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Autore: Salvatore Gargiulo
Titolo: Jack Wild l'investigatore:
Genere Giallo
Lettori 130
Jack Wild l'investigatore:

I
l caldo di luglio era afoso e opprimente. Le suole di gomma si appiccicavano all'asfalto bollente già dalle otto del mattino e una puzza nauseabonda saliva dal mar¬ciapiede fino al naso.
Da due ore Jack Wild correva sul lungomare di Napoli, da Mergellina giù fino a Santa Lucia, un'abitudine da quando aveva lasciato il corpo di Polizia per tornare definitivamente alla sua Napoli.
Jack Wild aveva quarant'anni e una vita sentimentale inconsistente. Era un uomo affascinante: un metro e ottanta di muscoli ben modellati su un fisico atletico. Occhi azzurri, capelli ricci, una passione per la musica e la tecnologia.
Il suo lavoro? Un'agenzia investigativa aperta da poco, dopo aver lasciato la Polizia investigativa.
Il suo vero nome era Jack Esposito, un cognome troppo popolare. Aveva voluto trovarsi un nome adatto, che si ricordasse facilmente.
Jack era concentrato solo sul suo lavoro, tenace e testardo, modi burberi, eleganza e buone maniere da selvaggio anche se gli piaceva scherzare con tutti. All'addestramento l'avevano soprannominato il selvaggio, e così decise di chiamare l'agenzia - Jack Wild - . Per gli affari, lui era Jack Wild, l'investigatore.
Adesso era lì, su uno scoglio, con lo sguardo al sole bollente, per caricarsi di energia. Ancora dieci minuti prima di cor¬rere in agenzia in attesa di ricevere qualche telefonata. A cinque mesi dall'apertura, non gli era capitato neanche un piccolo caso.
Squillo del cellulare, finalmente il telefono dell'agenzia! Aspettò che partisse la segreteria telefonica.
Bip... Bip...
Il nastro registrò.
Gli scogli si stavano affollando di bagnanti e lui era ancora lì, a pensare alla sua segreteria telefonica. Anche la spiaggetta a fianco della scogliera era ormai piena di gente. La scenografia dell'estate si rianimava: ombrelloni aperti e bimbi a giocare nella sabbia. Jack raccolse la sua roba e s'incamminò, lasciò la scogliera, salì sulla strada, si fermò a guardare quella meravigliosa voglia di vita.
Vent'anni lontano da Napoli erano stati duri. Il suo la-voro gli aveva impedito di vivere una vita normale: die¬ci anni in un corpo speciale della Polizia, altri dieci nei servizi segreti e poi cinque anni sotto copertura, cambiando spesso identità, città, nazione; si trasformava velo¬cemente senza lasciare tracce e la cosa non mancava di divertirlo. Si muoveva spesso tra l'Italia, l'Albania e l'Africa, parlava tre lingue, negli ultimi anni aveva imparato anche l'arabo. Alla fine, si trovò con i nervi a fior di pelle, senza più sapere chi fosse, quale fosse il suo vero nome, la sua lingua, la sua vita. Capì che era giunto il momento di fermarsi per ritrovare se stesso. Aveva accumulato un bel gruzzolo che gli permetteva di starsene tranquillo per un po'.
Ma a volte il passato rimane presente a lungo; sapeva bene di non poter escludere vendette tardive, perciò non aveva perso l'abitudine di guardarsi alle spal¬le. Quando entrava in un luogo chiuso osservava tutto: quante persone, la capienza del locale, la possibilità di fuga, tutto era memorizzato nella sua mente in una frazione di secondo. Tutte quelle precauzioni gli si erano cucite addosso come una seconda pelle, e lì erano rimaste anche ora che aveva scelto di essere un cittadino normale.
L'agenzia non era venuta subito.
Qualche mese lontano dai rischi era bastato per sentire una profonda nostalgia dell'azione: notti troppo lunghe, giorni troppo vuoti, pochi amici, nessuna compagna con cui dividere sogni e emozioni. Dalla crisi d'identità stava scivolando in una crisi peggiore: la solitudine. Non era quella la vita che cercava.
Steso sul letto a ri¬flettere, un giorno aveva sentito squillare il cellulare: sua cugina Marta lo chiamava da Roma, aveva bisogno di lui. Jack promise di aiutarla e partì per Roma. Niente di esaltante: Marta sospettava che il marito la tradisse. Jack pedinò l'uomo per un paio di giorni. Scattò delle foto. Non gli fu difficile scoprire la verità. Consegnò le foto a una Marta umiliata e inviperita e se ne tornò a Napoli, ma questa volta con un'idea in testa.
Perché no?
Un'agenzia di investigazione per servizi senza ri¬schio... ecco che cosa avrebbe fatto d'ora in avanti!
In via Palepoli 36, proprio all'angolo con via Nazario Sauro, a pochi passi dal mare, trovò quello che faceva per lui: al primo piano l'appartamento, al piano terra un ampio negozio e sul retro un garage. L'appartamento e il negozio diventarono la sua tana. Era un esperto di tecnologia, di microfoni, microchip, microcamere, computer, armi... in tutti quegli anni era diven¬tato uno dei migliori. Costruì uscite di sicurezza. Tra¬sformò una metà del negozio in bunker, con porte blindate e apertura automatica con scanner di riconoscimento. All'interno sistemò alcuni computer, delle armi e tutta una serie di attrez¬zature: microcamere, microfoni, microspie, ecc... Nel garage sistemò le sue moto, una Suzuki V-Strom 650 e una BMW Tour K 1600 GT, e anche un'auto, una Lamborghini Gallardo LP 570-4 superleggera. La Suzuki era l'ideale per scivolare nel traffico opprimente della
2.

Accanto a uno chalet, seduta a un tavolino di fronte al panora¬ma del golfo di Napoli, una donna sui trent'anni sorseggiava una bevanda e leggeva un giornale di annunci economici. Capelli corti a caschetto, con mèches tra il castano chiaro e il biondo, alta, occhi scuri, labbra carnose. Indossava una tuta leggera di colore chiaro, sotto non aveva nulla, ai piedi portava un paio di sandali. I passanti non potevano fare a meno di guardarla, era bellissi¬ma con i suoi gesti lenti e eleganti, le gambe accavallate, la schiena dritta, lo sguardo coperto da occhiali da sole firmati Prada. Nella pagina degli annunci cerchiò con la matita la pubblicità di un'agen¬zia investigativa.
Il suo lavoro, anzi, la sua specialità, era distruggere i matrimo¬ni, il suo compito era di sedurre gli uomini importanti. Dietro pagamento delle mogli, creava prove per un divor¬zio facoltoso.
Jack le passò davanti, la vide, si soffermò ad ammirarla per alcuni secondi, poi riprese la sua strada. Lei non lo degnò neanche di uno sguardo.
Il suo nome?
Un mistero! Per il lavoro, usava diversi nomi; era difficile capire quale fosse quello vero.
Con il suo fascino, non era difficile far cascare gli uomini nella sua trappola. Di solito, in un paio di mesi l'affare si chiudeva, il malcapitato finiva in tribunale e lei intascava senza alcun rimorso.


3.

Jack si buttò sotto la doc¬cia; l'acqua fredda gli tolse di dosso tutta la fatica della corsa. Poi indossò un jeans, una t-shirt celeste, un paio di scarpe morbi¬de e leggere. Scese in agenzia, attraversò lo stretto corridoio che conduceva direttamente nel bunker. Accese i computer, controllò i monitor delle telecamere, attivò la segreteria.
- Salve, sono Vittoria Visconti, ho bisogno urgente di parlare con lei. Passerò in agenzia alle dieci in punto. Se non dovesse essere in ufficio, la prego, mi chiami al 3334674... La prego... è urgente! Grazie - .
Il secondo messaggio era una voce di donna. Tremava, singhiozzava tra una parola e l'altra, non si capiva bene cosa dicesse: - Signor Jack... La prego, mi fissi un appuntamento... Ho bi¬sogno di parlarle, non mi dica di no. Sono disperata, sono Elena, mi chiami a questo numero al più presto. Per favore! 3478950... Grazie... - .
Jack annotò tutto su un block notes, cerchiando con una penna rossa il numero di telefono di quel secondo messaggio. Staccò il foglio con le note e stava per metterlo nell'agenda quando vide sul monitor una donna che si dirigeva verso l'entrata dell'agenzia. Si fermò davanti alla porta, suonò al citofono. Jack la riconobbe subito: la tuta rosa chiaro, il taglio dei capelli, i gesti gentili... era la stessa donna che stava seduta allo chalet.
- Salve, le posso essere d'aiuto? - .
- Sì, grazie. Sto cercando il titolare dell'agenzia investigativa - .
- Bene, è nel posto giusto, però Jack non c'è. Può entrare e la¬sciare un messaggio, così, quando verrà lo informerò - .
- Grazie. Se mi lascia entrare, sarò felice di lasciare un messaggio - .
Con uno scatto metallico la porta si aprì. La donna entrò, si sedette su una poltroncina di fronte alla scrivania e aspettò. Si aprì una porta ed entrò nell'ufficio un uomo sui sessant'an¬ni, con i capelli bianchi, e lo sguardo acuto dietro le lenti spesse.
- Mi scusi, signora o signorina? Jack per il momento non c'è; io sono Peppe, il tuttofare, dalle pulizie alle informazioni. Le chiedo scusa anche per l'attesa, stavo finendo di pulire il retro del negozio. Mi dica come la posso aiutare - .
- Bene! Sono Sofia, vorrei parlare con Jack, ho visto la sua pub¬blicità sul giornale - .
- Certo. Di che cosa ha bisogno? - .
- Ho bisogno di parlare con Jack in persona. Mi occorre, diciamo, la sua collaborazione per un lavoro - .
- Almeno, mi dica di cosa si tratta - .
- Non si preoccupi, lei lasci questo messaggio a Jack. È impor¬tante - .
- Va bene. Mi piace la sua determinazione! Mi lasci scritto tutto e io lo consegnerò a Jack - .
Peppe le porse un foglio bianco e una penna. Sofia scrisse il suo nome, il suo numero di telefono e la scrit¬ta - urgente - .
Mentre gli stava consegnando il foglio, Peppe le disse:
- Ha scritto tutto? Anche il suo nome? - .
- Certo! - rispose prontamente Sofia.
Peppe corrugò la fronte, piegando la testa da un lato, ribatté ad alta voce:
- Intendevo il suo vero nome, perché Sofia non è il suo vero nome - .
Sofia rimase a bocca aperta. Pensò:
- Come ha fatto a capire che non è il mio vero nome? -
Lo guardò per alcuni secondi senza dire nulla, poi con un tono un po' vago, disse:
- Si sbaglia, questo è il mio nome. Mi faccia la cortesia di dare questo a Jack - .
- Come desidera. Ma Jack si accorgerà che non è il suo vero nome. Le consiglio di non essere troppo misteriosa. Le auguro una buona giornata e spero di vederla al più presto - .
- Non si preoccupi, sono sicura che ci vedremo presto. Buona giornata anche a lei - si congedò con voce sicura e determinata.
Uscì dall'agenzia a passo svelto. Era turbata. Per la prima volta si era trovata davanti una persona che aveva capito subito che stava mentendo. Arrivò in fondo alla strada, imboccò la via principale di¬rigendosi verso il mare. Il suo pensiero si era fermato alle ultime parole:
- Il suo vero nome - .
- Com'è possibile che abbia scoperto che ho dato un nome falso? -
Attraversava piccoli incroci, senza badare al sema¬foro per i pedoni.
Nel bunker, tra i computer, Jack si tolse la parrucca bianca e gli occhiali e si disse a voce bassa:
- Vediamo un po' chi è veramente questa Sofia, sono sicuro che questo non sia il suo nome - .
Riavvolse il nastro della telecamera, si fermò su un'immagi¬ne di Sofia in primo piano. Bloccò il fotogramma, fece una scan¬sione, la inserì nel programma di riconoscimento facciale e attese che facesse il suo lavoro. Nel frattempo, andò a prendersi un caffè al distributore auto¬matico. Quando ritornò al computer vide che il programma si era fermato, non aveva avuto riscontro per quel viso. Riguardò l'immagine fissa sul monitor, si grattò la testa, bevve un sorso di caffè.
Era sicuro che sarebbe uscito subito qualcosa. Invece... Pensò di cambiare modo di ricerca. Finì di bere il suo caffè, si sedette con tranquillità al computer e ricominciò da capo. Fece una ricerca sui terminali della Polizia locale, per i piccoli reati. Bastarono solo due scansioni facciali e comparve l'immagine di Sofia.
Il suo vero nome era Sara Marcello, nata a Napoli. Era stata fermata con un noto gallerista d'arte. Entrambi ubriachi, correvano a cento¬cinquanta all'ora nel centro abitato in piena notte. Jack sorrise, sapeva di non sbagliarsi. Si era tradita quando aveva dichiarato il nome, il linguaggio del corpo e il tono della voce erano stati decisivi.
Avviò la stampa, ritirò il foglio dalla stampante, lo depositò in una cartellina e segnò con una matita verde il numero di Sofia. - O per meglio dire, Sara - .
Era un argomento da riprendere con tranquillità

Salvatore Gargiulo
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