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Autore: Lexie Rose
Titolo: MonoChrome
Genere Distopico Fantasy Rosa
Lettori 103
MonoChrome

Sono in fila. Cammino lentamente, un passo alla volta, seguendo la schiena della donna che mi precede. Non so chi sia, non la conosco, ma qualcosa mi dice che devo seguirla. È come se sapessi di doverlo fare. Un pensiero programmato nella mia testa che si ripete come il ticchettio di un orologio.
L'eco dei passi rimbomba ritmico intorno a me, sono cento, forse mille. Mi guardo intorno, avanti e indietro, verso l'immensa fila che continua in entrambe le direzioni. Non riesco a vederne l'inizio, né la fine. È così... strano. Alzo gli occhi per cercare l'azzurro del cielo ma è anch'esso coperto da uno strato di nuvole bianche. Non riesco a vederlo, non sono neanche sicura che ci sia.
Riesco a muovermi, così mi sporgo da un lato, cercando di capire cosa stia succedendo. Intravedo i miei genitori, sono poco più avanti. Li riconosco dagli abiti che indossano ma potrei sbagliarmi, non sono molto diversi da tutti gli altri.
Mi guardo intorno alla ricerca di guardie ma non credo di vederne, allora prendo un respiro e faccio un passo fuori dalla fila, rompendo lo schieramento e allontanandomi per osservare meglio.
Sembrano soldati. Immobili e senza espressione, fissano davanti a sé, sulla nuca della persona che li precede. Camminano con la schiena ritta e gli occhi spenti, quasi ipnotizzati.
- Dove stiamo andando? - domando, ma la mia voce risuona nel vuoto. Aspetto ma nessuno risponde, è come se non mi sentissero. - Che sta succedendo? -
Niente. Continuano in silenzio la loro trance. Comincio a camminare, poi a correre. Ma più corro, più le persone compaiono dal nulla, allungando quell'immensa catena. Arrivo alla base della Torre e devo chinare la testa all'indietro per riuscire a vederne la punta. La fila sembra confluire al suo interno. Le persone spariscono oltre la porta, una per volta, risucchiate nell'oscurità.
Una donna avanza lentamente, si stacca dalla catena e raggiunge da sola la soglia dell'edificio. È quasi all'interno quando qualcosa nei suoi occhi cambia. Diventano più grandi, più larghi. Scuote la testa e guarda intorno, come se si fosse appena svegliata da una lunga dormita. I suoi occhi incontrano i miei e riconosco subito il terrore. Ma non si ferma. Continua ad avanzare e il suo respiro aumenta a mano a mano che lo fa. Supera l'entrata e delle guardie vestite di nero la afferrano per le braccia, trascinandola verso l'interno.
La donna urla, mi guarda, ma la porta mi si chiude davanti, lasciandomi fuori.
No.
Corro e cerco di aprirla. Guardo a destra, sinistra, alto e basso ma non riesco a vedere la maniglia.
- AIUTATEMI - urlo. Ci saranno duecento persone dietro di me ma nessuno si muove. - Dobbiamo tirarla fuori, aiutatemi! -
Un tonfo scuote la parete e mi volto istintivamente verso un'altra porta che si è appena aperta, proprio alla mia sinistra. Impiego qualche secondo per capire che la donna che ne esce è la stessa che ho visto entrare pochi attimi prima. È lei, ne sono sicura, ma è completamente diversa.
Il vestito rosa cipria si è trasformato in una divisa. La schiena dritta e lo sguardo assente mi fanno venire i brividi. Comincia a camminare verso destra.
Che cosa succede?
Qualcuno mi spinge in avanti e mi si spezza il respiro. C'è qualcuno davanti a me, altri dietro. Sono tornata nella fila e cammino verso la porta.
Cerco di fermarmi ma non ci riesco, le gambe si muovono senza che io ne abbia il controllo.
Adesso lo sento. Il cuore battere all'interno del petto.
L'uomo davanti a me scompare e le ante di metallo si spalancano appena prima che il mio piede tocchi il ciglio della porta. Sono dentro. Qualcosa mi prende per i polsi, mi strattona in avanti, e solo dopo vedo i due uomini incappucciati apparire accanto a me. Si confondono con il buio che avvolge la stanza.
Cerco di muovermi, provo a dimenarmi con tutte le forze ma il mio corpo non sembra essere in contatto con la mia mente. Il mio corpo non sembra essere mio. Non si muove.
La porta si chiude alle mie spalle, nessuno mi sente più. Smetto di muovermi e mi lascio trascinare verso la stanza bianca.
E così, in un secondo, non sono più io.

Il soffitto bianco mi accoglie come tutti i giorni, piatto e fermo mi fissa dall'alto. Una goccia mi scivola dalla fronte, unendosi al tamburo nel petto, entrambi testimoni di un altro incubo. Ce l'ho da un po' ormai. È sempre lo stesso ma non riesco mai a ricordarlo perfettamente.
Sono sveglia da ore ma rimango sdraiata nel letto ad aspettare. Cosa? Non ne ho idea, ma soltanto la prospettiva di iniziare un altro giorno mi fa venire voglia di non alzarmi più. Non sono sicura che i miei incubi siano peggio della realtà che mi aspetta li fuori.
Mi sforzo di aprire gli occhi e mi metto a sedere. Il mondo è più pensante di ieri, ma riesco a lottare per arrivare all'armadio. Non so cosa guardo, non ha senso farlo. È un'abitudine che mi è rimasta ma che non serve proprio a niente. Come se potessi scegliere cosa indossare... La divisa è uguale per tutti e deve essere indossata da tutti, nessuno escluso. Bianco e nero. I soli due colori permessi, e non parlo solo per i vestiti. Gli edifici sono neri con le finestre bianche, o viceversa. Gli arredamenti dello stesso colore, tutto entro i confini della città è bianco o nero. Azzeccato, in realtà, come uno slogan rispecchia esattamente il modo in cui viviamo.
I colori non sono ammessi ma ho sempre cercato di non attenermi completamente a quella regola. Sotto la giacca di pelle bianca e la maglietta scura, indosso sempre una canottiera rossa. L'unica cosa che sono riuscita a salvare prima che distruggessero tutto. Nessuno la può vedere, però mi fa sentire meglio. Mi fa sentire meno uguale agli altri. Mi ricorda di essere diversa.
- Ultima settimana di scuola - esclama entusiasta mia madre da dietro il bancone.
La ignoro. Non mi va di litigare di prima mattina.
Le somiglio molto. Capelli castano chiaro, labbra carnose e quella punta di testardaggine che fa sempre arrabbiare tutti. Il colore degli occhi, invece, lo devo a mio padre. Un verde quasi azzurro.
Come sempre ha preparato un'abbondante colazione. Uova e qualche verdura al vapore. Mi sbrigo a mangiare ed esco di casa, so che Clarissa mi sta già aspettando.
Le strade sono già piene, tutti diretti verso il centro della città. Non ci sono auto, le hanno tolte quasi tutte. Dicono che è più sicuro così. Solo i rappresentanti della città e la sicurezza le hanno, ma le usano molto raramente. Non esistono autobus o treni, non più. Siamo costretti a muoverci a piedi, con la postura di soldati e lo sguardo basso. Per questo i volti che vedo sono sempre gli stessi, non ci muoviamo molto.
Avevo dodici anni quando il virus ha raggiunto la città e ancora mi sveglio con la speranza che sia solo un brutto sogno. Non mi sono ancora abituata a tutto questo, sebbene siano passati anni da quando la città è cambiata rimango ancora a fissare le centinaia di persone vestite tutte uguali intente, ogni giorno, a percorrere la stessa strada per fare il lavoro che il Sistema gli ha indicato. Non mi stanco mai.
Camminano tutti con il mento alto, sentendosi parte di qualcosa più grande di loro. E forse è proprio questo che li fa andare avanti.
Dieci minuti e una decina di isolati mi separano dalla scuola. La mia passeggiata quotidiana è diventata sempre più noiosa. Piano piano hanno cambiato tutto. Ogni negozio, bar o luogo pubblico è stato rimpiazzato da appartamenti ed edifici di altezze vertiginose. Ci hanno privato di ogni distrazione, per rendere i nostri compiti più efficienti. Efficienti, ecco la parola d'ordine.
L'accademia è un edificio bianco, squadrato. Ha enormi vetrate, come tutto il resto in città. È circondata da un ampio giardino e decorazioni geometriche in pietra. Claire mi sta aspettando seduta su una di esse. Sorride non appena mi vede arrivare.
La conosco da quando ero piccola, da prima che il mondo impazzisse. Lei è ciò che mi tiene ancorata al passato, a ciò che ero e ciò che non devo smettere di essere. È il mio colore in un mondo fatto di bianco e nero.
Si alza in piedi e cammina – no, corre – verso di me. I grandi occhiali scuri le rimbalzano sul naso, nascondendo gli occhi color terra. I capelli castano chiaro sono sempre sciolti e quelle labbra piene non smettono mai di muoversi. Non l'ho mai vista indossare altro che una gonna bianca, che rende la sua carnagione olivastra di un grigio spento.
- Ehi, Clarissa. -
Cerca di sistemarsi i vestiti, sposta la piccola tracolla, che non può contenere più di un foglio e una matita, dietro la schiena. Vorrei abbracciarla ma il Sistema non permette di farlo in pubblico. Gli scambi di affetto non sono permessi di fronte ad altre persone. Così ci sorridiamo e avanziamo verso l'enorme porta di vetro, mentre ascolto paziente una delle sue storie.

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