Writer Officina
Autore: Fabrizio Kintaro
Titolo: Tutte le piaghe d'Egitto
Genere Black Comedy
Lettori 1986 7 9
Tutte le piaghe d'Egitto
“Milady, stenterà a credere ai suoi occhi. La porterò in un luogo dove il sole non viene mai offuscato dalle nubi, dove le acque sono così limpide e cristalline da riuscire a vedere i pesci nuotare sul fondo, dove cordialità e socievolezza sono le parole chiave per accedere al regno.” “Oh Milord, ma lei mi vuole indurre in tentazione allora. Vuole
farmi divenire una giramondo per il resto dei miei giorni. Intende rapirmi per portarmi in uno di quei luoghi magici, baciati dal sole. Lontani dal grigiore inglese, solo io e lei. Riconosco nella sua persona le qualità di un autentico affabulatore, Milord!”
“Questo e altro per conquistare la principessa del regno! Sono pronto a sfidare la sorte soltanto per rientrare nelle sue grazie.” “Noah, scherzi a parte, non credi che sia meglio prendere delle precauzioni? Ultimamente ci stiamo lasciando veramente tanto andare alle effusioni, ci stiamo dando davvero dentro!” “Suvvia, Milady, che linguaggio poco consono a una discendente al trono! Io lo definirei amor cortese, perché lo sai che io ti amo davvero Amelia, no?” Amelia, ripensa alle frasi smielate che le diceva suo marito Noah, quando erano poco più che ventenni e si divertivano a prendersi in giro, recitando le parti del cavaliere infatuato e della sua promessa sposa di nobili origini. Le ha registrate nei meandri della sua mente, quelle parole. Le ha conservate come il regalo più prezioso chele avesse mai fatto. Gli occhi lucidi e lo sguardo spettrale, morto,
eternamente fissato nel nulla cosmico, mentre sta seduta su una delle sedie del tavolo da pranzo, con la tazza di thè fumante davanti, e in mano il volantino con lo strano invito lasciato dal ragazzo misterioso, che aveva fatto il possibile per nasconderle
la sua identità. Ora quel volantino lo rigira tra le mani, in modo nervoso. Noah non c'è più. Non sarà mai più al suo fianco
per consigliarla. Adesso è sola, con la mente oberata da quel terribile marasma, le spetta il fastidioso compito di decidere se ignorare o indagare, scavare più in profondità. Il volantino dice che hanno bisogno di lei - ma cosa vogliono esattamente da lei? - e
riporta la sigla di quel movimento rivoluzionario, che vuole gli stranieri fuori dalle palle a tutti i costi. Ad Amelia gli stranieri non
avevano mai dato fastidio più di tanto, a casa sua s'intende.Tutto era cambiato da quando avevano deciso di fare quel
malaugurato viaggio, in cui lei, suo marito Noah e sua figlia Lily erano gli stranieri. Quello che sua figlia Lily non era affatto convinta di voler affrontare, e glielo aveva detto chiaro e tondo. In quel viaggio, quelli che non erano stranieri, quelli che dovevano
essere i campioni di socievolezza e cordialità, avevano brutalizzato lei e la sua famiglia: li avevano derubati, li avevano avvelenati e alla fine si erano presi suo marito e sua figlia. Se li
erano presi per sempre, non li avrebbe rivisti mai più. Per colpa loro, adesso era rimasta sola. Sola con il suo dolore eterno e la
sua angoscia nera, intramontabile.

Amelia aveva perso Noah e Lily in meno di due settimane. Era ritornata da quel viaggio in Sicilia, quel viaggio che avevano tanto
desiderato, senza portare con sé nessun bel ricordo. L'unico macabro souvenir che era stata costretta a portarsi dietro erano
le salme di suo marito e sua figlia. O meglio, quello che restava del gracile corpo di Lily, dopo il tragico incidente che aveva
messo fine in un lampo alla sua breve e giovane vita. La donna, in preda all'impeto della disperazione, si tira su dalla sedia e si avvia verso la stanza che un tempo era stata di Lily, colta da delle fitte lancinanti alla testa e al cuore. Sua figlia e suo marito le mancano al punto da sentire come delle coltellate al petto, ogni notte, quando con molti sforzi cerca di prendere sonno, e a ogni maledetto risveglio, quando, cessati gli incubi notturni, si riscopre sola e inizia il vero incubo, reale, quo-
tidiano. Questa mattina Amelia si è svegliata prima del solito, martellata dalle domande che, la notte precedente, avevano
conteso le ore che avrebbero dovuto essere dedicate al sonno, e adesso si ritrova a fissare la stanza di Lily, che è rimasta nelle stesse identiche condizioni in cui la figlia l'aveva lasciata prima di partire. Il regno di sua figlia, un quadrato di tre metri per tre che,
a distanza di due anni dai tragici eventi, sembra essere stato congelato nel tempo. Il poster dell'album di debutto in major dei
Nirvana, Nevermind, con il bambino che insegue la banconota all'interno della piscina; i libri di testo; le collezioni di manga; i
funkopop sulla mensola al di sopra del letto. Il letto di Lily ancora sfatto, che Amelia ha sigillato con chilometri di cellophane, nel
disperato tentativo di preservarne 'il profumo, la più piccola traccia genetica, che avrebbe mantenuto la connessione tra sua
figlia e la vita terrena. Le pare quasi di vederla la piccola Lily mentre, sorridendo allo
specchio, si trucca sotto la luce dei led della sua cameretta e si sistema il ciuffo, compiendo quel gesto strambo che Amelia le ha visto ripetere mille volte. Lily adesso non fissa più lo specchio; lo
sguardo ora è rivolto verso di lei, il sorriso è svanito dal suo viso,
il nero pece della tinta per capelli usato dalla ragazza gronda liquefatto, scivolando sui lunghi ciuffi, lasciando intravedere le
chiazze del biondo naturale, formando una grottesca sagoma maculata. Le gocce di colore esplodono al contatto con il pavimento lindo della stanzetta, sporcandolo, in un susseguirsi di echi che si ripete periodicamente. Ora gli occhi di Lily sembrano
di cera e la sua espressione è una via di mezzo tra la pietà e la delusione. Un suono bitonale, sincopato, emesso prima una, poi
due volte, tirando fuori temporaneamente Amelia dalla spirale depressiva che pian piano corrode la sua mente, e la spinge
sempre più addentro alle crisi allucinatorie, al delirio psicotico.
La donna si spinge verso la porta d'ingresso, con passo incerto, da ubriaco, e quando il campanello suona per la terza
volta, apre la porta d'ingresso.
“Buongiorno Amelia, mi fai entrare? È giovedì, mi avevi chiesto di passare, ricordi? Oggi non hai lezione, giusto? È da un po'
che non scambiamo due chiacchiere”
“Oh, ... scusami, Lisa. Ero sovrappensiero e non ho sentito il campanello. Certo cara, accomodati pure. Metto subito la teiera
sul fuoco.”
Lisa Dormer è una donna sulla sessantina, dalla tinta bionda innaturale e l'aspetto tarchiato, il viso pienotto con delle rosee
guance rotonde, messe in risalto da delle deliziose fossette. È un'amica di vecchia data di Amelia Sallow, si conoscono fin dai
tempi del liceo. Lei e il collega di storia di Amelia, il prof. Simon Robertson, sono le uniche due persone che le sono state davvero
vicine, nei due interminabili anni successivi al grave lutto subito. Sia Lisa che Simon hanno fatto il possibile perché Amelia mante-
nesse un contatto con la realtà e hanno cercato di offrirle delle alternative allo stato di isolamento nel quale la donna si è auto
relegata, quasi come a infliggersi una punizione, una lunga pena da scontare. Il sospetto di entrambi, però, è che si tratti di una pena che non finirà mai.
“Amelia, come stai? Mi sembri sconvolta. Hai dormito stanotte? “chiede la donna, avanzando con la fronte corrugata e lo
sguardo di chi è sinceramente preoccupato.
“Sonno vero e proprio, poco. Molti risvegli. Sto provando con i sonniferi che mi ha prescritto il dottor Wallace, ma non sembrano funzionare un granché.”
“Senti Amelia, perché non vieni a stare da me, per un po'?
Aiuterebbe entrambe. Lo sai, sono una donna sola, non ho vincoli. Ti puoi prendere tutto il tempo che ti serve”, incalza la
donna.
“Grazie di cuore Lisa, sarebbe bello. Ma non mi sento ancora pronta. Questo tetto lo abbiamo condiviso per decenni, è l'unica cosa che mi tiene ancora legata a Lily e Noah. Non posso lasciarli.” Amelia, nonostante gli sforzi di Lisa, rimane rigida sulla sua
posizione “È a questo che mi riferisco, Amelia. Penso che ti farebbe bene allontanarti per un po' da qui, ti aiuterebbe a elaborare il...” La donna tentenna, preferendo non concludere la frase per evitare di sottolineare la sua condizione emotiva. Amelia abbassa la testa, evitando lo sguardo penetrante dell'amica, e non proferisce parola. “Ho capito. Senti, venerdì io e le ragazze andiamo a tentare la
fortuna al bingo e poi a farci un bicchierino al Joyce, perché non ci raggiungi?” “Oh, mi piacerebbe Lisa. Ma venerdì non posso. Ho un appuntamento.” La donna strabuzza gli occhi, incredula, e arrossisce. “Un appuntamento? Oh bene, allora non insisto. Sarà per la prossima volta.” “Ma certo cara! La prossima volta non mancherò di certo. Ma
questo venerdì, sono stata invitata. È un appuntamento al buio e non posso mancare”, conclude Amelia, con uno sguardo serio, determinato, che destabilizza in maniera definitiva l'amica.
Fabrizio Kintaro
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Fabrizio Kintaro
Mi chiamo Fabrizio e sono nato a Catania il 23 luglio del 1984. Fin da bambino, mi sono dilettato a scrivere un po' di tutto. Spaziavo dalle poesie, a brevi storielle fino a scrivere testi rap. Per parecchi anni, mi sono occupato soltanto di quello. Scrivevo e incidevo brani rap. Il mio pseudonimo nasce in quel periodo, dal nome con il quale mi identificavano all' interno del genere. Scrivere è sempre stata la mia passione. Vuoi pure che ho fatto studi tecnici e non mi sono mai cimentato nell'ambito letterario. La cosa mi è pesata parecchio e ancora oggi, ogni tanto mi pento della scelta presa. In compenso, leggo e ho sempre letto un sacco. Quella per me, resta la miglior palestra. Dai classici, a opere di scrittori contemporanei. Non mi sono mai fatto mancare nulla, quando si è trattato di libri. Sono al mio primo romanzo, quindi mi porto sulle spalle tutta l'inesperienza del caso. Spero soltanto di non fare strafalcioni troppo grandi o quantomeno di colmarli con la passione. Per me, scrivere è un fatto naturale, come mangiare e dormire perciò non mi perdo troppo in elucubrazioni. Sono legato a una scuola narrativa che è quella delle mie parti, principalmente quindi quella verista. Quello è il modo di scrivere che mi è stato insegnato fin dalla tenera età: scrivere come atto di denuncia. Anche nel mio racconto più strampalato troverai sempre un fine di denuncia. Che sia malasanità, sfruttamento del lavoro nero o abusi in genere. Sono sempre gli sconfitti, il terreno su cui poggia la struttura della mia storia e quella è la psicologia dei personaggi che invento.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Fabrizio Kintaro: Ero molto piccolo. Credo che sia partito tutto, con i ragazzi della via pal e ventimila leghe sotto i mari. Avrò avuto 6/7 anni.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Fabrizio Kintaro: Trainspotting di Irvine Welsh. Più in generale, gran parte della sua bibliografia.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Fabrizio Kintaro: In realtà, il mio lavoro è uscito da pochissimo. L'ho proposto a svariati editori, sia grossi che non. Al momento saranno stati 2/3 quelli che mi hanno fornito un feedback.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Fabrizio Kintaro: Credo che la rete in generale sia un po', come dicono gli americani: the gift and the curse. Un dono e contemporaneamente una maledizione. KDP è il vero punto di svolta perché consente a chiunque di pubblicare senza la necessità di un vero budget di base. Ovviamente tutto ciò però tende ad abbassare anche il livello delle produzioni. Inoltre gli algoritmi ci manipolano, quindi è facile pilotare la scelta del lettore, indipendentemente dalla qualità del prodotto.

Writer Officina: Ritieni che la verosimiglianza sia importante oppure no visto che si tratta comunque di fiction?

Fabrizio Kintaro: Credo che la verosimiglianza sia tutto. Nella mia narrativa, lo è. Che si tratti di luoghi o personaggi, devi riuscire ad immaginarteli, anche a costo di essere deludenti e stereotipati. Per citare Oscar Wilde: “La vita imita l'arte più di quanto l'arte non imiti questa pazza vita”

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Fabrizio Kintaro: Tendo a scrivere una trama base, e poi sviluppo i personaggi che faccio ruotare all' interno della storia. Il modo di parlare, quello di vestire. Le manie di ognuno di loro. Subito dopo, inizio a scrivere di getto.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Fabrizio Kintaro: Sto già scrivendo una nuova serie di racconti, che riprendono gli sviluppi nelle vite dei personaggi di “Sognando la Califogna”. Incontreremo vecchi amori e ne scopriremo di nuovi. Di più non posso dire. No spoiler.
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