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Autore: Claudio Loreto
Titolo: Liquirizia
Genere Romanzo Storico
Lettori 127
Liquirizia

La mattina del 14 novembre il - Piyavka - fu uno degli ultimi battelli ad attraversare il Volga prima del suo completo congelamento.
Navigò a zig-zag sia perché la via fra i mutevoli tratti d'acqua solidificata era di nuovo tutta da scoprire, sia perché bisognava pur dare dei grattacapi ai mortai tedeschi: dai vari punti della sponda ovest in cui erano riusciti a piazzarsi, questi brigavano per mandare a fondo qualunque legno tentasse di trasportare una sola buccia di patata dalla costa opposta.
Tra gli spruzzi sollevati dalle granate che cadevano a vuoto in acqua (solo un paio picchiarono ed esplosero sul ghiaccio, per fortuna a sufficiente distanza) e malgrado i ripetuti sfregamenti dello scafo contro i lastroni che rischiarono di sfondarlo, il traghetto riuscì nell'impresa. La 62ª Armata - o meglio, quel ben poco che di essa restava - poté così ricevere quattrocento rincalzi e quaranta tonnellate di rifornimenti: nulla rispetto a quanto realmente le necessitava, e tuttavia pur sempre una boccata di ossigeno.
La riva occidentale era gremita di soldati feriti e di civili in fuga, tutti in attesa di essere trasferiti sull'altra sponda; una pia illusione specialmente per i secondi, dato che i militari avevano comunque la precedenza a bordo delle pochissime imbarcazioni in servizio. In mezzo ad essi, camion bruciati e scialuppe fracassate.
Tanja, tenendo il fucile orizzontale sul petto affinché le facesse da barra di equilibrio sull'esile passarella, discese sull'imbarcadero; dopodiché si mise in coda con i commilitoni, aspettando di potersi infilare nel camminamento che, stretto tra due alte e lunghe palizzate, conduceva oltre la moltitudine dei disperati.
Si guardò attorno e notò che lungo tutto l'argine erano piazzati, ad un centinaio di metri l'uno dall'altro, dei militari che indossavano una giubba scura. - Chi sono quelli, compagno? - - chiese incuriosita la giovane ad uno dei feriti seduti lì vicino a terra.
- Non lo sai? Beh, sarà bene allora che tu impari subito a riconoscere le loro divise: sono quelli dell'Ordine 227 - - le rispose l'interpellato.
Non un passo indietro!, aveva comandato con esso Stalin ai soldati quattro mesi prima. Pena la fucilazione. In seguito, con la Direttiva 270, aveva promesso ai - vigliacchi - severe punizioni anche per le loro famiglie.
- Il fiume sta gelando in fretta e non pochi dei nostri cercheranno di svignarsela da là dentro attraversandolo a piedi - - continuò l'artigliere con la gamba steccata, riferendosi alla caliginosa città da cui arrivavano bagliori improvvisi seguiti da boati sordi - - Le guardie sono già pronte lì per farli secchi all'istante. Intanto si esercitano con i bambini - .
- I bambini? - - domandò Tanja, non comprendendo.
- Sì, quelli. Nel primo giorno di bombardamenti l'acquedotto è stato completamente distrutto: in città non c'è più acqua da agosto; così i tedeschi, in cambio di un pezzo di pane marcio, spediscono gli orfani che vagabondano tra le rovine a riempire le loro borracce nel Volga. E allora i tipi lassù gli sparano addosso - .
- Per spaventarli? - .
- Ma che dici! Per ammazzarli, no? Altrimenti ci riproverebbero e invece bisogna che i nazisti crepino pure di sete - .
La ragazza ammutolì. - Hai udito, Maksim? - - mormorò poi rivolta al robusto soldato che le stava dietro, quello con cui tra i suoi compagni d'armi aveva stretto più amicizia e che le rimaneva sempre vicino come un angelo custode (s'era infatti preso una bella sbandata per lei).
- Dicono tutti che Stalingrado sia l'Inferno, perciò di che ti meravigli? - - commentò il giovane mentre masticava un pezzetto di tabacco - - Del resto non ci hanno spediti qui per caso! - .
Già: entrambi facevano parte di un plotone di cecchini. Individui particolarmente richiesti, laggiù.
Nelle file dell'esercito sovietico c'erano molte donne. Esse prima della guerra non venivano ben accolte dai generali, ma in seguito alle spaventose perdite subite i vertici militari non avevano osteggiato il proposito di arruolarsi di tante ragazze: erano infatti loro le prime vittime dei nazisti e preferivano dunque morire mentre imbracciavano un mitra piuttosto che venire stuprate e poi sventrate con le baionette.
Sospendendo di colpo gli studi di danza all'Accademia di balletto del Bolshoi e gettando i genitori nell'angoscia, Tanja si era presentata all'ufficio di reclutamento il giorno del suo diciottesimo compleanno, il primo di ottobre dell'anno prima: il dì precedente un milione e mezzo di tedeschi aveva preso a marciare su Mosca, la sua città. Nella lunga ma infine vittoriosa battaglia per la difesa della capitale la ragazza aveva imparato a sparare con maestria, tanto da diventare poi una delle circa duemila tiratrici scelte adoperate dall'Armata Rossa nelle zone più critiche del fronte; esse tuttavia venivano snobbate dai - colleghi - maschi e in particolar modo da quelli siberiani, cacciatori di mestiere convinti di essere ineguagliabili.
Maksim invece apprezzava moltissimo le capacità di sparo di Tanja e non escludeva che potesse alla lunga surclassare quella che tutti chiamavano - Lady Morte - : in un anno, prima di essere ferita da un colpo di mortaio che l'aveva poi ridimensionata ad istruttrice di tiro nelle retrovie, Lyudmila Pavlichenko - venticinquenne studentessa dell'Università di Kiev - aveva ucciso ben trecentonove nemici, trentasei dei quali cecchini essi stessi.
Radunatasi infine sul lungofiume, sotto un cielo livido, la truppa di rinforzo si suddivise in tre gruppi, ognuno destinato ad una delle altrettante aree della città ancora in mano ai sovietici.
La squadra di Tanja e Maksim si mosse in fila indiana, tra larve di palazzi, su e giù per i cumuli di detriti che avevano sepolto i viali. L'aria era irrespirabile: un grandissimo numero di cadaveri stava imputridendo sotto le macerie; persisteva il pericolo di epidemie, ma mancava la calce viva e comunque c'era tempo solo per combattere. Da non molto distante giungevano gli echi cupi di esplosioni e di raffiche di mitragliatrice.
L'unità giunse infine al comando di zona, approntato negli scantinati di un edifico semidistrutto dalla bomba di uno Stuka; essa venne accolta festosamente dalle diverse decine di smunti militari che, nonostante il freddo, stavano trangugiando una parvenza di brodo fuori dal pertugio che conduceva giù ai locali operativi: erano giunti dei rinforzi, stentavano a crederlo!
Mentre gli altri fraternizzavano, l'ufficiale a capo dei nuovi arrivati si avviò per prendere gli ordini dal generale Kovalev, saltellando tra i frantumi di mattoni. Tanja gli corse dietro. - Compagno capitano, aspetta, io vengo con te - .
- Come sarebbe a dire? - - si voltò quello.
- Devo consegnare al generale un pensiero da parte della moglie - - spiegò la ragazza. Non era vero, ma come scusa per intrufolarsi dentro il comando poteva funzionare bene.
- E com'è che glielo recapita così, per mano di una soldatessa qualsiasi magari ammazzata per strada, e non con il servizio postale militare? - - chiese sorpreso l'ufficiale.
- Io sono una sua conoscente, abitiamo nello stesso caseggiato - .
- D'accordo, però ti farai ricevere dopo di me. Le faccende private devono attendere - - chiarì il capitano.
Una ventina di gradini li condusse giù nei fondi, un labirinto di stretti corridoi dove ogni volta bisognava disincastrarsi da chi si incrociava. La luce elettrica era fioca, alimentata dal generatore che avevano udito mugolare fuori; il tanfo ed il freddo segavano il respiro. Seguendo le indicazioni imbucarono infine il tunnel utile. Il soldato di guardia all'uscio della stanza nella quale il generale decideva le proprie mosse bussò per annunciare il capitano.
Tanja aspettò fuori. Il piantone la sbirciò per un po' (cavolo se era appetitosa, quella!), dopodiché le porse una sigaretta. - Che ci fa una come te in questo schifo? - - le domandò.
- Esattamente quello che ci fai tu! - - rispose secca lei, infastidita dal tono lascivo - - E poi io non fumo; figuriamoci qua sotto! - .
- Non fumi? - - si sorprese l'altro. Tutti i soldati russi fumavano, come turchi; si poteva levare loro la razione giornaliera di cibo, ma mai quelle di tabacco e di vodka. - Lasciami indovinare: non bevi neppure! - - proseguì.
- Infatti - .
La guardia concluse allora che quella era sì molto carina, ma anche tutta matta. E la lasciò perdere.
Poco dopo il capitano uscì, subito assalendo e strattonando per un braccio la ragazza. - Alla fine dell'incontro ho detto al tovarish generale del regalo di sua moglie, e sai cosa mi ha risposto lui? Di non essere sposato! Cos'è questa storia, eh? Precisamente, che hai in mente tu? Guardia, perquisiscila! - - ordinò quindi al soldato vicino.
In quel preciso istante, irritato ma al tempo stesso incuriosito, il comandante Kovalev sbucò dalla porta, rimanendo di stucco.
- Tanja, cosa diavolo ci fai tu in questo schifo? - - replicò la domanda l'alto ufficiale.
- Quello che ci fai tu, zio! - - ripeté lei, questa volta però ridendo e andando ad abbracciare l'uomo.
- Dovevo immaginarlo che si trattava di uno dei tuoi soliti scherzi impertinenti! - - brontolò il generale, in realtà gonfio di felicità nel rivedere la figlia di sua sorella.
Stepan Kovalev stravedeva per la nipote. Forse anche perché non aveva figli propri. Ad ogni modo, fin da quando era piccina con lei il duro comandante si - scioglieva - , letteralmente.
- È tutto a posto - - assicurò agli altri - - Capitano, ci conceda per favore dieci minuti - . Ed emozionatissimo richiuse la porta dietro di sé.
- Tesoro, lasciati guardare! - - disse poi a Tanja, prendendola per le mani - - Sei più splendida che mai! Se non fossi tuo zio perderei sicuramente la testa per te - .
In effetti la ragazza era davvero attraente: slanciata, armoniosa nelle forme come solo una ballerina può esserlo, e con due scintillanti occhioni verdi; la lunga e morbida chioma bionda era ora nascosta con un chignon sotto il berretto a bustina. La guerra, pur smagrendola un po', non era riuscita a scalfire la sua bellezza.
- Oh, smettila zio, mi metti in imbarazzo - - rise la nipote.
- Allora, Tanja, come mai sei qui? - . Adesso nell'uomo la preoccupazione prendeva il sopravvento sulla gioia: Stalingrado era un luogo di designati alla morte.
- Beh, siete stati voi a pretendere quaggiù quanti più tiratori scelti possibile, no? - .
- Già, è vero! - - annuì l'altro, ora amaramente pentito di avere anch'egli sostenuto quella richiesta.
- Presso il mio comando ho insistito molto perché mi mandassero invece a Bobrovsky: è da quasi tre mesi che non si hanno notizie di Vadim! Ma è stato inutile - - spiegò rammaricata la giovane. Vadim era il suo fratello maggiore, dato per disperso dopo uno scontro con il nemico in quel settore del fronte. - Volevo parlare con qualche suo compagno, con chi lo ha visto per ultimo; sapere come sono andate le cose... - .
Naturalmente zio Stepan era al corrente di quanto capitato all'altro nipote.
- Una volta sono riuscito a mettermi in contatto radio con il suo diretto superiore, ma non è stato in grado di darmi alcuna notizia sulla sua sorte - - le riferì il generale. Del resto nell'Armata Rossa i singoli contavano ancor meno che in qualsiasi altro esercito, quindi assolutamente zero; molto spesso nemmeno si raccoglievano i feriti.
- Zio, ho tanta paura che Vadim sia morto - - disse scorata la ragazza.
- Su, cara, sii più fiduciosa! È possibile invece che sia stato fatto prigioniero: mi è stato riferito che in quella battaglia sfortunata sono stati catturati molti dei nostri - - cercò di rasserenarla Kovalev, con però l'occhio rivolto ostile alla fotografia di Stalin appesa al muro scrostato: il - Benevolo Padre - aveva stabilito che chi si arrendeva al nemico andava considerato alla stregua di un disertore. In ogni caso, se il nipote era finito davvero in mano tedesca... beh, allora sì, meglio morto!
- Come stanno la mia adorata sorella maggiore, e tuo padre? Ho saputo che hai avuto una breve licenza e che così li hai rivisti - .
- Con l'angoscia per Vadim addosso puoi ben immaginare. Soprattutto la mamma, sola anche per giorni e giorni... - . Il marito, un ortopedico, infatti viveva praticamente segregato in un ospedale moscovita straripante di militari e di civili malmessi.
- Scriverò loro, non appena quei maledetti che albergano nei quartieri qua intorno mi lasceranno un attimo di respiro. E tu, dimmi, mangi a sufficienza? - .
- Direi di sì, lo sai che i franchi tiratori godono di qualche privilegio - .
- Ma cosa mai ti è saltato in mente... - - scosse la testa lo zio - - L'esercito aveva già tuo fratello. Tu avresti invece dovuto restare accanto a tua madre. Ora più che mai - .
- Volevo fare la mia parte - .
- Però sempre con il ruolo di solista, eh? Come sul palco del Bolshoi! - - ridacchiò l'uomo. Ah, quanto l'aveva applaudita l'ultima volta: era stata davvero straordinaria. Ora invece se ne stava mimetizzata dentro qualche buco, completamente sola, per giorni e giorni - - Immagino che tu abbia superato la tua paura del buio - .
- Certo! - .
I pensieri del generale galopparono indietro nel tempo. Tornarono ai giorni sereni. - Ti ricordi quando eri piccola e d'estate venivo a passare le vacanze da voi, nella dacia di Tarusa? La mattina, al risveglio, sul comodino trovavi sempre un dolcetto di marmellata: me li portavo dietro da Mosca apposta per te - .
- Erano buonissimi: là in campagna ogni giorno iniziava bene! - . Allora.
Da bimba, Tanja la sera si rifiutava di prendere sonno per timore dell'oscurità. Stepan le aveva allora regalato un orsacchiotto di stoffa. - Si chiama Liquirizia - - aveva spiegato - - Se ti addormenterai, lui ti aiuterà a fare dei bellissimi sogni e quando riaprirai gli occhietti ti farà trovare in regalo uno squisito bonbon - . Con il patto che poi lei avrebbe raccontato allo zio quei sogni.
- Io tante volte però il sogno non me lo ricordavo; così, per non farmi dire da te che ero una bambina monella, ne inventavo uno - .
- Lo so, e io mi divertivo un mondo ad ascoltare le storie strampalatissime che tiravi fuori - .
Un tremito delle pareti più forte degli altri rammentò all'intenerito comandante che fuori era in corso una guerra e che il nemico lo reclamava.
- Tanja, dobbiamo salutarci - .
- Suppongo di sì - .
- Io, sai, vorrei tanto poter chiedere al tuo capitano di usarti dei... riguardi. Ma ciò non sarebbe corretto. Lo capisci, questo? - .
- Da - .
- Se sarai in pericolo non potrò venirti in aiuto - .
- Deve essere così - .
- Non posso quindi che fare affidamento sulla tua ragionevolezza: ti raccomando, non commettere imprudenze! - .
- Fidati di me - .
- Bene! - - concluse il generale, baciandola sulla fronte.
In quel momento la ragazza si accorse che fissata sul petto, in mezzo alle numerose medaglie, lo zio teneva la solita coccardina rossa; gliela aveva sempre vista addosso, fin da bambina.
- Perennemente con te, eh? - - rise la nipote.
Lui annuì, fissandola con una certa malinconia.
Quando Tanja raggiunse fuori i compagni, il capitano si mostrò alquanto risentito. - Non potevi dirmi subito che sei una parente di Kovalev? Mi hai fatto fare la figura del fesso! - .
- Volevo soltanto fare una burla a mio zio, con lui giochiamo sempre - - spiegò mortificata la soldatessa - - Da stupida non ho pensato che avrei potuto metterti in imbarazzo. Ti chiedo sinceramente scusa, compagno - .
- Vabbè, scuse accettate - - troncò lì l'ufficiale - - Abbiamo in effetti ben altro a cui badare - .
Solo allora la donna si rese conto che intorno nessuno fiatava; l'iniziale atmosfera di contentezza era svaporata.
- Cos'è successo? - - chiese al capitano.
- È appena arrivata la notizia che il Piyavka è stato centrato in pieno mentre faceva ritorno alla riva est e che i trecentocinquanta feriti che aveva caricato a bordo adesso non hanno più bisogno di cure - - la informò quello.
Tanja raggelò, perdendo anche lei la parola.
Poi però qualcosa di ignoto, dentro, la mosse. Posò lo zaino e il fucile per terra, si portò in mezzo ai soldati ed iniziò a ballare una kalinka; dapprima piano, con movenze lente, e poi velocemente, sempre più velocemente, sublimando quella danza popolare con la grazia della ballerina classica.
Gli uomini si scossero, si allargarono per farle spazio e, rapiti dall'elegante libellula, cominciarono a battere ritmicamente le mani e a cantare in coro.
Tanja volteggiava tra le pietre. E intanto piangeva a calde lacrime.

Claudio Loreto
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