Writer Officina
Autore: Stefano Fiore
Titolo: Chi dice donna...
Genere introspettivo
Lettori 1221 3 2 recensione
Chi dice donna...
Col tempo, le cose migliorarono leggermente, ma costantemente. Laura non sembrava donna da orgasmi multipli o devastanti, ma era sempre collaborativa e, si sarebbe detto alla fine di ogni volta, contenta.
Come uno che ha mangiato bene al ristorante: mangiare non è lo scopo della vita, ci sono cose più alte e più nobili, ma un buon pranzetto ogni tanto è il benvenuto, rende tutto più leggero e ti predispone al meglio per tutte le altre cose.
E una sua caratteristica peculiare, e gradevole, era il fatto che fosse piuttosto aperta al nuovo: ogni volta che Eugenio proponeva, o più raramente prendeva l'iniziativa di qualcosa di nuovo, lei non diceva mai di no: quando la cosa era un po' stramba, o addirittura audace, lei ogni volta sembrava sempre lievemente perplessa, ma era un attimo: aggrottava deliziosamente le sopracciglia come se si stesse concentrando sull'idea, la stesse visualizzando attraverso la produzione di un'immagine mentale, e poi diceva sempre di sì.
A Eugenio ricordava l'abate-parroco, questa era la sua qualifica ufficiale, di un'abbazia dell'Italia centrale con annesso latifondo, dove era andato in vacanza una volta con un gruppetto di amici della comunità: la domenica la routine del reverendo consisteva nel fare il giro delle case dei contadini, che lo accoglievano cerimoniosamente e lo rimpinzavano di bicchierozzi e di assaggini; e poi, la famiglia fortunata che si trovava a riceverlo all'ora giusta lo invitava pranzo: un pranzo rustico, saporito, abbondantissimo, che durava sempre più di due ore. E per tutto il periodo del loro soggiorno, don Felice si portava gli ospiti appresso in questa sua routine pastoral-culinaria, condividendo con loro la gran mangiata: e insegnando loro il suo motto, adatto per queste circostanze, che suonava: “Nulla chiedere e nulla rifiutare”.
Ecco, Laura faceva lo stesso, sia in faccende di letto che nella vita: non chiedeva nulla, non manifestava mai bisogni o desideri, o preferenze, particolari: ma accettava tutte le sperimentazioni o le “avventure” che Eugenio, o le circostanze, o gli amici, suggerivano.
Per esempio, dopo un annetto suo padre ricevette come bonus aziendale una vacanza-safari per due in Kenya, e la girò alla coppia felice. Nessuno, ad una conoscenza superficiale, avrebbe definita Laura una persona avventurosa: ma andava tranquillamente in jeep a vedere i leoni, o in canoa fra gli ippopotami, se glielo si proponeva. Non che ci fosse alcun pericolo, naturalmente, le guide e gli animatori avevano perfettamente in pugno la situazione: ma alcune signore, anche giovani, facevano le smorfiose, o le difficili, o sollevavano una valanga di obiezioni e di preoccupazioni. Laura no: quieta e pacifica, chiedeva ad Eugenio: “Ci vuoi andare?”, o “Lo vogliamo fare?” E se la risposta del suo signore era sì, si andava senza far storie.
Era come se lei avesse in testa un modello a due step: 1., nel matrimonio si fanno le cose insieme; 2., deve essere l'uomo a prendere l'iniziativa e a proporre; magari avendo la sensibilità, o l'amorevolezza, di scegliere e proporre cose che sa che potrebbero farmi piacere. Dopodiché, si fa.
Che Eugenio pensasse a delle attività da fare insieme, e gliele proponesse, per Laura era una forma di interessamento coniugale, dovuto e altamente apprezzato, e quasi una “prova d'amore”. Non fiori o, che so, anellini o collanine varie, che non so che farmene, ma voglio vedere e sentire che pensi a me, a noi, a cose che possiamo fare insieme con piacere e condivisione.
L'oggetto della proposta poi, in sé non era particolarmente importante: anche perché si sa che il cervello maschile non è particolarmente creativo nell'ideare novità e gratificazioni, ma tende alla routine pantofolaia: e specie il cervello di Eugenio...ma era il classico caso di “basta il pensiero”...
Sempre nella vacanza in Kenya, per esempio, una volta per scommessa con gli amici del tavolo da pranzo Eugenio si lasciò incastrare nella sfida della camminata sui carboni ardenti, il sabato sera. In quest'occasione, Laura lo guardò un momento con un po' più di serietà del solito, quasi un piccolo broncio; ma non gli disse subito di no: “Fammici pensare un attimo”. Poi andò da sola a farsi spiegare dall'animatore in cosa consisteva esattamente la prova, e a farsi raccontare i relativi rischi e trucchetti; chiese informazione a persone che l'avevano già fatto; e alla fine disse di sì.
E se la cavarono con le piante dei piedi un po' scottate, ma non tanto di più di quando devi attraversare la spiaggia senza ciabatte alle due del pomeriggio: e si erano anche divertiti. Ed era una cosa in più collocata nell'archivio dei ricordi, da raccontare poi a casa ad amici e genitori.
Lo stesso valeva in campo sessuale: qui si trattava in genere di posizioni nuove, che Eugenio si studiava prima da solo attraverso le sue solite letture, o di varianti e modalità, tipo la direzione, o il ritmo, l'intensità o la frequenza con cui muovere mani, dita, lingua, e altre cose; o la sperimentazione di zone erogene non immediatamente evidenti. Laura lasciava fare e alla fine sembrava sempre aver gradito, qualche volta di più la novità in sé, e qualche volta di più la buona volontà di lui. Cosa intenerisce di più una donna di un uomo che cerca nuovi modi di darle piacere, invece di fare sempre la stessa cosa e subito dopo girarsi e cadere a dormire come un cinghiale sovrappeso?
Non importa che poi lui non sia precisamente un maestro di pratiche erotiche; l'uomo deve solo dare la spintarella iniziale, e metterci un po' di buona volontà: tanto poi è sempre la donna che deve prendere in pugno la situazione, spesso in senso non solo metaforico, e cucirsela a dovere sulle proprie misure.
Eugenio, da parte sua, sentiva il dovere di fare il bravo maritino: anche perché sullo sfondo avvertiva sempre un po' di senso di colpa, per aver scelto e sposato Laura non sulle ali di un grande innamoramento o di una grande passione iniziale, o di un profondo progetto di vita maturato in comune: ma piuttosto quasi selezionandola da un'agendina piuttosto scarna. E allora, quanto meno, sentiva il dovere di ripagarla più che poteva, e di farla il più felice possibile: lo so che sposare me non è il massimo della vita per una ragazza, ma cercherò di darti la vita migliore che posso.
Certo, Eugenio cercava di restare sempre nel seminato: non avrebbe mai osato per esempio proporre a Laura le cose che faceva con Patrizia, aveva paura di scandalizzarla, o di offenderla: aveva sempre come la sensazione che Laura fosse una bambolina di vetro, certo un vetro di buona qualità, e molto più resistente di quello che uno si poteva immaginare, ma ci sono sempre dei limiti abbastanza definiti.
E poi, più o meno tutti i maschi sono così, leggermente schizofrenici: hanno la tendenza, profondamente radicata nelle latebre della loro psiche, o forse della loro genetica, a dividere le donne in due categorie: la “ragazza” ufficiale, e poi la mogliettina, con cui uscire ufficialmente, da presentare alla mamma e agli amici: e la porcellona con cui esplorare le proprie fantasie segrete.
Così, alla fine Eugenio stava come un topo in una casetta di formaggio: un formaggio dal sapore dolce e delicato, come Laura.
Certo, forse si annoiava un po', ma non ne era neanche sicuro: la noia era sempre stata una sua compagna di vita, fin da bambino, buttato in una prigione familiare e sprofondato precocemente in una sabbia mobile di fantasticherie solitarie, da cui non aveva mai veramente pensato di potersi tirar fuori, perché, come il barone di Munchausen, non poteva tirarsi su da solo per il codino della parrucca, e non aveva nessuno che potesse farlo per lui. Al punto che non distingueva esattamente lo stato esistenziale della noia da quello della non-noia, perché quest'ultimo, forse, non lo aveva mai conosciuto.
Ma in ogni modo un po' di noia non era nulla, a paragone del debito che sentiva di aver accumulato nei confronti di Laura, e anche dei genitori di lei, e dell'ambiente tutto di quella buona borghesia educata e tollerante che lo aveva accolto e adottato. A cominciare dalla sua bella casetta nuova. E anzi, patire un po' di noia gli sgravava la coscienza.
Tanto, per le sue esigenze più spontanee e più profonde, aveva Patrizia. Di cui non riusciva proprio a concepire di poter fare a meno.

Ma un anno dopo, il pene di Eugenio era entrato in sciopero.
I primi tempi del matrimonio per un po' se l'era cavata: da bravo ragazzetto diligente, appena ufficialmente fidanzato aveva cominciato a leggere i primi articoli che cominciavano ad apparire su internet, i quali gli avevano ribadito quanto già aveva appreso anni prima dai manualetti cartacei: che le donne sono come un diesel, ci mettono un po' a carburare e a scaldarsi, e prima di andare al sodo bisogna sforzarsi nei preliminari: e così faceva, come detto, fin dalla prima volta, allo stesso modo in cui pagava le tasse alla fonte in quanto lavoratore dipendente, e andava prima a scuola e poi al lavoro tutti i giorni, senza fare quasi mai sega o darsi malato.
Poi, procedeva con la sua doverosa penetrazione, magari supportando l'attrezzo con la mano, e con la relativa eiaculazione, e il suo dovere l'aveva fatto. Senza nessun piacere. Laura non voleva sentir parlare né di preservativi né di contraccettivi, e tutti e due avevano troppa paura del coitus interruputs: usavano i metodi naturali, affidandosi alla provvidenza.
Lei sembrava gradire la procedura, o almeno si accontentava: e comunque, non si lamentava.
Però, dopo un annetto, un bel giorno il meccanismo si era rotto: il pene aveva incrociato le braccine, senza neanche presentare una piattaforma di rivendicazioni.
Forse questa entrata in sciopero per Eugenio era una protesta psicosomatica di tutto il suo essere, che era stanco di passare la vita a fare cose che in realtà non gli interessavano, in cui non credeva, e da cui non ricavava mai una briciola né di gioia né di piacere.
Questa almeno era l'interpretazione cui erano arrivati con la sessuologa, da cui erano andati in consulenza per il problema.
Stefano Fiore
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Claudia Maria Necula
Chi dice donna... - Stefano Fiore
Ho letto “Chi dice Donna” su segnalazione del mio compagno che si occupa di editoria, e mi è piaciuto molto.
All'inizio mi ha lasciato un po' perplessa, perché il protagonista, Eugenio, non mi risultava molto simpatico. Poi man mano, proseguendo nella lettura, ho capito che forse siamo abituati male, pensando che il protagonista deve essere per forza simpatico, o essere “l'eroe” della situazione.
Non è così. Un protagonista secondo me deve essere “vero”. Deve raccontarci qualcosa di autentico, e magari di “forte”, sulla vita. E questo lo fa eccome.
Noi donne siamo portate a pensare che gli uomini in fondo siano semplici da capire, schiacciati unicamente sulla dimensione del desiderio da soddisfare ad ogni costo. E che di conseguenza si attivino, e facciano di tutto, coerentemente, in modo prevedibile, per conseguire questo obiettivo, senza se e senza ma. Pensiamo che solo a noi donne sia consentito essere “dolcemente complicate”. E invece, man mano che leggevo, sono sprofondata sempre più in una specie di ragnatela avvincente, la psicologia intricata e contraddittoria di quest'uomo che non sa quello che vuole, o forse lo sa, ma non può confessarlo neanche a se stesso perché è socialmente irricevibile. E, riflettendoci su, credo di aver capito meglio tante sfumature di alcuni miei ex, che all'epoca non avevo colto.
E alla fine sono arrivata finalmente a provare anche un po' di simpatia per Eugenio: che ha perso il treno al momento giusto, forse molto precocemente, e adesso per lui è sempre più difficile, quasi impensabile, saltare su quello successivo per rimettersi in carreggiata e stare al passo con gli altri. A noi donne è consentito sbagliare ed essere contraddittorie, agli uomini no. E fra loro sono spietati verso chi resta indietro, o appare strano.
Mi ha colpito poi veder sottolineato così fortemente il fatto che le difficoltà di ordine relazionale, o sessuale, o sentimentale, non sono mai un problema a sè stante, settoriale, quasi tecnico, ma fanno sempre parte di un quadro di personalità generale e integrato, sono il frutto di una lunga storia di vita a 360°.
La sessualità, visitata spesso ma con discrezione ed eleganza, in uno stile che ricorda un po' Moravia, è un filo rosso che serve a guidare il lettore lungo lo sviluppo di un carattere nel tempo.
E poi, soprattutto, mi ha sorpreso piacevolmente, e anche molto divertito, la capacità di un autore maschio di creare personaggi femminili credibili, donne vere che hanno ognuna la propria originalità non convenzionale, non stereotipata, segnata dal proprio percorso esistenziale: Patrizia che fa collezione di sederi maschili arrossati forse per elaborare un antico trauma di violenza subito, Marilena la sessuologa che confessa apertamente le proprie preferenze in fatto di preliminari, Jessica che è costretta a “smanettare” uomini per campare ma si adatta trovando anche il modo di divertircisi; e soprattutto Laura, la moglie, figura originale e profonda di una cattolica apparentemente perbenista, ma in realtà ultracoraggiosa e pronta a mettersi in gioco in un modo inimmaginabile, pur di salvare il suo amore, del quale al tempo stesso è pienamente consapevole che non sia la storia del principe azzurro, e che non lo sarà mai. Ma lucidamente difende con le unghie e coi denti quello che ha, e ottimizza la realtà presente senza indulgere in fantasie romantiche o in recriminazioni. Pur togliendosi la soddisfazione a un certo punto di mollare a Eugenio il ceffone che tutto sommato gli spettava da un pezzo.
E poi, bellissimo e giustissimo il finale, il fatto che la situazione sia risolta da una congiura di donne, alla cui ombra Eugenio quasi sparisce. Alla fine, è un romanzo quasi “femminista”: sono le donne che salvano il mondo e mandano avanti la barca del quotidiano, mentre gli uomini sono smascherati per quello che sono, “fatti di briciole che l'orgoglio tiene su”, come da citazione finale di Mina.
Dopo aver letto questo libro, una rimane con la contentezza di essere donna.
"Chi dice donna..."
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