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Writer Officina
Autore: Federica De Franco
Titolo: Change
Genere Fantascientifico
Lettori 86
Change

Back from the Future.

Anno 2008 – ore 03:45 – Londra.

Un suono fastidioso lo destò dal suo già agitato sonno. Joshua si mise seduto controvoglia sul bordo del letto passandosi stancamente una mano sul volto. Guardò la sveglia digitale posta sul comodino di fianco al letto, che segnava le tre e quarantacinque di notte. Con sguardo confuso si alzò per poi andare in cucina.
Se non era stata la sveglia a produrre quel suono fastidioso poteva essere stato solo il suo cellulare. Ma quale sano di mente telefonava a quell'ora? Dio! Sperava non fosse un cliente. Era un semplice detective privato, non Batman!
Arrivato in cucina, si sedette su di una sedia accanto al tavolo, che si trovava al centro della stanza, e cercò invano di abituare la vista alla piccola luce dello schermo. La serie di numeri digitali bianchi su sfondo nero, non l'aveva mai vista prima. Il fatto che potesse essere un cliente lo fece imprecare sottovoce.
Alzò lo schermo del cellulare a conchiglia e lo portò all'orecchio: – Pronto?
Dall'altra parte del telefono la voce limpida e cristallina di una donna gli rispose: – Joshua, sono Clara. – Era sua sorella maggiore Clara... Ormai erano passati tre anni dall'ultima volta che si erano sentiti, prima che se ne andasse via di casa.
– Ciao, sorella. Sono...– non riuscì a finire la frase che la sorella lo interruppe: – Ho bisogno del tuo aiuto.
- Felice di risentirti... - pensò il detective, cominciando già a pentirsi di aver risposto alla chiamata. – Per cosa?
– Mamma e papà sono spariti. Sono cinque mesi che sono partiti e non ho più avuto loro notizie. – I loro genitori. Eric ed Eloise, un archeologo e una biologa, erano soliti viaggiare per il mondo a causa del loro lavoro. Da sempre ossessionati che il figlio non avesse voluto seguire le loro orme, questa divergenza aveva causato a Joshua molti problemi, oltre che varie discussioni giornaliere e la sua finale fuga da casa. – Clara, non posso aiutarti.
Anche se non poteva vederla, sapeva che la sorella era su tutte le furie. – Joshua Lee Brand, non me ne frega un cazzo delle tue divergenze con i NOSTRI genitori, quindi ora muovi quel culo e vieni ad aiutarmi. Chiaro?
Joshua era fermo con il cellulare a una notevole distanza dall'orecchio. Sì, sua sorella lo avrebbe ucciso se non l'avrebbe aiutata. Riavvicinò il cellulare e, dopo un sospiro, parlò: – Dove sei?
– Sai già. – Il tono di voce della sorella diminuì quasi in un sussurro. - Dio, no! - sapeva già cosa significava.
– Mortal Valley. – E la sorella chiuse la chiamata.

Lì si sentiva al sicuro e protetta, illuminata da due larghi e caldi sorrisi splendenti e una luce abbagliante bianca. Poi la luce si fece più intensa, cambiò colore e i sorrisi svanirono. Il buio la circondava e il freddo le arrivava fin dentro alle ossa. Aprì lentamente gli occhi e un cielo nero senza stelle con un enorme luna piena e bluastra la illuminava. Era distesa sul terriccio umido e coperto di foglie e rametti. Si alzò lentamente e la testa le girava pericolosamente. Si appoggiò a quello che doveva essere il tronco di un albero e riaprì lentamente gli occhi che si erano serrati per lo sforzo. Si sentiva spaesata, si guardava attorno cercando di riconoscere almeno il paesaggio, ma era inutile, non aveva mai visto quegli alberi prima d'ora. Pian piano le tornarono in mente i ricordi e il perché fosse lì ma, soprattutto, come ci fosse finita. Fece un profondo respiro lasciando entrare l'aria fresca e pulita nei polmoni. Si sentì subito meglio, ora doveva solo trovare quei due.
Cercò di ascoltare tuto attorno a sé con attenzione provando a capire se ci fosse qualcuno o qualcosa, quando una voce profonda la fece sobbalzare. – Hey, ragazzina!
Si girò di scatto e portò una mano verso i pantaloni dove era sicura di avere il pugnale, lo prese e si mise in posizione di difesa.
La voce che l'aveva spaventata proveniva da un uomo alto e muscoloso, capelli scuri e occhi chiari, viso squadrato e coperto da una folta barba. Era vestito con un semplice jeans scuro e una maglietta grigia, nient'altro. Come poteva non tremare per il freddo come invece faceva lei? – Woah, calma! Non voglio farti del male.
Non si fidava, ovviamente, ma aveva bisogno di aiuto. Non sapeva dov'era con precisione, così posò lentamente il pugnale e si mise dritta facendo qualche passo indietro. – Dove mi trovo?
L'uomo sorrise in modo rassicurante e le si avvicinò di qualche passo. – Sei nella Riserva delle Querce. – La ragazza lo guardò perplessa e lui continuò: – A Mortal Valley. – La ragazza spalancò gli occhi incredula. Non era possibile. Non poteva essere finita davvero lì. – Sei serio?
L'uomo rise ma fece un cenno di assenso col capo. – Chi sei?
– Jane... Jane Stuart, tu?
L'uomo fece un leggero inchino piuttosto teatrale. – Mitchell Cromwell. Piacere.
Jane ancora non sapeva se poteva fidarsi di quello strano individuo. Infatti quando l'espressione del volto dell'uomo da rassicurante divenne seria e sull'attenti riprese il pugnale. Mitchell si guardò attorno fiutando l'aria come solo un cane sapeva fare, poi prese Jane per un braccio e la strattonò verso quello che sembrava a tutti gli effetti un sentiero fatto di pietre e cespugli. – Cosa fai? – Jane era allarmata e spaventata, non solo non capiva cosa stava succedendo ma la forza di quell'uomo era incredibile.
–Okay, Jane... posso chiamarti Jane? – L'uomo non aspettò una sua risposta ma continuò. – Non so da dove vieni e non importa ora ma sei in pericolo, è meglio che tu ti allontani da qui. Ti porterò da qualcuno che potrà aiutarti e tenerti al sicuro.
– Cosa? Chi?
Ora stavano letteralmente correndo per quei cespugli e sentiva distintamente che qualcosa li stava seguendo. – Ti porto alla Green Maison, dalla Druida.

Si stava cullando nel portico sulla sua sedia a dondolo preferita mentre leggeva un libro. L'aria della sera le soffiava tiepida e leggera sul volto e tra i capelli, ma d'un tratto divenne gelida e cominciò a soffiare più forte. Qualcosa non andava. Alzò lo sguardo dal libro e lo puntò verso le querce davanti alla villa. Dopo un po', dal sentiero di pietre, apparvero un uomo e una ragazza. Riconobbe subito Mitchell, che si faceva strada fino a fermarsi ai piedi delle scale del portico. – ʼSera Dalia. Spero di non disturbare.
La ragazza sembrava spaventata e spaesata. Era molto più bassa dell'uomo, aveva dei capelli scuri con alcune ciocche chiare, un viso pieno e con le lentiggini che spiccavano scure sulla pelle chiara. Indossava dei vestiti leggeri: una camicia leggera verde scuro sopra la canotta nera con dei pantaloni mimetici.
– Mitchell, è strano vederti qui con la luna piena.
L'uomo le sorrise caldamente per poi salire le scale del portico con la ragazza al seguito. – Questa ragazza ha bisogno del tuo aiuto.
– È luna piena, Mitchell.
– Per questo non posso aiutarla.
La donna sorrise e le cinse un braccio sulle spalle. – Salve cara, sono Dalia Douglas. Come ti chiami?
– Jane Stuart – rispose la ragazza, visibilmente confusa.
La donna la condusse alla porta. – Che ne dici di una tazza di tè caldo e un po' di riposo? Credo che ci sia qualcuno qui che ti aspetta.
L'uomo, constatato che la ragazza ora era al sicuro, scese le scale e si avviò al sentiero. Jane lo vide sparire fra gli alberi mentre la donna la incitò a entrare. – Benvenuta alla Green Maison.

Dopo ore di intenso lavoro e due ore in sala operatoria, poteva finalmente fare il suo giro di ricognizione sulle rive del Hollow Lake e andare a casa a riposare. Ma la notte aveva altri piani per lui. Infatti, quello che doveva essere a tutti gli effetti un vero e proprio corpo umano, era apparso dal nulla, nel cielo della notte, ed era caduto nelle acque gelide del lago. Avrebbe potuto pensare che era la stanchezza a giocargli brutti scherzi, che stesse delirando, ma sentendo il rumore dell'impatto del corpo contro la superficie dell'acqua capì che non stava impazzendo. Il tempo di lanciare borsa e occhiali da parte e si tuffò al salvataggio. Nuotare in quelle acque gelide alle nove di sera non era una cosa salutare, soprattutto se la stanchezza e il sonno non erano dalla propria parte, ma riuscì a nuotare abbastanza velocemente da arrivare al corpo che cercava di risalire per non affogare. Gli si avvicinò e lo aiutò salire in superficie. Quando furono finalmente fuori dall'acqua sulla riva, fece un respiro profondo per calmarsi. L'improvvisa scossa di adrenalina lo aveva sfinito.
Non passarono che un paio di minuti prima che si girasse completamente, prese gli occhiali e guardò al suo fianco il corpo salvato: un ragazzo sui sedici, forse diciassette, anni che respirava a fatica dopo aver buttato fuori tutta l'acqua ingerita poco prima. Aveva i capelli neri, la pelle pallida, quasi violacea, con quelli che sembravano nevi sparsi un po' per tutto il corpo e tremava. Il volto magro era deturpato da una cicatrice sul lato sinistro: partiva dal sopracciglio fino ad arrivare all'angolo della bocca. Era una linea netta che creava delle piccole increspature della pelle, come se fossero delle venature di una foglia. Il ragazzo aprì l'unico occhio funzionante e gli rivolse uno sguardo sconvolto. Quell'occhio era di uno straordinario colore ambra dalle venature verde scuro. Si fece forza, si alzò lentamente dal terreno umido e si rivolse al ragazzo che, nel mentre, si era alzato anche lui e si stava togliendo lo zaino dalle spalle: – Come ti senti? Stai bene? – Il ragazzo lo guardò spaesato. – Mi senti?
– Dove... – cominciò ma la gola gli doleva troppo. Tossì un paio di volte e riprese. – Sono Thomas Stuart... grazie per... prima. – Prese lo zaino e lo aprì. Era vestito in modo strano per un ragazzino: maglietta nera con una linea ondulata bianca orizzontale al centro e la scritta - Artic Monkey - sempre bianca, pantaloni militari, giubbotto da aviatore e un paio di scarpe verniciate di un verde militare. Prese dallo zaino un oggetto che non sapeva spiegare cosa fosse. Un tocco e quello strano oggetto piatto si illuminò.
– Io sono Milo Douglas. Senti, se hai dolore da qualche parte posso portarti all'ospedale o, se non vuoi andarci, puoi venire a casa mia e ti visito io, sono un medico.
Il ragazzo sembrò pensarci sopra. – Sono le nove e venti di sera, del... Che giorno è? Dove ci troviamo? – Milo sospirò. No, non lo aveva ascoltato.
– Siamo al Hollow Lake – si fermò quando vide la confusione sul volto del ragazzo – Mortal Valley, oggi è il 26 ottobre del 2008. Perché mi stai chiedendo queste cose? – Il ragazzo come risposta sbiancò di nuovo. – Stai bene?
– Non ci credo.... ce l'ha fatta...
Il medico cominciava a non capirci più nulla: un ragazzo cade dal cielo con strani abiti e uno zaino militare da cui estrae un oggetto alieno e ora gli chiede dove si trova per poi cominciare a parlare da solo. – Sei sicuro di stare bene? Senti io ti porto a casa mia, forse è meglio per entrambi...
Il ragazzo gli mise le mani gelide e tremanti sul petto per fermarlo. – Ho bisogno che mi aiuti a trovare una persona.
Milo lo guardò confuso. Prese i polsi del ragazzo e allontanò le mani di quest'ultimo dal suo petto. – Devi calmarti, okay? Se non ti calmi non posso aiutarti.
Il ragazzo fece un respiro profondo e chiuse l'occhio. Quando lo riaprì, dopo un paio di minuti, era calmo e non tremava più. – Devo trovare delle persone a me care e la druida.
Milo gli lasciò i polsi. – Parli di Dalia Douglas?
Il volto del ragazzo si illuminò. – Sì! Lei!
Milo sospirò, la serata non sarebbe finita come aveva desiderato. – Ti accompagno io da lei, dato che è mia zia...
Il ragazzo si mise lo zaino in spalla e lo seguì. – Dove andiamo?
– A casa mia. Alla Green Maison.

Joshua stava guidando da tre giorni. Non si era fermato neanche una volta. In fondo cosa cambiava se fosse arrivato più tardi, i suoi genitori non erano a Mortal Valley, ma dispersi. Di certo non li avrebbero trovati prima se fosse arrivato in cinque minuti o in due giorni. Però era meglio non far preoccupare la sorella.
Erano le otto e cinquanta di sera quando, mentre percorreva la parte ovest della Riserva delle Querce, immerso nei suoi ricordi, si ritrovò a dover frenare bruscamente per via di quello che doveva essere un corpo disteso nel bel mezzo della strada. Appena si riprese dallo spavento, vide che il corpo sull'asfalto, illuminato dai fari dell'auto, era di un ragazzo. Scese dall'auto in fretta e gli si avvicinò. Era un ragazzo sui sedici, diciassette anni, pallido con le lentiggini sparse per tutto il viso, capelli neri con alcune ciocche bionde, il viso ovale e delicato gli dava un aspetto femminile, gli occhi erano chiusi, forse era svenuto. I vestiti erano intatti, una maglietta verde scuro e un paio di pantaloni neri con delle scarpette da ginnastica consumate. Gli portò due dita al collo per sentire se il cuore batteva ancora: doveva essere svenuto, perché il battito c'era seppur debole. Dietro la testa, una piccola pozza di sangue bagnava l'asfalto. Decise che era meglio portarlo all'ospedale. Così lo prese fra le braccia e lo portò verso la sua auto, dove lo stese sui sedili posteriori, sebbene l'odore del ragazzo gli stava facendo cambiare idea. Prese il cellulare dalla tasca e chiamò la sorella mentre tornava al posto di guida.
– Joshua, sei già arrivato?
– No, Clara. Ascolta... Sono a ovest della Riserva, ho trovato un ragazzino svenuto per strada, dall'odore sembra umano ma non ne sono sicuro. È ferito ma non credo sia grave. Che faccio?
Aspettò una risposta dalla sorella per qualche minuto prima di ricevere una risposta. – Non so che dirti Josh... Solo... Portalo dalla druida, alla Green Maison.

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