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Autore: Barbara Ann Parker
Titolo: All'ultimo minuto
Genere Thriller
Lettori 140
All'ultimo minuto

Una corsa contro il tempo.

Quel giorno a New York
Confusione.
Odori.
Echi di grida lontane in varie lingue che si sovrapponevano fra loro sino a creare un'incredibile cacofonia di suoni, fondendosi in un'unica musica.
Gente allegra, disperata, indifferente.
Persone che sfrecciavano una accanto all'altra, senza sentirsi, senza vedersi.
New York.
Serpeggiava per la città un senso d'aspettativa.
Lo si vedeva nei volti e nelle espressioni ansiose della gente che, come un fiume in piena, arrivava in città da ogni parte e con ogni mezzo. In pullman, in treno e in autostop, a piedi o ammonticchiati in maniera inverosimile in un'unica macchina, avevano sommerso la città riempiendola di suoni e di musica, di colori e voci.
La Grande Mela se ne stava mollemente sdraiata a osservare il brulicare della gente.
Come ogni grande e affascinante donna, mostrava due facce a chiunque osasse rivolgere lo sguardo su di lei.
Di giorno sporca, frenetica e implacabile come un enorme pesce, divorava chiunque non fosse abbastanza forte da combatterla e tenerla al laccio mentre tentava disperatamente di sopravvivere.
Di notte, invece, sinuosa come un serpente si srotolava e cambiava pelle, si trasformava, si vestiva di luci e colori, di neon e insegne ammiccanti che chiamavano, invitavano, stregavano.
Tutte le donne illuminate da quelle luci, sia che fossero dell'alta società sia lucciole della notte, sembravano tutte più belle, vestite di colori brillanti e strass splendenti.
Tutte insieme, grandi e piccole, belle e brutte, buone o cattive, si fondevano per formare l'unica grande incomparabile donna che era New York.
In quei giorni i bagarini facevano affari d'oro perché i biglietti per la partita dell'All-Star Game erano ormai pressoché introvabili. Quelli venduti ufficialmente erano ormai finiti da tempo e i bagarini erano rimasti l'unica speranza di trovarne miracolosamente qualcuno, anche se a prezzi assolutamente inaccessibili per la maggior parte della gente.
Erano pochi infatti quelli che potevano permettersi di spendere quelle cifre, gli allibratori clandestini sembravano impazziti: tutti scommettevano quello che avevano, che non avevano o che avevano rubato.
New York, vista dall'alto, poteva sembrare un immenso acquario di cristallo nel quale, come tante specie di pesci, le persone tutte diverse fra di loro si muovevano in continuazione, incontrandosi, scontrandosi, sfiorandosi.
C'era chi si era trovato improvvisamente senza il lavoro che gli aveva permesso di vivere dignitosamente, e avendo perso in uno schiocco di dita la casa e abbandonato dalla famiglia, vagava mendicando con lo sguardo perso nel vuoto.
Inoffensivo per gli altri, deleterio solo per sè stesso.
I veri vagabondi che come indirizzo avevano un piccolo tratto di marciapiede, lo difendevano strenuamente dalle invasioni di chi riconosceva subito la posizione strategica del posto dove poter raggranellare qualcosa con più facilità. Molte risse scoppiavano per questo motivo, i vagabondi venivano arrestati e c'era sempre chi prontamente occupava il posto oggetto del litigio.
Molti ragazzi, che coltivavano solo un desiderio di fuga e oblio perché oramai schiavi di droga e alcool, riempivano le strade alla continua, impossibile ricerca di qualcosa che non avrebbero mai trovato.
Pur essendo giovani a volte erano i più pericolosi, la necessità di trovare i soldi per una dose li portava a fare di tutto. Era facile sentire - Dammi tutto quello che hai, presto fai presto altrimenti ti uccido. - Il coltello puntato alla pancia o alla gola convinceva spesso il malcapitato a cedere.
Accanto a questa umanità disperata sfrecciavano i lavoratori, li si poteva riconoscere facilmente, gli uomini vestiti in completi chiari di cotone o lino con il cellulare in una mano fissavano appuntamenti di lavoro mentre con l'altra reggevano un caffè preso da Starbucks.
Le donne, in abiti interi o tailleur, per poter camminare velocemente indossavano scarpe da ginnastica, che stridevano con l'eleganza dell'abbigliamento, le décolleté con il tacco alto e sottile, pronte per l'uso, erano ben conservate nella capace borsa portata con disinvoltura a spalla. Il cambio delle scarpe sarebbe avvenuto in ufficio.
Poi c'erano 'le donne', quelle che scendevano da macchine lussuose, fasciate da abiti costosissimi per dedicarsi a quelle incombenze considerate essenziali come lo shopping; mentre gli autisti pazienti rimanevano ad aspettarle per caricare le macchine di mille pacchetti.
Per ogni occasione mondana, per le uscite con le amiche o per gli incontri volti a organizzare serate di beneficenza in cui la carità era l'ultimo dei pensieri, occorreva avere sempre un abito nuovo. Era impensabile usare due volte lo stesso vestito.
Per queste serate bisognava per prima cosa trovare la location adatta, organizzare una cena sontuosa e invitare le persone più importanti e più facoltose, il successo di questi eventi, più mondani che sociali, dettava le regole della permanenza nella società più esclusiva.
Sul fondo di quell'acquario di cristallo si muovevano tutti gli altri, la gente comune, quella che combatteva ogni giorno con i problemi che la vita portava con sé.
In quel periodo dell'anno tutti speravano, tutti aspettavano che qualcosa cambiasse. Qualsiasi cosa.
Il mese di giugno per le grandi città come New York era sempre un periodo molto particolare, finalmente era finito l'inverno, stagione nella quale la mancanza di soldi e la perdita di un lavoro pesavano molto di più.
La pioggia, la neve o un cielo uggioso rendevano tutto più difficile da sopportare.
Quando arrivava il mese di giugno, praticamente non cambiava nulla, la mancanza di soldi era sempre in agguato, il lavoro perso non era stato ancora trovato, ma il cielo terso e gli odori dell'inizio dell'estate rendevano gli animi più disponibili ad accettare gli aspetti negativi e a combattere con più forza contro le avversità.
Per rompere la monotonia delle giornate che scorrevano una dopo l'altra, molti trovavano rifugio nei sogni
C'era chi sognava qualcosa di imponderabile gli cambiasse la vita, chi fantasticava di trovare per strada un portafoglio ben fornito, che gli avrebbe consentito di trascorrere qualche giorno da leoni senza pensare troppo al futuro.
Anche i borsaioli speravano di trovare qualcosa di più, oltre ai soliti pochi spiccioli, in quei portafogli che grazie a quelle mani quasi magiche sparivano dalle borse o dalle tasche degli ignari donatori.
Speravano, sognavano di trovarvi un biglietto per l'All-Star Game, che in quei giorni era il premio più ambito, il sogno più irrealizzabile.
Tutti attendevano il 15 luglio.
Durante il consueto campionato di baseball, il secondo o terzo martedì di luglio si teneva una partita speciale, l'All-Star Game, alla quale partecipavano i migliori giocatori della National League e dell'American League. Durante il campionato l'obiettivo di ogni giocatore era partecipare a quell'incontro, a rotazione ogni anno cambiava la città che lo ospitava e quell'anno era New York, si sarebbe svolto allo Yankee Stadium.
Tutta la città era pronta a godersi lo spettacolo.
A parte i tifosi più scatenati, alla maggior parte delle persone poco importava chi avesse vinto o perso.
A loro occorreva solo una valida scusa per festeggiare e riscattare un lungo e freddo inverno, che per molti era stato pieno di rinunce e di privazioni e quella partita era il mezzo perfetto per riprendere a sognare, a sperare che qualcosa potesse cambiare.  0

Lui arrivò
Bert Lewis, partito da un paesino della contea di Allegheny, zaino in spalla, arrivò a New York con uno dei tanti pullman che a tutte le ore scaricavano un'incredibile quantità di persone.
Era alto, la corporatura snella, e lo sguardo chiaro dietro le spesse lenti da miope era dolce e indifeso, tanto da farlo sembrare molto più giovane dei suoi quarant'anni.
Mentre camminava lo zaino iniziò a pesargli e tirava la camicia appiccicata alla schiena per il sudore, ma sapeva di non poter chiamare un taxi, il portare avanti la sua missione glielo impediva.
Dopo aver cercato a lungo trovò ciò che voleva, una pensioncina economica e periferica dove nessuno avrebbe visto o chiesto niente.
Fissò una stanza, pagò per i primi tre giorni, lasciò il suo esiguo bagaglio e uscì per andare a mangiare un boccone. Entrato in un bar, si sedette a un tavolino, del tutto indifferente a quello che lo circondava.
Come un automa ordinò a una cameriera dall'aria apatica una tazza di caffè e il piatto del giorno, un indicibile polpettone con verdure.
Con lo sguardo fisso nel vuoto, incurante della gente e del rumore che lo circondava mangiò e bevve il caffè stantio senza sentire alcun sapore.
Ritornò alla pensione e si stese sul suo letto con le mani lungo i fianchi, rimanendo immobile.
Fuggiva da un mondo popolato solo dal nero e dal grigio, fuggiva dal dolore, dalla sofferenza, dal ricordo, ma l'incubo che da tempo ormai lo ossessionava si ripresentò implacabile alla sua mente.
Nel luglio di quattro anni prima, Bert con sua moglie Julie e Victoria, la loro bambina di cinque anni, approfittando di una splendida giornata di sole e della temporanea tranquillità della città, decisero di passare una domenica al parco.
Quel giorno allo Yankee Stadium si giocava l'All-Star Game e la città ospitava le due squadre che avrebbero disputato l'incontro, tutti erano andati allo stadio, o si erano riuniti in una casa o in una caffetteria per vedere la partita.
Era un'occasione speciale per la famigliola, poiché Bert e Julie, rispettivamente guardia giurata ed infermiera professionale, dovevano sottostare a turni notturni e festivi che spesso non coincidevano, ed era difficile che tutti e tre potessero passare insieme un'intera giornata.
Il Riverside Park era pressoché deserto, tranne che per dei bambini che giocavano poco lontano e per qualche anziano pensionato che si godeva su una panchina il tepore del sole.
La famiglia scelse un posto tranquillo, Bert stese una coperta sull'erba dove Julie appoggiò il cestino che aveva preparato per fare un'abbondante colazione, mentre Victoria, inforcata la sua bicicletta cominciò a pedalare in cerchi sempre più larghi.
Improvvisamente la calma fu interrotta dalle grida di alcuni ragazzi.
Erano arrivati tutti insieme, sui quindici - sedici anni, per una cronica mancanza di soldi non erano potuti andare allo stadio ed allora avevano deciso di giocare loro la partita della storia. Ognuno avrebbe impersonato il proprio beniamino, che poco lontano era realmente impegnato nell'accesissima partita, cercando di imitarne la gestualità, e con un tiro di palla la partita iniziò.
La passione per lo sport li portava a calarsi così profondamente nel ruolo dei giocatori, da riuscire ad immaginare di essere davvero allo stadio e non in un parco pubblico, di avere gli spettatori che li incitavano a dare sempre di più, a fare lanci perfetti.
Bert, prudente come sempre quando era in compagnia della sua adorata Victoria, si avvicinò ai ragazzi per convincerli ad allontanarsi o a giocare con meno foga.
I ragazzi, troppo presi dal gioco, non gli prestarono attenzione e ignorarono le sue sollecitazioni alla prudenza, tanto che lui avendo compreso che insistere era del tutto inutile, si voltò per raggiungere la sua famiglia. Era più pratico che fossero loro a spostarsi in un punto più tranquillo del parco piuttosto che continuare a discutere invano, anche perché sarebbe stato impossibile impedire a Victoria, incuriosita dalle loro grida, di avvicinarsi a loro.
Improvvisamente un ragazzo colpì la palla con la mazza con tale forza che volò in aria superando tutti e imprevedibilmente colpì la bambina al capo, facendola cadere violentemente per terra. I ragazzi si bloccarono, e capendo che qualcosa di grave era successo volarono via in un secondo.
Terrorizzati i genitori corsero da lei.
Julie vide il sangue sotto il capo della bambina, e grazie alla sua esperienza professionale, capì subito che le era successo qualcosa di grave, non si poteva aspettare l'ambulanza, bisognava correre in ospedale.
Prendendola in braccio con tanta disperata attenzione corse verso l'auto.
Fortunatamente era parcheggiata poco lontano e Bert si era già precipitato ad accendere il motore ed aprirne gli sportelli. Julie con infinita cautela poggiò la bambina sul sedile posteriore, sedendosi accanto a lei per sorreggerle la testa che aveva avvolto nel suo giacchino, mentre il marito partiva diretto all'ospedale più vicino.
Bert guidava nervosamente, tremendamente in ansia per la sua bambina.
Sentendola lamentarsi, istintivamente girò il capo per darle un'occhiata, perdendo di vista per un solo attimo, un attimo fatale, la strada davanti a sé.
Vide lo sguardo di Julie riempirsi di terrore, sentì il suo grido e riportò velocemente l'attenzione alla strada.
Un grosso camion, rombando con tutta la sua potenza, si avventava su di loro.
Poi il buio.
Il nulla.

Barbara Ann Parker
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