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Autore: Emiliano F. Caruso
Titolo: Il sepolto di Ghar'Strag
Genere Fantasy Horror
Lettori 113
Il sepolto di Ghar'Strag

Intorno a noi vi era solo il silenzio della morte. Persino l'oceano si era fatto silenzioso alle nostre spalle, quando infine scese il sole e i vesperi si oscurarono sulla costa che aveva visto la nostra vittoria. Quella terra sembrava ora immersa nelle nebbie del sonno, e il rosso del tramonto si confondeva con il sangue delle decine di guerrieri morti. Arkhab faceva parte delle isole che re Harald Hårfagre aveva ceduto al nostro condottiero e signore Ragnvald Eysteinsson quando, durante un consiglio, fu deciso che quella costa orientale di Hrossay fosse importante per stabilire una base da cui far partire le nostre navi per la conquista delle terre sconosciute che si estendevano a nord.

Ragnvald Eysteinsson affidò quindi l'incarico di conquistare Arkhab a Ulthgar Olaffson, il nostro Thane. Forse pazzo e visionario, ma valoroso e molto devoto agli antichi dei, oltre che l'unico avrebbe potuto guidare un esercito in quell'abisso nelle estreme terre settentrionali. Olaffson, saggiamente, decise che un piccolo gruppo di guerrieri scelti avrebbe potuto raggiungere e conquistare Arkhab molto più silenziosamente e velocemente di un grosso esercito. E il nostro Thane aveva avuto ragione ancora una volta, anche se la costa, a dire il vero, non era disabitata. Vi trovammo una roccaforte presidiata da un esercito ben addestrato, e ne nacque una battaglia dove ognuno, anche il nemico, si comportò con onore, e fu lì che Ulthgar Olaffson, che nel corso di quella giornata si era guadagnato l'epiteto di Lama del Sangue, aveva trovato la gloria di una morte immersa nell'acciaio e nel sangue.

L'isola e la vittoria erano quindi nostre, e il nostro signore Ragnvald Eysteinsson non si sbagliava: le montagne, distanti dalla costa, erano un'unica massa impenetrabile di roccia che rendeva impossibile il passaggio di qualsiasi esercito. Persino un piccolo gruppo di uomini ben addestrati avrebbe impiegato settimane ad attraversarle, sempre se nel frattempo non fossero morti di fame, considerando la totale assenza di selvaggina su quelle cime. Le montagne stringevano quella terra come un abbraccio, lasciando come unico accesso soltanto quella ribollente massa oceanica che si infrangeva eternamente sulla costa davanti a noi. Il valore strategico dell'intera zona era immenso.

Giunse lenta, la notte, in quell'atmosfera. Mentre una luna piena illuminava la distesa di guerrieri morti che ci circondava, eravamo noi soli i testimoni di quella desolazione, gli unici sopravvissuti: io, Einar Hallrson, che per volontà di Odino mi trovai a comprendere i misteri dei mari, poi Holger, figlio di Hilda, prima e unica donna a diventare Thane del suo clan, e infine i fratelli Brynjar l'indomabile e Orvar il valoroso, ai quali il fato aveva assegnato il nome di Figli della roccia.

Nella stanchezza per la lunga battaglia e nel sapore dell'amara vittoria, rimaneva ancora in noi il dubbio di cosa fare del corpo di Ulthgar, il nostro Thane, morto mentre trascinava nell'inferno più guerrieri di quanti ne avessimo uccisi noi altri quattro messi insieme. Non volevamo riportarlo nella sua terra, nella sua natia Reghar, dove vi era l'usanza di far sorvegliare la salma dalla donna più anziana del villaggio per due giorni e due notti, prima di bruciarlo su una pira. E il nostro eroico Thane non meritava che il suo spirito salisse al Valhalla tra i lamenti e le urla di una vecchia. Ormai profonda si era fatta la notte, mentre in essa si perdevano le nostre discussioni. Furono infine Orvar e Brynjar a ricordare un'antica storia che Eirikr, loro padre, raccontò una volta nel corso di una lunga serata d'inverno.

Secondo i racconti di Eirikr vi doveva essere, da qualche parte nel nostro immenso mare del nord, un'antichissima e remota isola senza nome, sulla quale il sole non tramontava mai, circondata da tempeste e da un mare completamente grigio, in cui potevano vivere solo quelle creature che popolavano le leggende dei nostri clan. Storici, poeti, marinai, esploratori e persino i folli che di notte sognavano di lunghi incubi in cui vedevano nere rocce circondate da nebbia, tutti erano concordi sull'esistenza di un grande altare di ossidiana situato proprio al centro dell'isola. Secondo le poche cronache che ne parlavano, ancora sussurrate intorno ai fuochi, se il cadavere di un valoroso guerriero ucciso in battaglia fosse stato adagiato sull'altare di ossidiana, il suo spirito avrebbe raggiunto una gloria eterna persino superiore a quella delle sale del Valhalla. In verità mi ricordavo di una seconda possibilità, piuttosto tetra, di cui ho sentito parlare nel corso dei miei viaggi, ricordi che non si erano ancora persi nelle ombre del tempo. Dicevo che gli dei mi hanno donato la facoltà di capire il linguaggio degli oceani. Mari, tempeste, navi, non serbano segreti per me, e avventure che fermerebbero il sangue nelle vene del più esperto dei marinai, non hanno su di me nessun effetto.

Quattro anni fa, nel corso della ricerca di una nuova e più breve rotta marittima che collegasse la costa di Broth'ar alla lontana isola Krahnar, necessaria per il commercio tra i clan delle rispettive terre, avvenne che mi trovai a bordo di un Drakar, al comando di un piccolo gruppo di normanni incaricato di custodire il carico di oro e pelli nella stiva.

Durante una lunga notte in cui gli dei sfogarono la loro ira sul mare, provocando la regina delle tempeste e facendo inarcare onde più alte degli alberi della nostra nave, avvistammo in lontananza una titanica muraglia di nebbia nera, molto più densa di qualsiasi altra mai vista in terra e in mare.

Lì la tempesta sembrava accanirsi con maggior furore, e la mia curiosità mi spinse a chiedere ai miei compagni di viaggio cosa fosse quella manifestazione d'inferno. Uno di loro, un marinaio che sembrava avere la stessa età delle leggende che amava raccontarci, mi spiegò che oltre quelle nebbie si trovava una remota terra alla quale nessuna nave conosciuta era riuscita ad avvicinarsi, con al centro, in cima, una grande roccia nera simile a un altare. Un cadavere che fosse stato deposto su quella pietra avrebbe potuto acquisire nuova vita e vigore ma, continuò a raccontare il vecchio marinaio avvicinandosi alla mia faccia e fissandomi con occhi da folle, secondo il capriccio degli dei vi era anche la possibilità che il corpo si tramutasse in un Ghaist, o in un Wraith, antichi e potenti spettri neri carichi di rancore che popolano le nostre leggende e le nostre paure.

Ben prima che il più antico dei nostri clan venisse fondato, continuava il vecchio nel suo racconto, il corpo di un re dei mari del nord venne deposto su quel nero altare dai suoi più fedeli guerrieri e, dopo una notte di tempeste, si era tramutato in una nera forma spettrale carica d'odio. Alla mia richiesta se un tale covo di incubi e tempeste avesse un nome, l'anziano marinaio sembrò non avermi sentito, e solo dopo alcuni minuti mormorò qualcosa come "Ghar'strag".

Leggende, certo, che sembravano più il delirio di un pazzo, ma i racconti di Eirikr e quelli del vecchio marinaio coincidevano. Vi era quindi la possibilità che almeno l'isola e l'altare esistessero realmente, e il nostro Thane, di questo eravamo certi, sarebbe stato il primo ad affrontare i mari per raggiungerla. In ogni caso, ci sembrava una tomba degna di un eroe.

I miei compagni furono d'accordo con me: l'isola dell'anziano marinaio era senza dubbio quella di cui parlavano le antiche cronache e, grazie ai miei ricordi di quell'avventura passata, fummo in grado di stabilirne la posizione con una certa sicurezza e di calcolare la durata del viaggio, tra andare e tornare, in tre o quattro giorni.

Partimmo prima dell'alba, mentre la luna rossa sembrava immergersi nel nero orizzonte. Soli, noi quattro, il mare del nord, e la Madre del vento, un Drakar di legno rosso che Brynjar era pronto a giurare fosse apparso sulla riva del fiume Narhet la notte in cui Ulthgar divenne capo del nostro clan. In previsione di tempeste, assicurammo il corpo del nostro Thane in una cassa di legno nella stiva del Drakar, legata saldamente in un angolo, mentre nel resto della nave sistemammo cibo e acqua necessari per alcuni giorni, oltre alle nostre armi, dal momento che, prima ancora che marinai, eravamo comunque dei guerrieri, e non eravamo certi di chi, o cosa, avremmo incontrato sull'isola.

Passò così la prima giornata di navigazione e, mentre i Figli della roccia si alternavano al timone, io e Holger univamo i miei ricordi alla sua conoscenza delle stelle per tracciare la rotta giusta. Tutti noi, anche di notte, ci davamo il cambio per vegliare la cassa dove riposava il nostro Thane, più per tacito rispetto nei suoi confronti che per motivi di sicurezza. Il secondo giorno mi accorsi che stavamo procedendo bene. Riconoscevo lì un isolotto, là una costellazione, e persino la forza delle correnti mi sembrava familiare.

Quasi a volere bilanciare la buona sorte, o il volere degli dei, la sera del secondo giorno si scatenò la prima tempesta. Già mentre il tramonto si spegneva all'orizzonte avevamo notato i primi banchi di nuvole nere in lontananza, ma fino all'ultimo sperammo inutilmente che i venti del nord le trasportassero lontane da noi. Nel giro di poche ore acqua, vento e fulmini si abbatterono sul nostro Drakar con una violenza tale da costringerci a trovare rifugio nella stiva. Il caos che si sfogava sull'oceano del nord ci impedì di trovare riposo quella notte, ma tutto finì all'alba, quando finalmente potemmo riprendere la navigazione sotto un cielo ancora grigio che impediva di orientarsi.

La notte del terzo giorno riprese la tempesta, anche se meno violenta. Potemmo quindi trovare un poco di conforto in un riposo agitato e il giorno dopo, il quarto da quando eravamo partiti, il cielo era tornato libero. Io e Holger fummo quindi in grado di tracciare di nuovo la rotta. A quanto sembrava, nonostante le notti di tempesta, non ci eravamo allontanati di troppo dalla rotta originaria, e ben prima del tramonto potei distinguere in lontananza l'immenso muro di nebbia nera che, nei miei ricordi, circondava l'isola. Dopo quattro giorni di navigazione e tempeste, eravamo ben felici di essere quasi alla fine del nostro viaggio.

Quella sera, mentre il buio si faceva sempre più denso, ci ritrovammo sul ponte del Drakar a discutere delle riserve di cibo. Avevamo imbarcato cibo e acqua solo per quattro o cinque giorni di navigazione, confidando nel fatto che avremmo pescato nel corso del viaggio. Ma, più ci avvicinavamo all'isola, più le acque che la circondavano diventavano avare di pesce. L'ultima rete gettata da Orvar solo poche ore prima, quando ormai avevamo già avvistato l'isola, era stata tirata su completamente vuota, come se intorno all'isola la vita avesse cessato di esistere. Da parte mia, conoscendo mari e oceani da quando ero un fanciullo, attribuii quella desolazione all'effetto di correnti sottomarine o, semplicemente, alla volontà degli dei. Confidavo, comunque, di trovare animali da cacciare una volta sbarcati sull'isola.

Mentre discutevamo di queste cose a notte ormai fatta, notammo un altro particolare: le nebbie che circondavano l'isola emanavano una sorta di luce rossastra che, anche se piuttosto tenue, rendeva l'isola visibile anche di notte. Fu una buona notizia per noi, almeno non avremmo perso di vista la nostra meta nel buio. Stabilimmo quindi di recarci nella stiva per dormire, non sapendo a cosa saremmo andati incontro il giorno dopo in quelle nebbie nere, mantenendo comunque dei turni di guardia. Prima Brynjar, poi il fratello Orvar, poi Holger e infine io, che così calcolai di montare la guardia sul ponte proprio all'alba, in modo da essere il primo a vedere di nuovo la nostra meta. Verso la fine della notte diedi quindi il cambio a Holger sul ponte del Drakar. Ben presto la luce che circondava l'isola iniziò da affievolirsi, inghiottita da quella del nascente sole, e le nebbie nere tornarono visibili in lontananza.

Al contrario dell'esaltazione che avevano sempre provato i miei compagni nel corso di mille avventure per terra e mare, io avevo sempre avuto una sensazione di sottile, seppur piacevole, malinconia nei confronti degli eventi che avevano circondato la mia vita. Ero convinto che ci fosse sempre un fondo di inevitabilità in quel che accade a ognuno di noi fin dalla nascita. Una dote, tale infatti la considero, che mi ha sempre permesso di esaminare gli eventi con un certo distacco, lo stesso che ora provavo nell'osservare quel prodigio che si stava scatenando, da chi sa quanti secoli o millenni, intorno a quell'isola. La curiosità mi teneva ben sveglio, ed ero talmente affascinato dalla visione di quella terra sconosciuta e remota, che solo dopo qualche tempo mi accorsi di un'atmosfera insolita intorno a me. Silenzio, assoluto, innaturale silenzio e, quel che è ancora peggio, una completa assenza di vento. Tempesta e bonaccia sono imprevisti con cui un marinaio deve sin da subito imparare a convivere, ma non con un cadavere nella stiva, con provviste a malapena sufficienti per cinque giorni di navigazione e a poche miglia di distanza dalla nostra meta. Scesi quindi subito ad avvisare i miei compagni, e passammo l'intera giornata, impotenti, ad attendere il vento. A quel punto anche un'altra tempesta ci sarebbe sembrata un dono, rispetto a quella calma forzata.

Io e Holgar scendemmo nella stiva per controllare le ultime provviste. In quella situazione, ormai, occorreva razionarle con giudizio. Mentre disponevamo sul tavolo centrale quel che rimaneva delle nostre scorte, rendendoci conto con un lieve timore che a quattro guerrieri vigorosi come noi sarebbero bastate forse per un altro giorno, mi avvicinai alla cassa dove riposava il nostro Thane. Temevo, infatti, che le tempeste, i ritardi nella navigazione e l'umidità avessero avuto effetti dannosi sul nobile corpo. Tolto il pesante coperchio della cassa con l'aiuto di Holgar, mi resi conto che i miei timori erano giustificati. Il corpo di Ulthgar Olaffson aveva ormai raggiunto un uniforme colore grigio, le carni si erano spaccate in molti punti, e la lingua, viola, era fuoriuscita dalla bocca.

Quella sera fu una delle più angoscianti per noi, che avevamo affrontato insieme innumerevoli, perigliose battaglie e gloriose avventure per terra e per mare. Ma una cosa era morire in mezzo alle lame delle spade, al sangue, alle grida di guerra, o cercando la gloria immortale nei mari. Un'altra cosa era morire come topi in trappola, di fame o di follia, in mezzo a un oceano immobile e senza aver concesso una degna sepoltura al più nobile e valoroso dei nostri guerrieri.

Quella notte ci recammo tutti nella stiva, poiché rimanere a turno sul ponte era ormai inutile. A causa della bonaccia sarebbe stato impossibile che il nostro Drakar si allontanasse dall'isola. Le storie che ci scambiammo nel buio, quella notte, furono tristi, prive di quell'epica gloriosa che avevano di solito i racconti del nostro clan, e ben presto ci addormentammo, uno dopo l'altro. Fu in quel limbo di veglia e incubi, verso l'alba, che udimmo un rumore familiare, e se la speranza avesse un suono, per noi sarebbe stato quello.
Era lo scricchiolio, sempre più costante, del legno del Drakar, la musica del vento che riprendeva lentamente forza e il cauto rollare della nave ci sembrarono subito un dono degli dei. L'oceano e il cielo avevano ripreso vita intorno a noi, e subito salimmo sul ponte e in breve preparammo il Drakar ad affrontare di nuovo il viaggio. Già a metà giornata riuscimmo ad avvicinarci di molto alle nebbie che circondavano l'isola, fino a potervi distinguere i resti di numerose navi.

Alberi, remi, travi, vele, casse di legno galleggiavano in un insieme caotico di nebbia e tempesta, simile a un'immensa scogliera addosso alla quale qualsiasi cosa fosse destinata a disgregarsi. Un rinnovato sconforto prese quindi il posto dell'euforia di poche ore prima. Ormai a poche miglia dalla nostra meta, ci scontravamo ora con il più grave dei problemi affrontati finora, di fronte al quale persino il pensiero delle recenti, violente tempeste svaniva come un ricordo lontano.

Era evidente che qualsiasi tentativo immediato di attraversare quelle nebbie e avvicinarsi all'isola avrebbe distrutto il Drakar, il suo equipaggio e, quel che ci sembrava peggio, divorato la salma del nostro Thane. Iniziammo quindi a navigare lentamente intorno al cerchio di nebbia, impresa resa facile dalla forza dei venti, alla ricerca di un punto dove le tempeste fossero meno violente e impenetrabili. Su, verso l'alto, l'immane muraglia si perdeva nell'indistinto, eterno grigio del cielo. La stessa nebbia era gravida in tutto il suo perimetro di quella spaventosa tempesta, di una violenza che nessuno di noi aveva mai visto prima. Sembrava come se l'intero furore degli dei fosse concentrato in quel cerchio di per noi impenetrabile.

Un giorno e una notte passammo intorno a quella muraglia di nebbie infernali, che ora sembravano prendersi gioco di noi, finché, ormai sfiniti e scoraggiati, all'alba del secondo giorno di tentativi ci allontanammo per abbandonarci a un agitato riposo.

La notte successiva, mentre eravamo sul ponte del Drakar a osservare le stelle, quasi sperando che esse potessero fornirci la soluzione della nostra angoscia, fu Holger, figlio di Hilda, a udire per primo un vago suono cadenzato sulla parte destra della nostra nave. In principio pensammo che si trattasse di un grosso frammento di legno trasportato dalle correnti, che si scontrava con lo scafo del Drakar, ma era un suono troppo regolare e continuo per essere frutto del semplice caso. Come guidati dallo stesso dubbio, ci sporgemmo tutti nello stesso momento sulla parte destra del ponte, osservando le acque sotto di noi. La mezzaluna in cielo, l'alba ormai vicina e i curiosi fulmini delle nebbie che circondavano l'isola poco distante emanavano una luce tale da permetterci di vedere facilmente intorno a noi.

Notammo solo una forma bianca, appena sotto la superficie dell'oceano, resa ancora più evidente dal particolare colore nero dell'acqua. Uno vivace sciabordio intorno alla figura semisommersa rivelava la sua natura di cosa viva, un essere dotato, da quel che potevamo vedere, di due braccia delicate e perfettamente proporzionate, umane. All'opposto di tanta delicatezza di forme, le mani della creatura, grottescamente grandi per appartenere a un corpo di quelle proporzioni, somigliavano più agli artigli di una delle vecchie e immortali streghe di cui le nostre madri narravano con timore nelle lunghe notti invernali.
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Emiliano F. Caruso
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