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Autore: Gina Marcantonini
Titolo: Il Cuore d'Oro di Madre Natura
Genere Fantasy
Lettori 165
Il Cuore d'Oro di Madre Natura

Prologo

Da bambina la mamma mi parlava sempre di un suo bi-snonno che nel testamento scrisse:

– Io sottoscritto Benigno Mifi, nel pieno delle mie capacità fi-siche e mentali, dichiaro qui le mie volontà. Chiedo che vengano lette, ad un anno esatto dalla mia partenza, nel caso non faccia ritorno da questo viaggio che mi porterà in luoghi mai esplorati.
Dispongo quindi che tutti i miei averi siano così distribuiti:
* Alla mia cara sorella golosa lascio tutti i miei dolci abbracci;
*Al mio fratellino scialacquone lascio le ultime quindici bottiglie della cantina di famiglia, che si ubriachi per non pensare alla sua povertà;
* Alla mia cugina pettegola lascio una copia di questo testa-mento, che si rincuori per una volta con chiacchiere vere;
*Al mio adorato nipote Mike lascio invece la mia casa, tutto quello che contiene e la storia che allego a questo documento. Sono sicuro che ne farà un ottimo uso.

In fede
Benigno Mifi

Questa storia fu fatta pubblicare in una cinquantina di copie, per farle regalare alle scuole dei paesi più vicini a quello natio del bisnonno della mia cara mammina. Il nipote del bisnonno, ossia il padre di mia mamma, cioè mio nonno, insomma il famoso Mike, era a quei tempi un ragazzo di 19 anni che amava sia lo sport che lo studio.
Assistette alla lettura del testamento con attenzione, poi scoppiò in una fragorosa risata e, quando si furono tutti voltati a guardarlo, disse: – Dai vostri occhi escono lacrime di odio per colui che ha saputo leggere nei vostri cuori –.
Prese quindi visione del manoscritto citato nel testamento, si trasferì nella dimora del suo benefattore e, con i soldi ricavati dalla vendita della sua, fece stampare il libro da una piccola casa editrice della zona.
Una volta ebbi anch'io l'occasione di vederne una copia. Aveva la copertina realizzata con uno spesso cartone azzurro e il titolo scritto con caratteri scarlatti in rilievo. Disegni arabescati incorniciavano la possente figura di un cervo dal fiero sguardo.
La storia che ora vi riporto, la sto copiando proprio dal manoscritto, cercando però di rendere lo stile verbale più simile all'Italiano moderno.
Ne modifico quindi un pochino la forma, ma non i contenuti.

Prefazione

Oggi mi accingo a scrivere il racconto delle mie avventure dopo aver redatto il testamento, per lasciare ai posteri anche una lezione di vita. Avendolo quindi messo nelle tue mani, caro nipote, sono sicuro che le mie volontà saranno esaudite.

14/03/1947
In fede

Benigno Mifi

Iniziamo a dire che, come molti sanno, la mia vita non è stata di certo esemplare, perché ho rincorso sempre un sogno trascurando i miei doveri familiari e religiosi.
Per questo miraggio, sono andato in giro per il mondo uccidendo centinaia di animali, cui solo ora chiedo perdono.
Certo, sono stato un cacciatore elogiato per la mia precisione. Pochi sapevano come me, mirare alla tempia degli animali e sfondargli la testa. Molti meno ancora, sapevano scuoiarne il corpo in modo da non rovinare neppure un centimetro della preziosa pelliccia.
Tuttavia, quello che mi spingeva sempre avanti, fino a scovare gli animali più furbi e intelligenti, che mi costavano molto più tempo di pazienti pedinamenti controvento, di poste sotto un freddo terribile, a volte rimanendo attaccato per ore su un unico spuntone di roccia o addossato a una parete alta anche più di cento metri, era un segreto legato a qualcosa che mi successe tanti anni or sono.
Un fatto che mi segnò l'esistenza e che accadde quando le mie ossa erano tenere, i miei muscoli non ancora temprati e il mio sesso inesperto. Avevo circa quindici anni, e quella sera ascoltavo annoiato le solite vecchie storie che il mio bisnonno ci stava raccontando.
C'era stata una gran festa in paese per il suo ottantesimo compleanno, e oltre a noi, nipoti legittimi, si erano radunati diversi altri monelli con la scusa di ascoltare le sue storie, ma attirati più dai famosi dolcetti della mamma.
Senza farmi notare, avevo cercato di squagliarmela di nascosto verso la cucina per assaggiarne in anteprima qualcuno, ma le donne di casa mi avevano scoperto e cacciato in malo modo.
– Monello di un birbante! – mi redarguì in modo severo mia mamma, ridendo sotto i baffi per la mia tentata mara-chella, –dovrai aspettare come tutti gli altri che siano pronti–.
Poco più tardi posarono un enorme e profumato vassoio sul grande tavolo del salone, dove un ampio camino scoppiettava alimentando l'atmosfera dei racconti del bisnonno.
– Adesso –, stava dicendo, – vi racconterò una storia mai sentita, un'avventura mai affrontata –.
– Sì, come tutte le altre volte –, pensai, – Vi racconterò di un pezzo d'oro grosso come una noce acerba. Lo sapete, ragazzi, dov'è nascosto questo pezzo d'oro? –.
Un coro di - nooo - si alzò dai presenti.
Era proprio vero. Il nonnino sapeva la sua parte alla perfezione, e con le sue parole anche l'evento più banale diventava un grande racconto pieno di avventura e mistero. Mi dissi che tanto dovevo stare lì, e allora meglio ascoltarlo quest'evento, che starmi a rodere il fegato senza far nulla.
Quella volta però la storia mi stava prendendo, non per autoconvinzione, ma perché veramente mi stavo appassionando. Il bisnonno assicurò che era un'antichissima leggenda tramandata di padre in figlio come una preziosa eredità. Solo che nessuno aveva mai avuto abbastanza fegato da andarlo a cercare, questo tesoro.
La leggenda dice che fosse custodito nel cuore di un ani-male vecchissimo e molto saggio, e per questo fu chia-mato:
- Il cuore d'oro di Madre Natura - .
Ad un tratto Giuseppe, uno dei figli maggiori di mia cugina Esterina, se ne uscì con una domanda che a tutti doveva esser sembrata molto intelligente, visto il coro di sguardi interessati che ne seguì: – Come può vivere un animale con un pezzo di metallo dentro al cuore? –.
– Perché paragoni l'oro a un metallo qualunque? –, rispose prontamente il nonno.
Quel racconto era così assurdo che non convinse del tutto neanche i più piccoli. Per un motivo sconosciuto, però, fece presa nella mia mente, e col passar del tempo cresceva dentro di me la voglia di scoprire cosa c'era di vero in quella strana storia.
– Di che animale si stratta? –, mi sentii chiedere a quel punto.
Il bisnonno mi lanciò un'occhiata acuta, a metà tra un sorriso e un'approvazione, ma continuò imperterrito il suo racconto facendo finta di non avermi sentito.

Uno stile tutto mio

Fin da piccolo mio padre mi aveva insegnato a sparare col fucile, e crescendo mi convinsi che il cacciatore di pelli poteva essere un lavoro come un altro per guadagnarmi il pane.
All'inizio andavo con gli adulti della famiglia. Poi, un giorno, decisi che ero pronto per cercarmi una preda tutta mia. Avevo appena quattordici anni ma, a detta di tutti, anche la scaltrezza di un ventenne.
Andai a est dalla solita zona frequentata dal gruppo di mio padre, perché sapevo che da quelle parti passava un giovane cervo per recarsi a mangiare in un prato poco lontano. Ci misi due ore per trovare la pista e dopo un'altra di pedinamento lo vidi che pascolava tranquillo sui bordi di un ruscello di montagna.
Mi appostai dietro uno spuntone di roccia sperando che la direzione del vento non cambiasse, e al momento giusto esplosi un solo colpo fracassandogli il cranio.
Gli altri cacciatori mi criticavano per questo modo di uccidere le prede, dicendo che era meglio mirare al cuore perché così non si sporcava la pelliccia.
Gli rispondevo dicendo che ho un sistema infallibile per togliere il sangue. Segretamente, invece, lo adottai fin dall'inizio perché odiavo avvicinarmi alla preda e vedere i suoi occhi accusatori che m'incolpavano d'infiniti peccati.
Provai una volta a parlare a mio padre di questo problema, ma mi rispose che – è naturale: la preda mica è contenta di essere ammazzata –.
Forse aveva ragione: come poteva un cacciatore sentirsi in colpa per far qualcosa di necessario per la sua sopravvivenza? Riflettei molto su questo e col tempo iniziai a non farci più caso, ma non cambiai mai il consueto modo di agire.
Un anno dopo conobbi la mia Beatrice, il nostro fu un incontro di sguardi e m'innamorai all'istante. Dal quel momento in poi ebbi un nuovo motivo per cercare di fare sempre buona caccia: portare doni alla sua famiglia.
Quasi dimenticai il mio scopo, perché avevo sempre lei nei pensieri. Sei mesi dopo chiesi la sua mano al padre che acconsentì solo dopo avermi parlato - a quattr'occhi - .
Non ci vedevamo spesso, ma ogni volta era meraviglioso, e in quelle due orette che passavamo in-sieme, mi sembrava di toccare il cielo con un dito: avevo totalmente e irrimediabilmente perso la testa. Certo, avrei voluto vederla più spesso e da soli, ma a quei tempi non era consentito, e non volevo proprio rovinare la buona opinione che i suoi avevano di me: un padre offeso non ci pensa due volte a negare alla figlia il permesso di maritarsi.
Nei tre anni successivi continuai ad andare a caccia, e il successo fu tale che mi permise di mettere un bel gruzzolo da parte per la cerimonia.
Beatrice ed io ci sposammo il tre maggio milleottocen-to90. Decisi di rifarmi delle costrizioni pre/matrimoniali nei quattro mesi successivi, che passai quasi esclusivamente con la mia splendida e dolcissima consorte, per parlare, amoreggiare e conoscerci a fondo.
Letteralmente l'adoravo e tutto di lei mi piaceva, anche i suoi difetti. In ogni modo, dopo quei mesi, dovetti ricominciare le mie battute di caccia se avessi voluto mantenere la famiglia che prima o poi sarebbe cresciuta.

Neanche a dirlo, infatti, un giorno, tornando da una delle esplorazioni, trovai i miei suoceri con la mia adorata Beatrice tutti sorridenti. Lì per lì, mi sembrò normale quel piccolo raduno di famiglia, ma quando mi mostrarono un paio di scarpine minuscole capii.
Inaspettatamente tutte le mie resistenze mascoline svani-rono e quasi svenni. Subito soccorso da un bel bicchiere di liquore, mentre arrossivo per aver mostrato una debolezza che non sapevo di avere.
– Tranquillo –, mi rassicurò mio suocero, – reagii così anch'io la prima volta che seppi di esser dover diventare padre –. In cuor mio avrei urlato per la felicità, ma mi ricomposi nel modo più veloce che potei.
Nove mesi dopo nacque il più bel bimbo che avessi mai visto, forse perché era il mio, ma mi sembrava un gioiello splendente. Per fortuna anche la sua mamma non ebbe conseguenze, e anzi non l'avevo vista mai così radiosa.
Mettendo da parte questo lato della mia vita, continuai sempre la ricerca, e con la scusa di dover mantenere la famiglia andavo sempre più lontano.
All'inizio stavo via per quindici o venti giorni al massimo, poi iniziai a fare viaggi lunghi anche tre o quattro mesi.
Ormai avevo anche preso contatti con cacciatori all'estero che sempre più spesso mi chiedevano di accompagnarli nelle loro spedizioni, data la mia esperienza e la nomina di cacciatore senza paura. Coglievo quelle occasioni per fare domande e chiedere informazioni, ma senza svelare la mia segreta missione.
Periodicamente spedivo cartoline, soldi e regali a casa, e anche se sentivano terribilmente la mia mancanza almeno quanto la sentivo io di loro, non riuscivo a fermarmi.
Passavo di paese in paese, cercando di conoscere gli av-venturieri del luogo e sperando di avere qualche notizia utile per la mia ricerca.
Più di una volta seppi di un orso, di un cervo o di qualche altro animale che sembravano avere qualcosa di speciale, particolare o inspiegabile. Di alcuni, i cacciatori dicevano che avevano più di cent'anni, altri che erano di dimensioni straordinarie. Insomma erano abbastanza mitizzati e, col tempo, imparai a distinguere i racconti dove la realtà veniva stravolta, da quelli dove invece c'era un fondamento di verità.
Trovai e uccisi molti degli animali che avevo incluso nel secondo tipo di storie, ma nessuno di loro aveva il pezzo d'oro nel cuore.
Una volta arrivai perfino a cercare il bufalo bianco di una delle antiche leggende dei nativi americani. A quei tempi non conoscevo così bene gli - indiani d'America - dal sapere che odiano esser chiamati in quel modo, e per capire che la maggior parte dei loro animali mitologici hanno ben poco di fisico, essendo spiriti guida. Forse, chi mi raccontò la leggenda era uno che ne capiva meno di me. Non potevo di certo sapere che i luoghi e le date d'avvistamento, che mi avevano fatto prendere lucciole per lanterne, erano state aggiunte da lui per rendere verosimile le sue panzane.
Quella fu l'ultima volta che riuscirono a ingannarmi.

Gina Marcantonini
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