Writer Officina
Autore: Claudio Rossi
Titolo: Primo inverno a Treviri
Genere Avventura Storico
Lettori 2547 7 9
Primo inverno a Treviri
L'estate dell'821.

«Muoviti!» mi scosse il servo Diomede tenendomi la mano davanti alla bocca per impedirmi di parlare. «Di sotto stanno accoltellando qualcuno!»
Ero già stato svegliato dal vociare di una lite e dal sinistro balenare di una torcia che si muoveva nello stanzone della lo-canda, appena al di sotto del soppalco sul quale ci eravamo sistemati a dormire.
«Non far rumore, Marco, svelto! Usciamo dalla finestra!» incalzò Diomede mettendomi tra le mani la sacca e le calighe.
A un bagliore di torcia dal locale sottostante notai il panciu-to architetto Vinicio Bestia, il mio maestro, che in silenzio ar-meggiava alla finestra. La paura gli stava stampata sul viso.
A togliermi da ogni incertezza, dal basso venne un urlo.
Bastava appoggiarsi alla balconata del soppalco e guardare giù per sapere cosa stesse succedendo, ma nessuno di noi osò farlo.
«Non c'è bisogno di saltare» mi sussurrò all'orecchio Dio-mede. «C'è una catasta di legna appoggiata al muro, arriva fin sotto alla finestra. Vedi di scendere senza far rumore, che non si accorgano di noi!»
Fuori c'era il buio della notte. La luna non era sufficiente a rischiarare la catasta di legna. Mentre infilavo la prima gamba nella finestra qualcuno mi diede una gomitata nello stomaco per farmi spostare. Non poteva trattarsi del mio collega Vale-rio che era in fianco a me. Lo sconosciuto mi passò davanti e schizzò fuori svelto come un pesce.
Subito dopo passai io: feci cadere qualche pezzo di legno che produsse un rumore sordo e Valerio mi seguì. Arrivai alla base della catasta quasi a rotoloni, non si vedeva nulla e ri-schiai di rompermi un piede. Attraversammo quasi a tentoni lo spiazzo sul retro della locanda e ci infilammo senza una parola in un varco tra i cespugli che davano verso il bosco. Si vedeva ben poco, da qualche imprecazione appena accennata capii che anche gli altri, come me, stavano prendendo frustate in faccia dall'invisibile ramaglia.
Allo sconosciuto che si era infilato con noi non era sfuggita nemmeno una parola. Forse taceva timoroso che ci avessero uditi fuggire.
«Non ci hanno visti, cerchiamo di allontanarci» disse un sussurro interrotto dall'ansimare del maestro Bestia «Non fate rumore, state zitti!».
Doveva essere il servo Diomede a far strada. Camminammo per un po' nella boscaglia incespicando in continuazione, qualche volta cadendo a terra.
Per quanto il cielo della notte di luglio fosse limpido e la luna e le stelle spandessero un debole chiarore, nella boscaglia tutto era indistinto; a malapena si intuiva la traccia del sentie-ro ma non si distinguevano né gli inciampi né le pozze d'acqua della pioggia del giorno prima, in cui ci infangammo a dovere.
Sussurrando appena riuscimmo a ragionare che il settentrio-ne si trovava, forse, davanti a noi.
Continuammo per un altro po' a tentoni, prendendo scheg-ge nelle mani dalla ramaglia e incespicando a ogni passo, fin-ché il cielo cominciò a mostrare un po' di quel grigiore che precede di parecchio l'alba. Il sentiero ci condusse fuori dal bosco e ci ritrovammo in un luogo strano, sulla sommità di un colle appena accennato: una spianata erbosa simile a un pasco-lo in cui si levavano quattro giganteschi massi, ciascuno alto almeno come un uomo, allineati a un paio di passi l'uno dall'altro.
Non era ancora il posto adatto a prendere fiato: «Ascolta, padrone» disse Diomede rivolto al maestro Bestia, con voce tremante, «è meglio che ci allontaniamo alla svelta! Questi massi non si trovano lì per caso! Deve essere un luogo sacro e se la gente del posto ci trovasse qui potrebbe pensare che stiamo facendo qualcosa di sacrilego contro i loro dèi!»
Il maestro Bestia era in preda al nervosismo e nessuno di noi osò aggiungere altro: quel luogo cupo incuteva timore e forse senza saperlo ci trovavamo già in mezzo a degli spettri.
Valerio non mostrava più traccia di sonno sul viso pallido e vidi che con gli occhi frugava veloce la semioscurità. Anche lo sconosciuto taceva e il maestro fece un cenno deciso a Diomede, che andasse avanti. Alla svelta.
Ci togliemmo da quel prato e dopo mezzo miglio facemmo sosta in un tratto di boscaglia dominata da bassi cespugli. Non era il caso di accendere un fuoco per asciugare le vesti bagnate dalla rugiada raccolta dal fogliame e dalle pozze, il fumo avrebbe indicato la nostra presenza, e non ci rimase che addossarci a borbottare contro un masso.
Ma anche la boscaglia di sterpi, senza nemmeno i versi de-gli uccelli, era un luogo spettrale e malevolo che avrebbe inti-morito perfino una centuria di legionari.
«Chissà cos'è successo nella taverna. Si saranno ammazza-ti?» si lasciò sfuggire Valerio. «Non si era parlato di correre questi rischi quando siamo partiti da Roma!»
Il maestro Bestia, meno arrogante del solito, lo zittì con un gesto della mano. Doveva avere addosso una buona dose di paura, ma volle rispondergli: «Valerio, anche a Roma i pericoli non mancavano! Non ti ricordi che tra i malviventi e quei fur-fanti dei...» Si interruppe appena in tempo, stava per dire “pretoriani”, un'insinuazione che non poteva permettersi in presenza di un estraneo. «Lo sai che se vuoi fare fortuna qual-che rischio lo devi ben correre!» borbottò, mentre lo scono-sciuto che era fuggito con noi aveva capito abbastanza per abbozzare un sorriso sornione.
«Ci inseguiranno?» mi bisbigliò all'orecchio Valerio.
«Non credo, quegli assassini non possono essersi accorti di noi. Li avremmo visti uscire con la torcia per cercarci, forse.»
Anche il servo Diomede si era zittito, per fortuna c'era già il primo debole chiarore.
Mi sembrò di notare scorrere sulle guance del maestro qual-che filo di sudore. «Bisogna che ragioniamo su dove dobbia-mo andare» mormorò, ascoltando attento se qualcuno si stesse avvicinando. Ma il luogo era deserto, come qualsiasi altro bo-sco della Germania Superior.
«Tu cosa dici che ci convenga fare, Diomede?» si decise a chiedere. «Parla, Diomede, cosa faresti se fossi tu a comanda-re?»
«Se lo vuoi sapere, io non mi fiderei a tornare indietro in quella taverna.»
«E perché non ci torneresti? Se stavano scannando qualcu-no, quello ormai sarà morto, e gli assassini se ne saranno fug-giti via!»
«Forse, maestro. Ma noi non possiamo sapere di preciso cos'è successo. Forse erano dei ladri. Magari degli assassini prezzolati, non lo sappiamo. Credo che sia meglio che non si sappia che noi eravamo nella locanda.» Diomede fece una lunga pausa, infine temendo di non essere stato del tutto chia-ro aggiunse: «Se hanno assassinato un avventore non avranno piacere che ci sia in giro qualcuno che li ha visti. Potremmo riconoscerli!»
Mi colpì la saggezza di Diomede: di sicuro era meglio che nessuno sospettasse la presenza di testimoni.
Al maestro Bestia luccicavano un po' gli occhi: «E ora dove diavolo potremmo andare in questa boscaglia buia? Qui c'è buio anche di giorno! Per Priapo! Il mio baule con le vesti è rimasto là nella locanda!»
«Credo che il tuo servo abbia ragione» si decise a parlare lo sconosciuto, tirando fuori la voce per la prima volta da quan-do mi era sgusciato davanti per uscire dalla finestra.
Gli gettai un'occhiata con curiosità, ma alla scarsa luce po-tei solo vedere che aveva tratti del viso molto marcati. Il mo-do di fare era compito, da persona istruita.
«Mi chiamo Nestore. Ero nella locanda con voi, ma non vorrei tornare là dentro per nulla al mondo. Chissà cos'è suc-cesso! Credo che abbiano ammazzato qualcuno, forse più d'uno.»
Notai che non aveva portato nulla con sé durante la fuga.
«Ci converrebbe cercare di seguire qualche sentiero per tro-vare di nuovo la strada militare» concluse, dando a intendere che la pensava esattamente come il servo Diomede.
L'architetto Bestia approvò scuotendo il capo, rassegnato alla perdita del suo baule da viaggio. Come Valerio ed io sa-pevamo bene, quel baule conteneva solo una veste unta e bi-sunta, per quanto ricca di fregi adatti a innalzare il rango dell'uomo che l'indossava, e certi rotoli di papiro con dei vec-chi progetti. Li avevamo raccolti proprio noi due, prima di partire da Roma, per permettere al maestro di darsi un conte-gno da navigato architetto. Erano progetti vecchissimi, alcuni nemmeno nostri, adatti a essere sbandierati sotto il naso a qualche committente poco esperto. In ogni caso erano utilis-simi per accendere il fuoco.
Ci riavviammo lungo il sentiero che andava in leggera di-scesa; sfruttando la luce dell'alba attraversammo l'agro selva-tico tra cespugli e ramaglia spinosa e finalmente all'ora sesta uscimmo sulla strada militare.
Le nostre vesti dal ginocchio in giù erano infangate dall'acqua delle pozze e trovato uno spiazzo decidemmo di fermarci per asciugarci al sole.
Potei osservare con attenzione il forestiero. La veste che indossava non era da lavoro, sembrava di buona fattura, e l'aspetto generale dell'uomo, con capelli e barba corti e curati, indicava che non faceva lavori manuali. Né avrebbe mai potu-to essere confuso con qualcun altro: magrissimo, le sopracci-glia cespugliose ed estese in avanti abbinate a un naso adunco come il becco di un rapace, gli conferivano una fisionomia particolarmente sinistra e inquietante. Non era meno infangato di noi, ma la sua veste era arricchita, all'altezza del petto, da un paio di macchie scure più larghe d'una mano, di colore di-verso dal fango che si stava asciugando. Per un istante, ragio-nando sugli accadimenti della notte, fantasticai che potesse essere sangue.
Nestore si era accorto che lo stavo osservando con interesse e capì cosa mi stesse passando per la mente.
«Forse è proprio sangue, giovane!» mi prevenne, altero. «Ma certo non è mio! Mi sono scansato appena in tempo da quegli avventori che litigavano. Impugnavano dei coltelli, questo forse è il sangue di uno di loro. Abbiamo fatto bene a darcela a gambe!»
«Quanto a questo non c'è dubbio» intervenne la voce roca del maestro Bestia. «Si sa, le locande sono aperte a tutti, per quello sono mal frequentate!»

La strada militare che da Saletio, e dalla locanda dalla qua-le eravamo fuggiti, conduceva a Noviomagus era in buone condizioni ed era percorsa da un certo traffico: gente del po-sto, contadini scalzi che spostavano qualche smunta vacca, di tanto in tanto un carretto trainato da un asino con merce de-stinata ad essere rivenduta nella zona. La strada era parallela al Reno le cui acque grigie di tanto in tanto erano visibili at-traverso la fitta vegetazione della sponda. Qualche pascolo ospitava del bestiame e un ragazzo guidava una dozzina di pecore a brucare lungo i bordi della strada.
Camminammo per tutta la giornata, desiderosi di allonta-narci da quella locanda e di non essere chiamati da qualche militare a narrare quello che avevamo visto, o udito. Prima di sera trovammo ospitalità da un contadino che arrotondava i proventi della terra vendendo, in fianco alla strada, biada per gli animali e formaggio ai viaggiatori. Non si stupì quando il maestro Bestia gli chiese di ospitarci nella stalla, non eravamo i primi, acconsentì per una moneta di rame.
«Siamo ancora lontani da Noviomagus, buon uomo?» gli chiese l'architetto.
«Dovrete percorrere ancora sette miglia, ma la strada è buona. Ci arriverete domani in mattinata.»
Il contadino ci vendette del pane e del formaggio e quella fu la nostra cena davanti a un focherello di sterpi appena fuori dalla stalla.
«Mi dicevate che volevate andare a Treviri?» domandò lo sconosciuto che era rimasto zitto per tutta la giornata.
«Sì, Treviri, quella è la nostra destinazione. Mi hanno detto che a Noviomagus c'è il bivio che porta a Treviri.»
«Conosco quella strada: il bivio è due miglia dopo l'abitato di Noviomagus. C'è un miliario, dovrete prendere per ponen-te, è la strada che passa per Vicus Saravus.»
«C'è qualcosa in quel villaggio, quel Saravus?»
«C'è un forte dell'esercito con una guarnigione che presidia la strada per Treviri e il ponte sul fiume Saravus.»
«Potremmo fermarci lì domani notte. Sai per caso se c'è una locanda?» insistette il maestro.
«No, non credo, Saravus è una borgata con poche case di fango. Siete diretti a Treviri, quindi?» insistette, era chiaro che voleva fare qualche innocente chiacchiera.
«Sì, io sono architetto» gli rispose il maestro Bestia, un po' tronfio quando parlava di sé stesso e del suo lavoro. «Questi due giovani apprendisti sono i miei aiutanti, e Diomede è il mio servo.»
Lo sconosciuto squadrò me e Valerio come se fossimo cani randagi pieni di pulci: «Degli architetti!» scosse il capo. «E cosa andate a fare a Treviri?»
«Siamo stati chiamati da un possidente per costruire un edi-ficio di marmo. È un'opera importante, non è cosa che possa essere improvvisata da dei tagliapietre. Per questo ci hanno fatto venire fin da Roma. Ma certo non potevamo immaginare che in queste province ci fossero dei pericoli a ogni passo!»
«Perché forse a Roma è diverso? Dicono che anche là biso-gna essere prudenti!»
«La prudenza è una necessità nell'urbe!» annuì compiacen-te il maestro. Roma era davvero piena di pericoli, io venivo dalla campagna e la città non mi piaceva per niente. Anche per quello avevo assecondato il maestro Bestia ed ero partito con lui a cercare miglior fortuna nella Gallia Belgica.
«Roma è una grande città!» proseguì. «Dove circolano grandi ricchezze ci sono anche grandi opportunità, ma certo ci sono dei rischi da affrontare. In proporzione, naturalmente, dipende da quello a cui aspiri» asserì scuotendo il capo con convinzione.
Valerio sorrise, il maestro era tornato alla sua arte, quella dell'imbonitore. Ma a me venne invece spontaneo pensare che lo sconosciuto Nestore sapeva ormai tutto di noi, mentre di sé non aveva detto nemmeno mezza parola.
«Voi giovani volete far fortuna, quindi?» sorrise ironico dandoci uno sguardo di commiserazione.
Non sapendo cosa rispondere annuii, incerto.
«Qui troverete solo dei guai! Capirete da soli che era me-glio se restavate a casa vostra!»
Forse non gli andavano a genio i giovani che si davano da fare, ci guardammo bene dal rispondergli.
Quando fummo al buio sulla paglia del fienile, attendendo di prendere sonno, chiesi a Valerio: «Cosa potrebbe fare di lavoro questo Nestore? Non ha detto nulla di sé.»
«Non è un gran chiacchierone e di certo ha della boria. Mentre mangiavamo gli ho osservato le mani, sembrano mani da uomo di lettere, non è di sicuro uno che fa qualche lavoro manuale.»
Non sembrava nemmeno un commerciante. Dava l'idea di essere un uomo con un po' di istruzione. ‘Nestore' sembrava un nome greco. Orientale, forse.
«Hai visto se porta il coltello?» mi scosse Valerio.
«No... Non mi sembra che ce l'abbia.»
«Potrebbe avercelo, però. Magari lo tiene nascosto nella ve-ste e noi non gliel'abbiamo visto.»
Claudio Rossi
Votazione per
WriterGoldOfficina
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Autori di Writer Officina

Claudio Rossi
Buongiorno a tutti e grazie a Writer Officina per avermi dato la possibilità di questa intervista. Sono originario della pianura del Po. Ho completato gli studi classici prima di intraprendere una professione che mi ha portato a conoscere nel dettaglio come i romani hanno modificato il territorio italiano. A parte l'attività in Italia, ho lavorato per molti anni in tutto il mondo in zone disabitate o desertiche, facendo rilievi con strumenti spesso rimediati sul posto e non troppo diversi da quelli degli agrimensori romani. Erano gli anni '70 e '80, i GPS e i satelliti non erano a disposizione dei civili. In quegli anni ho vissuto spesso al fuoco dei bivacchi, mangiando cibi su cui non conveniva indagare a fondo.
Nel 2013 ho finalmente avuto l'opportunità, e il tempo, di approdare al romanzo storico, in cui racconto il mondo dell'antica Roma attraverso gli occhi di persone comuni che cercano di sopravvivere tra corruzione, congiure e tradimenti.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Claudio Rossi: Fin da bambino leggevo classici dell'avventura come Verne e Salgari, ma qualcosa è cambiato quando mi è capitò tra le mani una copia da macero di Smoke Bellew, uno dei primi romanzi di Jack London.
Fu quello a smuovere una passione travolgente per la letteratura d'avventura.
Con il liceo approfondii lo studio dei classici, da Omero a Dante, e della letteratura italiana. Subito dopo l'università dovetti iniziare a lavorare in giro per il mondo.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Claudio Rossi: Sì, c'è stato. Non ricordo quante volte lessi quel romanzo di Jack London di cui ho fatto cenno prima, anche se negli anni dovetti scendere a patti con il lavoro e la famiglia. Ma a volte quando quel libro, magari dopo essere stato dimenticato per una decina d'anni, mi capitava di nuovo tra le mani, lo rileggevo con la mente arricchita di nuove esperienze di vita, e più lo rileggevo e più mi incendiava la curiosità di vedere quei luoghi.
Il tarlo di Jack London mi ha perseguitato per molti anni, decenni addirittura, finché il caso ha voluto che, ormai cinquantenne, mi capitasse tra le mani una ricognizione fotogrammetrica di una regione dello Yukon canadese. Durante l'esame delle foto aeree e il confronto con alcune mappe di aeronavigazione ho scoperto che i luoghi citati da Jack London esistevano per davvero, tutti quanti! Persino i villaggi indiani.
Approfondendo la ricerca un dubbio che mi era sorto si trasformò lentamente in certezza: London aveva descritto cose che aveva visto, e avventure che aveva vissuto per davvero. Quel romanzo puzzolente di muffa che avevo salvato dal macero era il diario del viaggio che aveva fatto nel 1897, e che aveva pubblicato in chiave di romanzo.
A quel punto non ho più avuto pace finché sono riuscito a organizzare un viaggio per andare a vedere di persona quei luoghi, e ho ripercorso anch'io tutto il suo itinerario, da Skagway fino a Dawson City, lungo il corso del fiume Yukon.
Ciò che avevo letto nel romanzo era tutto vero, e le persone che Jack aveva descritto erano i suoi compagni nella corsa all'oro. Negli anni feci altri due viaggi in Yukon, portando sempre con me quella copia di Smoke Bellew sfuggita al macero.
E' stato da quel romanzo che è nata la mia passione per la letteratura d'avventura.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Claudio Rossi: Il primo romanzo non l'ho proposto a editori, e nel frattempo ho raccolto molte informazioni assai negative sui rapporti tra uno scrittore e la casa editrice. Solo in tempi recenti, con una ventina di romanzi alle spalle, ho ceduto alle insistenze di amici e collaboratori e ho provato a mandare un paio di romanzi a due CE.
Non ci sono stati risultati e al momento mi trovo bene nel self publishing dove ho il controllo totale di ogni passaggio e tempi certi.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Claudio Rossi: Sicuramente è un'ottima opportunità, ma solo se si dispone di uno scritto impacchettato come un vero prodotto editoriale, e se si possiede una buona conoscenza delle regole della piattaforma e del segmento in cui inserire il romanzo. Senza spendere molte ore in formazione il fallimento è quasi sicuro.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Claudio Rossi: Ho scritto tre serie di romanzi con protagonisti differenti tra loro per educazione, cultura ed età.
Si muovono nel mondo romano tra il primo secolo a.C. e il primo secolo d.C.
La serie più fortunata è quella che vede insieme l'agrimensore Quintilio e il liberto greco Hicesius. I protagonisti e le ambientazioni di questa serie fanno parte di un mondo che ha punti in comune con chi esegue attività tecniche con mezzi rudimentali in paesi arretrati, fidandosi della capacità di risolvere il problema quando si presenterà. Un po' come ho sempre fatto io.
Sono quindi molto affezionato a questi personaggi, ed è inevitabile che uno scrittore travasi una parte di se stesso nei protagonisti che popolano le sue storie.
Eppure il romanzo a cui sono più affezionato in assoluto è “Il Buio tra le Colline”, che fa parte di una trilogia che ha per protagonisti un giovanissimo architetto e un tribuno che ha abbandonato l'esercito. Questo romanzo ha percorso chilometri sulle scrivanie durante gli anni in cui non mi decidevo a pubblicarlo, ma poi il risultato è stato molto buono.
La maggior parte dei personaggi che compaiono in questo romanzo ricalcano, accentuandone pregi e difetti, persone che ho realmente conosciuto, spesso in circostanze fuori dall'ordinario, come durante lavori pericolosi in foresta o nel deserto, o in mare. Mi sono persino servito di vecchie fotografie e di altrettanto vecchi rapporti di lavoro per fare mente locale e rendere più viva la descrizione di situazioni difficili o di guide o colleghi. E' un romanzo che fa un po' parte della mia vita.

Writer Officina: Come nascono i tuoi romanzi? Da dove trai l'ispirazione?

Claudio Rossi: I romanzi hanno di solito più di una fonte di ispirazione, voglio qui citarne tre: la prima è sicuramente la scoperta che il paesaggio che vediamo oggi nelle aree pianeggianti italiane e in parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo è in buona parte artificiale ed è dovuto a coloro che per primi si posero il problema di valorizzare il territorio. In concreto una fonte eccellente sono le foto aeree, settore in cui ho lavorato alcuni anni. La seconda fonte è la ricerca bibliografica: grazie al web è possibile accedere, con poca fatica, a un patrimonio immenso di opere letterarie digitalizzate. Le fonti a mio avviso più interessanti sono i testi dell'epoca in greco e in latino, di cui esistono eccellenti traduzioni, specialmente in volumi del ‘700 e dell'800. Vorrei citare, per fare un esempio, i testi di Erone su cui mi sono basato per ricostruire una dioptra che a volte compare nei romanzi. La terza fonte di ispirazione sono i musei, in cui si trovano strumenti che risalgono alla tecnologia dell'epoca insieme a oggetti che provengono dalla vita comune e che sono altrettanto necessari, a uno scrittore, per descrivere un contesto realistico.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Claudio Rossi: Alla base c'è la ricerca storica, spesso lunghissima e a volte non esaustiva. Va detto che le fonti classiche ci offrono descrizioni interessantissime di situazioni talmente ingarbugliate che nessuna mente di scrittore riuscirebbe mai a inventare di sana pianta.
Purtroppo i tempi della ricerca storica non sono certi: qualche rara volta le informazioni compaiono all'improvviso, come servite su un piatto d'argento, altre volte il mosaico che si cerca di mettere insieme è incompleto e conviene fermare la stesura del romanzo. Questo è il motivo per cui ho alcune storie in stand by che non vanno né avanti né indietro.
In ogni caso non mi è mai capitato che la maturazione del quadro storico e ambientale necessario per realizzare un romanzo trovi una buona coerenza in meno di un anno o due.
Lavoro con uno schema iniziale partendo da una cronologia, e i fatti descritti nel romanzo vi si innestano in genere sotto forma di appunti che vengono ampliati a mano a mano che procede la descrizione dei personaggi e degli eventi, fino a formare i vari capitoli. Negli appunti preferisco non dettagliare eccessivamente, le foglie e i frutti vengono messi sull'albero durante la stesura.
Quanto allo “scrivere d'istinto” non credo che esista, o per lo meno non ho esperienze dirette. Forse può esistere a livello di capitolo, non di romanzo.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Claudio Rossi: Ho più di un romanzo in lavorazione. Alcuni sono nel cassetto da anni, altri hanno trovato una struttura coerente e, capitolo dopo capitolo, li sto completando. Spero di riuscire a terminare nei prossimi mesi il tredicesimo romanzo della serie di Quintilio. Ho poi in lavorazione uno spin-off della serie dell'architetto Marco, e ho terminato da poco un'avventura che rivede insieme gli archeologi George Grayson e Giovanna Corsini (sarà presto pubblicata). Altre idee che sembravano ben avviate sono state fermate per incompletezza del quadro storico o per la presenza di incongruenze, ma di tanto in tanto trovo qualche nuovo tassello. Non mi pongo limiti di tempo, pubblico quando il risultato mi piace e ha un riscontro favorevole da editor e beta readers.
Tutti i miei Libri
Profilo Facebook
Contatto
 
1499 visualizzazioni