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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Valerio Suster
Titolo: Presenze inquietanti in villa
Genere Horror Paranormale
Lettori 9
Presenze inquietanti in villa
Racconto paranormale tratto da una storia vera.

Ricordo quella casa come se fosse scolpita nella mia memoria, non come un semplice edificio, ma come un organismo vivo, un'entità che respirava insieme a noi. A volte ho l'impressione che, se chiudessi gli occhi abbastanza a lungo, potrei ancora sentirne l'odore: un misto di mobili antichi in legno al piano di sopra, poi umidità e qualcosa di strano al piano inferiore, difficile da definire, come l'aria che precede un temporale.
Era una villa enorme. Due piani principali, ognuno di circa quattrocento metri quadri, ma dire “due piani” non rende giustizia alla sua struttura. Ogni piano era a sua volta diviso in due livelli sfalsati, collegati da brevi rampe di due scalini, come se la casa fosse stata progettata per non offrire mai una visione completa di sé. C'erano angoli che non riuscivi a osservare del tutto, punti ciechi che sembravano sottrarsi allo sguardo. Camminando, avevi spesso la sensazione che qualcosa restasse sempre fuori dal tuo campo visivo, come se la casa non volesse essere completamente compresa.
Quella villa, con il suo fascino inquietante, ha sempre esercitato su di me un'attrazione magnetica. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni piano era un labirinto di strane sensazioni e segreti. Ricordo le notti in cui l'oscurità sembrava inghiottire i rumori esterni. Solo il fruscio del vento e il gorgogliare dell'acqua dalla fontana in giardino rompevano il silenzio, creando un'atmosfera surreale e carica di attesa. Sospettavo come se la casa stesse ascoltando, assorbendo ogni nostra emozione, ogni nostra paura. C'era una stanza, in particolare, che mi affascinava e terrorizzava al tempo stesso:
lo “studio” di mio padre, dove riceveva i suoi clienti quando lavorava da casa. Un luogo pieno di ombre, nell'interrato, dove di giorno la luce solare filtrava appena dalle grandi finestre con spesse tende di stoffa bianca. Un posto dove i libri sembravano animarsi e sussurrare storie dimenticate.
All'esterno, il giardino circondava l'intera proprietà. Circa seicento metri quadri con svariate staccionate, alberi e un prato curato in modo quasi maniacale, anche quello disposto su più livelli. Uno di questi ospitava una grande fontana in pietra, che di giorno era solo un elemento decorativo elegante, ma di sera diventava altro. L'acqua che scorreva produceva un suono continuo, ipnotico, e quando il vento attraversava gli alberi e i cespugli, le ombre si allungavano sul prato in forme innaturali.
Al tramonto, con la luce che si spezzava tra i rami, quelle ombre assumevano contorni che ricordavano sagome umane, figure piegate, teste reclinate.
Da bambino restavo spesso a fissarle, cercando di convincermi che fosse solo un gioco di luci. Ma dentro di me qualcosa non era convinto.
Una sera, mosso da una forza che quasi non riuscivo a spiegare, mi ritrovai nel giardino. La fontana, illuminata dalla luna, sembrava pulsare. L'acqua scintillava, e le ombre si allungavano come mani che cercavano di afferrarmi. Chiusi gli occhi e respirai profondamente, cercando di ascoltare.
E in quel momento, sentii come una voce. Non era un vero e proprio suono, ma una sensazione.
La casa stava chiedendo di essere compresa, di essere ascoltata. Aveva come un messaggio da decifrare, un segreto da svelare.
La costruzione della villa era iniziata a metà degli anni Ottanta, su un terreno che mio padre aveva acquistato quando era ancora nell'aeronautica militare. Con lui, avevano comprato lotti adiacenti anche due suoi colleghi. Ricordo le foto di quei primi anni: distese di terra, cemento grezzo, pilastri che emergevano dal suolo come ossa scoperte.
Mio padre parlava di quella casa come del progetto della sua vita. La villa fu completata nel 1989, e ci trasferimmo in pieno settembre.
Ricordo che il residence, all'epoca, era quasi deserto. Duecento lotti totali, ma solo una decina di case abitate. Di notte, il silenzio era quasi irreale. Abituati al traffico delle notti romane, inizialmente, ci sembrava strano, e non riuscivamo a dormire per la troppa calma. Dalla finestra della camera da letto di mio fratello, adiacente alla mia, si poteva vedere tutta Roma. Ricordo ancora quella vista: la cupola di San Pietro che emergeva in lontananza, i lampioni gialli del raccordo anulare che formavano una linea luminosa, e un intero quadrante della città che si stendeva davanti a noi come un mare di luci tremolanti. Era bellissimo... e inquietante allo stesso tempo. A volte mi chiedevo se quelle luci ci stessero osservando a loro volta.
La villa, con tutti i suoi angoli oscuri e misteriosi, era la chiave per comprendere il mistero che si sarebbe in seguito rivelato. E il viaggio per scoprire la verità era solo all'inizio.
Le cose strane iniziarono presto, nei primi anni Novanta. A volte dei rumori notturni si percepivano mischiati a suoni che provenivano da fuori. Non erano solo il fruscio del vento o il crepitio delle foglie. Erano vibrazioni più profonde, come se il residence avesse una vita propria.
A volte, nel silenzio, sentivo un sussurro. Una voce che sembrava venire da lontano, da un angolo buio della casa, o dall'esterno. Non l'ho mai capito.
Non riuscivo a comprendere cosa dicesse, ma mi faceva gelare il sangue. Quei tempi molte strade del residence non erano ancora asfaltate, e gli impianti elettrici erano incompleti. I temporali erano un'esperienza quasi violenta. I fulmini illuminavano le stanze come lampi accecanti, disegnando ombre nette sui muri, e subito dopo l'elettricità saltava. Restavamo immersi nel buio più totale. Ricordo mio padre che prendeva una torcia e uscivamo insieme sotto la pioggia battente per raggiungere il contatore, situato in un'altra via, a un centinaio di metri da casa. Io lo guardavo, con il cuore in gola, mentre la pioggia ci inghiottiva e il vento faceva sbattere le fronde degli alberi intorno a noi. In quei momenti, guardavo indietro, e la casa sembrava trattenere il respiro.
Quella notte, un temporale si abbatté con violenza. I lampi brillavano nel cielo, e un enorme e fragoroso tuono rimbombò come un segnale di allerta. Improvvisamente, le luci dei lampioni intorno alla casa, iniziarono a tremolare e poi si spensero completamente. Era come se il residence stesso stesse reagendo al maltempo. Ricordo la paura che mi attanagliava. La torcia di mio padre si spense perché finirono le batterie, e ci ritrovammo nel buio totale. Le ombre si allungavano, e l'oscurità sembrava chiudersi intorno a noi.
Mio padre, in quel momento, si mostrò calmo.
“È solo un temporale” disse con voce ferma, ma il suo sguardo tradiva una certa preoccupazione.
Mi diede la mano, ci incamminammo al buio totale verso casa, e mi raccontò storie di quando era giovane. Ma quelle storie non bastarono a scacciare il brivido.
La sensazione che qualcosa di strano stesse accadendo non mi abbandonò. Tornati a casa, tornò anche la luce. Ma nei giorni successivi, i rumori notturni si intensificarono ulteriormente.
Eppure, nonostante tutto, di quella casa mio padre era felice. Quando gli chiedevo quanto fosse costata, rideva e diceva: «Come dieci Ferrari.»
Forse intendeva un miliardo di lire. Per me, bambino, era una cifra magica, irreale. Come la casa stessa.
Il primo Natale fu memorabile. Tre alberi addobbati con ogni tipo di lucetta colorata e pallina: uno in giardino e due all'interno, uno per piano. Le luci riflettevano sulle superfici lucide, creando bagliori che si muovevano come presenze. Preparavamo il presepe insieme, e mia nonna veniva a trascorrere le vacanze di Natale con noi. Ricordo le risate, il profumo dei dolci, il calore.
Eppure, se chiudo gli occhi ancora oggi, purtroppo quei ricordi luminosi hanno sempre un'ombra. Qualcosa di indecifrabile. Un brivido sottile che allora non sapevo spiegare.
Le cose veramente strane iniziarono a succedere presto, nei primi anni Novanta. All'inizio erano dettagli minimi. Mio padre lasciava un mazzo di chiavi sul tavolo del suo ufficio al piano inferiore. La mattina dopo le trovava in un'altra stanza, magari al piano di sopra.
«Avrò sbagliato io», diceva. Noi annuivamo. Nessuno voleva dare peso a quegli eventi. Ma col tempo, quegli episodi aumentarono. Non erano continui, ma abbastanza frequenti da lasciare in me una sensazione di disagio. Di notte, nel silenzio assoluto, sentivo dei passi leggeri. Non un rumore secco, ma qualcosa di morbido, come piedi che camminano lentamente. Pensavo chi potesse essere visto che stavano tutti dormendo, e trattenevo il respiro, cercando di sentire meglio e capire da dove provenissero. A volte sembravano venire dalle pareti stesse.
Con il passare del tempo, le piccole anomalie iniziarono a trasformarsi in eventi più inquietanti. Mia madre, una donna forte e razionale, cominciò a manifestare segni di nervosismo.
Valerio Suster
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