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Autore: Max Welcome
Titolo: 14 febbraio, un giorno prima
Genere Romanzo
Lettori 319
14 febbraio, un giorno prima

Un'infanzia difficile.
Sicilia. Il sole batteva forte sulle finestre e i suoi raggi penetravano attraverso le porte socchiuse e i fori di quelle vecchie persiane rattoppate per tenerle ancora su.
I vecchietti seduti all'ombra si facevano compagnia, intenti a chiacchierare e a raccontarsi sempre le stesse cose: preoccupazioni inutili e futili pettegolezzi; parole storpiate e frasi sempre identiche, anche se erano diventati dei veri maestri a farle apparire come nuove - voci - .
La verità, invece, era che finivano sempre col parlare della disoccupazione, del figlio di Tizio e Caio e dei loro terreni. Ormai arrivati quasi tutti alla pensione, non avevano nient'altro da fare che civettare peggio di quelle donne nascoste dietro le finestre chiuse aspettando di captare qualche buona o cattiva notizia per darne l'esclusiva.
Chi possedeva un pezzo di terreno coltivato era così orgoglioso del suo orticello da ritenere che nessuno riuscisse a dare la stessa frutta e verdura dei suoi alberi, vantandosi alacremente.
Poi c'era il - don... - di turno, quello con la classica coppola, il giornale sotto l'ascella e il mozzicone storto di sigaretta in bocca; quello con l'immancabile giacca nera anche d'estate quando il sole era così cocente che riusciva persino a cuocere un uovo, accidentalmente, caduto a terra. Seduto in quella caffetteria tanto vecchia quanto la città di Palermo, se si accorgeva che qualcuno lo stava fissando si impegnava così tanto a guardare quel poco di figure che riportava il quotidiano da convincere gli altri, e anche sé stesso, di leggere davvero anche se sapeva farlo a malapena. Annuendo magistralmente con la sua testa appariva, agli occhi - indiscreti - che si posavano su di lui, come un letterato e finiva per credere lui stesso di esserlo.

Di fronte a quella caffetteria, a circa duecento metri, c'era un club dove la maggior parte delle persone, perlopiù anziane, si riunivano per fare semplicemente quattro chiacchiere; per trascorrere il tempo a giocare a briscola o allo scopone scientifico; per sfuggire alle soffocanti parole delle proprie mogli, ormai diventate come sorelle dopo anni e anni di matrimonio.
Lì, in quel club, lavorava (per modo di dire) un piccolo bambino di nome Salvatore che cercava di racimolare quel che poteva. Il cosiddetto - spiccia faccende in miniatura - , ormai, era conosciuto da tutti in quel club, era diventato il loro corriere. Così, quando mancava qualcosa o qualcuno dimenticava il pane, mandava quel piccolo - tutto fare - ben contento di andare a destra e manca pur di ricevere una mancia: quattro spiccioli che per lui, però, erano un orgoglio.
Era sporco Salvatore, le ginocchia annerite per le troppe volte che si era ritrovato chinato a terra a pulire gli attrezzi del padre, un muratore quasi disoccupato. Quelle poche volte che riusciva a trovare lavoro il pover'uomo cercava di tenerselo ben stretto facendo straordinari su straordinari. Tornava a casa sempre ogni volta più tardi, pur di riuscire ad accaparrarsi quel poco di fatica che, la maggior parte delle volte, era svolta a prezzi stracciati... e lui, Salvatore, piccolino, dieci anni appena, gli dava una mano quando il padre rincasava a fine giornata, stanco morto. Nonostante la sua piccola età aveva già sviluppato un gran senso di responsabilità, proprio come una persona adulta.
Quel piccolo - ometto - guardava il suo mondo disincantato con quegli occhioni azzurri come il cielo e si lasciava scompigliare dal vento della vita quei suoi capelli biondi come il fieno; tutto si poteva credere, tranne che fosse un bambino del Sud, precisamente di Palermo: bellissima isola dove qualcuno un giorno osò dire "il sole é sempre presente, a voler scherzare anche di notte."
Non sembrava affatto un siciliano quel piccoletto, somigliava più a un svedesino o giù di lì, con la sua carnagione chiara, la statura esile e quella straordinaria altezza che lo distingueva dai suoi coetanei.
Lo vedevi lì, accovacciato in ginocchio, intento a pulire quei pochi ma essenziali ferri da lavoro che il padre, a volte, per la troppa stanchezza non riusciva neanche a ripulire prima di tornarsene a casa; ogni tanto Salvatore, quando riusciva a pulirne uno (o almeno ci provava), correva gridando incontro a suo padre in quel corridoio stretto e semi buio per raggiungerlo nel bagno angusto dove si stava facendo la barba.

- Papà, papà.. così va bene? -

Gianni, così si chiamava suo padre, dal riflesso dello specchio lo guardava e poi abbassava la testa col viso insaponato dalla schiuma da barba annuendo anche se, la maggior parte delle volte, quei ferri erano più sporchi di prima. All'uomo questo poco importava, quello che gli interessava davvero era vedere il suo piccolo bambino felice con così poco. Sapeva quanto fosse importante per lui la sua opinione e il suo incoraggiamento, soprattutto in quel posto dove riuscire era davvero difficile.
Così Salvatore, entusiasta del giudizio del padre, di corsa se ne tornava in cucina a ripulire il resto degli attrezzi.
Abitavano in una piccola borgata di Palermo, dove la fame e la miseria erano un confine sottile tanto facile da superare. Ogni sera la polizia aveva il suo bel da fare con la micro criminalità e non dovevi fare molta strada per ritrovarti allo - Zen - , posto rinomato proprio per la sua delinquenza.


Quella di Salvatore era una famiglia che non se la passava molto bene economicamente, ma era onesta.
Tutto si poteva dire di Gianni, tranne che fosse un delinquente. Con i figli era molto malleabile, ma quando si trattava di malvivenza diventava un'altra persona.

- Povero si, ma delinquente mai! La Madonna ci darà sempre un pezzo di pane da mettere a tavola per poterci sfamare. -
Questo soleva dire Gianni per rimarcare l'importanza dell'integrità nella vita di tutti i giorni. Questo era Gianni e pronunciava spesso quelle parole quasi come fossero un ulteriore comandamento da onorare, come se quello lasciato da Dio di - non rubare - non bastasse.


Doveva ancora compiere undici anni, il piccolo Salvatore, di rado andava a scuola, sempre e solo se costretto da sua madre Maria. Una donna forte, casalinga per eccellenza; se non lo avesse rimproverato tutti i giorni, Salvatore, di certo non sarebbe mai andato in quella scuola vecchia come la Sicilia, ma abbastanza adeguata per togliere dalla strada molti di quei piccoli innocenti che, spesso e volentieri, venivano ingaggiati dagli adulti per scopi non proprio legali. Quando la polizia li beccava a spacciare o a commettere qualcosa di illecito, quasi sempre se la cavavano con un paio di ceffoni e una bella ramanzina.
Maria non faceva altro che ripetergli sempre le stesse parole, giorno dopo giorno, come una religiosa litania, un ritornello che Salvatore, ormai, aveva finito per odiare anche se sapeva quanto fosse importante e vero quello che sua madre si premurava di dirgli ogni santa mattina.

- Alzati Totò che senza scuola neanche lo spazzino oggi puoi fare! -

- Non mi piace fare lo spazzino, io me ne voglio andare in America a fare le pizze come Massimo. -
Questo era il grande sogno di quel piccolo ometto, che a dirsi sembrava facile, ma a farsi non era proprio così, vista la situazione economica della famiglia.
Suo padre, orgoglioso per natura, non si declassava certamente a chiedere a suo fratello Carmelo di pagargli un altro biglietto per il suo secondo figlio e così permettergli di partire, neanche a pensarci!

- Quando sarà grande quello che vorrà decidere di fare, quello farà, una volta è bastato l'aiuto di mio fratello ed è stato anche troppo. -

Erano queste le parole di Gianni sulla questione - America - che tanto stava a cuore a Salvatore.
Lui voleva fuggire, desiderava andarsene via da quella città, proprio come suo fratello maggiore Massimo che, in tempi migliori, era riuscito a partire per andare da suo zio Carmelo e rifarsi una vita.
New York, la grande mela, piena di speranze e di belle occasioni come tutto quanto il Nuovo Mondo.


Con non pochi sacrifici Carmelo e la sua famiglia sfidarono il destino, vendettero tutto e partirono alla ricerca di fortuna.
Con sacrificio ed impegno, riuscirono ad aprire una pizzeria a New York poi, una volta avviata, Carmelo chiese a suo fratello Gianni di raggiungerlo, c'era un posto anche per lui lì o per suo figlio Massimo. Consapevole delle condizioni drastiche in cui versavano, Gianni decise di far partire il figlio grande che, una volta giunto negli Stati Uniti, non volle più saperne di ritornare in Italia.
Gli anziani che vivevano negli Usa, gli ripetevano sempre una frase, scherzando.

- Se tutti noi italiani qui in America, un giorno decidessimo di ritornare nella nostra patria, dovrebbero metterci uno sopra l'altro, perché siamo così tanti che non ci sarebbe più abbastanza posto per tutti... siamo peggio dei cinesi! -

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