Ascoltai la mia e sentii le altre. A un certo punto, dalle mie spalle, sentii distintamente la voce di mia sorella: - Papà! -
Immediatamente il mio lato razionale prese il sopravvento, sapevo che mia sorella non era in casa, nel salotto non era entrato nessuno e la luce era spenta. La prima cosa che pensai fu a un gioco di echi che aveva portato ad un macabro risultato. Pensai a chissà cosa avessi sentito e che l'immaginazione mi avesse fatto un brutto scherzo. Continuai a mangiare.
- Che vuoi? - disse mio padre salendo.
- Io? Perché? -
- Mi hai chiamato. -
- Veramente io non ti ho chiamato, ma ho sentito la voce di Claudia che diceva... -
- Papà, - concluse lui sbiancando.
Per fortuna mia sorella aveva un telefonino con sé.
- Chiamala subito, - dissi io e mio padre si avventò sul telefono di casa. Il suono della cornetta scandì momenti terribili.
- Pronto? - disse mia sorella. Prima si usava così anche ai cellulari. Stava bene...per fortuna.

Morte
Francesco era un uomo qualunque. Un modesto padre di famiglia, con un lavoro da operaio, una casa, una piccola utilitaria, una moglie, Marta e due figli.
Non aveva nulla che lo rendesse particolare nella vita di tutti i giorni, ma lo era quando dormiva.
Inizialmente si era trattato di poco più che normali coincidenze. La prima volta la ricordava ancora: aveva semplicemente sognato di bagnare il letto. Un sogno vivido, reale, come realmente era stato bagnato il letto.
Faceva anche sogni normali, per cui aveva avuto difficoltà a capire la differenza, poi aveva imparato a riconoscere i - sogni vividi - , così li aveva chiamati.
Avevano sempre le stesse caratteristiche: ambientazioni reali, persone reali e conosciute e sempre sogni in terza persona. Anche quando sognava di se stesso si vedeva dall'esterno.
Spesso erano piccole cose. Una volta sognò di entrare in un negozio, vedere una giacca azzurra, nuova, di infilare una mano in tasca e trovarvi 10 euro. Non gli sembrò tanto singolare trovare dei soldi in una giacca nuova, quanto gli sembrò singolare trovare, in quel negozio, quella giacca e quella moneta. La moneta era quella, non era nuova, e nel sogno, l'aveva vista bene.
Con il tempo imparò a controllare i sogni. Poteva decidere più di qualcosa, quanto meno il ‘percorso' che il sogno faceva. Diciamo, però che alla guida dei suoi sogni poteva essere considerato più un autista ubriaco che un pilota provetto.
La sua famiglia era a conoscenza di questa caratteristica, ma ci scherzava su. Presto capirono che era una cosa che aveva poco senso pratico. I sogni erano comunque...sogni.
- Potresti sognare la combinazione vincente del superenalotto, - gli disse una volta la moglie. Lui lo credette possibile e anche lei, ma non entrò mai, in sogno, nella tabaccheria dell'angolo per giocare il biglietto.
Da allora riuscì a controllare magari i particolari: la moglie aveva scelto una macchina rossa anziché gialla; il vestito della figlia per la festa della scuola era stato quello che costava meno e il collega antipatico si era effettivamente sentito male dopo la peperonata.
Particolari. Tanti e modificabili.
Poi c'era la parte difficile: la moglie non aveva evitato l'incidente con cui aveva distrutto la macchina; la figlia era stata effettivamente mollata dal fidanzato alla festa della scuola e il collega antipatico aveva effettivamente preso la promozione prima di lui.
Fatti importanti. Altrettanti e immodificabili.
Quella notte Francesco capì subito che si trattava di un sogno vivido. Era andato al lavoro per il suo turno di notte. Apparentemente una serata come tante, ma a mezzanotte la moglie lo chiamò. Aveva il respiro corto, i sudori freddi e lui fu costretto a chiedere di essere sostituito. Attese il cambio e prese la sua auto per tornare a casa.
A pochi isolati da casa l'auto si fermò. Girò la chiave due, tre volte, ma non ripartì. Prese il telefono per chiamare la moglie, che non rispose. La batteria dell'auto lo abbandonò definitivamente. La data, perchè non aveva guardato? Lo sapeva che la prima cosa da fare era cercare di capire a che periodo si riferisse il sogno vivido. Con La batteria scarica la data si era resettata. Era stata una nottata tranquilla, e vista la sua attività su internet, anche la batteria del telefono era morta da alcune ore.
La strada era deserta, illuminata solo dai lampioni e senza nessun locale o rumore, ma casa sua era vicina e sua moglie non stava bene. Guardò l'orologio, ma sapeva bene che era un ricordo di suo padre. Un vecchio orologio a lancette e carica manuale. Aveva sempre cura di caricarlo, ma poteva dirgli solo l'ora. Era l'una di notte quando uscì dall'auto.
Immediatamente la città diventò più cupa, la notte più buia e la strada, che aveva percorso migliaia di volte, diventò tetra.
Una figura cominciò a seguirlo e lui cominciò a correre. La figura vestiva come la morte: falce, mantello, maschera bianca, tutto.
Francesco pensò ad una aggressione, magari per rapinarlo. Una banale rapina di un balordo, che avrebbe portato a un bottino di pochi euro. Cominciò a cercare di controllare il sogno, magari cercando di fargli sbagliare strada o di far arrivare qualcuno, ma capì subito di non riuscirci e corse come non aveva mai fatto.
Inciampò in una delle radici degli alberi del parco che spuntavano dal marciapiede e si ruppe una gamba. La figura si avvicinava sempre di più. Tentò il tutto per tutto. Prese il portafoglio e il telefono e li buttò pochi metri davanti al suo rapinatore. Ora lo vedeva bene. maschera a teschio, mantello e la falce non era finta.
- Prendi quello che vuoi, ma non mi fare male! -
L'altro passò sopra agli oggetti ignorandoli. lentamente sollevò la falce e si preparò a colpire.
‘Un serial killer' pensò Francesco, ma non volle morire, neanche in un sogno. Sapeva che concentrandosi riusciva a svegliarsi e lo fece.
Si svegliò nel suo letto, agitato e spaventato, ma si spaventò a morte per quello che vide.
La figura stava ai piedi del suo letto e lo guardava.
- Ci vedremo, una notte di queste all'una, - disse prima di sparire.

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