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Autore: Norma Tarditi
Titolo: La Custode
Genere Fantasy
Lettori 175
La Custode

Un raggio di sole raggiunse il tavolo, illuminando la pergamena e rivelando i minuscoli avvallamenti ed i peletti della cartapecora.
Eyna alzò gli occhi sull'istitutore, attenta a tenere la testa immobile. L'uomo anziano leggeva dal voluminoso tomo posto davanti a sé sulla massiccia scrivania, con un avambraccio sul ripiano in legno e l'altro appoggiato solo con il gomito, mentre con il lungo indice ossuto e ricurvo teneva il segno.
- L'esercito Valiar sferrò il temibile attacco alle prime luci del mattino... -
Le battaglie piacevano al vecchio Anor, anche se certo non si sarebbe capito dal tono di voce, piatto e monotono come sempre. Ma lei sapeva bene della sua passione e comunque questa specifica battaglia di cinquecentodiciotto anni prima aveva portato al trionfo di Loram, il prescelto degli Dei, sul Male e alla sconfitta del popolo Khea'r che lo serviva. I Valiar, guidati dal loro eroe, avevano protetto le Terre del Sud e le vicine Pianure Centrali e da allora la Luce, la Giustizia e la Pace regnavano su di esse. E questo, naturalmente, avrebbe acceso l'interesse di qualunque Valiar. O almeno, di qualunque Valiar che non fosse lei...
Comunque, il momento non poteva essere migliore e decise di azzardare un'occhiata. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, spalancata nel vano tentativo di far entrare un po' di frescura. Senza girare la testa poteva vedere solo con la coda dell'occhio, ma le fu sufficiente per scoraggiarsi: l'ombra proiettata dalla torre squadrata in cui stavano facendo lezione aveva già raggiunto più di metà cortile, quindi l'avrebbe inghiottito del tutto prima della fine della sua lezione e lei non sarebbe potuta uscire a giocare. Di nuovo.
Con una fitta acuta di desiderio sollevò ancora un po' lo sguardo e lo puntò oltre le alte mura a difesa di Lucar, la capitale delle Terre del Sud. Laggiù poteva vedere le dolci colline affacciate sul mare, ancora inondate dal sole ed accarezzate da folate di caldo vento che faceva ondeggiare il grano, scompigliandolo.
Cosa avrebbe dato per poter correre là fuori!
Pensò al sogno che aveva fatto solo la notte precedente: c'era un grande falò acceso tra i campi, attorno al quale la gente danzava e...
- Eyna! -
La bambina sobbalzò al richiamo aspro dell'istitutore e si affrettò ad abbassare lo sguardo sulla sua pergamena. Scostò la penna d'oca proprio appena prima che una grossa goccia di inchiostro andasse a rovinare il suo compito un'altra volta.
- Hai finito? - le chiese il vecchio Anor, aggrappandosi con le dita artritiche al bordo della scrivania per alzarsi faticosamente con un sospiro, recuperare il bastone appoggiato al bracciolo della sua sedia ed avvicinarsi con passo lento.
- Quasi, signore - rispose Eyna, osservando il suo lavoro. Non era perfetto, ma non era neanche malfatto. Le tre immagini che costituivano lo stemma dei Valiar erano ordinatamente rappresentate secondo il giusto ordine: una candela in alto a sinistra, una bilancia in alto a destra ed un ramoscello di biancospino al centro.
L'anziano insegnante le si accostò ed osservò da sopra la sua spalla. Eyna attese in silenzio, trattenendo il fiato.
Loram ti prego, Loram ti prego, Loram ti prego...
- Hm - commentò Anor. Era soddisfatto? - Un lavoro discreto. Ora scrivi sotto il nostro motto, poi puoi andare. -
Eyna arricciò le dita dei piedi per l'impazienza. Avrebbe saltato per la gioia! Invece si limitò a rilasciare le dita e a rispondere: - Sì, signore. -
Tenendo la lingua un pochino fuori dalle labbra si concentrò al massimo per non fare errori di ortografia, per scrivere in maniera ordinata e perfettamente in linea e soprattutto per non fare altre macchie.
Nel frattempo il vecchio Anor proseguiva il racconto della sanguinosa ma schiacciante vittoria dell'esercito Valiar sui nemici Khea'r plagiati dal Male fuoriuscito dalle loro Porte, mentre sua sorella Ramy, seduta accanto a lei, annotava diligentemente date, schieramenti e tattiche con la sua perfetta grafia.
- Luce, Giustizia e Pace. -
Per la fretta di concludere, Eyna allungò appena un po' troppo la gambetta della - e - di pace, ma se ne accorse in tempo e non compromise il suo pomeriggio di lavoro.
Appoggiò la penna accanto al calamaio ed attese.
- La Guerra delle Tredici Lune sancì la vittoria definitiva dei Valiar sul Male e bandì per sempre le selvagge tradizioni che, in suo nome, i Khea'r perpetravano lassù nei freddi Territori del Nord, avvolti dalle nebbie insalubri. -
Gli occhi dell'anziano insegnante, leggermente appannati dalla cataratta, si sollevarono finalmente su Eyna. La bambina attese con impazienza che l'uomo tornasse da lei: mani sul bordo, sospiro, bastone.
- Molto bene. Molto bene. - Eyna si sentì schizzare fuori dalla propria pelle ma si costrinse a rimanere immobile. - Puoi andare. -
Eyna scattò in piedi e fece l'impossibile per non percorrere correndo i sedici passi che la separavano dalla porta.
- A domani, signore - disse appena troppo precipitosamente prima di spingere con entrambe le manine il legno massiccio.
Mentre richiudeva la porta intercettò l'occhiata rassegnata di Ramy: sua sorella aveva quattro anni più di lei, quindi dieci, e le sue lezioni erano di gran lunga più lunghe ed impegnative. Non se ne lamentava troppo, ma Eyna sapeva che Ramy avrebbe preferito trascorrere diversamente i suoi pomeriggi. Anche se non giocava più tanto con lei, passavano molto tempo insieme; ad Eyna piaceva raccontare storie mentre a Ramy piaceva progettare il loro futuro. Quello di sua sorella prevedeva di diventare la moglie di qualcuno, meglio di uno dei membri della Guardia Reale, e voleva che Eyna sposasse suo fratello, perché certamente il suo futuro marito avrebbe avuto un fratello più piccolo, così avrebbero potuto vivere tutti assieme allegramente.
Eyna, dal canto suo, più che un marito sognava una spada: voleva diventare una grande guerriera. E tutte le volte Ramy rideva fino alle lacrime perché, naturalmente, nessuna donna Valiar avrebbe mai potuto brandire neppure un coltello se non per pelare le patate, figuriamoci poi una donna della loro famiglia!
Quando arrivò ai piedi della torre e guardò in cortile vide che aveva avuto ragione: era completamente in ombra. Il che, naturalmente, voleva dire che non poteva uscire perché avrebbe rischiato di prendersi un malanno anche se viveva nelle assolate Terre del Sud e la temperatura già nei primi giorni del terzo mese era abbastanza calda da farle sentire un appiccicoso velo di sudore sulla fronte solo per aver sceso le scale di corsa. Ma non poteva correre il minimo rischio di ammalarsi, nessuna di loro poteva, perché nelle loro vene scorreva il sangue delle Custodi, protettrici di tutte le Terre d'Occidente, formate dal regno delle Terre del Sud, dalle Pianure Centrali e dai Territori Khea'r.
Questo anche se la Custode ufficiale dei Valiar era una sola, ed il ruolo era in quel momento svolto da Naryl, la loro cugina, e in futuro sarebbe stato assunto molto probabilmente da una delle sue figlie, se al momento opportuno ne avesse avute, ovviamente. In ogni caso, Eyna e Ramy restavano comunque risorse inestimabili per il regno, anche se nessuna di loro due avrebbe mai davvero ricoperto quel ruolo. E menomale, pensava Eyna, vista la vita da reclusa che faceva la povera Naryl.
Dopo aver vagato un po' per i corridoi del pianterreno giocando a nascondersi dietro i pesanti tendoni in damasco rosso e oro per sfuggire alla vista dei soldati di ronda, si ritrovò vicino alla corte interna, nei quartieri della Guardia Reale. I loro membri erano soldati scelti dell'esercito Valiar solitamente nativi di Lucar, che avevano l'onore di proteggere Re Amaltor, al secolo Loram IX, erede diretto del leggendario eroe. Per questo vivevano a palazzo, mentre il grosso dell'esercito, composto anche da cittadini delle province o da gente delle campagne, viveva nel distretto militare che si trovava all'esterno delle mura.
In quei giorni Re Amaltor era in visita con la moglie ed il figlio in una delle città del regno, quindi buona parte dei soldati della Guardia era con loro. Eppure quel rumore...
Eyna si avvicinò ad una delle finestre che affacciava sul cortile interno, completamente diverso da quelli anteriori che ospitavano immensi giardini ricchi di fiori lussureggianti e fontane. Questo cortile, infatti, era polveroso e del tutto privo di qualsiasi abbellimento, a meno di non considerare tali i fantocci e i bersagli utilizzati dai soldati per l'addestramento.
Sì!
Eyna trattenne a stento un gridolino di gioia: qualcuno si stava esercitando proprio in quel momento! Le lame delle spade tintinnavano scontrandosi, poi scorrevano l'una sull'altra facendo quel meraviglioso suono metallico che assomigliava un po' a quello del mare, almeno per come se lo ricordava lei dall'unica volta che era riuscita a vederlo da vicino. Mentre tutti erano intenti a celebrare il varo di una nuova nave da guerra Valiar, infatti, lei era riuscita a scappare tra le gambe della gente assiepata sulla banchina per raggiungere una minuscola spiaggia sabbiosa addossata al di là del lunghissimo molo a protezione del grande porto di Lucar. Lì, dove non c'erano barriere artificiali a fermare le onde, aveva potuto godere del ritmico suono della risacca, rassicurante come una ninnananna. Ovviamente l'avevano riacciuffata poco dopo. E ovviamente l'avevano punita per la sua disobbedienza.
Osservò i due soldati: non conosceva il nome di quello più grande, ma ricordava di averlo già visto in diverse occasioni. Invece l'altro... Sorrise: era il suo amico Theol! Un ragazzino della stessa età di Ramy, con cui lei aveva scorrazzato per i corridoi fino a qualche tempo prima. Poi, come sua sorella, aveva iniziato con i - compiti da grandi - ed aveva avuto meno tempo per lei.
I suoi capelli biondi erano talmente lisci che gli stavano ritti sulla testa come gli aculei di un porcospino. Eyna poteva vederli muoversi quando Theol si abbassava per schivare un fendente del suo istruttore. Tra pochi anni avrebbe iniziato a rasarseli, come tutti gli uomini Valiar adulti, mentre Eyna avrebbe iniziato a raccogliere i suoi nella treccia caratteristica delle ragazze Valiar non sposate.
Gli occhi di Eyna seguivano i movimenti dei due. Schivata, parata, affondo. Parata, affondo e schivata. Parata, parata, finta ed affondo. Le braccia di Eyna presero a muoversi senza che se ne rendesse conto: con un'immaginaria spada nella mano destra sferrava colpi davanti a sé. Dopo poco si unirono anche i suoi piedi. Si tolse le scarpe, che la impicciavano, mentre osservava i semicerchi eleganti ed i passi precisi che compivano i due, nonostante la foga. Destra, destra, indietro, sinistra, av-
- Eyna! -
La bambina sobbalzò e si immobilizzò, come se così facendo potesse scomparire ed evitare la ramanzina.
- Eynora Jeanna dei Valiar di Lucar - scandì la voce di sua madre.
Nome completo, patronimico e stirpe. Forse stavolta sarebbe stato qualcosa di più di una ramanzina.
Si voltò lentamente.
- Buongiorno mamma. Madre - si corresse subito dopo, abbassando di colpo lo sguardo per puntarlo sul pavimento, più o meno a metà tra i loro piedi. Fece in tempo comunque a notare che era trasalita, prima che aggrottasse talmente le sopracciglia folte da formare un'unica linea castana sopra gli occhi color dell'ambra.
Eyna si scostò una ciocca madida di sudore dalla fronte e capì di aver fatto un errore. Un altro, cioè.
- Sei tutta sudata! E senza scarpe! E stavi... stavi... -
Eyna immaginò che stesse guardando verso il cortile.
- Ma cosa devo fare con te? - chiese la donna, più che altro a sé stessa, tornando a guardare la sua figlia più piccola, arrivata inaspettatamente quando ormai era già considerata vecchia, almeno per la normalità Valiar. Aveva ventotto anni quando scoprì di essere incinta di nuovo, una cosa quasi inconcepibile. Al limite dell'esilio, addirittura, in base alle leggi sul controllo delle nascite. - Per la corretta suddivisione delle risorse! - La voce nasale del loro Re risuonò nella sua testa come se lo avesse avuto davanti agli occhi, da tante volte lo aveva sentito ripetere quella frase. I figli si facevano nel numero e nel momento stabilito dal Re e dagli Anziani. Era la Legge.
Ma fortunatamente nel suo caso nessuno aveva potuto dire niente: dare alla luce un'altra possibile Custode era una benedizione di Loram. Le Porte dovevano essere difese, ne andava della loro salvezza. E questo era il motivo per cui Eyna era l'unica bambina della sua età di tutta Lucar: era nata esattamente a metà di due anni delle nascite, che in quel periodo ricorrevano ogni otto anni. Perciò i bambini nati prima di lei avevano dieci anni, come sua sorella ed il suo amico Theol, e quelli nati dopo di lei ne avevano due. Tutti.
Non le avevano potuto dire niente, ma naturalmente una punizione per il loro comportamento sconsiderato c'era stata, o almeno così si diceva a Lucar: Eyna era una bambina imperfetta.
Maran scorse la macchia più chiara sul visetto di Eyna, leggermente visibile sotto lo strato di mistura correttiva parzialmente sciolto dal sudore. Quella macchia che veniva additata come la manifestazione della loro colpa e portata ad esempio di ciò che succedeva quando non si seguiva la Legge. Come se fosse stata davvero quella, la punizione che doveva scontare Eyna per colpa loro!
Osservò i boccoli biondo rossicci leggermente umidi, le guance ancora tonde e piene, il modo in cui si strofinava il piedino destro col sinistro cercando di non farsene accorgere, nel tentativo di far andare via lo sbaffo di sporco alla base dell'alluce, e si chiese per l'ennesima volta come avrebbe fatto a placare il fuoco che scorreva nelle vene della preferita delle sue figlie. Quel fuoco che le era parso di vedere di nuovo per un orribile istante nei suoi occhi, quando si era voltata verso di lei.
Non era giusto avere preferenze, lo sapeva bene, ed amava la calma, pacata, obbediente Ramy, ma il suo cuore quasi doleva per l'affetto che nutriva nei confronti di Eyna, la sua figlia imperfetta. Forse perché quel fuoco aveva scorso anche nelle sue, di vene. Ma doveva riuscire ad insegnarle il rispetto delle regole, ad ogni costo. Doveva farlo lei, altrimenti lo avrebbe fatto la loro società e con metodi ben diversi. Lo sapeva bene...
Rabbrividì al pensiero e si fece risoluta: per Loram, avrebbe insegnato a sua figlia a controllarsi, come aveva imparato a fare lei, e quindi a controllare quella cosa! Non usava quella parola, neanche nei suoi pensieri. Era blasfemia pura e semplice, nella sua forma peggiore. Era contro la Legge.
Raddrizzò la schiena.
- Eyna questa notte starai in punizione - si costrinse a dire.
Gli occhi della bambina si sollevarono di scatto per incontrare i suoi e Maran si ritrovò a sospirare di sollievo: era passato. Nessuno avrebbe notato niente neppure quella volta, a parte lei.
- Ma... -
- Niente ma. Ti avevo avvisata, non più tardi di una luna fa. Stanotte starai in punizione - ripeté, sforzandosi di ignorare l'espressione di stupefatto dolore della bambina.
Le lacrime che premevano per sgorgare rendevano lucenti le sue iridi castano scuro, facendole rassomigliare alla lucida buccia delle castagne mature. Per un istante restarono impigliate nelle folte ciglia rossicce, poi scesero rapide sulle guance.
Eyna non doveva piangere, lo sapeva: le lacrime avrebbero lavato via la cipria che copriva la sua vergogna, ma... non avrebbe visto il suo papà! Aspettava quella sera da quando il messaggero aveva annunciato il rientro della guarnigione dalle Pianure, otto giorni prima, e adesso non lo avrebbe potuto incontrare! Avrebbe dovuto aspettare fino all'indomani, quando tutti avrebbero partecipato al pranzo nel salone centrale indetto per celebrare il loro ritorno. E non avrebbe neanche potuto parlargli, non lo avrebbe neanche potuto salutare! E invece, se avesse potuto vederlo quella sera, il suo papà l'avrebbe presa per la vita, l'avrebbe sollevata sopra alla sua testa e l'avrebbe fatta girare e girare e girare, facendola strillare di gioia.
Ingoiò il grosso groppo alla gola e ricacciò indietro le lacrime, ricordando i begli occhi castano scuro del suo papà, tanto simili ai suoi, sempre sorridenti. Non lo vedeva da quasi sei lune e le mancava così tanto!
- L'acqua e la roccia - sentenziò sua madre inginocchiandosi davanti a lei e tirando fuori il fazzoletto per risistemare il disastro che aveva fatto sulla sua guancia. - Per quattro clessidre. -
Eyna sentì sprofondare il cuore ancora un po' più giù.
***
- Cammina - la pungolò Adine, la sua governante.
I piedi di Eyna erano pesanti come macigni mentre si dirigeva nella direzione diametralmente opposta a quella che avrebbe voluto seguire. Con il corpo stava andando verso l'ala posteriore del palazzo, addossata alla catena di montagne che proteggeva Lucar da eventuali, ed improbabili, attacchi provenienti da Nord, mentre con la mente stava percorrendo di corsa il perimetro esterno delle mura per andare ad assistere all'apertura dei cancelli. Non che lo avrebbe davvero potuto fare di corsa, naturalmente, se anche fosse stata là...
Raggiunsero il pesante portone di legno scuro a doppio battente che celava l'accesso alla parte più antica, e sacra, del loro regno. Adine afferrò il grosso batacchio ad anello e lo batté sulla placca di metallo sottostante. Il suono rimbombò e riecheggiò nelle cavità delle grotte che si estendevano al di là.
Un rumore cigolante, fin troppo familiare per gli appena sei anni di Eyna, anticipò l'aprirsi della piccola finestrella ricavata più o meno a metà del battente di destra. Già tristemente pratica della procedura, Eyna si sistemò circa cinque passi più indietro di modo che la guardia la potesse osservare attraverso le spesse sbarre.
- Eynora, che sorpresa! - commentò l'uomo vedendola, sottolineando con il tono cupo l'assoluta mancanza di ironia.
- E proprio stasera! - intervenne Adine, acida.
Eyna sapeva perfettamente che ce l'aveva a morte con lei perché per via della sua terribile condotta del pomeriggio sarebbe stata costretta a perdersi i festeggiamenti per il ritorno dei soldati. Sfortunatamente, Eyna non riusciva proprio a capire cosa ci fosse di così sbagliato in quello che aveva fatto per meritarsi di nuovo quella orribile punizione, il che significava che neanche quella sarebbe stata l'ultima volta...
Le dita ossute di Adine si serrarono sulla sua spalla mentre la guardia richiudeva la finestrella, faceva scattare il lucchetto grande più di tutti e due i palmi di Eyna messi assieme, faceva scivolare i tre pesantissimi chiavistelli ed infine apriva il battente di destra.
Eyna ed Adine attesero che, con il portone semiaperto ma ancora protetto da una catena spessa quanto un braccio di Eyna, la guardia perlustrasse con gli occhi il corridoio alle loro spalle. Non c'erano angoli bui in cui qualcuno si sarebbe potuto nascondere, ma solo lisci e rettilinei muri di pietra illuminati dalle torce, che proseguivano per una ventina di metri dietro di loro.
- Entrate - grugnì dopo qualche istante la guardia, sganciando del tutto la catena ed aprendo ancora di qualche spanna il battente, quel tanto che bastava per farle scivolare dentro.
Superata la prima minuscola stanza, destinata alla guardia ed occupata solo da un tavolaccio e delle panche, l'interno era a suo modo accogliente: era la residenza della Custode, quindi di Naryl in quel momento, ed era arredata con un letto, uno scaffale con diversi libri approvati dal Censore del regno, due poltrone rivolte l'una verso l'altra, una per Naryl ed una per l'uomo che avrebbe sposato compiuti vent'anni, un grosso caminetto sempre spento per via del caldo e due finestre che davano a Sud.
I piedi di Eyna si diressero immediatamente in quella direzione.
- Non ti azzardare - la ammonì Adine, stringendo la presa delle dita, ancora artigliate sulla sua spalla. - Vai di là e sconta la tua punizione. Io ti guarderò da qui. -
Le lasciò la spalla e la superò per andare ad aprire la porta che divideva l'alloggio dal Sacrario vero e proprio, che aveva lo scopo di preservare la Custode dall'umidità perenne delle grotte. Purtroppo non ci riusciva benissimo e questa era la ragione per cui alle Custodi era consentito di passare qualche ora al giorno lontano dal loro rifugio, in zone più salubri.
Eyna lanciò un'occhiata alla donna mentre la superava. I capelli castani erano raccolti così strettamente nello chignon tipico delle Valiar sposate che le rughe a lato dei suoi occhi erano quasi scomparse del tutto. I brutti occhi a palla, di un castano che ad Eyna ricordava sempre una pozza di fango, la seguirono mentre lei accedeva alla grotta. Le torce fissate alle pareti riuscivano a malapena a rischiarare un'oscurità altrimenti così fitta da rendere del tutto indifferente il tenere gli occhi aperti oppure chiusi.
Con un sospiro, Eyna si andò a sedere di fronte alla parete alla sua sinistra, dove la roccia irregolare formava uno spuntone di circa quattro palmi più o meno all'altezza del suo viso, su cui l'acqua che da centinaia di anni vi gocciolava sopra cadendo da una stalattite aveva ormai formato un buco.
La punizione dell'acqua e della roccia consisteva proprio in questo: stare ad osservare per il numero di clessidre stabilite la goccia d'acqua scavare pazientemente la roccia. Il - pazientemente - era la chiave di lettura: in base alla Legge Valiar, la pena doveva essere quanto più possibile collegata alla colpa. Essendo Eyna una bambina decisamente vivace e poco incline alla pazienza, questa tra le tante era la punizione che più di frequente le veniva comminata. Nel caso specifico la pazienza non c'entrava molto con il fatto di aver emulato un'attività prettamente maschile, ma tra le varie punizioni non ce n'era comunque nessuna associabile e la sua mamma evidentemente aveva ritenuto opportuno cogliere un'altra occasione per inculcarle la qualità della pazienza e della calma ad essa collegata.
- Inizia la prima clessidra - annunciò la voce stridula di Adine.
Ad Eyna non serviva voltarsi, oltre al fatto che era consapevole di non poterlo fare pena clessidre aggiuntive: sapeva che Adine aveva appena capovolto la grossa clessidra sul tavolo e che era già alla finestra a cercare di guardare quello che stava succedendo laggiù dai cancelli.
Quattro clessidre, grossomodo due delle ore battute dall'enorme orologio del palazzo. Un'eternità!
Eyna, avvilita, fissò lo sguardo sulla goccia.
Plin... Plin... Plin...
Ogni volta che una goccia cadeva, provocava minuscoli schizzi dell'acqua accumulatasi nella piccola conchetta.
Eyna osservò per un po' il modo in cui gli schizzi si distribuivano: non andavano sempre nelle stesse direzioni, ma arrivavano a bagnare un po' qua, un po' là la scura pietra.
Ad un certo punto le parve di sentirne una sul dorso della mano destra.
Si sporse leggermente più avanti.
Ecco! Un'altra, sul polso stavolta.
Tese l'orecchio cercando di capire cosa stesse facendo Adine, ma non sentì nulla. La immaginò con gli occhi fissi fuori dalla finestra. Cosa stava succedendo? Avevano già iniziato ad aprire i cancelli?
Era difficile sentire qualcosa nel silenzio ovattato della grotta e in più ovviamente Adine aveva chiuso i vetri di modo che a lei non arrivasse il benché minimo suono. Ciononostante, le parve di sentire i corni che annunciavano l'arrivo della guarnigione, ma non ne era sicura.
Comunque, decise di azzardare: poggiando le mani a terra, sulla pietra fredda, iniziò a spostarsi un po' più avanti. Voleva vedere se riusciva a sentire gli schizzi sul viso.
- Eyna! - la riprese immediatamente Adine, irosa. - Non mi costringere ad aumentare le clessidre. Quattro sono già sufficienti a farmi perdere tutti i festeggiamenti, non vorrei anche dover andare a coricarmi così tardi da faticare ad alzarmi domani mattina. -
Eyna si morse la lingua per non rispondere che se non voleva fermarsi di più bastava che non aumentasse le clessidre: sapeva perfettamente che non lo avrebbe mai fatto, e non per la scarsa simpatia che la donna nutriva nei suoi confronti. Semplicemente, le regole si seguivano. Punto.
Eyna ritornò subito nella posizione precedente e si costrinse a stare immobile.
Plin... Plin... Plin...
La sua vista si annebbiò un po' a forza di fissare sempre lo stesso punto.
Plin... Plin... Plin...
Iniziò a sentire un mormorio basso.
Scosse appena la testa, sbatté tre o quattro volte le palpebre e tornò a concentrarsi sulla goccia.
Plin... Plin...
Il mormorio si fece più forte, leggermente più insistente. Erano... voci?
Plin...
Ey...a...
La bambina si immobilizzò, smettendo per qualche istante di respirare. Le voci avevano pronunciato il suo nome?
Non avrebbe dovuto ascoltarle!
Eyna
Questa volta il sussurro fu più chiaro: era davvero il suo nome.
Lentamente, come in trance, spostò lo sguardo dalla goccia all'apertura nella parete di fondo di quella prima grotta. Due torce la rischiaravano ma non riuscivano a dissipare in alcuna maniera l'oscurità al suo interno.
Le Porte...
Un nome poco azzeccato, a suo parere, dato che non c'era proprio nessuna porta là. Mentre osservava l'apertura, appena consapevole del fatto che fuori doveva finalmente essere iniziato qualcosa dato che Adine non la stava riprendendo, le parve di cogliere un bagliore bluastro nell'oscurità.
All'improvviso, tra i ricordi ovattati ed imprecisi dei suoi primi anni di vita, ne emerse uno. Un episodio che aveva completamente dimenticato.
Aveva appena tre anni e quella mattina sarebbe stata portata per la prima volta al cospetto delle Porte. Mentre la pettinava, sua mamma aveva chiesto alla domestica di andare a prendere il vestito, poi aveva fatto voltare Eyna, le aveva messo le mani sulle spalle e l'aveva guardata dritta negli occhi.
- Eyna ascoltami bene - le aveva detto, serissima. - Qualunque cosa succeda, oggi, alle Porte, tu devi dire che non hai visto né sentito niente. Mi hai capito? -
Eyna aveva corrugato la fronte.
- Anche se... -
- Eyna devi mentire - l'aveva interrotta la mamma, in un sussurro bassissimo, lasciandola senza parole. Mentire era vietatissimo! La pena era la lingua mozzata, lo sapeva bene già all'epoca! Ogni Valiar lo sapeva, a qualunque età. - Se vedrai qualcosa, se sentirai qualcosa, dovrai mentire - aveva ripetuto. - È importantissimo! E non dovrai mai dirlo a nessuno, mai! -
- Neanche... -
- A nessuno! Neanche a me o a Ramy! -
Poi era tornata la domestica e la mamma non le aveva detto più niente, salvo guardarla con un'occhiata carica di significati quando erano venuti a portarla via.
Ma non aveva dovuto fare quella cosa gravissima: non aveva dovuto mentire. Non quella volta, perlomeno: mentre era là, davanti alle Porte, non era successo assolutamente niente ed il capo degli Anziani nonché primo consigliere del Re, dopo averla osservata attentamente aveva annuito brevemente. E lì si era concluso tutto: Eyna era stata dichiarata idonea a svolgere il ruolo di Custode, casomai si fosse rivelato necessario.
Da lì era stata altre volte nel Sacrario, principalmente per scontare le sue punizioni e, più raramente, per apprendere qualche lezione da Naryl. Anche se, finora, tutto quello che aveva imparato era che oltre le Porte c'era il Male. Come se già non lo avesse saputo da sola: tutti a Lucar lo sapevano. Anzi, tutti lo sapevano dovunque. Le Porte celavano il Male. Le Porte li separavano dai demoni, da cui nulla avrebbe potuto difenderli, neanche il loro leggendario esercito. Neanche dieci dei loro eserciti. Niente: solo le Custodi. Come, Eyna non lo sapeva e forse non lo avrebbe mai saputo. Comunque, non era mai stata da sola al cospetto delle Porte e non lo sarebbe stata neanche quella notte, se Adine non fosse stata distratta. E adesso il Male la stava chiamando...
Il bagliore bluastro parve accentuarsi leggermente, come se da qualche parte dentro la cavità della grotta ci fosse stata una lampada dai vetri blu la cui fiammella si fosse appena ravvivata.
Sentì un calore pervaderla, partendo da un punto situato un paio di dita sotto l'ombelico e da lì diffondendosi in tutto il suo corpo, dissipando il freddo e l'umidità della roccia su cui era seduta, che avevano iniziato a risalirle sulle gambe attraverso il sottile tessuto della sua veste.
Oh no!
Oh no, no, no!
Questo non doveva succedere assolutamente, perché sapeva cosa sarebbe venuto subito dopo. Era già capitato in diverse occasioni, quando non era sufficientemente attenta. E su questo, sì, aveva sempre mentito, a tutti. O meglio: non aveva mai detto a nessuno cosa le succedeva quando non si controllava a dovere. Non serviva che la mamma la mettesse in guardia da quella cosa che non dovevano neppure nominare! E adesso era di nuovo lì, dentro di lei.
La magia.
Sapeva che avrebbe dovuto chiamare Adine. Per qualche motivo, intuiva che se la donna si fosse avvicinata tutto sarebbe finito. Eppure... non voleva farlo. Quella luce le sembrava così accogliente e quel calore dentro di lei era così piacevole... Non sembravano affatto minacciosi. Ma ovviamente era perfettamente consapevole del fatto che il Male fosse suadente, ammaliatore. Tentatore. Il vecchio Anor lo ripeteva in continuazione. E lo diceva anche la preghiera che recitavano ogni mattina ed ogni sera lei e Ramy insieme alla mamma:
- Loram veglia su di noi.
Loram proteggici dal Male.
Loram rivelaci tutte le sue sembianze.
Loram insegnaci a riconoscere le sue malie. -
Quella era una malia, certamente. Anche se non aveva niente di sinistro, di malvagio.
Eyna
Le voci la chiamarono ancora, come un'eco lontana, ed il calore dentro di lei aumentò. Doveva smetterla, altrimenti tra poco sarebbe successo. Lo sapeva.
Le parve di scorgere dei segni sulla parete attorno alle Porte. Ecco, stava già succedendo. Un sudore freddo le cosparse la fronte ed il retro del collo. Se Adine se ne fosse accorta sarebbe stata la fine, per lei. Pensò al patibolo nella piazza principale e a quella corda che pendeva giorno e notte, ondeggiando nel vento, a monito perenne per tutti loro.
- In nome di Loram! -
La voce di Adine le giunse attutita, come soffocata, ma fu sufficiente ad interrompere quel momento. Ammesso che fosse mai apparsa davvero, la luce bluastra sparì e con essa quel calore, le vaghe scritte e le voci.
- Loram proteggici! - invocò. Sembrava spaventata, aveva visto tutto?
Eyna si voltò lentamente, terrorizzata di vedere Adine puntare un dito accusatorio contro di lei.
Ma non stava neanche minimamente badando a lei: era in piedi davanti alla finestra, con entrambe le mani premute sulla bocca e gli occhi sbarrati. Cosa stava succedendo?
- Metoh! - chiamò, rivolgendosi alla guardia. La sua voce tremava.
Eyna si corrucciò. Stava veramente chiamando la guardia del Sacrario? Era assolutamente impossibile che lasciasse la sua postazione.
- Lucar è sotto attacco! - gridò.
Questa frase non ebbe alcun significato per Eyna, esattamente come se Adine avesse appena detto - sta cadendo il cielo - .
Lucar, la loro bella capitale fatta di ordinate casette imbiancate a calce affacciate sul Mare del Sud, era il posto più sicuro al mondo. Nessuno avrebbe mai osato attaccarla. Nessuno avrebbe mai avuto un motivo al mondo per farlo: era la sede della Luce, della Giustizia e della Pace! Era la sede del discendente diretto del grande Loram! Nessuno mai avrebbe fatto una cosa simile...
Eppure, nelle ore confuse che seguirono, quella frase che fino a quel momento non voleva dire nulla, iniziò ad avere un significato per Eyna. Anzi, ne ebbe tanti: ogni voce allarmata che sentiva, ogni nuova persona che vedeva, aggiungeva un significato in più.
Per il tramonto del giorno successivo - Lucar è sotto attacco - significò per Eyna, nell'ordine: che sua sorella Ramy e la sua mamma venissero portate di corsa nel Sacrario, secondo le istruzioni di emergenza che prevedevano di proteggere in primo luogo le Custodi; che Naryl venisse ritrovata priva di vita pochi chilometri al di fuori delle mura; che la mamma dovesse assumere il ruolo di Custode fino a che Ramy non fosse stata adeguatamente istruita; che i Khea'r entrassero in città camuffati con gli abiti, gli stemmi, le armature ed i cavalli della guarnigione che tutti stavano aspettando; e, soprattutto, che il suo papà non sarebbe mai ritornato da lei per farla girare sopra la sua testa.
Fu quest'ultima cosa a farle perdere il controllo su di sé, quel prezioso controllo che si era tanto impegnata a coltivare, la perdita del quale le costò una punizione ben peggiore di tutte quelle che aveva già scontato. Una punizione che non avrebbe mai più dimenticato.
Fu proprio questo l'ultimo significato che, da quel momento in avanti, - Lucar è sotto attacco - avrebbe avuto per lei: dolore. Un dolore lancinante, che sembrava non finire mai.

Norma Tarditi
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