Writer Officina
Autore: Francesco De Paolini - Giampaolo Creazza
Titolo: Sfera & Cubo
Genere Sentimentale Romantico
Lettori 1934 6 8
Sfera & Cubo
Cubo - definizione
Il cubo o esaedro regolare è uno dei 5 solidi platonici, che presenta sei facce quadrate, otto vertici e dodici spigoli; in ogni vertice si incontrano tre spigoli i quali sono ortogonali due a due; in ogni vertice si intersecano anche tre facce le quali sono a due a due ortogonali.

Le prime luci dell'alba bussarono alle imposte chiuse della sua camera da letto. Lentamente, una crescente leggera luminosità cominciò a delineare i contorni degli oggetti attorno a lui. La sveglia, puntata sulle sei e trenta, non aveva ancora cominciato a suonare ma lui era già sveglio. Achille Ferretti amava quegli istanti di attesa prima dell'inizio della sua giornata. Restava lì, con lo sguardo fisso su un punto indefinito, ad attendere.
Quegli attimi, racchiusi tra la fine del sonno e l'inizio dell'attività quotidiana, avevano su di lui un effetto ipnotico. Erano attimi pieni di un vuoto totale, un lasso di tempo sospeso in cui non pensava, non agiva, non provava sentimenti o sensazioni. La definiva la “situazione ideale”, per lo meno per lui. Non pretendeva che altri la pensassero come lui o che condividessero le sue idee. In realtà, quello che pensavano gli altri a lui non interessava.
Sebbene lo stesse attendendo, il suono sgradevole della sveglia lo colse quasi impreparato, sempre troppo presto, lo fece sussultare. Dopo un sospiro, la sua mano cercò l'oggetto inopportuno e con un gesto misurato e preciso lo zittì, come tutte le mattine. Si sedette sulla sponda del letto, attese qualche secondo e prese l'orologio che era appoggiato sul comodino e lo indossò. Era un oggetto di valore che gli aveva regalo suo padre parecchi anni prima, non se ne separava mai. Si alzò. Mosse qualche passo e andò ad aprire le imposte, la luce ovattata di una grigia giornata di ottobre inondò la stanza. Achille guardò indifferente fuori dalla finestra, lui non dava molta importanza al tempo.
Nel silenzio totale della casa sentì i suoi passi che lo portavano in bagno. Dopo un'accurata rasatura uscì. Percorse velocemente il lungo corridoio che attraversava la sua ampia abitazione. L'aveva comprata per lui sua madre, quando Achille aveva cominciato a lavorare in città, a Torino, in Corso Montevecchio, nel signorile quartiere Crocetta. Egli non aveva mai amato in modo particolare quell'appartamento, avrebbe preferito continuare a vivere nella villa di famiglia sulle colline del Monferrato dove ora erano rimasti sua madre e suo fratello a gestire l'azienda di trasporti, dopo la morte del padre.
Entrò in cucina, un gelido abbraccio lo accolse. La cucina era, forse, l'ambiente che preferiva perché aveva preteso che gli architetti non s'intromettessero nelle sue scelte, almeno lì; avevano già fatto abbastanza nel resto della casa. L'aveva voluta proprio così completamente bianca, senza alcuna contaminazione di altri colori. Lui amava definirla pulita ed essenziale.
Si preparò, seguendo un rituale consolidato nel tempo, la colazione: una bollente tazza di tè, ovviamente inglese, due fette di pane tostato con marmellata di arance amare e una spremuta di pompelmo rosa. Si sedette, come sempre, rivolto alla finestra e cominciò a mangiare mentre, sul tablet, sfogliava il suo quotidiano preferito. Sulla parete un orologio, dalle lunghe lancette nere, in silenzio, sanciva l'inesorabile trascorrere del tempo e gli ricordava che era giunto il momento di uscire. Spense il tablet e lo infilò nella borsa di pelle nera. Andò in bagno a lavarsi i denti, il ronzio dello spazzolino elettrico sembrò quasi inopportuno nel silenzio raccolto della casa.
Si vestì in fretta, gli abiti erano già stati accuratamente scelti e disposti ordinatamente la sera precedente. Prima di uscire si controllò, non sopportava di avere qualcosa in disordine. Lo specchio gli restituì l'immagine di un uomo giovane, aveva poco più di trentadue anni, alto, snello dalla carnagione chiara e dai capelli castano chiaro; lo sguardo era intenso, gli occhi scuri e malinconici conferivano al suo volto una espressione severa, anche la sua bocca sembrava aver difficoltà ad abbozzare un sorriso che non fosse di pura formalità. Il suo aspetto era, comunque, piacevole e aveva un sottile fascino.
Si allontanò velocemente dallo specchio, i suoi abiti erano in ordine, anche se non dava troppa importanza all'abbigliamento che, comunque, era sempre elegante sebbene molti capi fossero di tipo sportivo. Prese la sua inseparabile borsa, uscì dall'appartamento, chiuse accuratamente la porta blindata e, con lo smartphone, inserì l'impianto di allarme. Si diresse verso l'ascensore, attese pazientemente che la porta si aprisse, entrò e premette il tasto S 1. La porta si richiuse e la cabina scivolò velocemente verso il basso.
Uscì al piano box, mosse i primi passi nella buia corsia di manovra, passo dopo passo le luci si accesero accompagnandolo verso la sua autorimessa. Aprì la serranda e salì in auto. Toccò il pulsante di accensione e ubbidiente il motore cominciò a girare. Premette l'acceleratore, il motore salì di giri e il grosso SUV tedesco di color grigio metallizzato si mosse velocemente portandosi prontamente all'uscita dello stabile.
Come ogni mattina, si rassegnò a percorrere a passo d'uomo le strade che lo conducevano verso il decentrato Liceo scientifico Copernico in cui, da alcuni anni, insegnava. Non amava accendere la radio, preferiva viaggiare in silenzio e pensare a quello che avrebbe dovuto fare quel giorno a scuola. Tutto sommato quel lavoro gli piaceva e, per quanto possibile, cercava di farlo bene, sebbene riscontrasse una costante scarsa attenzione e motivazione allo studio da parte dei suoi allievi.
Cercava in tutti i modi di suscitare l'interesse dei ragazzi affinché si applicassero ma sembrava che ogni suo sforzo risultasse vano. Si era confrontato più volte con i colleghi ma, purtroppo, si era reso conto che la situazione era generalizzata. Non era il tipo che si scoraggiava facilmente e continuava pertanto, imperterrito, nel suo impegno di recuperare l'interesse di uno stuolo di giovani apatici.
Con questo pensiero fisso, affrontò l'ultimo breve tratto di strada. Entrò nel cancello della scuola e parcheggiò in modo preciso tra alcune utilitarie dei suoi colleghi. Lasciata l'auto, salì velocemente le scale ed entrò nella scuola, percorse il lungo corridoio, ancora deserto, e raggiunse la sala professori.
Salutò in modo asettico i colleghi presenti, senza aggiungere altre parole, da lui ritenute superflue, si diresse al suo armadietto per prendere i registri e cominciare la sua giornata lavorativa. Guardò l'orologio, come al solito era in anticipo. Si sedette a un tavolo e si guardò attorno, c'erano i colleghi di sempre. A volte si soffermava a osservarli e si domandava se, in futuro, sarebbe diventato come loro: grigio, apatico, stanco di lottare contro nuove generazioni di studenti sempre più maleducati e più menefreghisti, oppure sovrastato dai problemi di una famiglia invadente con mille necessità e sempre alla ricerca di denaro che non bastava mai. No, lui non sarebbe mai stato come loro! Avrebbe portato avanti la sua missione senza interferenze, solo, come si conviene a un uomo libero e indipendente. La Matematica per lui era una cosa estremamente importante, continuo oggetto di studio e di crescita professionale. Anche ora si stava impegnando negli studi perché il suo obiettivo era quello di diventare docente universitario, un posto di ricercatore glielo avevano già promesso ed era certo che con le amicizie della sua famiglia non ci sarebbero stati problemi. Non era il tipo da farsi coinvolgere da futili questioni di gestione familiare, lui non si fidava delle donne. Aveva avuto qualche esperienza precedente che gli aveva lasciato un brutto ricordo: aveva conosciuto per lo più ragazze vuote, senza ideali e che vedevano e apprezzavano in lui solo l'aspetto economico. Se avesse dovuto farne una sintesi, con la sua deformazione matematica, le avrebbe definite delle figure geometriche piane, anche gradevoli, come possono esserlo un quadrato o un esagono: perfette, belle a vedere ma bidimensionali, per lui non avevano alcuno spessore. A lui donne così non interessavano e, visto che di diverse non ne aveva conosciute, le trattava tutte con una certa fredda superiorità tanto da apparire, agli occhi di tutti, decisamente misogino.
Scrollò la testa, come a scacciare questi pensieri, guardò nuovamente l'orologio, due minuti esatti e sarebbe stata l'ora di andare. Si alzò, il suo sguardo si posò su un gruppetto di colleghe, tra le quali un paio di giovani e carine, notò che, come spesso accadeva, lo stavano osservando. Si era reso conto da tempo che tutte cercavano di essere gentili con lui e, appena si presentava l'opportunità, gli lanciavano sguardi e sorrisi che non avevano bisogno di sottotitoli per essere compresi; tutto ciò nonostante lui rispondesse sempre in modo formale, a volte, anche non troppo cortese.
Anche quella mattina gli sorrisero, Achille Ferretti salutò senza molto entusiasmo e le gratificò, a sua volta, di un forzato sorriso. Guardò nuovamente l'orologio, era il momento di andare. Si alzò e si diresse verso l'uscita. Sulla porta, incrociò Giorgio Caputo, il professore di Motoria, che lo bloccò:
«Ciao Achille, proprio te cercavo...»
«Che ti serve?»
«Tranquillo non mi serve nulla. Questa sera, ho un appuntamento con una ragazza molto carina...»
«Ed io che cosa c'entro?»
«Mi vuoi lasciar parlare? Stavo dicendo, ho un appuntamento con una ragazza per un aperitivo ma, purtroppo, è costretta a portarsi un'amica. Che ne diresti di fare un aperitivo con noi?»
«Immagino che sarà la solita seccatura. Proprio non riesci a trovare un altro? Sai che situazioni del genere non mi piacciono, poi non sono una grande spalla quando ci sono di mezzo le donne.»
«No, non ho pensato ad alternative. Sei la persona giusta, riesci sempre, anche se fai un po' lo stronzo, a essere all'altezza della situazione. Per favore, sarà una cosa veloce, ti prometto che, in futuro, eviterò di coinvolgerti.»
«Uff, che palle! A che ora sarebbe...»
«Passa pure a prendermi a casa mia verso le sette.»
«Già, dovevo immaginarlo!»
«Vedi che sei un ragazzo intelligente, quando vuoi capisci... La tua auto in questi casi fa anche la sua discreta figura, cosa che non guasta.»
«Ma va all'inferno!»
«Puntuale, mi raccomando!»
Achille sbuffò e si diresse verso l'aula in cui doveva fare lezione mentre vedeva l'atletica figura del collega che scompariva nella sala professori. Camminò lentamente lungo il corridoio, era leggermente irritato, non capiva perché il collega lo avesse invitato, in verità non erano nemmeno amici nel senso stretto del termine... potevano definirsi conoscenti ma nulla di più. Evidentemente proprio non aveva avuto alternative. Si rimproverò di non essere stato abbastanza pronto a inventare una scusa per declinare l'invito, ecco, in questi casi arrivava sempre troppo tardi. Era troppo educato e forse nemmeno troppo scafato in questo mondo troppo complicato, il mondo non era come la Matematica con le sue ferree leggi in cui, se usi il cervello, non puoi sbagliare. Imprecò in silenzio, ora doveva pensare solo alla lezione e a tenere a bada una classe di ragazzi svogliati e indisciplinati. Lui cercava di far capire a questa banda di menefreghisti quanto fosse importante la Matematica per la vita di ognuno di loro ma non era sicuro di riuscirci. I ragazzi non la amavano perché era severo e pretendeva da loro almeno un po' di attenzione e di rispetto del suo lavoro.
Giunto davanti alla porta dell'aula, fece un respiro profondo, aprì la porta ed entrò. Un brusio nervoso lo accolse. Li guardò scuotendo la testa e si avviò alla cattedra. Certe formalità burocratiche lo annoiavano, per prassi non faceva mai l'appello, preferiva guardarsi in giro e capire da solo quali erano gli assenti. Dopo una rapida ricognizione:
«Buongiorno a tutti, mi sembra che oggi ci siate tutti.» Le sue parole furono seguite da un borbottio, il solito che accompagnava buona parte delle sue comunicazioni.
«Bene, allora possiamo cominciare. Oggi vorrei parlarvi di qualcosa di veramente molto importante...» .
Un leggero brusio serpeggiò nelle ultime file di banchi in fondo all'aula. Alcuni ragazzi parlottavano e sogghignavano cercando di farsi notare il meno possibile. Il professor Achille Ferretti si fermò, smise di parlare e guardò con intensità i disturbatori. Abbozzò un tirato sorriso, scosse leggermente il capo e con tono acido si rivolse a loro:
«Bene, caro signor Rizzo, immagino che la Matematica non sia una priorità della sua vita e questo posso anche capirlo ma, veda, il suo comportamento lede il legittimo diritto dei suoi compagni di seguire senza interferenze la mia lezione. Per ovviare a questa spiacevole situazione e per assecondare il suo desiderio di parlare possiamo ipotizzare, ora, una bella interrogazione...»
Il ragazzo, colto alla sprovvista, bofonchiò qualche parola cercando di evitare un possibile cattivo voto. Ferretti lo guardò con aria di commiserazione e con tono sarcastico:
«Mi spiace, signor Rizzo, che una cosa banale come una interrogazione possa turbare la sua serenità ma, sa, quelli come me hanno una scarsa sensibilità. D'altra parte, ho sentito che anche lei, come molti dei suoi compagni, ha usato il nomignolo che mi avete affibbiato. Certo, nelle vostre intenzioni, lo scopo era quello di deridermi ma, secondo me, avete trovato il modo appropriato per definirmi. Veda, il “cubo”, visto che così mi chiamate, è un solido che io apprezzo molto: la sua assoluta regolarità ne fa una figura perfetta. Tutti i lati uguali, tutti gli angoli uguali, da qualsiasi parte lo girate è sempre uguale, solidamente poggiato su una base. Quindi, non posso che ringraziarvi per la definizione. Al contrario, io non potrei mai definire lei un cubo, non ne ha la minima caratteristica. Lei, potrebbe essere al massimo un angolo... una figura incompiuta, bidimensionale, perché lei non ha il minimo spessore. Ah, dimenticavo, sto parlando, ovviamente, di un angolo ottuso.»
Una serpeggiante risatina tra gli alunni sembrò gratificare le parole del professore mentre Rizzo, con una leggera alzata di spalle, fece intendere che le considerazioni di Ferretti non lo avevano toccato. Il professore pensò non fosse opportuno infierire ulteriormente, scosse la testa:
«Signor Rizzo, per oggi lasciamo stare l'interrogazione ma pensi seriamente agli angoli, hanno sempre qualcosa da insegnarci. Oggi riprendiamo a parlare di Matematica...»
Francesco De Paolini - Giampaolo Creazza
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Francesco De Paolini - Giampaolo Creazza
Parlare di se stessi, penso, sia una delle cose più difficili. Si corre, sempre, il rischio di cadere in una serie di banalità e luoghi comuni oppure di eccedere in autocelebrazioni. Io non vorrei fare nè una cosa nè l'altra. In una vita normale, tra Varese e Milano, con una famiglia normale, moglie e due figli, con una attività professionale normale, nel mondo bancario, il mio hobby preferito è sempre stato la lettura. Rubando un pò di tempo qua e là, i libri sono sempre stati i miei fedeli compagni, spaziando dai classici ai moderni. Tra tutti però un posto speciale lo riservo a Edgar Allen Poe, Luigi Pirendello e Emile Zola, anche se Aleksandra Marinina, nel mondo dei gialli, occupa un posto particolare. Poi, una decina di anni fa, quasi per caso, ho cominciato a scrivere. Da allora non ho perso il vizio.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Giampaolo Creazza: Onestamente non ricordo il momento preciso ma, dal momento in cui ho imparato a leggere, non ho mai smesso.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Giampaolo Creazza: Sì, lo ricordo perfettamente. Dopo aver letto questo libro pubblicato da una importante casa editrice, di cui non faccio il nome, mi sono detto che un romanzo così poteva scriverlo chiunque, forse anche io. Detto ciò, per dimostrarlo, ho cominciato a scrivere.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Giampaolo Creazza: Il primo romanzo, “Un Tramonto sul Verbano”, l'ho presentato a un concorso della Perrone Editore, si è classificato tra i tre finalisti. Poi l'ho pubblicato con un'altra casa editrice ma l'esperienza non è stata positiva. Ho cambiato editore e ho pubblicato i due romanzi successivi. Poi, a causa del cambio del progetto editoriale (si occupavano solo di letteratura sportiva) i nostri rapporti si sono interrotti. Da allora ho fatto solo autopubblicazione, ero stanco di perdere tempo inseguendo deludenti case editrici.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Giampaolo Creazza: Sì, penso possa essere una valida possibilità.

Writer Officina: I tuoi romanzi sono in qualche modo collegati o ogni libro tratta un argomento diverso?

Giampaolo Creazza: Fino a questo momento ho scritto sei romanzi. Sono tutte storie scollegate anche se tre sono ambientate nel mondo della banca. Non amo, comunque, creare sequel, ogni storia comincia e finisce.

Writer Officina: C'è qualcosa di comune in tutti i tuoi romanzi?

Giampaolo Creazza: Sì, direi di sì. Il finale... Normalmente è un finale imprevedibile, spiazzante. Quasi mai è quello che il lettore si aspetta, non sempre il bene trionfa.

Writer Officina: Hai mai cambiato il finale di un libro?

Giampaolo Creazza: No, ogni romanzo nasce con un finale e quello deve essere. Solo una volta, ne “Un bancario modello”, un amico mi ha detto che il finale faceva troppo “incazzare”, allora ho aggiunto un capitolo per mitigare un pò l'effetto.

Writer Officina: Le storie che racconti e i personaggi sono reali o pura immaginazione?

Giampaolo Creazza: Sono un mix tra realtà e immaginazione. Tutte le storie comunque hanno uno spunto tratto dalla realtà. Di solito il primo capitolo descrive situazioni reali.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Giampaolo Creazza: Probabilmente il primo, “Un tramonto sul Verbano”. E' un romanzo sofferto, scritto con il sangue mio e dei miei colleghi, in cui racconto il declino e la caduta di una banca locale, il titolo allude in parte a questo. Le vicende, per lo più vere, sono adattate alla necessità di essere un giallo ambientato nel mondo della finanza. Mi piace molto anche l'ultimo nato “Ego Alter - Nella vita di una altro”. Molti di noi sognano di vivere la vita di un altro, più appagante, di successo... e, pur di farlo, sarebbero disposti a tutto. Questa voglia di essere un altro, a volte, può riservare grosse sorprese.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto? Perchè la scelta di scrivere romanzi gialli/ thriller?

Giampaolo Creazza: La storia prende forma prima di tutto nella testa e deve avere una sua struttura logica e completa. Per non perderne degli elementi importanti mi tengo una scaletta degli avvenimenti da narrare, nella stesura ci possono essere delle evoluzioni e delle digressioni ma l'impostazione iniziale non può variare. Perchè libri gialli? Perchè mi obbligano a una gestione assolutamente logica degli avvenimenti e dei dettagli è un pò come un esercizio di matematica in cui nulla è casuale.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Giampaolo Creazza: Sì, sto lavorando a un'idea nuova, ovviamente di genere thriller. Si tratta di una una indagine atipica di due pseudogiornalisti alle prese con un “cold case”. Personaggi nuovi, con tanta buona volontà, poco esperti ma con un pizzico di fortuna. Spero risulti una storia piacevole.
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