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Una Complicata Favola Moderna
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Vita e amori moderni - Vol 1 - Autoconclusivo.
Odiava gli aeroporti. Li aveva sempre odiati e continuava a odiarli. Odiava le grandi celebrazioni familiari. Non era sempre stato così, ma adesso sì. Odiava tutto. Dai battesimi ai funerali e qualunque cosa ci stesse nel mezzo. Odiava qualunque cosa le ricordasse che lei non aveva niente.
La cosa triste era che ogni qualvolta questo pensiero le saltava in testa, automaticamente si ricordava di una vecchia zia, un'inacidita zitella, che da piccola mal sopportava. Con quello che sapeva oggi, delle ingiustizie del mondo e della vita, i suoi pensieri per la zia erano molto più affettuosi.
Due anni prima il suo compagno era morto. Dieci anni di vita insieme di cui non restava più traccia. Non che potesse incolpare nessuno riguardo a questo. In fondo era stata una decisione presa di comune accordo tra lei e Miguel. L'unica cosa che le restava di quel periodo era la famiglia acquisita in Messico. Nonostante il tempo trascorso, non era riuscita a smettere di andare da loro le canoniche tre volte l'anno.
Compleanno di Miguel, sì era un po' raccapricciante; ricorrenza del funerale, e pure qui non c'era da scherzare; per non farsi mancare niente l'anniversario dei quasi suoceri. C'erano dei motivi per cui, nonostante non amasse le celebrazioni familiari, aveva trovato modo di convivere abbastanza bene con i parenti di Miguel. La loro era stata una scelta consapevole di cui non si era mai pentita, fino a due giorni prima.
Ricordava come fosse ieri il primo incontro con Miguel, nonostante fossero trascorsi più di dodici anni. Dopo il periodo assurdo dal quale stava uscendo, quell'avvenimento aveva dato il via al periodo sereno più lungo della sua vita. Dieci anni.
Fino a quel momento lei era una botanica che si era chiusa al mondo, e anche alla sua famiglia per essere sinceri, e Miguel era il sogno di ogni donna che amasse il tipo del bel tenebroso. Chiuse gli occhi e richiamò l'immagine alla memoria.
Il viso dalla mascella pronunciata con quel filo di barba vecchia di un giorno, sempre curata alla perfezione, che attraeva gli sguardi delle donne. I capelli, neri, un po' lunghi sulla nuca, e gli occhi color nocciola completavano il quadro. Decisamente non il suo tipo.
Lo aveva conosciuto in ferie, come si confaceva a una storia con quel tipo d'uomo, nell'albergo che lui e la sua famiglia gestivano. Lui aveva sempre giurato di essersi fatto avanti a causa dei suoi capelli rossi. Bisognava essere chiari. Che fosse o no il tuo tipo, quando un uomo come Miguel si faceva avanti per corteggiarti, come solo un affascinante bel tenebroso latino sapeva fare, difficilmente ci poteva essere scampo. Non cercava una storia, non la voleva proprio. Non era interessata a rimettere in gioco il cuore. Non le interessava costruirsi una famiglia e avere dei figli. Strano a dirsi, in tutto quello avevano trovato un punto di contatto, perché Miguel la pensava proprio come lei. Iniziare una storia era stato facile, proseguirla anche. Trasferimento in Messico compreso. Dieci anni in cui si era presa cura del giardino dell'albergo e aveva girato un po' il Centro America, affascinata dalla natura che la circondava. Dieci anni sereni interrotti in maniera brusca dalla morte di Miguel.
I suoceri le avevano espresso da subito il loro desiderio di averla ancora con loro. Nonostante la mancanza di un matrimonio che lo ufficializzasse, lei era la moglie del loro figliolo. Accettare quell'invito era una cosa che non aveva mai preso in considerazione.
Ricordava alla perfezione la strada che scendeva dall'albergo alla spiaggia riservata. Dopo il funerale di Miguel era scesa lungo quel sentiero, fino al mare. Quando era stato il momento di rientrare si era voltata, per osservare l'albergo in alto sopra di lei, e si era sentita semplicemente fuori posto. Non era casa sua quella.
Non se la sentiva di dirlo a loro, che erano delle persone carissime e speciali, ma non era quello il genere di rapporto che c'era stato tra lei e il suo compagno. Non erano mai stati davvero famiglia. Quindi aveva fatto armi e bagagli ed era tornata a Londra. Prima un periodo dai suoi, poi un appartamento tutto suo e un lavoro nuovo di zecca come progettista di giardini. Una nuova vita.
Questa la situazione. Se mai avesse parlato a qualcuno di questo strano ménage di viaggi in Messico, di sicuro qualche domanda sarebbe stata naturale. Domande tipo Chi te lo fa fare se non ti sei mai sentita parte di quella famiglia?
Appunto.
Lei no, ma loro sì. C'erano abbastanza cose nel suo passato di cui si rammaricava. Persone che aveva ferito e perso, altre che aveva ferito e per fortuna mai perso. Una di quelle persone era Kate, sua sorella maggiore. Un inarrestabile uragano di energia, sposata con un americano da dieci anni. Era andata con Miguel alle nozze e l'aveva aiutata con il trasloco da Londra a Chicago. Ogni volta che andava in Messico passava a trovarla al rientro. Dopo tanti anni Kate non aveva perso il suo accento né il suo stile british. Capitava molto spesso che, per prenderla in giro, le canticchiasse An Englishman in New York durante le loro passeggiate in giro per la città.
In conclusione, quello era il motivo per cui quel giorno si trovava seduta su un duro e scomodo seggiolino all'aeroporto O'Hare, in attesa del suo volo per Londra, dove non vedeva l'ora di arrivare per starsene un po' di giorni sola, con i piedi per aria, sul suo comodo divano gigante. Ovvio che i suoi genitori si sarebbero lamentati se non si fosse fatta vedere per niente, quindi almeno per un pranzo o una cena si sarebbe dovuta concedere. Sentiva l'emicrania bussare alle tempie, ci mancava solo quella. Tutta colpa della stanchezza e del rumore. Le cuffie erano nella tasca interna destra del cappottino primaverile, non serviva nemmeno aprire gli occhi...
“Alexandra!!! Alexandra!!!”
Saltò sul sedile di colpo. Ma che cavolo. Non solo questo energumeno dalla voce stentorea sembrava pronto a creare un terremoto tutto da solo, ma per di più stava urlando il suo nome. Fece finta di niente e continuò a cercare le cuffie in tasca, convinta fosse il solito genitore incapace che si era perso la figlia in giro. Nonostante da anni confermasse a parenti, amici, conoscenti, e magari anche ai clienti, che la sua sopportazione degli esseri umani sotto i vent'anni era davvero bassa, diede d'istinto un'occhiata. Anni e anni di educazione l'avevano forgiata come un fornitore automatico di aiuto.
Ti serve qualcosa? Vai da Alexandra.
Ad altezza bambino, per la precisione un po' sotto l'altezza bambino, intravide una figuretta con un giubbotto blu dal quale spuntavano due gambe magre, avvolte in un paio di pantaloni verdi, da un lato e una testa con due codini di capelli biondo oro dall'altro. La bambina si era infilata sotto i seggiolini della fila poco davanti alla sua. Ecco lì la sua omonima. Ora tutto stava ad attirare l'attenzione del genitore senza che la ragazzina se ne avvedesse e partisse in fuga.
“Alexandra!”
Il possessore della voce si stava avvicinando alla sua posizione. Senza perdere di vista d'occhio la fuggitiva cercò di individuare il rumoroso papà. Se continuava così la ragazzina sarebbe sparita e lui avrebbe continuato a urlare a squarciagola. Dato che voleva con tutta sé stessa evitare quest'ultima cosa, era meglio per lei localizzare in fretta il suddetto esemplare maschile.
“Alexandra!”
Fermi tutti. Quella voce, ora molto vicina, lei la conosceva fin troppo bene. La bambina era ancora lì, si era solo raggomitolata di più strisciando dietro le gambe di uno dei passeggeri. Quindi si voltò verso la sorgente delle urla ed ebbe una conferma che non era per niente necessaria, né desiderata a dire la verità.
Diciotto anni, il conto era facile, sedici anni che non si vedevano, diciotto da che si erano conosciuti. Daniel Kiefer. Quando lo aveva incontrato la prima volta, era un ragazzotto muscoloso con un'ipotesi di contratto da giocatore di rugby professionista in tasca. Tanta voglia di giocare, più che di diventare famoso. Lui aveva ventidue anni. Lei venti. Era stata simpatia a prima vista, forse erano amici da prima di conoscersi. Aveva preso casa poco distante da quella dei suoi, insieme a un suo compagno di squadra con cui aveva un rapporto quasi simbiotico.
Paragonò mentalmente l'uomo davanti a lei con il ragazzo dei suoi ricordi. Qualche ruga in più e di certo una stazza diversa. Non poteva dire con certezza se fosse sovrappeso o muscoli, ma i capelli erano ancora nerissimi e gli occhi i soliti. Di un azzurro incredibile tanto era trasparente. I ricordi del perché si erano persi di vista erano ancora lì, tutti impressi nella mente, in maniera vivida. Non faceva male come una volta, ma non erano le sue memorie più liete. Comunque fosse, per quanto potesse ancora essere o non essere arrabbiata con lui, la bambina non c'entrava molto. Inoltre c'era una certa curiosità di sapere come mai l'avesse chiamata come lei, perché era chiaro che il padre fosse lui, dato che la stava cercando e che una bella fede in oro rosso risaltava sul suo anulare.
“Daniel?”
Si alzò in piedi per attirare l'attenzione.
“Alex?! Oh mio Dio! Quanti anni sono? – la sorpresa sparì in fretta dal viso per lasciare di nuovo il posto alla preoccupazione – Scusa. Mi sono perso la mia figlioccia. Per caso hai visto una gnometta bionda con i codini?” |
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Autori di Writer Officina
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Sono nata, e cresciuta, in provincia di Gorizia. La mia famiglia è stata per lungo tempo mono genitoriale, con una netta prevalenza femminile. Questa realtà ha forgiato buona parte del mio modo di vedere i legami interpersonali. Alle mie spalle ho un percorso di studi tecnico scientifico, che non mi ha impedito di sviluppare un profondo interesse per tutto ciò che è manifestazione artistica. Ho imparato negli anni a bilanciare le due parti di me. Oltre a scrivere, e ovviamente leggere, ricamo, creo oggetti per la casa (che siano piccoli armadi o altro dipende anche dalle necessità domestiche) lasciando libera la mia creatività. Non ho potuto proseguire gli studi fino alla laurea, per motivi meramente economici. Se avessi potuto scegliere avrei con molta probabilità puntato su qualcosa di molto distante da quello che avevo studiato fino alle superiori, il mio sogno di bambina è sempre stato l'archeologia. Vivo con mio fratello per scelta, perché la famiglia conta. Ho un compagno in un'altra regione, da ben 22 anni camminiamo insieme in questo amore pendolare pieno di significati e vita. Non penso al futuro, ho imparato che gli imprevisti comunque arrivano, la vita è adattamento e crescita.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Martina Tognon: Da quando mi hanno messo un libro in mano. Io ho iniziato a inventare storie prima che sapessi leggere. Cosa che ho iniziato a fare prima dei tre anni. Da lì non mi sono più fermata.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Martina Tognon: Sono una lettrice onnivora, ho 53 anni e leggo da 50. Prendere un libro e farne il punto di partenza è davvero limitante per me. In realtà scrivo da sempre, per me stessa, e pubblico solo perché un caro amico mi ha praticamente obbligato. Ho iniziato a scrivere per leggere cose che non trovavo scritte. Ho lasciato tutto nei cassetti per anni e ancora oggi penso di non essere una scrittrice perché pubblico. Lo sono perché non posso fare a meno di scrivere.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Martina Tognon: Ho scelto la strada del self da subito, poi ho provato le CE un paio di volte, con nessun riscontro. Ho capito che il mio modo di scrivere non è facilmente vendibile, non risponde alle attuali richieste del mercato e questo implicherebbe doverci lavorare troppo perché possa essere remunerativo.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Martina Tognon: La definirei un'opportunità. Non buona né pessima. Dipende da quanto tempo una persona ha davvero da dedicare al proprio sogno. Resta un mondo complicato, mi si dice fosse più facile in precedenza. Non lo so, sono arrivata con la seconda ondata. Deve essere chiaro che si diventa editori di sé stessi, quello che farebbe un editore, lo si deve fare da soli. Dall'editing, alla cover e alla pubblicità.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Martina Tognon: A quello che forse ha venduto di meno in assoluto. 24 (+1) Appuntamenti a Shanghai. Si tratta di un romance MM che trovo il mio migliore libro ad oggi. Per l'idea, per i personaggi, per il ritmo della narrazione e l'evoluzione della storia. Lo amo per parecchi motivi, soprattutto perché è nato da un colloquio costante con una carissima amica che risiede, lavora e vive a Shanghai. Ho usato vive come ultimo verbo perché è quello che mi ha aiutato a far trasparire dalle pagine... I due ragazzi avranno 24 appuntamenti nell'arco di dodici mesi e tutte le location sono reali. Uno spaccato di vita vera in una megalopoli cinese. Ho il timore che non venda proprio perché c'è stata la pandemia, perché sono i cinesi... brut****** non finisco la frase. Io non scrivo per mode, ho scritto questo libro perché ne avevo bisogno io, evidentemente i pregiudizi vincono anche in questo caso.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Martina Tognon: Traccio i personaggi iniziali. Stendo lo schema dei capitoli (titolo e breve sunto di cosa ci sarà scritto) e poi vado. Purtroppo, come spesso dico alle amiche che mi sopportano, a volte io divento la ghost writer dei miei personaggi. Per essere chiara, il 14 giugno avrei dovuto terminare la prima stesura di un testo (che ora resterà a maturare nel mio cloud per un mesetto almeno), ma domenica 15 giugno mi sono svegliata con la ferma convinzione che servisse un altro capitolo. Hanno vinto i personaggi.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Martina Tognon: Ho appena terminato una prima stesura, che sarà pubblicata con uno pseudonimo. Trovo davvero assurdo che ad oggi, 2025, una donna debba essere costretta a nascondersi se vuole scrivere certe tipologie di libri senza finire vittima di attenzioni spiacevoli. Il grosso delle mie amiche/conoscenti che scrivono, se vogliono trattare tematiche particolari devono farlo con un nome d'arte. Così devo fare anche io. La massiccia presenza di donne che scrivono MM ha sdoganato la presenza femminile in quel genere. Non sempre penso sia positivo perché a volte temo ci sia poca capacità di sviscerare la realtà di un personaggio maschile. Però restano gli erotici, soprattutto se BDSM e, per paradosso, gli FF. Sembra scontato che una donna possa scrivere MM, ma le tematiche lesbo dovrebbero esserle vietate. Chiaramente non posso rivelare dettagli della trama o del genere, perché sarebbe come rivelare il nome d'arte. Posso dire che ho in mente una trilogia, tre gemelli monozigoti, che svilupperà su FM, MM, FM. Ed un altro FM un po' particolare, analizzerò la realtà di un uomo oggetto... o se preferite di un uomo nel ruolo di mantenuto. Niente sugar daddy, ma una sugar mommy.
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