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Autore: Maurizio Ricci
Titolo: A.L.F.
Genere Fiction
Lettori 142
A.L.F.

- La storia di Donovan Bradley.

Khalid sfogò la sua verve artistica sulle immacolate pareti del corridoio. Con uno spray rosso impresse la sigla - A.L.F. - e il quasi scontato - animals free! - . Sembrava divertirsi un mondo ad imbrattare le mura.
Ad un tratto notammo un chiarore. Da una doppia porta veniva fuori una vivida luce bluastra che inondava parte del nostro percorso. In un primo momento pensammo potesse esserci qualcuno, un imprevisto nel sicuro piano di Greely, ma quando ci accostammo e guardammo attraverso le vetrate dell'ingresso, ci rendemmo conto che si trattava di una sala operatoria.
Per la prima volta nella mia vita mi domandai in tutta coscienza, se la ricerca umana stesse andando nella direzione giusta. Non spettava a me dare risposte, ma l'orrore di ciò che vidi là dentro mi sopraffece a tal punto, da farmi provare un odio senza fine per coloro che avevano messo in atto quella atrocità.
Su di una sorta di culla metallica, in una posa innaturale e legato stretto con cinghie robuste, c'era un Fox Terrier. Aveva il torace aperto e diversi tubi che ne uscivano. Collegato al suo cuore c'era una strana apparecchiatura elettrica e diversi sensori che inviavano dati a una struttura computerizzata. Quando le nostre torce illuminarono la scena, ci rendemmo conto dello spasmodico affannare dei polmoni della povera bestia. I suoi occhi trovarono la forza di fissarci, ma era uno sguardo vuoto, colmo di pace, come se quel debole sfavillio delle sue pupille larghe e morenti, ci volesse trasmettere un perdono che l'essere umano non meritava. Quel povero animale, tenuto in vita da una macchina e sottoposto a un terribile tormento per un puro fine scientifico, ci osservava, ma non vedevo rabbia, avversione, odio, in quegli occhi. Vedevo rassegnazione, comprensione quasi, perché in quegli attimi di agonia lui era ben oltre quello che la nostra ambizione spietata, il nostro voler dominare il mondo, potesse mai lontanamente intuire.
-Cosa gli hanno fatto? –riuscii a dire con un filo di voce.
Avevamo tutti gli occhi sbarrati di fronte a quell'abominio. John si girò verso un angolo dando di stomaco. Khalid lo sostenne e lo accompagnò fuori dalla stanza.
Patricia si avvicinò allo squarcio sul petto del cane e sentenziò: -Un pacemaker di nuova fabbricazione da testare. Da quello che vedo ci sono anche dei bypass aorto-coronarici.
-Bastardi. –disse Donovan uscendo anche lui dalla sala.
Dal muso del terrier usciva un flebile sospiro gorgogliante, che faceva rizzare i peli della pelle. –Gli hanno tagliato le corde vocali?
Pat annuì. –Fanno così di solito. Immagina il dolore provato da questa povera bestia. Pensa a quale tormento è stato sottoposto. Il suo guaito scioglierebbe il sangue anche del migliore assassino. Recidono le corde vocali per non sentire i loro pianti strazianti.
-Ma perché l'hanno lasciato così? Non riesco a capire...chi si è occupato di lui non deve possedere una briciola di umanità.
-Umanità? –disse Patricia con amarezza. -Chi gli ha fatto questo, ha pensato bene non fosse il caso di preoccuparsi troppo. A fine turno ha lasciato tutto com'era. Se il cane avesse superato la notte, avrebbe continuato l'esperimento domattina. Ecco cosa deve aver pensato chi gli ha aperto il petto.Mi accostai al cagnolino carezzandogli la testa. Lui socchiuse un poco gli occhi, come se gradisse quella piccola dimostrazione d'amore. Poi sollevando il muso mi lambì la mano con la lingua. Mi venne una gran voglia di piangere.
-Andiamo! –ordinò Kurt dietro di noi. –Non possiamo fare più nulla per lui.
-Qualcosa sì. –disse Patricia frugando nello zaino.
-Okay, ma fate in fretta! –replicò il tedesco uscendo nel corridoio.
Vidi la ragazza tagliare una fiala di vetro per poi infilarci una siringa. Tirò su una dose di Tanax e la iniettò in una delle flebo collegate al petto del cane. –Accarezzagli ancora un po' la testa, per favore.
Con le lacrime che venivano su, continuai a carezzarlo. M'accostai alle sue orecchie cantando una stupida canzoncina a voce bassa. Si trattava di una ninna nanna che ricordo cantava mia madre quando ero piccino: dormi tranquillo, diceva, veglierò io su di te...
Il cane si rilassò lentamente, sino a quando la luce nei suoi occhi si estinse del tutto e finì di soffrire. Uscendo dalla stanza lo fissai per un'ultima volta: un'ombra immobile e inerme sotto la freddezza delle lampade blu.
Quando venni fuori dalla sala operatoria, una strana sensazione si impadronì della mia mente. Mi trovavo a combattere contro un'intuizione negativa. D'improvviso non mi sentivo a mio agio, ero attanagliato dalla paura e dall'angoscia che qualcosa sarebbe potuta andare male. Nell'azione intrapresa contro la Fulton & Grouchester non mi era accaduto, ma lì dentro era come se mi mancasse l'aria. La visione degli occhi di quel povero cane che moriva, ebbe un effetto devastante sui miei nervi.
Intendiamoci, mi era già capitato di vedere la - dolce morte - nello studio veterinario di Lester, ma quella circostanza aveva fatto scattare in me un senso di stanchezza e il desiderio di essere da ben altra parte (magari tra le braccia di Alexandra). Mi arresi all'inevitabile svolgersi degli eventi, sperando che la cosa si chiudesse in poco più di un'ora. Donovan vedendomi appoggiato contro la parete con lo sguardo allucinato, si fece avanti.
-Tutto bene socio? –domandò scuotendomi. Tirò fuori una borraccia. –Vuoi un sorso d'acqua?
Sollevai il passamontagna e buttai giù una lunga sorsata. Dovevo avere il viso sudato e alquanto sconvolto, perché Don tirando su a sua volta il suo cappuccio, mi squadrò per bene.
-Sembra abbia appena visto un fantasma, amico mio.
Notai il suo viso tirato. –Neanche tu sei al massimo.
-Forse ho fatto male a convincerti a venire. Qui dentro si commettono atti terribili contro gli animali e dobbiamo essere preparati in qualche modo a questi orrori. Ma il nostro scopo adesso è liberarne il più possibile. Sei d'accordo? –mi domandò con voce forte come per svegliarmi da un brutto incubo.
-Sì, -dissi. –sono d'accordo.Procediamo.
-Allora dammi una mano. –aggiunse indicando alcune gabbie. –Khalid ha trovato dei cani da portare con noi.
Le prendemmo e procedemmo oltre la sala operatoria. Dopo alcuni uffici, trovammo una stanza piccola dove erano ricoverati due Beagle, un Terrier e un Pastore Tedesco. C'era un puzzo tremendo di escrementi e urina. Khalid aveva buttato in terra una generosa quantità di croccantini. Con grande cautela, dopo aver scardinato le Kurt annugabbie dove erano reclusi, cercava di avvicinarli. Erano impauriti dagli esseri umani, come era logico dovesse essere, ma dovevamo portarli via e in qualche modo guadagnare la loro fiducia. Ricordo che restai colpito dal fatto che non osassero nemmeno abbaiare.
-Hanno paura. -disse Patricia, quasi come se avesse letto i miei pensieri.
Infine i cani accettarono l'offerta e uscirono. Solamente il Terrier continuava a rimanere nella sua gabbia sporca. Patricia lo invitò con parole dolci, ma ottenne in risposta solo un cupo ringhio.L'animale ci mostrava le zanne e si mordeva con ferocia la base della coda.-Ha una brutta infezione. -disse Pat.
-Possiamo fare qualcosa? –chiese John che sembrava aver riacquistato lucidità.
-Gli inietto un calmante.Poi penseremo a curare l'infezione altrove. –rispose lei caricando un'altra siringa.
Nel frattempo Khalid cercava di blandirlo, porgendogli un biscotto con la mano. Ammirai il suo coraggio. Malgrado avesse dei robusti guanti, rischiava di essere morso. Il cane dopo un attimo di incertezza, dimostrò di non essere pericoloso, mangiando il boccone. Subito l'arabo gliene diede degli altri, per poi accarezzargli la testa e afferrarlo al meglio per condurlo fuori dall'angolo in cui si era ancorato. Dopo alcuni tentativi, il Terrier sembrò fidarsi e cominciò anch'esso a mangiare le crocchette, mentre con grande esperienza Patricia gli infilava nella cute dietro la testa la puntura di calmante.
Don cominciò a chiudere gli altri cani nelle gabbie. Tutto avvenne senza problemi.–Li trasportiamo subito?

Maurizio Ricci
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