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Il pornodipendente
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Una deplorevole storia.
È tra le emozioni confuse della vergogna che sono segretamente conservate le perversioni, soprattutto quelle erotiche, ed è proprio di quelle che intendo raccontare. Una simile ricerca rappresenta forse la parte più importante della mia ossessione: infatti non resisto all'istinto di insinuarmi in quegli angoli bui con l'idea di liberare desideri sconvenienti, oltraggiosi ed estremi fino ad arrivare a una sorta di abbandono dei vinti alla sincerità delle pulsioni. Fin da ragazzo avevo provato, a modo mio e un po' come tutti, ad approcciarmi alle ragazze nelle modalità canoniche, pur con la goffaggine di una timidezza dettata da una natura schiva, con le idee confuse di un adolescente che diventa poi giovanissimo uomo. A quei tempi ogni raro legame durava ben poco, non oltre le due settimane in genere. Come fidanzatino, ero un tipo dai modi distaccati, avaro di passionalità e mai sopra le righe, né men che meno capace di provar gelosia. Non ho mai amato i gesti teatrali e romantici tipici degli innamorati, anche se notavo quanto le ragazze sembrassero apprezzarli e, per tutti questi motivi, finivo per risultare un compagno noioso, quasi anaffettivo e del tutto incapace di assecondare le impetuosità e le passioni giovanili delle mie coetanee. A dire la verità, mai biasimai qualcuna per questo perché in fondo, non avevano nemmeno tutti i torti. I primi contatti significativi con qualcosa che assomigliasse, in qualche modo, al porno li ebbi quando cominciai un periodo frequentando quelle donne che facevano la ‘vita'. Non era così raro che le puttane, nelle loro stanzette anguste e odorose di fragranze miste agli afrori umani, utilizzassero un videoregistratore con video dai contenuti pornografici. Probabilmente le tenevano per qualche cliente che le richiedeva, oppure era un modo per rompere il ghiaccio e favorire un'atmosfera peccaminosa. Fui io stesso, una volta, a domandare di lasciare uno di quei film come sottofondo e, inaspettatamente, sortì l'effetto di rendere il tutto ancor più surreale e mettermi a disagio più di quanto non fossi già. Mi ritrovai comunque a sbirciarli ogni volta, dapprima con curiosità, poi man mano più attentamente fino a che, a volte, addirittura mi distraevo dall'atto sessuale reale perché attratto da quelle scene che io non avevo mai vissuto e, tantomeno, la professionista di turno mi concedeva di fare: niente baci, metti il preservativo, è vietato quest'altra cosa anche, insomma non si poteva fare molto in realtà, e trovavo il tutto molto contraddittorio. In breve mi accorsi che quel surrogato di sesso non era così eccezionale come mi prospettavano. Più che sesso, ricordava piuttosto un esercizio ginnico da eseguire ascoltando le cuffie per non annoiarsi. Sicché quasi subito mi disinteressai alle puttane, anche se mi sentivo attratto dalla varietà di fantasie che proponevano e suggerivano quei film vietati ai minori, quelle situazioni indicibili fino ad allora a me sconosciute. Se oggi mi domandassero cosa è il porno, faticherei a rispondere con obiettività. Se non v'è dubbio che rispecchi per alcuni versi la nostra vera sessualità senza censura, schietta e trasparente nonché amorale, è altresì vero che per me rappresenti una specie di guida e un modello da seguire, senza la quale mi sentirei perso nel marasma dei miei istinti prepotenti, spietati e inarrestabili. Vedo il porno come l'unica via percorribile nel mio personale viaggio di realizzazione interiore. Il porno sa produrre in me un mosaico variopinto composto da tessere di emozioni diversissime tra loro, a volte anche discordanti: sa turbarmi, eccitarmi, indurmi a ragionamenti, a fantasticare, mi dà piacere, ma anche tristezza, solitudine e frustrazione quando non posso viverlo, allora succede che mi sento incompreso dal mondo intero e rifiutato da quello femminile. In questa mia patologia che definirei consapevole e ormai cronica, ho imparato sulla mia pelle a convivere con questa miscellanea di emozioni, mi barcameno tra la frustrazione dettata dalla solitudine e gli incoerenti slanci di eccitazione. Passo così da istanti in cui l'apatia ha il sopravvento, agli indolenzimenti al basso ventre dettati dall'eccitazione che trattengo il più a lungo possibile. Di conseguenza non mi resta che rifugiarmi in quel mondo perverso per trovare sollievo, per rompere la monotonia che diventa insopportabile. Questo percorso è fatto da spasmodica ricerca di qualcosa di nuovo, adatto all'istante. Così, vado a curiosare tra le varie categorie di perversioni a disposizione, fino a trovare quella che in quel momento mi stimola di più. Dovendomi confessare fino in fondo, nel complesso amo soffermarmi sulle così dette MILF, ho imparato fin da subito che era un acronimo utilizzato per indicare quelle donne non più giovani e avvenenti, come se solo loro potessero comprendere fino in fondo le mie controverse pulsioni. Avverto in quel genere femminile, le sole creature in grado accettare ciò che realmente sono, forse per la consapevolezza dettata dall'età, per una libertà sessuale che donne del genere possano aver acquisito e in grado di trasmetterla a un uomo più giovane: come me. Così fantastico sulle milf dalle arti sapienti,il solo acronimo mi suscita eccitazione, vivo le mie pulsioni immaginando che siano loro stesse a incoraggiarle, non ponendosi alcun limite. Fantastico all'inverosimile, fino a illudermi che prima o poi mi accadrà qualcosa del genere anche sul piano reale. Quali fantasie?
Da quando ebbi chiaro in mente tutto questo, mi sentii finalmente libero di crogiolarmi nelle mie fantasie a ogni momento e in qualsiasi situazione, con la placida serenità di chi non teme più i propri tormenti erotici. Però, più mettevo a fuoco ogni nuovo desiderio e ogni idea capace di eccitarmi davvero e che avrei voluto sperimentare, più vedevo innalzarsi barriere tra me e le donne. La mia idea di erotismo aveva a che fare con ciò che si creava tra due persone prima dell'atto sessuale vero e proprio, che invece rimaneva e doveva rimanere in secondo piano. Le schermaglie prima degli approcci espliciti, i preamboli, i piccoli dettagli di contorno utili ad accendere la vera scintilla, erano ciò che suscitava la vera eccitazione, non l'atto in sé e per sé. Ciò che mi sconquassa le viscere come una centrifuga di voglie è l'insieme di piccole cose: particolari del vestiario femminile, alcune espressioni delle donne, ma anche e soprattutto le situazioni da cui nascono gli approcci erotici, per quanto improbabili. Ad esempio, un classico scontro-incontro fuori da un supermercato con le borse che si rovesciano, io che le raccolgo e lei che vuole a tutti i costi ringraziarmi per la gentilezza. Una piccolezza simile è sufficiente per sognarla disinibita e generosa, aprendo a infinite possibilità. Ed ecco allora che immagino una situazione che si evolve, magari con lei che mi lancia impercettibili ma chiari segnali di apertura; al che, io mi invento uno sfioramento casuale delle mani e uno sguardo di intesa, finché lei con un cenno mi invita a seguirla verso il più vicino angolo buio del parcheggio. Eccitante, come situazione, la sconosciuta con cui far sesso in pubblico! Chi non l'ha mai fantasticato, almeno una volta? Eppure potrebbe non essere ancora abbastanza per soddisfarmi. Infatti, oltre a tutto il resto lei dovrebbe anche indossare qualcosa di erotico, cioè quantomeno una gonna e scarpe con un tacco improbabile. Non farei mai sesso con donne con le scarpe basse, o peggio le ballerine, perché lì ogni sensualità andrebbe a farsi benedire e non corrisponderebbe al sogno erotico tipico delle situazioni da film. Inoltre, sotto la gonna spererei non ci fossero i collant, perché ostacolano sia la manualità intima sia un'eventuale sveltina in piedi appoggiati al muro; meglio invece delle calze autoreggenti, pratiche e sexy. Sarò forse banale, ma è un fatto che agli uomini in generale piacciono le calze, le gonne e i tacchi. Non è mica colpa mia, almeno questa volta. Certe donne oggi possono dire quello che vogliono sulla libertà di abbigliarsi fuori dai cliché femminili, cioè di rompere la – presunta – schiavitù di tacchi, gonne, tailleur e di ogni capo in grado di mostrare troppa femminilità. Dicono, queste creature curiose, che è ora di venire apprezzate per le doti interiori e le capacità, invece di essere valutate e giudicate solo per l'aspetto fisico, abitudine vetero -maschilista figlia del patriarcato e di non ricordo più quale altro principio femminista, e perciò invocano un abbigliamento meno appariscente o ricercato. Sarà anche come dicono loro, io non sono all'altezza di questi discorsi così alti che sovrastano la mia preparazione media da impiegato. So solo che una qualsiasi donna, quando vuole attrarre un uomo, tende a indossare capi che la valorizzino e che sa quanto suscitino interesse nel genere maschile, cioè appunto gonne, tacchi alti e calze. È inutile far tanti discorsi, a un uomo piace quello e trova più attraente una donna vestita in maniera sensuale che una con addosso maglione sformato e jeans che non le disegnino le curve. Mi sembra una cosa del tutto naturale, ma quelle menti che sostengono il contrario stanno di certo combattendo qualche battaglia più grande di me e che io non conosco, perciò resto nel mio senza pronunciarmi oltre. Si vede che a loro non piace suscitare desiderio, avranno poi le loro buone ragioni e, chi sono io per contestarle? Affari loro. Quindi, tornando alla situazione-fantasia, dovrebbero verificarsi più combinazioni insieme per far scattare in me la molla giusta, quella che mi spara gli ormoni in orbita e mi accende in un amen, come una fiamma libera e fuori controllo. Oh, non potete immaginare quante volte e in che momenti vengo assalito da fantasie sconce, magari solo perché passa per strada una donna che, per qualche dettaglio, mi colpisce tanto da provocarmi pensieri turpi di ogni tipo, così irruenti che spesso mi distraggono da qualsiasi altra cosa stia facendo. Io riesco a non darlo a vedere, ma funziona così. Sono forse malato? Qualcuno magari potrebbe pensarlo, ma non certo io, che mi ritengo perfettamente normale. E non solo perché me ne frego altamente delle opinioni altrui, ma per la semplice ragione che il mio chiodo fisso non fa del male a nessuno, tanto per incominciare; inoltre non destabilizza me né mi induce a comportamenti disequilibrati, o senza senso, in poche parole lo vivo serenamente e con piacere, senza nuocere a chicchessia. Dove sta il male in questo? Mi fanno anzi paura coloro che non hanno perversioni, che mostrano una faccia pura senza ombra di vizio, perché costoro non sono per niente normali, ahimè, hanno per forza qualcosa che non va.
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Dario Villasanta e Evasioni dell'Anima
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Dico sempre di essere un viaggiatore delle strade sbagliate, e probabilmente è anche vero, ma forse sono soltanto un uccellino che ha impiegato più tentativi di altri per imparare a volare via dal nido e trovare la sua dimensione nel mondo. Nelle mie migrazioni ho vissuto diverse vite, fatto tanti lavori ed esperienze, conosciuto moltissima gente: ognuno di questi tasselli oggi trova una sua collocazione, mi ha reso il mosaico che sono, ma è poi quello succede un po' a tutti, no? Ho un pessimo carattere, ma oggi, dopo averlo conosciuto nelle sue situazioni peggiori, ho imparato ad amare l'uomo e le sue imperfezioni. Ciò nondimeno sono spesso intollerante, ma amo comunque le sue espressioni migliori come la musica e la parola scritta. Non amo le cose facili e ho pagato per questo, credo pagherò ancora. Sono profondamente coinvolto dalle questioni di principio, non posso fare a meno di incazzarmi per queste, per piccole che siano.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Villasanta: Non me ne sono proprio accorto. È cresciuta con me leggendo e io ho imparato a leggere a tre anni, sicché il primo libro l'ho letto quando ancora non avevo contezza completa di ciò che stavo facendo. Neanche mi ricordo quale fu.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Villasanta: La voglia l'ho sin da ragazzino, ma la decisione di provare a fare sul serio, intendo lavorandoci come un professionista, ha preso il sopravvento con On writing di Stephen King e, prima ancora, la lettura dei classici russi e francesi da giovanissimo.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
villasanta: In realtà lo autopubblicai perché digiuno di contatti e nozioni del meccanismo editoriale, furono gli editori a cercare me perché con quello vinsi un premio speciale importante al Premio Internazionale Città di Cattolica nel 2015. Il risultato? Che in attesa di un editore di qualità (che ci sarà comunque nel 2023: anticipazione!) ho preferito ristampare di nuovo in self perché la pazienza non è il mio forte, anche se la possibilità di firmare per un buon editore l'ho avuta.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Villasanta: Questo lo sai sempre dopo, impossibile dirlo a priori. Per ciascuno cambiano le cose, soprattutto in base a come si muove sul mercato e sul WEB. A me è servito, ho imparato molto dalla gavetta e, sinceramente, mi sono anche divertito molto e non sono il solo. Anche autori già affermati spesso hanno provato e si sono divertiti.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Villasanta: Sono due: Angeli e folli (perché il primo e perché mi aprì una strada, inoltre segnò il mio stile) e il suo seguito naturale, Nella pancia del mostro, perché è scritto meglio ed è molto ‘forte' quanto a sensazioni che trasmette. Mi ha dato dei riscontri del pubblico commoventi, non esagero, per via dell'argomento.
Writer Officina: Cosa hai voluto dire con la tua storia?
Villasanta: Ho denunciato un sistema italiano sconosciuto e malato, quello psichiatrico e carcerario, ma ancor di più ho voluto dare voce agli ultimi, a quella numerosa folla silenziosa di persone che vorrebbero poter gridare la sofferenza al cielo ma non ne hanno gli strumenti: persone con disagi psichiatrici, di dipendenze, le persone a loro vicine, carcerati eccetera. Neanche a dirlo, ho preso spunto da fatti e personaggi realmente esistiti e mi sono documentato molto sul campo. Non ti nascondo che ho pagato un prezzo per tutto questo...
Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?
Villasanta: A lungo ho pensato di sì, poi però forse non è vero niente, forse cerchiamo solo di dare un senso a qualcosa dentro di noi. Oltre ad essere, diciamocelo, un esercizio di pura vanità. Non per niente noi scrittori siamo tutti degli insopportabili narcisisti, e lo dico senza sorridere.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Villasanta: Niente di tutto questo. Mi preparo tutto in testa per mesi, poi lo scrivo, ma a quel punto io so già tutto quello che devo fare. Oggi prendo qualche appunto durante la stesura, per evitare di incappare in buchi logici e non dimenticarmi alcuni particolari dei personaggi, ma fondamentalmente non sono mai riuscito a scrivere seguendo una scaletta scritta, tanto non la rispettavo mai. Forse anche per pigrizia, vai a sapere.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Villasanta: In questo periodo sono fermo, non scrivo nulla ma mi prendo tempo per leggere che è lo strumento indispensabile per poter scrivere. L'inedito è già pronto per l'uscita del 2023 ed è dello stesso filone dei due precedenti, ma vorrò chiudere un altro romanzo di genere molto diverso e anche più divertente da scrivere, se proprio devo dirlo.
Writer Officina: Che consigli daresti , basati sulla tua esperienza, a chi come te voglia intraprendere la via della scrittura?
Villasanta: Ha fatto più danni la voglia di scrivere senza leggere che l'analfabetismo, perciò: leggete! Altrimenti è come voler costruire una casa senza mattoni. E poi, preferibilmente, fate altro lo stesso (sorrido stavolta, nda)
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