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Autore: Barbara Ann Parker
Titolo: Infinitamente donna
Genere Narrativa
Lettori 116
Infinitamente donna

Tre racconti al femminile.

La forza di Margherita

25 giugno1996

Nell'aria si percepiva un'atmosfera di eccitazione repressa, di preparativi da ultimare, di ultime cose da controllare. In quello splendido palazzotto di fine settecento che si sviluppava su due piani, quella sera si sarebbe tenuta una grande festa e mancavano solo piccoli dettagli, perché tutto fosse pronto ad accogliere gli ospiti.
Al primo piano, dove si trovava il grande salone erano state spalancate le grandi vetrate per far entrare l'aria profumata di mare, le tende di lino bianco si muovevano leggere, facendo intravedere l'ampio terrazzo preparato per l'occasione con comode poltrone e divani di vimini e illuminato a giorno da candele profumate e un perfetto sistema di luci nascoste.
Grandi ombrelloni bianchi proteggevano dall'umidità, e ampi vasi di coccio colmi di fiori variopinti circondavano la balaustra, riempiendo l'aria di dolci profumi.
Il vasto salone, pronto per accogliere l'orchestra che avrebbe allietato la serata, era stato quasi completamente svuotato, tranne per i divani e le poltrone che erano stati raccolti tutti in un grande angolo. Così raggruppati avrebbero consentito agli ospiti di potersi sedere per chiacchierare piacevolmente e riposare fra un ballo e l'altro.
Piccoli tavolini già sistemati strategicamente, erano pronti ad accogliere i portacenere di cristallo che si sarebbero riempiti di sigarette e i bicchieri sporchi di liquore che gli ospiti vi avrebbero appoggiato.
Una porta scorrevole comunicava con l'ampia stanza che avrebbe accolto il ricco catering.
Due grandi tavoli ovali, già coperti da tovaglie di fiandra con preziosi intarsi di pizzo che ricadevano fino al pavimento, erano stati posti uno accanto all'altro e paralleli al muro per consentire ai camerieri di girarvi intorno per servire gli ospiti al meglio. Lungo il muro era stato poggiato un lungo tavolo rettangolare, anch'esso addobbato con una preziosa tovaglia, dove una cameriera stava posizionando file interminabili di calici di cristallo e piatti di pregiata porcellana.
Una festa di quell'importanza richiedeva solo il meglio.
In una parte del piano terra alcune stanze erano state svuotate e preparate per accogliere i più piccoli, Susanna una giovane donna dall'aspetto solare, lunghi capelli neri raccolti con un nastro e un sorriso coinvolgente stava controllando che tutto fosse pronto per accogliere gli ospiti più piccoli. Margherita aveva chiamato alcune baby sitter, e Susanna era la loro coordinatrice, per far divertire i bambini facendoli giocare, consentendo così agli adulti di godersi appieno la serata.
Gli ospiti erano molti e l'occasione importante, i trentacinque anni di matrimonio di Margerita e Stefano.
Un rapporto solido e pieno d'amore.
Margherita, abituata a pianificare ogni cosa aveva chiamato un'organizzatrice d'eventi, e dopo aver stabilito con lei ogni minimo particolare, le aveva affidato la gestione della serata e tutto procedeva come previsto.
La decisione che non fosse lei ad occuparsi in prima persona di ogni cosa, era stata di Stefano, che per una volta si era imposto. Quella era la loro serata e lei non doveva stancarsi tanto da non potersi godersi la serata così come faceva sempre.
Facile a dirsi ma non a farsi per Margherita, che non rinunciava a girare, a guardare ma fortunatamente a non commentare tutto ciò che era impeccabile. Sapeva che sarebbe bastato un suo alzarsi di sopracciglio, perché fosse corretto qualcosa di meno che perfetto.
Lei ed il marito, non avevano mai festeggiato il loro anniversario di matrimonio così in grande, ma in quell'occasione avevano deciso di fare al padre di lei una sorpresa.
Alberto, il padre di Margherita, aveva compiuto gli anni qualche giorno prima, ma la famiglia al completo aveva fatto finta di non ricordarsene, lasciandolo incredulo per quanto stava avvenendo. Non solo non aveva ricevuto alcun regalo, ma nessuno gli aveva fatto gli auguri.
La giornata passava e più lui attendeva, più il nulla accadeva.
Margerita, d'accordo con Stefano e tutta la famiglia, aveva deciso di festeggiare insieme le due ricorrenze ma nulla era stato detto al padre. Quello era il reale motivo di una festa così in grande. Non sapendo nulla, Alberto si era irritato ancora di più, si era sentito escluso e dimenticato, anche perché alla festa non solo era stata invitata tutta la famiglia al completo, ma anche gli amici della coppia e dei suoi genitori.
Praticamente quasi tutta la cittadina che contava.
Arrivata l'ora, gli ospiti iniziarono ad arrivare e Margherita e Stefano erano lì nell'ampio ingresso del piano terra, pronti ad accogliere tutti con un sorriso.
Alle loro spalle un grande tavolo antico, con un vaso colmo di splendidi fiori, era l'unico arredo rimasto, per consentire agli ospiti di entrare liberamente e conversare fra loro prima dell'inizio della serata. Dei camerieri, passavano fra di loro, offrendo piccole tartine stuzzicanti e champagne ghiacciato.
Quando i suoi genitori arrivarono Margherita si accorse subito dell'espressione corrucciata sul viso del padre, malamente dissimulata.
La madre, Elena, elegante come sempre, quella sera aveva curato ancora di più il proprio aspetto. I capelli ormai bianchi erano stati acconciati con estrema cura, il tubino nero che indossava non la faceva sfigurare affatto, i sandali gioiello con un piccolo tacco completavano il tutto.
Nonostante l'età la donna si era sempre curata e aveva mantenuto un'eleganza classica ma perfetta. Mentre si abbracciavano madre e figlia si scambiarono uno sguardo complice. Era stato difficile per Elena tenere a freno il marito, quella dimenticanza gli pesava come un macigno specialmente da parte di Margherita. Lui l'adorava ma non aveva affatto digerito che tutti, persino lei, lo avessero dimenticato.
Era stato ed era ancora uno degli uomini più importanti e più benestanti della cittadina dove vivevano. Il rispetto che tutti gli avevano sempre portato certamente non poteva svanire solo perché era andato in pensione, lasciando proprio all'unica figlia il compito di continuare il suo lavoro.
Proprietari terrieri e famiglia di grande cultura, per tradizione in ogni generazione il primo maschio diventava avvocato, e le donne si sposavano con i rampolli di altre famiglie dello stesso livello sociale. Quelle che lavoravano erano veramente poche, praticamente nessuna.
Ma quella famiglia, oltre che ricca, era diversa dalle altre.
Alberto dopo aver a lungo riflettuto ed essersi reso conto di avere una figlia un po' fuori dalle regole, aveva deciso che quando si sarebbe ritirato sarebbe stata lei a succedergli.

Susan
La paura di impazzire

Nel pieno della notte il tranquillo silenzio della casa, fu squarciato da un fortissimo rumore che fece balzare a sedere sul letto Susan. Spalancò improvvisamente gli occhi, respirando affannosamente uscendo a fatica da quel sonno pesante e privo di sogni, nel quale ogni notte sprofondava e che la lasciava spossata e per nulla riposata.
Con il cuore che le batteva nel petto così forte da coprire ogni suono intorno a lei, impiegò qualche attimo per capire quali fossero i rumori abituali che la circondavano per cercare di individuare quello che l'avesse svegliata così bruscamente.
I primi suoni di cui fu conscia furono quello della pioggia che batteva violentemente sui vetri e del vento che faceva frusciare le fronde degli alberi.
Realizzò che, come tante altre volte prima di quella sera, ciò che l‘aveva destata era stato un rumore diverso da quelli che in genere animavano la vecchia casa ed ai quali il suo orecchio era abituata. Ed il vento e la pioggia non erano così violenti da poterla svegliare.
La paura la paralizzò, rimase immobile nel letto per qualche secondo poi lentamente la razionalità della quale andava fiera ritornò a farsi strada in lei.
Fece un respiro profondo nella speranza di riprendere il controllo di sé stessa.
Rassicurata dalle tenui fiamme che brillavano nel grande camino di marmo bianco posto di fronte al letto, accese l'abatjour sul comodino. Da quando erano iniziati i problemi si era imposta di spegnare sempre ogni luce della camera.
La sua luce soffusa illuminò l'ambiente intorno a lei, consentendole di esaminare velocemente con un'occhiata la grande camera da letto in modo di potersi accertare che tutto fosse come doveva essere.
Subito il suo sguardo si posò sulla preziosa toilette, dove ogni sera si sedeva per spazzolarsi i lunghi capelli neri naturalmente mossi. Quel rituale serale per lei era diventato molto importante. La riportava ad uno dei pochi ricordi che aveva della madre, lei bambina seduta davanti alla toilette, la mamma che alle sue spalle le passava fra i capelli una morbida spazzola e la conversazione che sempre uguale si svolgeva fra loro:
- Ricorda Susan ogni sera cento colpi di spazzola renderanno i tuoi capelli splendenti. -
- Mamma ma proprio cento, sono tanti e mi si stanca il braccio quando non ci sei tu a farlo. -
Ridendo la mamma ogni volta le rispondeva: - Va bene piccola mia, facciamo venti colpi ma non di meno. Dei cento mi occuperò sempre io. -
Con uno sguardo intenso continuò a ispezionare con estrema attenzione ma sistematicamente l'ambiente intorno a lei.
La cabina armadio, dalla cui porta socchiusa filtrava la luce che durante la notte non veniva mai spenta, la dormeuse dove abitualmente si riposava il pomeriggio, le due poltroncine ai lati di un tavolino fine 800 colmo di libri.
L'ampio scrittoio, con le foto dei suoi genitori e sempre pieno di carte e documenti, l'ampia poltrona.
Tutto era in ordine. Perfettamente in ordine.
Le grandi porta finestre, che si affacciavano sul terrazzo che correva tutto intorno al primo piano della casa, erano ermeticamente chiuse, come sempre in quelle fredde sere di ottobre.
Ai loro lati cadevano delle splendide tende in seta cruda color oro antico, che Susan in quel periodo preferiva tenere aperte. Per la tensione in cui viveva, appena apriva gli occhi aveva la necessità di accertarsi di essere sola.
Non vedendo nulla che la potesse allarmare si alzò, prese la vestaglia di morbida lana, appoggiata sulla panca foderata di pelle che era ai piedi del letto, la infilò e si affacciò alla porta della sua stanza.
Una luce notturna illuminava fiocamente il lungo corridoio, il cui pavimento era interamente coperto da un prezioso Aubusson. Due piccole applique illuminavano il grande cassettone antico, con sopra un prezioso vaso della dinastia Ming, decorato in bianco e bleu cobalto e le due sedie della stessa epoca del cassettone poste ai suoi lati.
Anche lì tutto era tranquillo, sembrava non fosse accaduto nulla che potesse allarmarla.
Susan, rientrò in camera e afferrando la mazza da baseball che teneva sempre accanto al letto, si avventurò nel corridoio. Fece pochi passi e sentì un fruscio dietro di se, velocemente si girò su se stessa impugnando la mazza da baseball e pronta a colpire.
Ma non c'era nessuno.
Con grande attenzione si rigirò su se stessa e risentì il fruscio dietro di se. In modo quasi impercettibile girò la testa. Il corridoio era vuoto, completamente vuoto. Oltre a lei non c'era nessuno.
'Ma io ho sentito' pensò ' Ho sentito... o sto diventando pazza?'

Raddrizzò le spalle, abbassò la mazza da baseball e girò per tutto il piano accendendo le luci, stanza per stanza, verificando che le imposte fossero chiuse e che nessun battente, lasciato inavvertitamente aperto da qualcuno della servitù, sbattesse.
Poggiandosi al corrimano, scese lentamente le scale, continuando la perlustrazione dell'immensa casa dove, per sua scelta, viveva sola.
Come già prevedeva non trovò nulla fuori posto, assolutamente nulla che avesse potuto provocare quegli strani e violenti rumori che ormai da più di tre mesi, ogni notte, anche per più volte, la destavano in maniera così brusca e violenta che lei in ogni occasione balzava a sedere con gli occhi sbarrati ed il cuore che le scoppiava nel petto.

Danila
Ghiaccio bollente

Illuminata dalla luce del sole, immobile davanti alla grande specchiera posta dietro la porta della camera da letto, Danila osservava l'immagine che vi vedeva riflessa.
Una giovane donna dal fisico proporzionato, alta circa un metro e sessantaquattro con belle gambe slanciate, dalle caviglie forse un po' troppo diritte per essere definite sottili.
Un viso grazioso illuminato da un paio di ridenti occhi neri, frangiati da ciglia tanto lunghe da non aver bisogno di alcun trucco, ed una splendida e lucente massa di lunghi capelli neri che le incorniciavano il viso.
L'immagine normale di una qualunque ragazza di trent'anni.
Questa era Danila che, dal malaugurato giorno in cui, convinta da un'amica, aveva fatto montare la grande specchiera l'aveva immediatamente odiata. Nulla, assolutamente nulla, poteva sfuggire al suo sguardo, ed ogni particolare, anche il più piccolo, era sempre messo in evidenza, anche perché montata sulla porta che dalla camera da letto portava in quella che lei, con sussiego chiamava la 'camera degli armadi': passarle davanti era un passaggio obbligato.
Osservandosi come faceva abitualmente, aggrottò la fronte, quella vista era diventato il suo cruccio giornaliero perché, non sempre ciò che vedeva riflesso le piaceva.
Ogni mattina, dopo essersi fatta una doccia veloce e prima di iniziare a vestirsi, Danila si esaminava attentamente, quasi che una volta o l'altra, attraverso quello specchio, potesse avverarsi un miracolo improvviso.
Qualcosa di magico e meraviglioso che improvvisamente facesse mutare il suo aspetto, prima impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente la facesse diventare più alta, più bella, più snella, più, più....
Il rintocco delle campane la risvegliò dal suo sogno ad occhi aperti. Si rese conto di aver fatto nuovamente tardi e iniziò così una scena che, per una ragione o per l'altra, invariabilmente si ripeteva quasi ogni giorno.
Un razzo dall'aspetto anomalo e vagamente umano cominciò a saettare per la casa, entrando ed uscendo dal bagno, dalle stanze e dalla cucina, prendendo, lasciando, a volte facendo cadere ogni cosa che sfiorava, mollando una tazza di caffè sporca nel lavandino, finendo di rifare il letto, inserendo l'allarme e chiudendo la porta di casa, sino ad arrestarsi bruscamente davanti all'ascensore.
Saltellando su di un piede tentava di infilarsi l'altra scarpa che aveva ancora in mano, mentre cercava disperatamente e contemporaneamente di abbottonarsi, questa volta diritta, la camicia di seta color pesca in tinta con il tailleur, cercando di tenere miracolosamente in equilibrio sulla spalla lo spolverino color biscotto di leggera gabardine, e non si sapeva come, aveva anche la pretesa di chiamare l'ascensore.
La cartella dell'ufficio era tenuta tenacemente serrata, in modo assai poco femminile, fra le gambe ed alla borsa a tracolla, stretta fra i denti, aveva legato un leggero foulard di seta a fantasia, dai tenui colori pastello.
Danila ridacchiando fra sé e sé pensava chissà se sarebbe mai riuscita a non correre per non arrivare in ritardo e terminò di prepararsi, sperando che nessuno le rubasse l'ascensore.
Più che altro si augurava di non sentire la voce della scorbutica e antipatica inquilina del piano di sotto, che non perdeva occasione di lamentarsi con lei. Appena sentiva la ragazza uscire di casa, sembrava che non aspettasse altro, saliva rapidamente le scale e mettendosi di fronte a lei la rimbrottava, appena sembrava che osasse fare qualcosa di più che respirare.
Se per caso riceveva degli amici e com'era logico indossasse delle scarpe con i tacchi, non altissimi, semplicemente tacchi, apriti cielo.
- Signorina!!! Stanotte non mi ha fatto dormire, dovrebbe decisamente limitare i rumori molesti. -
Una mattina Danila se la trovò davanti alla porta di casa mentre usciva - Signorina Latorre. - mai a chiamarla con il titolo per il quale aveva lavorato duramente 'dottoressa'.
- Ieri sera ha superato ogni limite!! II chiasso che fatto fino a tarda notte non mi ha permesso di dormire. Se non la smette, farò un formale reclamo all'Amministratore del condominio. -
Danila restò senza parole per un attimo, solo per un attimo, poi perdendo la pazienza che sino a quel momento aveva mantenuto le rispose: - Si sbaglia ieri sera ero a teatro. Tutti i rumori che asserisce di aver sentito, non li ho fatti certamente io! -
- Io non ho dormito per il chiasso che ha fatto!! -
Danila la fissò, con uno sguardo che diventava sempre più gelido e, con una voce che aveva perso ogni traccia del suo calore e che aveva assunto un tono sferzante le disse:
- Signorina Giurlo - rispose calcando la voce sulla parola Signorina - Come le ho già detto ieri sera non ero a casa. Ora sto andando a lavorare e non ho tempo da perdere. Se ha proprio voglia di fare una brutta figura, chiami l'Amministratore e faccia pure tutti i reclami che vuole, ma da questo momento non mi dia più fastidio. - ed entrando in ascensore lasciò basita sul pianerottolo quell'acida e anziana zitella.
Com'era prevedibile Ie lagnanze non finirono, ma l'Amministratore non le comunicò mai di aver avuto quel famoso reclamo, né qualsivoglia segnalazione contro di lei.
Danila aveva un grande rispetto per le persone anziane ma ormai quella donna non la sopportava proprio più. Dopo quella fastidiosa scenata, si augurava solo di non incontrarla in uno di quei momenti della giornata, magari al rientro del lavoro, in cui la pazienza era agli sgoccioli per essere stata bistrattata a lungo. In quel caso le avrebbe detto chiaro e tondo cosa pensava di lei, mettendola definitivamente al suo posto.
Se questa circostanza si fosse verificata e non fosse riuscita ad usare un tono gentile pazienza, era in pace con sé stessa, non avrebbe avuto nulla da rimproverarsi.
Miracolosamente in ordine, uscì dal portone, fece un cenno di saluto al portiere e si avviò a piedi verso l'ufficio con il lungo passo, ormai reso veloce ed elastico dall'abitudine.
Quella che considerava la sua grande fortuna era di vivere a Siena. La sua casa ed il suo ufficio erano nel centro storico dove il traffico non esisteva, infatti tutta la zona era stata chiusa fin dagli anni '70.
Tutte le mattine, quando andava e tornava dal suo ufficio, faceva un lungo tratto di strada a piedi, le era comodo per potersi svegliare del tutto all'andata e al ritorno scaricare la tensione dopo un'estenuante giornata lavorativa.
La macchina non faceva per lei, la considerava uno strumento adatto solo alle emergenze come una pioggia scrosciante o un'afa da quaranta gradi.
A Danila piaceva immensamente camminare la mattina, circondata da persone che come lei avevano qualcosa da fare, che con passo svelto si dirigevano verso la propria meta e che a volte, riconoscendola come un'abituè, le facevano un cenno di saluto.
Camminando a piedi, guardandosi sempre intorno, aveva la sensazione di immergersi nel mondo che la circondava sentendosi piena di calore.
Passava sempre attraverso via Vittorio Veneto per costeggiare i giardini pubblici sempre perfettamente curati. Amava l'odore dell'erba appena tagliata che le solleticava il naso, il canto dell'acqua scrosciante della grande fontana. Mentre camminava ascoltava, le risate degli studenti che si dirigevano in università.
Ormai ne riconosceva alcuni, quello alto e magrissimo sempre con gli occhiali da sole e lo skateboard sotto le consumate scarpe da ginnastica, la coppia di fidanzatini che camminava tenendosi per mano, e un gruppo di ragazze che si affrettavano tutte insieme, quasi spingendosi l'una con l'altra.
Si era resa conto che una di loro la osservava sempre attentamente e poco alla volta notò, adattato allo stile più giovane della ragazza, qualcuno dei suoi abbinamenti di colori e della bigiotteria più estrosa. La cosa la divertì e, se già prima quando decideva come vestirsi ci metteva molta attenzione, ora quando apriva l'armadio la mattina, iniziò a creare combinazioni sempre più audaci.
Un giorno la vide con una gonna e una maglietta, che in veste più giovanile, rispecchiavano un suo completo. Guardandola in viso le sorrise e fece l'accenno di un applauso. La ragazza fece un gran sorriso e - Buongiorno! -
Sorpresa Danila restò in silenzio per una frazione di secondi poi - Buon giorno e buona giornata a te. -
E da quel giorno si salutarono tutti i giorni, sempre più affettuosamente.

Barbara Ann Parker
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