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Autore: Marco Corsa
Titolo: La Confraternita della Pistola
Genere Giallo Azione
Lettori 125
La Confraternita della Pistola

Michele Greco entrò nella vecchia chiesa sconsacrata. Non c'era nessuno apparentemente, ma si sentì osservato, poi tre uomini incappucciati gli si pararono di fronte. Era l'ultima prova. Il dolore.
Portava un grande fascicolo con sé e dentro c'erano tutte le prove per ottenere giustizia che, in normale giudizio, non avevano condotto a nulla, ma le aveva integrate con altre che non erano state trovate, magari volutamente e dicevano che un normale giudizio non c'era stato e la giustizia era stata comprata, poiché l'imputato, Antonio Torbi era, nonostante tutto, un uomo ricco.
All'inizio si difese brillantemente, ma non riuscì a combattere a lungo. I tre erano combattenti esperti. Gli avevano lasciato spesso delle vie di fuga, in maniera che lui avesse potuto fuggire e non superare la prova ma alla fine resistette, anche se fu picchiato pesantemente.
- Basta. -
Gli uomini smisero di picchiarlo. La voce era atona, come se stesse dicendo una cosa qualsiasi, invece aveva ordinato a quegli uomini di smettere di ammazzarlo.
Michele svenne e rinvenne dopo un lungo tempo. Non sapeva quanto fosse stato là. Ore o giorni. L'uomo incappucciato lo guardava e nessuno lo aveva soccorso o lo aveva medicato.
Sapeva cosa doveva fare. Dopo avere resistito all'ultima prova, doveva alzarsi e depositare la sua richiesta. Aveva raccolto tutte le prove che dicevano che la sua era una richiesta di giustizia, anche tutte quelle contrarie, quelle tardive, che dicevano che la giustizia era stata comprata ed era tutto nel fascicolo. Quando fu in piedi il rito, potette continuare.
- Chi sei? - chiese una voce che sembrava provenisse da ogni angolo.
- Un padre che non ha più figli! -
- Che cosa vuoi? -
- Giustizia! -
- Per la giustizia ci sono i tribunali! -
Michele Greco sollevò il fascicolo con dolore.
- Ho le prove che la giustizia è stata comprata. -
Abbassò il fascicolo di schianto, sentendo che le forze rischiavano di abbandonarlo.
- Che cosa sei disposto a dare? -
- La mia vita! -
- Ti abbiamo seguito, osservato e giudicato degno di ottenere la prova. -
L'uomo pose il suo plico in un vano sotto l'altare.
- Tra sette giorni, alla stessa ora, si riunirà il tribunale della confraternita e discorreremo del tuo caso. Tu, perorerai la tua causa, - disse l'uomo incappucciato prima di uscire.
Michele Greco si presentò come convenuto. La chiesa era al buio, come la volta precedente e dietro l'altare c'era l'uomo incappucciato. Alla sua destra si presentò un altro uomo incappucciato uscendo dall'oscurità.
- Buonasera, - disse Michele in soggezione, ma l'altro non rispose.
Alla sua sinistra, su un'altra fila di banchi, si sedette un altro uomo. Non riusciva a vedere quanti ce n'erano nell'ombra e quelli che si mostravano erano tutti incappucciati. Davanti ai presenti c'era una copia del suo plico.
- L'uomo alla tua destra ti aiuterà e l'uomo alla tua sinistra ti ostacolerà. Oggi decideremo se sei degno di ottenere la giustizia che chiedi. È chiaro? -
La voce sembrava quella dell'uomo della prima sera.
- Va bene. -
- In ogni caso ti impegnerai a non rivelare nulla della confraternita. -
- Mi impegnerò. -
- Solo risposte chiare, brevi e inequivocabili. Ti impegnerai a non rivelare nulla della confraternita. -
- Sì, va bene. -
- La giuria ritiene che le informazioni nel plico siano esaustive? - chiese l'uomo dietro l'altare. Michele si fece l'idea che svolgesse una sorta di funzione di moderatore, forse di giudice. Nessuno rispose.
- Bene, procediamo, - concluse l'uomo.
- Avrei una domanda, - iniziò quello che doveva essere il pubblico ministero aprendo il plico."Marta Greco è uccisa in casa, in un tentativo di rapina. Il punto è: perché non dovremmo credere a una coincidenza? Antonio Torbi perché è colpevole, senza ombra di dubbio? La giustizia è stata comprata? -
La difesa intervenne.
- I punti sono due, Antonio Torbi è indirettamente colpevole. Aveva movente e opportunità, ma non ha effettivamente eseguito l'omicidio. Inoltre sono note le sue amicizie sia in ambienti politici sia criminali. -
- Veniamo al movente, - disse il pubblico ministero.
- I soldi, - intervenne Michele. Poi si chiese se potesse parlare. Gli uomini stavano in silenzio e lui si pentì di essere intervenuto.
- Può parlare, - fece il giudice.
- Finché mio genero ha potuto fare quello che voleva, dentro e soprattutto fuori dal suo letto andava tutto bene, ma mia figlia ha chiesto il divorzio e quello gli sarebbe costato troppo. -
- Allora, seguiamo la pista dei soldi. Io non la vedo. Abbiamo analizzato l'attività di famiglia. I conti sono in ordine. Un discreto attivo, - disse l'accusa.
- I giornali hanno insinuato molto bene il dubbio che fosse tutta una copertura. È stata ampiamente dimostrata la discrepanza tra le spese del signor Torbi e i guadagni dell'impresa. Un cementificio vero? - chiese la difesa.
- Esatto! - rispose Michele.
- Il signor Greco ha una sua teoria circa i guadagni del signor Torbi, - disse la difesa.
- I guadagni erano consistenti, ma anche le spese del signor Torbi per viaggi, donne e debiti di gioco. I suoi amici, quelli del gioco clandestino, ormai lo controllavano. Guardate i suoi movimenti bancari e quelli che faceva fare a mia figlia. Ormai quello che entrava come fatturato, era quello che lui spendeva più quello che gli passava la mafia, da stipendiato qual era. Una fetta del denaro da ripulire. Questo era il suo lavoro, - disse Greco non riuscendo a trattenere la rabbia, mentre pensava a ciò che era la sua attività quando lui l'aveva costituita.
- Come lo dimostra? - chiese la difesa.
- I fornitori. Li vedete sulle fatture. Molte ditte in odore di mafia, - disse Michele indicando il plico davanti al pubblico ministero.
- Chi dice che siano in odore di mafia? - chiese l'accusa.
- Leggete i giornali. Vi ho riportato gli articoli. Guardate la firma. Siamo tutti d'accordo che il giornalista in questione sia notoriamente impegnato. Guardate le ditte menzionate negli articoli. Compreso il cementificio, - disse Michele.
- Il punto è che noi non vogliamo fare giustizia a dei criminali. Non aiutiamo chi è in odore di mafia, - disse il giudice.
- Voi non state facendo giustizia per la mafia. La chiedo per me. Sarebbe stupido pensare che voi non abbiate portato avanti le vostre indagini. È Michele Greco che chiede giustizia per l'omicidio di Marta Greco, - disse Michele.
- E perché stiamo parlando della mafia? - chiese il giudice.
- Perché il cementificio è in odore di mafia, e anche Michele Greco, - disse l'accusa.
- Sono stato indagato, ma ne sono uscito pulito, - disse Greco con rabbia. - Fate le vostre indagini se credere, ma ora voglio che ascoltiate una registrazione. Questa non c'è nelle prove. Ne sono venuto in possesso recentemente. -
Nella registrazione Marta Greco litigava con Antonio Torbi e affermava chiaramente di volere il divorzio per i continui tradimenti, ma anche perché Antonio le aveva tolto tutto, affidando, di fatto, la gestione a un noto mafioso.
- Perché non ha consegnato la registrazione alla giustizia? - chiese il giudice.
- Perché mia figlia è stata uccisa. Quanto vale la sua vita? 10? 20 anni? Magari niente, se capita ancora qualche giudice venduto. Voi siete la mia ultima speranza. -
- Perché dovremmo decidere a suo favore? -
Michele greco comprese che quella era la domanda più importante. Aveva studiato le parole da dire e ripetuto il discorso molteplici volte, ma una cosa era chiara: Quella era la domanda cruciale e ora doveva rispondere.
- Il caso di mia figlia è stato ampiamente analizzato anche su tutti i media e per lungo tempo. Ho portato le prove, compresa l'ultima, che non è di pubblico dominio. Sono convinto che voi potrete verificare con i vostri mezzi e decidere la giustizia quale deve essere. Mi rimetto alle vostre decisioni. -
L'uomo incappucciato attese un attimo.
- Nient'altro? - domandò.
Nessuno rispose.
- La giuria ha raggiunto un verdetto? - chiese il giudice.
Non successe niente.
- Allora ci aggiorniamo tra sette giorni, alla stessa ora, e lei riceverà il suo verdetto. Qualunque sarà, lei sarà tenuto a non parlare con nessuno della confraternita. -
- Va bene. -
Il settimo giorno Michele entrò di nuovo, timidamente nella chiesa. In bella vista c'era solo il giudice, ma ebbe sempre la stessa impressione che molti fossero nascosti nel buio. Non li poteva vedere, ma quasi li riusciva a sentire.
- La giuria ha raggiunto un verdetto? - chiese il giudice.
Dall'oscurità uscì un uomo con una borsa di panno nera e la porse al giudice, che ci guardò dentro.
- Colpevole! - esordì.
Michele non capì. Che significava? Chi era colpevole? Torbi? Per un attimo pensò anche che lui poteva essere stato considerato colpevole, ma di cosa? Di avere chiesto una giustizia ritenuta eccessiva? Di avere impegnato ingiustamente la confraternita. Ora che sarebbe successo? E soprattutto cosa gli era concesso fare? Poteva chiedere informazioni e decise che, quanto meno, chiedere era nel suo diritto.
- Che significa? -
- Che la sua richiesta è stata accolta, - rispose la difesa uscendo dall'ombra. L'uomo era incappucciato, ma lui ne riconobbe la voce.
- Che devo fare ora? -
- Quando andremo via, attenda dieci minuti, poi guardi sotto l'ambone. Tutto le sarà chiaro, - lo istruì l'uomo.
Michele vide il personaggio allontanarsi, poi sentì una moltitudine di passi lievi nell'ombra, infine si avvicinò all'ambone e, in uno scomparto, trovò una pistola e un altro plico simile al suo. Li raccolse entrambi.
- Che significa? -
- La tua ultima prova. La confraternita ti chiede una vita per qualcuno che ha chiesto il pegno come te, ma prima di te. Potrai farlo come vorrai, ma la firma finale sarà il colpo di quella pistola. Lo farai? - chiese il giudice dall'ombra.
- Pensavo che l'ultima prova fosse l'essere giudicato. -
- No! Il sangue chiede il sangue e va pagato con il sangue, - rispose grave il giudice.
Michele si rese conto che la sua prova non era terminata. Era stato osservato dall'ombra. Tutte le sue espressioni e i suoi movimenti erano stati osservati.
- Lo farò! -
- Se non lo farai, la prova sarà la tua vita! -
- Va bene, - sussurrò l'uomo stringendo la pistola.
- Quando lo farai, restituirai la pistola e il plico ed entrerai tra i fratelli. Ora manca l'ultimo rito. -
- Ossia? -
- Sei ancora in tempo per ritirarti e andartene senza mettere a rischio la tua vita. Lascia il plico chiuso e potrai andare via. Dovrai solo mantenere il silenzio sulla confraternita, altrimenti apri il plico che hai preso. -
Michele aprì il plico, ma non lo lesse. Si trattò solo del gesto richiesto per accettare le condizioni imposte. Poi se lo nascose addosso assieme alla pistola e si trascinò fuori dalla chiesa. A casa si buttò sul letto. Ora poteva lasciarsi andare. L'ultima prova era stata pesante dal punto di vista emotivo, ma la prossima lo sarebbe stata di più. Doveva diventare un assassino. Ci sarebbe riuscito? Doveva farlo per sua figlia, ma sarebbe bastata quella motivazione, al momento della verità, quando avrebbe dovuto spegnere una vita? Si addormentò, ma non ebbe un sonno tranquillo. L'indomani aprì il fascicolo. Conosceva il caso. I giornali ne avevano parlato. Era un fatto di cronaca semplice: un uomo era stato accusato dell'omicidio della moglie, ma era stato scagionato. I giornali ci erano andati a nozze, insinuando che l'uomo, che era ricco, fosse riuscito a farsi scagionare grazie a un valente avvocato e, forse, a interventi non troppo leciti. L'opinione pubblica si era divisa tra innocentisti e colpevolisti, poi il caso si era sgonfiato.
Ora, qualcuno chiedeva giustizia. Qualcuno che, come lui, aveva trovato la confraternita, superato le prove, risolto gli enigmi e ne aveva chiesto l'intervento. La confraternita aveva allestito un suo giudizio e deciso che giustizia andava fatta e lui doveva essere il boia, perché la confraternita infliggeva un'unica pena. La morte. Michele si chiese se fosse un caso che la sua richiesta era stata simile a quella che doveva risolvere. Forse era una maniera per renderlo più partecipe della giustizia che stava chiedendo anche lui.
Dentro il plico c'erano tutte le prove del processo, ritagli di giornale, trascrizioni di registrazioni e la descrizione delle abitudini della vittima e dei suoi dati. Michele pensò che anche lui conosceva il meticoloso lavoro che serviva per raccogliere tutte quelle informazioni. Dietro quel plico c'era qualcuno che aveva sofferto, come lui. Tutto era nelle sue mani non perché lui dovesse decidere qualcosa. L'uomo doveva morire, ma non era stato deciso dove e quando e in un certo senso neanche come. La pistola doveva essere la firma, non necessariamente la causa, della morte.
Nel plico c'erano anche gli orari abituali della vittima, le istruzioni per usare la pistola e una serie di consigli pratici.
Il primo era di pedinare il colpevole per verificare le informazioni;
Il secondo era di lasciare il proprio cellulare a casa;
Il terzo era di verificare eventuali telecamere lungo il percorso;
Il quarto era di provare la pistola, soprattutto se non si era mai sparato.
Pensandoci bene Michele li trovò abbastanza ovvi, anche se non inutili.
Poi guardò la pistola. Era apparentemente antica, o vecchia. Non sapeva dire. Non era un esperto ma, per curiosità, decise di cercarla su internet. Con qualche incertezza decise che poteva trattarsi del modello Lefaucheux Modèle 1858. La soppesò nelle mani, poi iniziò a studiarla per comprendere tutti i suoi meccanismi. Cercò anche di capire come caricarla, ma non la caricò. Stese la mano immaginando di avere di fronte il suo colpevole e premette il grilletto. Poi pensò che quell'esecuzione non avrebbe dovuto farla lui. Sentì la rabbia montare e premette ancora il grilletto. Si augurò che il boia di Antonio Torbi fosse determinato e capace almeno quanto lui.
La mattina dopo cominciò a pedinare la sua vittima per verificare le indicazioni, ma si tenne a distanza. Verificò gli orari in cui entrava e usciva, vide l'ufficio dove lavorava. Coincideva tutto. Le informazioni sembravano buone. La sera tornò nella sua stanza, guardò la pistola. Non se l'era portata appresso. Forse era il caso di farlo d'ora in poi, per non lasciarla incustodita, ma anche per approfittare di qualche occasione.
Si chiese anche se la confraternita lo stesse sorvegliando. Nel caso, chi lo pedinava, era qualcuno capace. Non aveva notato nessuno, ma poteva anche essere stato lasciato da solo. In fin dei conti l'omicidio avrebbe fatto notizia, non avevano bisogno di seguirlo per sapere quando fosse avvenuto. Comunque decise di tenere gli occhi aperti e di usare la tecnologia. Per la sua mansione, quando lavorava al cementificio, aveva comprato delle telecamere minuscole, da mettere addosso. Le aveva usate per documentare eventuali situazioni - particolari - . Ora le avrebbe usate per filmare la folla davanti a lui e alle sue spalle. Poi avrebbe visionato i filmati.
Il secondo giorno aveva già un'idea più precisa degli orari della vittima.
Dalle 7,30 alle 8,00 ingresso in ufficio;
Ore dieci caffè nel bar della strada;
Ore 12,00 pranzo;
Dalle 19,00 alle 19,30 uscita dall'ufficio e ritorno a casa.
La casa era inespugnabile, perché stava in un appartamento di uno stabile in centro e c'era un servizio di portineria. Per andare al ristorante doveva passare per una via poco frequentata, ma gli orari non aiutavano. C'era comunque troppa gente in pieno giorno e uno sparo si sarebbe sentito. Forse il parcheggio dell'ufficio, quando usciva tardi, poteva essere indicato.
Michele stava soppesando queste cose mentre sul suo portatile scorrevano le immagini riprese dalle due telecamere. A un primo sguardo non notò nulla, le riguardò ancora, poi, in due momenti distinti, notò un uomo con un berretto. Non riuscì a guardarlo in faccia. Ricominciò a vedere il filmato e in alcuni punti notò dei particolari che potevano essere attribuiti allo stesso uomo. Comunque si poteva trattare di coincidenze o di un individuo molto capace. Senza le telecamere non lo avrebbe trovato. L'indomani lo avrebbe notato. Mille pensieri lo attanagliarono. Si trattava di un uomo della confraternita? Perché lo spiava? Come doveva comportarsi? Magari era un test sempre della confraternita.
Decise che avrebbe preso la situazione di petto, come da sua abitudine. L'indomani avrebbe spento le connessioni del suo telefono per non farsi rintracciare, ma avrebbe connesso le due telecamere. Sarebbe sembrato un classico passante con la testa persa nel proprio telefono, ma se l'uomo lo pedinava, l'avrebbe fermato e avrebbe chiesto spiegazioni.
Si accorse dopo alcuni minuti della presenza dell'uomo. A quel punto spense il cellulare. Sapeva che presto la sua vittima avrebbe passato via Roma e che c'era un bar immediatamente dopo un angolo. Si sarebbe infilato dentro e sarebbe uscito dietro al suo inseguitore per affrontarlo. Attese alcuni minuti, ma l'inseguitore non passò. Pensò che fosse notevolmente capace. Accese di nuovo il cellulare per cercare di trovarlo di nuovo. Prese una scorciatoia per incrociare di nuovo la sua vittima, ma quando se la trovò di fronte notò, poco più dietro, il suo inseguitore e decise di affrontarlo.
- Mi dice l'ora per favore? -
- Sono le 8,30 - disse l'uomo senza scomporsi.
- Chi è lei? -
- Prego? - chiese l'uomo sorpreso.
Michele allora mostrò la forma della canna della pistola in tasca al giubbotto e anche il cellulare, ma aveva già riconosciuto la voce. Era l'incappucciato della difesa.
- Ti ho riconosciuto. Se ho ragione io, sai cosa ho in tasca. Ora, non so se devi ammazzarmi, seguirmi o che altro. Voglio solo finire per ottenere la mia giustizia. -
- Molto astuto. - L'uomo guardò il cellulare che rimandava le immagini delle telecamere. - Era un test. Se trovi l'inseguitore, puoi ottenerne l'aiuto. -
- Quante volte l'hai fatto? -
- Tante, - rispose l'uomo.
- Allora aiutami! -
- La confraternita ha già studiato il caso, come stanno analizzando il tuo. -
- E allora? -
- Il parcheggio sotterraneo di casa sua. I cancelli sono aperti da qualche giorno. Non ci sono telecamere. Il suo box è il numero sette. Non uscire dalla via principale. Avrai circa trenta secondi per uscire dalla porta sul retro. Lui entra sempre in retromarcia. Ti piazzi davanti alla macchina, quando non vede per la manovra, e spari mentre si sta muovendo, la macchina si schianterà confondendo il rumore della pistola. Mira al cuore. -
- C'è altro? -
- Lo spyware che abbiamo installato sul suo computer ci ha segnalato che oggi avrà l'ultimo appuntamento con la sua segretaria alle 19,30. Si Intratterrà con la signora circa un'ora. Probabilmente rientrerà alle 20,45. Lo devi fare oggi. -
- Va bene, - disse Michele ritirando la pistola.
- Un'altra cosa. Sottrai qualcosa. Fai pensare a una rapina. -
Michele annuì. Alle 20,15 raggiunse il domicilio della vittima. Come gli era stato detto il cancello principale della fila dei garage era aperto. La pistola era insolitamente fredda dentro il giubbotto. Si domandava se sarebbe stato capace di finire il suo compito. Alle 20,50 l'uomo si arrivò. La porta radiocomandata del box iniziò ad aprirsi e l'uomo fece la manovra per entrare. Michele si piazzò davanti alla macchina, ma non stava riuscendo a sparare. Il grilletto era diventato un macigno insopportabile. Dovette trovare un pensiero che lo aiutasse. Immediatamente ne trovò due: si ricordò che se non l'avesse fatto la confraternita avrebbe dovuto eliminarlo e che l'uomo era l'Antonio Torbi di qualcuno. Immediatamente l'uomo divenne Antonio Torbi, perché era come Antonio Torbi.
Sparò tre colpi in rapida successione. L'uomo si accasciò per terra senza riuscire a girarsi. Per lui fu come avere ucciso Antonio Torbi in persona. Nella frenesia del momento, anzi, si convinse che se si fosse affacciato per guardarlo, avrebbe visto Antonio Torbi. Poi si ricordò che doveva fare in fretta. Si diresse rapidamente verso l'uscita concordata. Fuori non si vedeva nessuno e lui tenne lo sguardo basso per evitare di essere visto da qualcuno affacciato alle finestre. Il cuore gli batteva all'impazzata, ma non mostrò nulla delle sue emozioni all'esterno.
Fuori di casa lo aspettava l'uomo con il berretto. Non dissero nulla e s'infilarono nell'ascensore, dove l'uomo allungò una mano per chiedere qualcosa. Voleva indietro la pistola. Michele gliela diede.
L'uomo controllò che mancavano tre proiettili.
- Ogni colpo in più è un rischio in più di essere trovato, - commentò. Quella osservazione sembrò quasi un rimprovero. L'uomo gli buttò un portafoglio.
- Il portafoglio. Ti sei dimenticato di inscenare la rapina. Non lo fare più. Se ti si dice una cosa, va fatta. -
- Se sei venuto per ammazzarmi, almeno assicurati che mi sia fatta giustizia, - disse Michele ritenendo di avere fatto troppi errori.
- Ammazzarti? No! Sei un confratello ormai. Il mio primo confratello, poiché mi hai scoperto, e devo insegnarti tutto della confraternita. -
- In che senso? -
- Se un pedinatore è scoperto, è ora che sia sostituito da un altro pedinatore. Il suo primo confratello. -
- Hai pedinato molte volte? -
- Tante. -
- Che succederà alla pistola? -
- Sarà revisionata e rielaborata in maniera che sia irrintracciabile. Se ne occupano gli armieri. -
- Da quanto tempo va avanti questa storia? -
- Lo sai. Dal primo confratello. Hai trovato il libro. -
- Non è solo la storia di un delitto? -
- Il racconto di un delitto. La cronaca. È il racconto della prima commissione. -
- Allora l'omicidio di quel tale? -
- Era la tua commissione e la tua richiesta sarà la commissione di qualcun altro. -
L'ascensore si fermò al piano.
- Ti cerco io, - disse l'uomo con il berretto che non uscì dall'ascensore.
PARTE2 GRETA MORLI
La commissaria Greta Morli si era piazzata davanti alla macchina, come se la scena potesse parlarle. Era una brutta rogna quella. L'auto era stata messa a soqquadro ma perché sparare all'uomo? Un rapinatore professionista gira armato ma, di solito, non spara. Una cosa è l'aggressione a mano armata, una cosa è il tentato omicidio ed è peggio se è aggravato da futili motivi. Inoltre, perché avevano sparato attraverso il parabrezza? Più che una rapina finita male sembrava un'esecuzione.
La scientifica stava continuando il suo lavoro. Repertare, fotografare e catalogare pezzi che sembravano non avere una logica, ma che la potevano acquisire dopo che un oscuro esame di laboratorio avesse affermato la sua verità. Ora bisognava solo attendere. Greta allungò un passo dietro l'altro per guardare tutta la scena del crimine e i suoi capelli lunghi e castani ondeggiavano rimarcando quei passi. Calzava scarpe basse poiché era alta e il suo piede taglia 44 si prestava male alle scarpe da donna. A passi e pensieri misurò il lungo corridoio interrotto dalle porte dei box delle auto.
Il vice procuratore Ludovica Corsi stava scendendo lo scivolo delle auto completamente trafelata. Greta la vide e le andò incontro. Ludovica si fermò quasi addosso all'auto. Greta sapeva che quello era il momento di parlare. Le avrebbe dato in pasto le quattro cose che sapevano, in maniera da distrarla dalla scena del crimine e lasciare lavorare la scientifica.
- Buongiorno! -
Ludovica distolse lo sguardo dal cadavere e fece appello al suo autocontrollo per trovare la sua professionalità. Normalmente era professionale ma, quando si trovava davanti a un cadavere, le era, da sempre, più difficile. Greta l'aveva notato da qualche tempo.
- Non possiamo fare niente ora. Andiamo a prendere un caffè al bar, poi lei darà l'autorizzazione alla rimozione del cadavere. -
- Va bene, - disse Ludovica che avrebbe sicuramente gradito una scusa per allontanarsi.
Il bar era semplice ma pulito. Greta stava girando il suo caffè. Ludovica aveva ancora lo stomaco chiuso.
- Ti senti meglio? -
Era una loro convenzione. Si davano del lei in pubblico e del tu in privato. Lo richiedevano i ruoli.
Non le piaceva ammettere di essere in difficoltà con i cadaveri, quindi Ludovica sviò il discorso.
- Che ne pensi? -
Greta tendeva a parlare veloce e a mangiare le parole ma Ludovica ormai si era abituata alla sua parlata. All'inizio era stato difficile.
- Non mi quadra. -
- Che hai notato? -
- Sembra una rapina ma credo che sia un'esecuzione. -
Ludovica si era rilassata e aveva cominciato il suo caffè.
- Spiegati. -
- Se rapini qualcuno non gli spari e poi devi cercare tu il bottino. -
- Altrimenti rischi di lasciare tracce, - concluse Ludovica.
- Comunque se vuoi rapinare qualcuno, ti avvicini al finestrino e tenti di farti dare qualcosa. -
- Invece gli hanno sparato attraverso il parabrezza. -
- La scientifica confermerà che gli oggetti stanno tutti sopra al sangue. -
- Tu che ne pensi quindi? - chiese Ludovica.
- Gli hanno sparato e basta! -
Ludovica sorseggiò un piccolo sorso del suo caffè, poiché voleva farlo durare.
- Allora che facciamo? -
- Indaghiamo sulla vittima per trovare un colpevole. -
- A proposito, la vittima, chi è? -
- Jacopo Coccioli! -
- L'industriale...mi sembrava. -
- Proprio lui. -
- Non era quello che aveva ucciso la moglie? -
- No! Era quello che era stato indagato per l'omicidio della moglie, ma il colpevole non è stato trovato, - disse Greta facendo un cenno con la mano.
- Era un caso di quattro anni fa. -
- Altra merda da rivangare, - disse Greta con un'espressione colorita, ma se la poteva permettere poiché erano sole.
Ludovica terminò il caffè.
- Conti di farmi lavorare stavolta? - disse Greta.
- Dobbiamo sempre lavorare. -
- Lo sai che intendo. -
- Te lo immagini no? Stavolta la vittima è troppo in vista, - disse Ludovica fissandola negli occhi.
- Allora stavolta non mi starete addosso per sbrigarmi a chiudere le indagini. -
- Peggio. La procura ti starà addosso per avere dei risultati. -
- Preferisco, - disse Greta finendo il caffè.
Un agente uscì per strada e si avviò verso il bar.
- Signor vice procuratore. Siamo richieste. Il caffè lo offri tu poiché non hai finito, - disse Greta alzandosi.
Le due donne tornarono sulla scena del crimine. Ludovica sospirò. Il medico legale Lavinia Corsi, sua lontana cugina di cui aveva avuto notizia solo alla procura, per motivi di lavoro, stava finendo le sue valutazioni. Le persone della scientifica stavano attendendo solo l'ordine di rimuovere il corpo e portarlo nei laboratori.
- Buongiorno dottore, - disse Ludovica.
- Che ne pensa? - chiese Greta.
- Morto da poco, due ore al massimo, - disse Lavinia senza alzarsi dal cadavere. Poi fece un'espressione meravigliata.
- Che ha notato? - chiese Ludovica.
- I buchi delle pallottole. Non ne ho mai visti così. -
- E che hanno? -
- Troppo grandi. -
- Che significa? - chiese Ludovica.
- Non lo so, ma penso che la scientifica troverà delle pallottole non comuni. -

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