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Autore: Teresio Asola
Titolo: Spegnere il buio
Genere Romanzo
Lettori 89
Spegnere il buio

Dalla soglia Tiziano sbirciò fuori. L'avenue era affollata. Un uomo camminava con una gorba sul capo piena di enormi pani, una donna procedeva dritta bilanciando un cesto in testa, un giovane proponeva uno strumento musicale cilindrico con corde metalliche, gruppi di bambini andavano a scuola in divisa, un venditore ambulante proponeva timbri di gomma, due ragazzi trainavano ognuno un carretto colorato a due ruote pieni l'uno di verdure e l'altro di frutti, un venditore di giornali teneva in equilibrio sulle braccia una pila di quotidiani disposti in verticale perché se ne vedesse la prima pagina. Ovunque sorrisi e allegria.
Tiziano abbassò il capo a riguardarsi la giacca, la camicia, i pantaloni e i mocassini. Per la prima volta ebbe la sensazione di essere un tantino fuori posto; poi pensò che i suoi colleghi a quell'ora timbravano il cartellino in azienda; di nuovo scosse le spalle. Quando posò il piede sul marciapiede, mappa della città aperta in mano, si sentì Neil Armstrong sulla luna.
Il sospetto che non tutto di sé fosse perfetto divenne certezza quando, superato il piccolo slargo di fronte all'hotel, si sentì circondato da sguardi curiosi e chiacchiericci convulsi, per poi venire assalito da una torma di tassisti. Non ebbe il tempo di domandarsi il perché, impegnato a dribblare la folla urlante allungando il passo sui mocassini neri.
- Signore, signore! - gli gridavano dietro, in un francese concitato ma melodioso, più voci all'unisono.
Tiziano ricacciò il telefonino nello zaino, poi piegò svelto e nascose nella tasca della giacca la mappa, che lo faceva troppo turista. Mentre accelerava, educato rispondeva - No, grazie, non ora! - e implorava - Per favore, no, grazie! - . Svoltò a destra sull'avenue. Lo sfiorò un dubbio: più dell'abbigliamento da bancario, non era stata buona idea essersi messo in cammino per andare dalla caotica città bassa dove alloggiava a quella alta dell'hotel Colbert e del Palazzo Presidenziale, anziché prendere un taxi.
- Signore! - esclamò quasi cantando un venditore di giornali, mostrando a Tiziano la prima pagina di un quotidiano. Tiziano declinò e, sorridente, accennò una risposta. Peggio. Il venditore lo inseguì, sorriso sulle labbra. "Meglio ignorare" pensò Tiziano. "Se ne fossi capace".
- Signore! Per favore! - implorò una donna - signore, compri della vaniglia, buona vaniglia! Signore, la vaniglia! Diecimila ariary! -
Sorrise, Tiziano, in risposta al sorriso di lei, concedendole pure un'occhiata storta per i pacchettini di plastica che conservavano, sotto vuoto, bastoncini di vaniglia. Quindi rispose pronto, appigliandosi al pretesto della valuta regalatogli involontariamente dalla venditrice:
- No. Grazie. non ho soldi malgasci. Niente ariary - . Allargò le braccia e sorrise, più a se stesso che alla donna, convinto di essersi dato una buona scusa per non comprare, e di averle fornito un perfetto motivo per desistere dal vendergli la vaniglia. Ma lei si ostinava. Tiziano accelerò, sin quasi a correre. A ogni passo il portatile e i documenti aziendali ballavano nello zaino a ritmo crescente, e nella foga la cravatta decollò per atterrare sulla spalla destra. Da lontano la venditrice di vaniglia, staccata dallo scatto, gli rilanciò: - Degli euro, signore! Signore! Gli euro vanno bene! Degli euro! - .
Non si voltò, Tiziano. - Se mi giro è finita - brontolò a se stesso, quasi corresse il pericolo di essere tramutato in statua di sale. Pensò: "E poi io sono di cuore tenero, e questa strada in salita fino al Colbert è ancora lunga".
La corsetta in abito e cravatta garrente al vento l'imbarazzava, ma se ne compiacque al vedere la donna arrancare, ormai lontana. Rallentò, circospetto si ricompose e fece tre passi lento, presso i padiglioni del grande mercato di Analakely. Riestratta svelto la mappa dalla tasca della giacca, la risvolse furtivo, controllò la direzione, la ripiegò e guardingo la rintascò. Ancora non gli erano passate la vergogna per la corsetta vigliacca e la contentezza per aver seminato la donna che chissà che voleva oltre a vendergli vaniglia, quando lei, raggiuntolo, gli ripeté, in una risata ballonzolante per la corsa: - Gli euro vanno bene! - .
Si convinse che l'inseguimento aveva solo scopo commerciale quando, voltatosi, scoprì nella venditrice il sorriso più dolce che un volto potesse esprimere. Tuttavia si ridiede a correre, cravatta al vento come una bandiera e computer sballottolante nello zaino. Ma ormai l'aveva seminata, di nuovo.
- Signore! Lo compri! - supplicò un vecchio brandendo uno strumento musicale cilindrico simile a quello visto in mano all'altro venditore davanti all'hotel, quando Tiziano sbirciava la piazza dalla porta di vetro. - Signore! Compri la valiha! - continuò il vecchio.
"Ah, la valiha" pensò. Tiziano aveva letto che la valiha era lo strumento tradizionale dell'isola. Mentre ancora accelerava il passo, realizzò che quello era il primo vecchio incontrato dall'atterraggio a Ivato, la notte prima (se era vecchio: in quel paese s'invecchia in fretta). Ricordò di aver visto, prima del venditore di valiha, solo giovani e bambini. Tutti sorridenti. Felici, persino.
- Signore, il bastone della pioggia! - offriva un giovane, inclinandolo per far sentire lo scroscio dei semi nel bambù intagliato e impreziosito di disegni.
- Signore, belle pietre preziose! - esclamò una ragazza, affannata a tenere il passo di Tiziano mentre gli mostrava pietruzze colorate adagiate in un sacchetto di carta.
Tutt'attorno, e lungo la scalinata per la città alta e il palazzo presidenziale, un brulicare di ragazzi seduti a terra a centellinare spuntini comprati a una bancarella, fervore di commerci e, dalle bancarelle vicine, odori di cibo cucinato. Si sentì mille occhi addosso. Un ragazzo gli bussò sulla schiena a proporgli automobiline di latta, una venditrice gli mostrò composizioni floreali su pergamena (le carte Antimoro di cui aveva letto) e, tirandogli piano la cravatta gridò: - Signore, le carte! - . Sorrise, anche lei, come tutti.
Dalla strada si diramavano numerosi vicoletti. Pregò di non sbagliare strada e di non cacciarsi in un cul-de-sac. Una strada gli parve giusta perché più popolosa e ampia. Ci s'infilò di gran carriera.
Saliti pochi gradini, scorse un'altra venditrice di carte Antimoro staccarsi dalla folla multicolore e lanciarsi nella corsa, incurante del neonato assicurato al petto da uno scialle stretto a vita. Di nuovo, Tiziano sentì sul collo il fiato di quel - monsieur! - . E, nel cuore, la vergogna per la fuga.
Alla ragazza con bambino splendido se ne unì un'altra, cui se ne accodò una terza, tutte sorridenti, avvolte in vestiti sgargianti e con i loro bimbi infilati nello scialle multicolore, ognuna intenzionata a vendere qualcosa al ricco manager europeo in abito blu, camicia azzurra, cravatta regimental e scarpe nere.
Tiziano calcolò poco dignitoso correre. Tuttavia, gettato uno sguardo a scandagliare veloce i sorrisi delle mamme venditrici, continuò a farlo, su per le ultime rampe di scale. "Se riesco ad arrivare vicino al palazzo presidenziale" pensò "mollo un euro a testa e m'infilo nell'hotel Colbert. Ma non prima, altrimenti ne arrivano altre ad ingrossare il codazzo".
Così, giunto in Place de l'Independence di fronte al Palazzo Presidenziale, mise la mano in tasca. Indovinò al tatto il metallo delle monete da un euro. Ne prese cinque, ne offrì una a ogni inseguitrice, che sorrisero ancora, ringraziarono del tesoro e d'incanto rallentarono per fermarsi a raccontarsela tranquillamente, contente della somma rimediata dal ricco occidentale bianco senza avergli mollato né una carta Antimoro, né una scatola di vaniglia.
"Maledetto questo abito da ufficio" pensò Tiziano sbottonandosi il collo della camicia. "Maledetto perché stretto, maledetto perché un richiamo, maledetto perché mi fa sentire in colpa e diverso. Ora capisco che intendeva il tassista quando diceva che un taxi in questa città è indispensabile, per uno come me". Egli aveva finalmente capito chi fosse, uno come lui.

Tiziano attraversò la strada e raggiunse a passo cavallino l'elegante Hotel Colbert, adiacente al Palazzo Presidenziale. Prima di entrare si voltò. Le donne erano ancora lì, a pochi passi. Non avevano osato attraversare la strada ma gli sventolavano le pergamene: forse gesti di saluto, a giudicare dai sorrisi.
Tiziano ricambiò saluto e sorriso, mentre riprendeva fiato. Si godette in pace la bellezza di quei bambini con berrettone di lana in testa, stretti negli scialloni colorati. Poi, entrato nel silenzio della hall, gli fu chiaro il diverso livello di quest'hotel rispetto a quello in cui alloggiava. Quasi tutti vestivano come lui, e c'era persino qualche bianco; orientali, anche, e si sentiva parlare un po' d'inglese. Manager americani sedevano su comodi divanetti, e alle pareti quadri di buon gusto. Marine, soprattutto. E meravigliosi velieri in legno sulle scansie. Eppure, là davanti, oltre il metro e mezzo del marciapiedi di fronte all'hotel, un altro mondo. Di qua silenzio, stile, pasticceria francese, benessere, progetti, imprese, cravatte, modelli di navi, piante, mondo occidentale e punte avanzate dell'estremo oriente. Di là, rumori, polvere e sorrisi africani. E ripensò al tassista che, vantando origini indonesiane o malesi, aveva detto che non era Africa. Per Tiziano, che non aveva mai visto l'Africa, lo era.
Mentre si dirigeva al concierge, moriva dalla voglia di dire che Savorelli gli aveva combinato un colloquio con l'ambasciatore all'Onu di cui addirittura serbava in rubrica il numero. Se il portiere gliel'avesse domandato gli avrebbe spiegato che era per un progetto fondamentale per le sorti energetiche, se non sociali ed economiche del Paese. Ricordò, in quel momento, di non essere riuscito come si era ripromesso a esercitarsi nel pronunciare il cognome Andrianampoinimerinatompokoindrindra, avendo dovuto sfuggire all'inseguimento delle signore con bimbo in groppa. Sillabò mentalmente il nome senza cercare aiuto nella rubrica del telefonino. Per incanto gli venne al primo colpo. Se lo ripeté due volte.

Alla conciergerie il portiere stava servendo un cliente giapponese. Nell'attesa, Tiziano volse lo sguardo a un cartello in cornice d'ottone: avvisava che in alcune fasce orarie gli ascensori non funzionavano per mancanza di corrente elettrica. Tiziano pensò a come doveva essere nel resto della capitale o del Paese, se in un hotel così elegante c'erano blackout.
Al concierge Tiziano chiese del signor Savorelli e non disse dell'ambasciatore, per andare su nomi che sapeva pronunciare. Egli, cordiale, gli domandò: - Il signor Oi, vero? - . Annuì, Tiziano, stupito che il malgascio conoscesse il suo cognome. - Il signor Savorelli sta facendo colazione con l'ambasciatore - disse il concierge in un francese musicale - ma mi è stato detto di accompagnarla da loro, signor Oi - .
Gli fece cenno di seguirlo. Fatto entrare in sala colazione, gli indicò un tavolo occupato da due uomini. Riconobbe la voce di Savorelli, fino a quel momento mai visto e sentito solo al telefono; s'infervorava e gesticolava agitando il suo abito blu identico a quello di Tiziano e cravatta intonata al fazzoletto nel taschino, scostandosi di quando in quando un ciuffo dei capelli vezzosamente lunghi. "Sarà un architetto" pensò Tiziano. Egli parlava animatamente in francese tracciando segni a biro su uno dei numerosi fogli sparsi sul tavolo. L'altro, un omone africano in abito nero, camicia bianca all'americana e cravatta rossa, imponente come un pugile, alto più di due metri, gli sedeva di fronte, impassibile, e rispondeva in un francese impeccabile: l'ambasciatore, certamente.
Indeciso se parlare in inglese o francese, Tiziano optò per l'inglese, in cui si muoveva meglio. Si avvicinò lento, sguardo sul cellulare a sbirciare il cognome dell'ambasciatore che sillabò a mente.
- Buon giorno, il signor ambasciatore Andrianampoinimerinatompokoindrindra, presumo? - domandò lento all'omone porgendogli la mano.
Tiziano sorrise: per educazione, perché contento di non essersi incespicato nel nome ben tornito nel - drindrà - finale, e per vergogna essendogli parso l'approccio - tardi - una parodia del saluto di Stanley a Livingstone. Pensò anche a quando lui, giovane di marketing, aveva incontrato per la prima volta in ascensore il signor Michele Ferrero, titolare della multinazionale dolciaria, e non sapendo che dire aveva esclamato: - Buongiorno, sono il signor Oi - ; e lui, di rimando, a Tiziano fresco di laurea: - Ma io la conosco, lei è il dottor, non signor Oi - . Tiziano rifletté, per cancellare il bel ricordo che ogni volta gli produceva rimpianto, che non era bravo nelle presentazioni. Quindi disse, rivolto all'altro: - Buongiorno, dottor Savorelli, lieto di conoscerla - , e a entrambi - Oi, quello dei progetti energetici - .
- Felice d'incontrarla - risposero i due. L'ambasciatore porse la mano, possente e spessa come quella di un minatore gigante, e con essa artigliò quella di Tiziano. Lo fece ridendo cordiale, occhi negli occhi.
- Ciao, ci davamo del tu, vero? Chiamami Pier - lo invitò Savorelli. Gli spiegò, in francese per non escludere dalla conversazione l'ambasciatore: - Sì, lui è il signor ambasciatore all'Onu a New York per il Madagascar. Stiamo discutendo il progetto da presentare al signor Presidente della Repubblica, fra un'ora - . E, in italiano, svelto: - Sai, abbiamo avuto un cambio di programma, il Presidente vuole vedere me e l'ambasciatore Onu subito a Palazzo, per pranzo. La tua presentazione all'ambasciatore è rimandata a oggi alle sedici. Ma siediti qui - . Con fare cortese gl'indicò una sedia libera al tavolo, di fronte all'ambasciatore.
L'ambasciatore gli domandò in inglese, sorridendo: - Allora, dottor... scusi, Oi, ha detto? Ma è italiano questo nome, Oi, due vocali e stop? -
- Io sono italiano, i miei padri, nonni, bisnonni e trisnonni lo sono. Oltre, non so. E poi come vede Oi finisce in vocale. -
- Finisce e inizia, tutta una vocale, e in mezzo niente. -
- Non tutti i cognomi devono avere tante vocali e consonanti - sorrise Tiziano.
- E il nome? -
- Tiziano. -
L'ambasciatore sospirò di sollievo. Forse il nome, almeno quello, gli suonava italiano.
- Tiziano, riesci in dieci minuti a raccontarmi una sintesi del progetto? Insomma, che cosa vendi? - .
Tiziano, a parte l'intoppo del proprio cognome, era felice che l'ambasciatore gli si fosse rivolto in inglese, risparmiandogli l'imbarazzo di scegliere. E poi, già il progetto era complesso, e raccontarlo in francese in quel poco tempo con poche parole sarebbe stata un'impresa. Quella domanda, così diretta, lo fece sentire molto commesso viaggiatore, come lo etichettava tanti anni prima sua moglie Mara quando lui lavorava al marketing di una famosa multinazionale.
- Signor Andrianampoinimerinatompo... po... ko... koindrindra - esordì malamente, inciampandosi nel nome. L'ambasciatore interruppe il suo imbarazzo e, mentre Tiziano prendeva fiato, sorridendo disse - chiamami Hery, non ti preoccupare, vai avanti. Su, dimmi cosa vendi - .
- Hery, debello il buio - . La frase gli era venuta d'istinto avendo visto poco prima l'avviso sui blackout, e la notte precedente quell'oscurità sulle strade. Gli era venuta più efficace che se l'avesse pensata per giorni.
- Bravo tu - rise tuonante l'ambasciatore - ma il buio dell'animo, il buio del cuore, o il buio degli occhi? - .
- Il buio che acceca gli occhi, il buio delle strade e dei villaggi. Vendo l'energia pulita che porta a tutti i villaggi la potenza per dare vita a lampadine, pompe, pozzi e computer. Sconfiggendo il buio degli occhi si estirpa il buio della ragione e con esso quello del cuore. -
Seguì il silenzio. Le luci della sala colazione, già vivide, parvero a Tiziano ancora più brillanti. Era la prima volta che gli veniva un concetto del genere così, in quattro e quattr'otto, lui che era tutto tranne che un gran oratore. Ma ormai aveva capito la necessità di annientare l'energy divide, prima e a sostegno del digital divide. Quest'ultimo concetto non lo raccontò. L'ambasciatore lo guardava serio, come Pier, rimasto con la matita a mezz'aria sul foglio su cui prendeva appunti.
Tiziano aprì lo zaino nero, ne estrasse una copia della presentazione e aiutandosi con una tabella di business plan illustrò i sommi capi del progetto. Hery lo ascoltò, mentre Pier prendeva appunti. Finito, Hery ringraziò, gli ricordò l'appuntamento delle sedici e si alzò ergendosi erculeo dal tavolo. Dalla sua spanna buona sopra Tiziano gli chiese una copia del progetto, giusto in caso di bisogno con il Presidente. Tiziano tese alto il braccio a porgergli i fogli come al gigante buono della pubblicità. Hery li mise in una borsa di cuoio nera. Preso il cappellone americano a larga tesa, se lo calcò in testa a farsi ancora più imponente; poi ristritolò la mano a Tiziano e uscì con Pier. Tiziano, con lo sguardo, li inseguì dirigersi al Palazzo Presidenziale, dieci passi a sinistra dall'hotel.

Teresio Asola
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