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Autore: Marilena Fonti
Titolo: Belle ombre imperfette
Genere Racconti
Lettori 209
Belle ombre imperfette

Due anni, tre mesi e quattro giorni. E una manciata di ore. Riesco a calcolare il tempo anche senza calendario. E senza orologio. Mi basta guardare fuori, tra le sbarre, e indovinare l'ora secondo la stagione, per quello che mi serve. E comincio ad averne abbastanza delle balle che ci raccontano. All'inizio quasi ci credevo, ma ora capisco quanto siano inutili tutte le loro chiacchiere. Marta, l'educatrice, ci dice sempre che stare alla larga da certe situazioni non può che farci bene, che abbiamo dimostrato di non saper giudicare da soli quello che è bene e quello che non lo è, altrimenti non saremmo finite così, qui. Avrà anche ragione, ma alla fine del suo turno lei se ne torna a casa dalla sua famiglia, nell'alienazione di quest'inferno, questo regno del vuoto, ci restiamo noi. Ho cominciato a scrivere di questi miei tarli su consiglio della psicologa, anzi me l'ha proprio chiesto, faceva parte della - terapia di recupero - . Adesso però lo faccio quasi automaticamente, è un confronto con me stessa di cui non so più fare a meno. Mi metto in un angolo di questa fantastica suite e mi libero di qualche pensiero, un carico che ormai fatico a portarmi dietro. Ho cenato da poco e mentre Gemma, la ragazza di Caserta che divide la cella con me, ascolta musica con le cuffiette, io mi metto ad ascoltare me stessa. Stasera la mia compagna di cella ha voluto preparare la sua favolosa zuppa di zucca: fa cuocere la zucca con dell'acqua in cui scioglie un po' di dado e poi, 14 quando è diventata come una crema, ci fa cuocere dentro degli spaghetti spezzati. Dice che l'ha imparata da sua madre e io lo so che, quando la fa, le sembra di portare un po' di casa qua dentro. Le minestre non mi sono mai piaciute, ma quando mangio la sua zuppa mi sembra che anche questa cella sappia un poco di casa. Non si potrebbe cucinare qui, ma le guardie e gli educatori sono consapevoli che tanto lo facciamo, e chiudono un occhio; anzi, Lucia, la guardia che si occupa di noi, a volte ci procura lei stessa quello che ci manca. Non possiamo usare coltelli e per tagliare le verdure usiamo la parte superiore delle scatolette, dopo averla tirata via con la linguetta. Ormai abbiamo imparato come si fa e non ci ricordiamo neanche più dell'esistenza delle lame. Gemma ha qualche anno più di me; quando sono arrivata lei era già qui da qualche mese, trasferita da un altro istituto. Mi ha fatto un po' da guida. Non mi ha mai detto perché è finita dentro, ma tra non molto compirà ventun anni e chissà dove la manderanno. Ma meglio non pensarci adesso. Sul muro sopra al mio letto ci sono delle foto: ci ha detto Lucia che sono di Valia, una ragazza moldava che stava qui prima di me. Adesso è fuori, noi le foto non le togliamo perché è bello vedere qualcuno che da qui è uscito. Guardando la sua bella faccia dagli occhi che ridono ricordo come stavo quando sono arrivata. Stavo male, ero incazzata col mondo, però ne ero anche spaventata. E ritrovarmi chiusa qui, con tanti estranei attorno mi paralizzava. Poi, lentamente, ho iniziato a guardarmi attorno, a provare anche curiosità per chi mi stava vicino. E a sentire il bisogno di raccogliere i frammenti della mia vita, di rimettere insieme tutti i tasselli di un puzzle che avevo perso lungo la strada. C'era anche la voglia di allontanarmi da un mondo che non mi voleva. Ora l'unico desiderio che ho, invece, è di scavalcare queste mura; ce la farei, se non fosse per le guardie. Vorrei abbatterle queste mura, ridurle in frantumi, e correre dall'altra parte, via da questa realtà che non sopporto più. Le persone qui cambiano, ma sono anche sempre le stesse, e io ho paura di restare così, come loro, sempre la stessa. E questo pensiero a volte mi fa impazzire. Fatico a rimettere insieme i cocci della mia vita, ma capita che quando ho ricostruito un pezzo poi, all'improvviso, magari per un pensiero fulmineo o una parola sentita di sfuggita, mi si sgretoli di nuovo tra le mani. Ci sono momenti in cui proprio non mi sopporto, e stasera è uno di quelli. Quando mi sento così ho come l'impressione che di me ce ne siano due, e non sono mai sicura di quale delle due sia quella giusta, e allora vorrei fuggire anche da me. Per diventare cosa e per andare dove non lo so, quello che so è che faccio una fatica esagerata ad affrontarla così, questa vita. Mi fa paura anche guardarmi allo specchio, non so quale Federica potrei vedervi riflessa: quella sfigurata da questa cosa maligna che mi consuma dentro o quella di cui mi è rimasto un ricordo sbiadito ma che, lo so, ne sono certa, c'è ancora. Di vie di fuga ce ne sono un sacco: ci si può fare di droghe, di alcool, si può commettere un reato. E si può pensare. Io le ho provate tutte. A pensare ho cominciato da poco. E ho capito che si può voler fuggire da un'infinità di cose, non solo da questa cella. Da una famiglia in cui ci si senta un corpo estraneo, come un tumore; da un paese che precipita e ti trascina nel baratro; da problemi che non si vogliono affrontare; ed è facile perdersi. Io lo so. Nel limbo degli emarginati ci sono stata. Ci sono ancora. E allora si può solo mettere un lucchetto al cuore e tirare dritto senza lasciarsi suggestionare da tutto quello che c'è attorno. E questo l'ho imparato qua dentro. E poi c'è la coscienza, con cui non si può proprio evitare di fare i conti. Da lei è quasi impossibile fuggire, è un giudice implacabile, che non molla mai la presa. E io, per scappare da questo tormento, che mi accompagna sempre e mi opprime, come una scimmia accovacciata sulla spalla, chiudo gli occhi e parto. Abbiamo degli insegnanti volontari che vengono a farci lezione qua dentro. Io non ho finito le superiori: ho fatto il primo anno, due volte, e la seconda e non l'ho neanche completato. Se solo avessi preso la scuola con più serietà, mi dico a volte. Forse ora non sarei qui. Forse. Ma chi può dirlo, magari ci arrivavo lo stesso, per altre strade. Io nella mia scuola, quella che frequentavo prima, ho conosciuto un po' di gente e ho cominciato a trascurare gli studi. C'era uno più grande che catalizzava l'attenzione di tutti gli altri studenti: Filippo arrivava con la moto, col suo giubbotto di pelle, gli occhiali RayBan, la sicurezza spavalda di chi non ha paura di niente, forse perché non ha niente da perdere. Quando mi ha offerto un passaggio sulla sua moto per tornare a casa quasi non ci credevo. E poi è stato tutto un precipitare: lo sballo era quasi quotidiano, e il bisogno di soldi diventava sempre più pressante. Mi hanno presa in discoteca mentre cercavo di vendere roba a un'altra ragazza: due agenti in borghese, che tutto sembravano tranne che agenti, era da un po' che li vedevo nel locale, li avevo presi per frequentatori abituali e non m'ero preoccupata di usare cautela. Quando l'ho capito ho tirato fuori un coltello, dicono che abbia anche ferito uno di loro. Io non ricordo, ero fuori di me. E poi non mi va di ricordare. La nostra insegnante d'italiano mi ha dato dei libri da leggere: i primi tempi neanche li guardavo, li tenevo lì, sul tavolo in mezzo alla cella, e glieli restituivo così, come me li aveva dati. Poi ho iniziato a sfogliare qualche pagina, poi ancora qualcuna, e mi sono ritrovata quasi senza accorgermene dentro storie che mi portavano lontano, fuori, in mondi che non credevo esistessero. Nel mio paese non c'era una biblioteca, figuriamoci una libreria. La mia finestra sul mondo era la TV. E anche quella a un certo punto mi è stata stretta, come questa cella. E poi è arrivato Filippo. E Davide, e Lorena, e Ciro, e... Tanti. Tanti amici che mi facevano sentire voluta e al sicuro. Ora non so neanche che fine abbiano fatto, mia madre quando viene a trovarmi, una volta al mese perché il mio paese è lontano da qui, non me ne parla, e io non le chiedo niente. Mi racconta del paese, di casa, di mio padre, che non viene perché non ce la fa a vedermi in questo posto, e mi dice sempre: - Avevi preso il treno sbagliato, ma per fortuna qualcuno ti ha fatto scendere in tempo - . Mi fa anche un po' pena, non è vecchia, ma lo sembra, è ingrigita in questi due anni. Vorrei raccontarle dei viaggi che faccio senza muovermi dalla mia cella, così diversi da quelli a cui allude lei guardandomi sempre dritta negli occhi, come se volesse entrarmi nella testa. Vorrei raccontarle dei fantasmi di Catherine e Heathcliff che vagano nelle brughiere liberi finalmente di amarsi dopo la morte. Vorrei dire a mia madre anche di Alice che, seguendo un coniglio bianco, proprio come quelli che la nonna teneva in campagna, fa un viaggio assurdo in un mondo di sogno popolato di personaggi che lei neanche riuscirebbe a immaginare. E di come io la segua, come la sua ombra, il suo alter ego confinato in pochi metri quadri, ma con la testa che finché viaggia è libera. E vorrei raccontarle l'emozione condivisa col vecchio Santiago nelle acque della Corrente del Golfo e della sua lotta per catturare un pesce di cui non gli resterà più niente una volta giunto a riva, perché i pescecani lo avranno divorato prima. E che quando ero lì, col vecchio pescatore, ho pensato a lei e alla sua lotta continua in un'esistenza che non le ha donato niente. Me compresa. Perché io sono come quel pesce di cui restano solo le spine, sono niente, lo so. Lo sono diventata strada facendo, una brutta strada da cui l'avevo esclusa. Vorrei dirle di queste mie fughe in mondi lontani, ma poi sto zitta e ascolto lei. Quando va via mi accarezza la testa e mi dice sempre: - Fa' la brava. Dio ti benedica - . E io torno a rimettere insieme il puzzle. Un tassello dopo l'altro.

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