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Autore: Maria Lidia Petrulli
Titolo: Il volo della libellula
Genere Giallo Psicologico
Lettori 197
Il volo della libellula
Amelie

Opificio delle Pietre Dure di Firenze
7 gennaio 2012
Amélie si toccò la fronte, controllò i battiti del polso, si schiarì la gola, tossì per scoprire una possibile raucedine che le rivelasse la presenza di un'infiammazione; si concentrò poi sulla testa, fletté i muscoli del collo, respirò a fondo e premette le mani sul petto. “Qualcosa non va” si disse.
Rivolse quindi l'attenzione all'interno del suo corpo come aveva visto fare in un ivi, e si rappresentò una sonda con cui analizzò il ventre e il torace: allora il cuore accelerò bruscamente, il respiro si ridusse a un sibilo, il vellichio alla gola divenne insopportabile, un tremore ansioso si diffuse alle braccia e alle gambe, e le vertigini le oscurarono la vista. A quel punto, l'addome si contrasse, partì la colica e lei corse in bagno.
Tornata dalla gita in gabinetto, un'ondata di calore si riversò dalla faccia al cervello, la vista si annebbiò e il respiro si bloccò di colpo.
“Sto male, devo aver preso freddo, forse ho il raffreddore, magari l'influenza, sono certa che si trasformerà in polmonite”, pensò.
Amélie frugò nel borsone che teneva sempre a portata di mano, un modello antiquato in finta pelle che aveva trovato al mercatino delle Cascine un martedì mattina, nel quale aveva di tutto, dai fazzoletti alle mascherine ai medicinali più disparati, ordinati meticolosamente in apposite scatolette con tanto di etichetta: diuretici, cortisonici, antinfiammatori e una montagna di ansiolitici. Quel che sarebbe occorso per arrivare viva in ospedale nel caso fosse in fin di vita.
L'aveva soprannominato “la borsa salvavita”.
Prese un fazzoletto e lo passò sulla fronte sudata. Tremava, aveva i brividi. “E se fosse un tumore al cervello?”. L'ansia raggiunse livelli insopportabili e la stanza prese a vorticare. Amélie si aggrappò al bordo del tavolo.
- Amelie san, potere aiutare me? Io difficoltà - .
Narumi Sasaki, la borsista giapponese, era entrata nel laboratorio con una piccola tela in mano. Amélie sollevò lo sguardo su di lei. La ragazza si esibì in un inchino rispettoso, al termine del quale si avvicinò al tavolo dove la restauratrice stava lavorando.
La donna prese dalle mani di Narumi il dipinto: era un paesaggio del Seicento di fattura non eccellente, sul quale il tempo si era accanito con durezza. Amélie rivolse nuovamente lo sguardo su Narumi che attendeva a capo chino davanti a lei. Si sforzò di sorridere e le fece cenno di sedersi. La deferenza che l'allieva giapponese mostrava nei suoi confronti le suscitava tenerezza, e il suo viso pulito con gli occhi sgranati, la sua particolare espressione timida e un poco ansiosa, la strapparono ai terrori che aveva in testa. - Siediti - la sollecitò. - Iniziamo insieme e poi continuerai da sola - .
Narumi sedette di fianco ad Amélie e attese in silenzio.
Amélie osservò attentamente il dipinto, aprì il cassetto del tavolo e scelse i colori, li mescolò delicatamente aggiungendo piccole quantità di olio di lino, finché non ottenne la sfumatura e la consistenza desiderate. Intanto pensava alla ragazza seduta accanto a lei. Narumi Sasaki lavorava all'Opificio da qualche mese e sarebbe rimasta per un anno e mezzo; non si era fatta amici fra i colleghi, con i quali scambiava qualche saluto e poche parole formali. Per quel che Amélie ne sapeva, le sue relazioni personali si limitavano a una ristretta cerchia di studenti giapponesi che prestavano la loro opera nell'Opificio e in altre università della città medicea. D'altronde, si disse, non c'era molto da stupirsi, considerando che lei stessa viveva a Firenze da due anni e, esclusi i colleghi di lavoro, non conosceva nessuno.
Amélie scelse un pennello da ritocco numero nove e lo intinse con cura nel colore, osservò bene la tela e spiegò all'allieva come procedere. Le piaceva insegnare. Mentre parlava e seguiva con lo sguardo le trame del paesaggio, le mani di Narumi e le proprie intente a ripercorrere le orme del passato, fu come se una brezza fresca portasse via con sé ogni pensiero e preoccupazione, e in capo a dieci minuti tornò sana e intonsa, senza vellichii, vertigini o altri sintomi; quando terminarono si sentiva benissimo e piena di energie. Influenza e polmonite erano state dimenticate.
- Grazie, Amélie san - .
Narumi portava stampate sulla faccia tutte le sfumature della soddisfazione, come una scolaretta che avesse appena risolto un problema che credeva irrisolvibile. S'inchinò rispettosamente e uscì.
“Chissà come fanno i giapponesi a essere sempre sorridenti, dicono sempre di sì, mi sembrano soldatini. Devo leggere qualcosa su di loro per capire da cosa viene tutta questa cortesia!” rifletté Amélie con un sospiro. Le avevano sempre fatto notare i tratti orientali del suo viso, e con quel po' di civetteria che le era rimasta rovistò nella grande borsa salvavita e prese uno specchietto. I capelli corvini e lisci e gli occhi a mandorla avrebbero tratto in inganno chiunque. “Quanto meno ho un'aria esotica” scherzò fra sé.
Riposto lo specchietto, tornò a concentrarsi sul proprio lavoro. Intanto ripensava al malessere di poco prima, all'altalena di sensazioni fisiche che facevano scattare in lei la paura di malattie gravi e il terrore di morire, per poi dissolversi davanti a qualsiasi evento che riuscisse a farle stornare l'attenzione da se stessa.
Con un sospiro rassegnato, Amélie tornò al dipinto che stava restaurando, cercando di tenere lontano ogni possibile pensiero disturbante; voleva godersi la tregua che il cervello aveva deciso di concederle, quella sana sordità ai piccoli normali richiami del suo corpo che, inevitabilmente, le davano l'impressione di essere a due passi dalla tomba.
Amélie sapeva di cosa soffriva. L'ipocondria non le dava pace da due anni, da quando era arrivata a Firenze dopo aver lasciato Parigi; prima non ne era completamente immune, ma non condizionava la sua esistenza al punto di non lasciarla vivere serenamente.
La domanda scivolò fra le maglie della sua coscienza senza incontrare ostacoli: “Cosa mi aspetterà all'uscita?”. Rifiutò con decisione di farsi distrarre da nuovi dubbi e si concentrò sulla tela.
Alle sei di sera stava ancora asportando i frammenti di una seconda pittura applicata sullo strato sottostante; circoscrisse l'area d'intervento e proseguì il lavoro. Non le dispiaceva attardarsi, soprattutto quando restava sola e poteva lasciare l'Opificio senza doversi relazionare per forza con i colleghi.
Si premurò comunque di avvisare il guardiano che si sarebbe trattenuta un po' più a lungo.
Quando uscì, erano quasi le diciannove e l'umidità creava una massa densa che s'insinuava attraverso il collo e i polsi, così si strinse nel piumino, calcò bene sulle orecchie il berretto di lana e imboccò via dei Servi, diretta al centro storico. Testa incassata nella sciarpa e passo lungo, si lasciò alle spalle le vetrine, ignorando qualsiasi eventuale distrazione, tutta concentrata sull'impresa di attraversare le viuzze che le consentivano di accorciare il tragitto senza che le venisse un attacco di panico. Non sapeva perché fosse proprio il centro storico a crearle il maggior disagio, fatto sta che le provocava un senso di soffocamento che, nove volte su dieci, portava allo scatenarsi della crisi. Sempre con gli occhi fissi a terra, uscì finalmente dall'intrico delle vie del centro e sbucò in via dei Fossi, dove abitava; da lì all'Arno erano solo pochi metri e lei indugiò, cercando di capire se, quella sera, avrebbe potuto concedersi di rischiare e affrontare una passeggiata lungo il fiume.
Un improvviso senso di vertigine la convinse che non era la serata giusta, e s'infilò dentro il portone, affranta e in gabbia.
Mentre cercava il pulsante della luce nell'androne, sperò di riuscire l'indomani a far valere il proprio diritto alla libera uscita sul suo inconscio, senza che però la cosa le fosse di gran consolazione. Aveva già abbordato il primo scalino, quando si ricordò di dare uno sguardo alla cassetta delle lettere.
Allora si volse, scorse un foglietto bianco, tornò indietro e la aprì, pensando di trovare una delle solite pubblicità.
Invece, era l'avviso di una raccomandata. La circostanza la fece impallidire, la fronte le s'imperlò di sudore e salì di corsa le scale sino all'ultimo piano, dove abitava, prima che una qualche tremarella glielo impedisse. Col respiro corto per l'affanno, si domandò come avrebbe raggiunto l'ufficio postale
senza che si scatenasse un attacco di panico. Il solo pensiero le fece provare l'ennesimo senso di estraneità e le pareti le vorticarono intorno per qualche attimo.
Cercò di calmarsi ricorrendo alle frasi rilassanti apprese dal solito ivi, alle quali ne aveva aggiunte di personalizzate e, come il ivi prometteva, riuscì a riconquistare una certa padronanza delle sue emozioni.
Si disse che era quello il motivo per cui non riusciva a farsi degli amici e i colleghi avevano smesso di invitarla. A furia di rifiutare e inventare scuse, probabilmente si erano convinti che lei fosse una snob, abituata a frequentare il Lido o comunque gli ambienti più eleganti e alla moda di Parigi, una di quelle dell'alta società che credono di essere chissà chi e che non vogliono avere a che fare con i borghesucci. Come
si suol dire in Italia, probabilmente la ritenevano una di quelle “con la puzza sotto il naso”, che a Firenze si sente solo di passaggio perché troppo provinciale rispetto alla Ville Lumière, dove sarebbe sicuramente tornata quanto prima.
Amélie sapeva che loro non potevano di certo immaginare come viveva, era talmente assurdo che non ci avrebbero creduto o avrebbero pensato a uno scherzo se glielo avesse raccontato.
Di conseguenza, poteva dire addio a qualsiasi possibilità d'incontrare un uomo; si rammaricò. Amélie si sentiva sola, al sicuro soltanto fra le sue quattro mura.
Aprì il frigorifero e prese a casaccio maionese, salsiccia e formaggio, mise tutto sopra un piatto, arraffò il cestino del pane e cenò appollaiata davanti alla finestra, finalmente libera di ruotare gli occhi a gradi, invece di averli puntati sulle scarpe o davanti a sé; libera di invidiare la vita che scorreva nel mondo esterno, sui passanti, i fari delle macchine, le luci ammiccanti delle case lungo l'Arno. La vita pulsava e scorreva come il fiume e lei ne era esclusa a causa di una paura senza nome. Accennò a canticchiare una nota o due, una vecchia canzone, poiché sentire la propria voce era come un lumino nella nebbia: allontanava i fantasmi e le paure.
Serrando i denti, Amélie affrontò gli ottocento metri che la separavano dall'ufficio postale. Marciava piegata in due, lottando contro le gambe che minacciavano di cedere, e la certezza che un evento disastroso le sarebbe capitato fra capo e collo di lì a poco.
Fece la fila cercando di immaginarsi da tutt'altra parte e, quando arrivò il suo turno, ringraziò mentalmente l'impiegata - troppo indaffarata per rivolgerle uno sguardo e accorgersi che stava per svenire –, afferrò la sua lettera e si precipitò fuori, quindi decise di ingannare la paura leggendo la missiva.
Dimenticò così il percorso che doveva ancora fare per raggiungere l'Opificio.
La busta non era di quelle ordinarie; Amélie la girò per leggere il mittente. A scriverle era lo zio materno Gérard Gatte, vecchio scapolone che aveva trascorso la sua vita fra champagne, alberghi a cinque stelle, donne e un lavoro imprenditoriale in una grossa azienda. Un tipo eccentrico, eternamente indaffarato ad andare in giro per il mondo e a cogliere le occasioni migliori per godersi onestamente l'esistenza.
Amélie aveva sempre avuto un debole per lui, per la sua vita anticonformista e per la sua vocazione al senso del piacere, consapevole che lo zio Gérard provava i medesimi sentimenti nei suoi confronti. Quando ancora era solo una ragazzina dalle gambe lunghe e magre, lui l'aveva portata spesso con sé nei suoi viaggi, facendole conoscere il mondo attraverso i propri occhi. Amélie condivideva con lo zio l'amore e la curiosità nei confronti dell'arte, oltre al modo di vedere le questioni più delicate della vita, trovandosi sempre sulla sua stessa lunghezza d'onda.
La donna ammirò la carta pergamenata écru della busta, in sintonia perfetta con lo spirito raffinato di suo zio, acquistata sicuramente nel quinto arrondissement da Calame e Parchemin, la più antica cartoleria di Parigi, dov'era ancora possibile trovare carta fatta a mano anche se a prezzi esorbitanti.
Suo zio non aveva l'abitudine di prestare troppa attenzione a quest'ultimo dettaglio. Amélie fece scorrere le dita sulla superfice rugosa, quell'effetto ricercato che Gérard amava tanto, ottenuto mettendo carta meno pregiata in acqua, pestandola con un mortaio e tendendola su un telaio, per poi, infine, stenderla su una lastra di formica, e il cui segreto era di quella cartoleria e di nessun'altra. Anche l'inchiostro aveva le sue peculiarità. Essendo prodotto in esigue partite fatte con galle di quercia, lo zio Gérard aveva l'abitudine di acquistarne quantità discrete per sopperire ai periodi in cui la sua cartoleria preferita ne era sfornita. Amélie sorrise.
Quei piccoli rituali apparentemente snob di suo zio, in una società che richiede praticità e buon mercato, rappresentavano il suo tentativo di creare una personale commistione fra presente e passato, che cercava di infondere alla sua stessa vita. Amélie sollevò con cura i lembi del triangolo che sigillavano la busta, poi estrasse il sottile foglio sul quale risaltava la scrittura elegante e arrotondata di suo zio, con le iniziali fuori misura e dei cerchi al posto dei puntini.
Cara nipote,
insieme a un modesto regalo per il tuo prossimo compleanno, che troverai sul tuo conto in banca, ti invio un singolare ritrovamento di un mio caro, vecchio amico, consumato bibliofilo, che ne è venuto in possesso nel corso di una ricerca in una delle tante biblioteche nobiliari che frequenta. Il quesito che si pone di fronte a tale rinvenimento è chi possa esserne l'autore, e ho pensato che fossi la persona più adatta a far fronte a un'incombenza tanto delicata quanto complessa. Prendi tutto il tempo che ti occorre, ho precisato al mio amico che si tratta solo di una possibilità di venirne a capo, e se il rebus dovesse solleticare la tua curiosità e divertirti, sarò lieto di aver contribuito a un momento di piacere.
Tuo affezionato
Zio Gérard
Amélie rimase qualche attimo col foglio sospeso davanti al naso, quindi lo rimise nella busta e sfilò il cosiddetto “rinvenimento”.
Un foglio interamente ricoperto da occhi disegnati che guardavano in ogni direzione, occhi differentemente ombreggiati e ripresi da diverse prospettive. Amélie corrugò la fronte. Si trattava di uno studio. Sull'altra faccia del foglio erano state vergate due frasi: - Fondere i punti di vista in un solo centro di vista - e - Libero di pensare, sognare, lavorare - .
- Appunti - rifletté a voce alta. - Potrebbero essere di chiunque - .
Amélie sollevò lo sguardo sulla strada ancora da percorrere. Era quasi arrivata all'Opificio e si domandò come avrebbe reagito il gaudente zio se avesse saputo della sua ipocondria, degli attacchi di panico e del fatto che riusciva a malapena a raggiungere il posto di lavoro. Di sicuro avrebbe pensato a una burla, a uno scherzo ben architettato che lei voleva fargli.
Ripose anche il foglio disegnato e sistemò la busta con il suo contenuto nella borsa, fra le pagine di un bloc-notes, affinché non si stropicciasse.
Forse le avrebbe fatto bene andare a trovarlo, così pensò di proporgli di accompagnarlo in uno dei suoi viaggi. Con lui si era sempre sentita al sicuro e, se si fosse confidata, l'a avrebbe di certo aiutata ad affrontare quella maledizione con una delle sue ricette.
Quel pensiero appena osato le provocò la dispnea. In preda all'agitazione per essersi permessa un'ipotesi tanto audace, Amélie prese fiato, si strinse al petto la borsa salvavita con tutti gli ammennicoli al suo interno - medicinali, garze e mascherine – e varcò la soglia dell'Opificio in ritardo di mezz'ora e con la consapevolezza che stesse per accadere l'irreparabile.
Maria Lidia Petrulli
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