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Lule Nata tre Volte
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La famiglia d'origine non era mai stata un rifugio sicuro per Shuke: un padre violento, una madre piegata in un silenzio che non era rassegnazione, ma obbedienza cieca. L'unico ricordo caldo era suo fratello Nicola, l'unico volto che le aveva sorriso davvero. Era per lui che stava facendo quel viaggio. In paese, tutti sapevano che Shuke non voleva cedere la figlia alla zia Roza: ero la sua unica bambina, la sua luce. Pjetro taceva, come sempre: lasciava che le decisioni più dure venissero prese da altri. Persino un suo cugino, padre di sette femmine, si era detto pronto a darne una alla zia - per lui sarebbe stato quasi un sollievo. Nicola l'accolse con la calma di chi conosce il peso delle scelte. Parlava lento, chiaro, con parole che cadevano una dietro l'altra come pietre ben allineate. Dopo averla ascoltata, le fece una sola domanda: «Perché non vuoi darla via? Per te o per lei?» Shuke rimase in silenzio. Non sapeva rispondere. Era attaccamento materno? O era per il bene della bambina? Il bene di Lule sarebbe stato crescere accanto alla madre, ma in quel villaggio la vita di una bambina era scritta in anticipo: legna d'inverno, pecore d'estate, la schiena piegata nei campi, e forse un matrimonio imposto. Così Shuke scelse il sacrificio: rinunciare a sua figlia per offrirle un futuro diverso. Quando tornò a casa, annunciò che era pronta. Pjetro, che ormai aveva perso la speranza, provò sollievo. Non si era mai legato del tutto a me - non sapeva bene perché. Forse perché ero femmina... Una mattina, mentre Bice tagliava delle mele, mi avvicinai in silenzio e le toccai la gonna. Bice si chinò, mi mise in mano una fetta di mela e disse soltanto: «Qui sei al sicuro.» Non serviva altro.Quella frase rimase incisa in me come una promessa segreta. Iniziai a dormire un po' di più, a piangere un po' meno. A volte di notte, mi svegliavo ancora chiamando Shuke, ma sapevo che, aprendo gli occhi, avrei visto il volto calmo di Bice, seduta accanto al letto a vegliarmi. Fu in quei giorni che nacque il mio primo sorriso. Piccolo, incerto, quasi timido, ma bastò a far capire a Bice che il muro stava cedendo. Un pomeriggio d'inverno, mentre il vento di Scutari soffiava forte contro le imposte, Bice stava rammendando una coperta vicino alla stufa. Io, che fino a quel momento giocavo in silenzio con un gomitolo di lana, mi avvicinai piano. Non dissi nulla: mi accoccolai sulle sue ginocchia, infilandole la testa sotto un braccio, come per cercare un rifugio. Bice mi strinse a sé senza smettere di far scorrere l'ago nella stoffa. Solo dopo qualche minuto si accorse che le avevo infilato qualcosa nella tasca del grembiule: una piccola noce, che tenevo nascosta sotto il letto sin dal giorno del mio arrivo, destinata a Shuke, ma che infine avevo deciso di donare a lei. Era un dono, il più prezioso che avessi. Non sapevo dire "ti voglio bene" a parole, ma quella noce raccontava tutto: fiducia, affetto, la decisione segreta di fermare lì una parte del mio cuore. E poi c'era lei: la zia di Tirana. Per noi era quasi una leggenda, la prova vivente che si poteva diventare altro, se si aveva il coraggio di andare via. Aveva studiato a Roma, respirando un'aria che noi potevamo solo immaginare. Lì aveva imparato a camminare in un mondo più grande, e quando era tornata viveva nella capitale, insieme a sua madre, in una casa che ai miei occhi sembrava enorme e luminosa. Lavorava come insegnante nella Casa dei Pionieri. I bambini cantavano inni e imparavano a marciare, ma lei cercava anche di insegnare loro a pensare. Era bellissima, elegante, con gesti misurati e lo sguardo di chi sa di valere. Sapeva nascondere le proprie radici, cancellando il marchio di kulak che avrebbe potuto chiuderle ogni porta. Tirana era grande e anonima: lì, se si sapeva recitare bene la parte, ci si poteva reinventare. Un giorno le proposero di diventare spia del regime. Una donna come lei colta, raffinata, capace di muoversi tra ambienti diversi sarebbe stata perfetta. Lei rifiutò. Quel “no” fu la sua prima condanna. Era antifascista e anticomunista con la stessa convinzione. «Le dittature non hanno colore», diceva. «Hanno solo catene.» Amava la libertà come si ama ciò che è indispensabile, di cui ci si accorge davvero solo quando lo si perde. Preferì perdere tutto piuttosto che vendere la propria coscienza. Il consiglio di quartiere - lo stesso che per anni aveva tenuto appesa la mia foto come "studentessa modello" – aveva deciso di farmi un regalo: un corso per infermiera. Infermiera ... Io. Una professione nobile, certo, ma il mio unico contatto con la medicina, fino a quel momento, era stato mettere un cerotto storto su un graffio e svenire alla vista del sangue. Già mi vedevo circondata da malati, punture, padelle e flebo che si attorcigliavano come serpenti, e capivo che io e il camice bianco non eravamo fatti l'uno per l'altra. Con la mia anima confusa e un po' viziatina, non ero nata per salvare vite con una siringa in mano. Al massimo potevo salvarle con un sorriso, e neppure sempre. Ma nel mio mondo le porte non si sceglievano: si aprivano e basta. Così, con la grazia di chi sale su un treno senza biglietto, mi avviai verso questa "avventura sanitaria", già immaginando le catastrofi che avrei combinato. Il corso durava un anno intero: dodici mesi che per molte delle mie compagne furono un trampolino verso un lavoro sicuro, per me, invece, una maratona a ostacoli in un campo che non avevo mai sognato. Dopo la prima settimana era chiaro: non era il mio habitat naturale. Loro prendevano appunti maniacali sulle procedure, io mi perdevo a guardare la grafia dell'insegnante o a contare i secondi che impiegava una goccia di soluzione fisiologica a cadere dalla flebo. Arrivarono le prime esercitazioni: misurare la pressione, fare un'iniezione intramuscolare. Il mio primo tentativo di puntura fu memorabile per la cavia, che era una delle compagne: avevo più paura di lei e, quando la mia mano tremò, la siringa fece un piccolo sobbalzo. Non c'era pericolo, ma la risata generale mi fece guadagnare la fama di "infermiera con l'anima artistica", troppo creativa per seguire le linee rette. E poi c'erano le lezioni di anatomia: le altre vedevano ossa, muscoli, nervi ... Io vedevo una mappa incomprensibile, come un manuale di istruzioni in lingua sconosciuta.Eppure, nonostante il mio evidente disadattamento, andai avanti. Forse per testardaggine, forse perché, a modo mio, volevo dimostrare che potevo arrivare alla fine, anche se il camice bianco mi stava addosso come un vestito preso in prestito. Poi arrivò il giorno Nino aveva organizzato tutto: una cugina a Roma mi avrebbe ospitata i primi giorni, poi il mio destino mi avrebbe portata a Milano, dai "miei" italiani. Quando vidi l'aereo fermo sulla pista, mi senti mancare. Non ne avevo mai preso uno, e mi sembrava enorme, quasi minaccioso. Ma dentro di me sapevo che quella era la mia porta verso un altro mondo. Mi accompagnarono Nino e il mio responsabile di lavoro: due uomini che non avevano nulla in comune, se non il rispetto reciproco e l'affetto per me. Nino, con la sua voce segnata da anni di silenzio forzato, disse piano: «Non so come sarà il tuo futuro, ma almeno lì non avrai il marchio di essere mia figlia.» Il mio capo, comunista convinto, mi guardò dritto negli occhi: «Non credere che sia tutto oro quello che luccica. È giusto che tu faccia questa esperienza, ma se un giorno sentirai che stai perdendo la tua dignità o il valore che hai, torna indietro. Ti terrò il posto per un anno.» Mentre mettevo il piede sul primo gradino della scaletta, il cuore mi batteva così forte che temevo potessero udirlo tutti. Mi voltai: dietro di me c'era il mio passato, davanti a me un cielo sconosciuto. L'aria aveva l'odore del carburante e dell'addio. Mi girai un'ultima volta, imprimendo nella memoria il volto di Nino e del mio capo. Poi, senza voltarmi più, salii. Quando l'aereo cominciò a correre sulla pista, sentii il corpo spinto all'indietro, come se il sedile volesse trattenermi un istante in più. Poi, il distacco: le ruote lasciarono l'asfalto e un brivido mi attraversò tutta, una vertigine che non era solo fisica. Era il mio passato che si staccava da me, lasciato laggiù, sempre più piccolo, sempre più lontano. Dal finestrino vedevo la linea della terra allontanarsi e pensavo a Roza. Per lei, quel momento era un addio che le strappava il cuore, lo stesso dolore che anni prima Shuke aveva provato lasciandomi andare. Due momenti di distacco, la stessa ferita che si ripeteva: una figlia che partiva, una madre che restava. E mentre il mondo si riduceva a macchie di colore sotto le nuvole, sentii che stavo imparando a respirare un'aria nuova, mai respirata prima. Il mio corpo era arrivato a Roma, ma il cuore ... il cuore stava ancora trattando il prezzo del distacco.
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Mi chiamo Lucia Kurti sono nata in Albania nel 1964 e oggi vivo a Milano, città in cui ho costruito la mia vita personale e professionale. Lavoro nell'ambito sanitario, e nel tempo ho avuto modo di sperimentarmi in diversi ruoli dall' infermieristica al coordinamento fino alla docenza universitaria e alla gestione dei sistemi di qualità. Un percorso ricco e intenso, sempre a contatto con le persone, che mi ha insegnato l'ascolto e la complessità umana. Accanto al lavoro ho sempre coltivato una forte passione per la lettura, la musica, il teatro e l'arte in tutte le sue forme. Ho studiato pianoforte classico per 12 anni, sviluppando un profondo amore per la musica classica, che ancora oggi mi accompagna. Mi considero una persona sensibile, empatica e anche ironica. Nonostante un percorso a tratti travagliato sento di essere rimasta autentica, viva e vera.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Lucia Kurti: Da molto piccola avevo già una forte attrazione per la lettura. Leggevo qualsiasi cosa riuscissi a trovare. Durante il periodo del regime in Albania ero spesso la bambina che frequentava più assiduamente la biblioteca. In particolare mi affascinava la letteratura russa, che era anche la più facile da reperire in quei anni, che considero una vera e propria palestra di pensiero e di scrittura, capace di formare profondamente lo sguardo e la sensibilità. Col tempo ho capito che quella non era solo curiosità, ma un modo di essere, un dialogo continuo con le storie, le parole e l'immaginazione.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Lucia Kurti: Non ce stato un solo libro, perché molti libri mi hanno accompagnata e reso più affascinante la vita, soprattutto in un periodo in cui la realtà era dura e la libertà limitata. Nella lettura trovavo uno spazio diverso, un luogo in cui poter viaggiare con la fantasia e respirare più liberamente. I libri mi permettevano di evadere, di entrare in altri mondi, altre storie, altre possibilità. Quando ho letto Isabel Allende ho sentito qualcosa di nuovo dentro di me, ho pensato che forse anch'io avevo delle storie autentiche da raccontare. Allo stesso tempo però non mi sentivo ancora pronta, né abbastanza sicura per farlo.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Lucia Kurti: Se devo essere sincera, il mio primo libro è autobiografico e non avevo pensato, almeno all'inizio, a una vera pubblicazione in senso classico. Dentro di me era più un bisogno che un progetto, volevo semplicemente dare forma alle mie parole e condividerle con le persone a cui voglio bene, quasi come un dono. Sentivo il bisogno di far conoscere la mia storia, intrecciata con il destino socio-politico della mia generazione, e lasciare una traccia scritta. Poi è arrivata una piccola casa editrice che ha scelto di credere in quel manoscritto. Da quel momento è come se il libro avesse iniziato a camminare da solo. È stato un passaggio forte e in parte inaspettato, le pagine hanno lasciato il mio spazio privato e hanno incontrato i lettori.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Lucia Kurti: Si credo che Amazon possa rappresentare una buona opportunità per uno scrittore emergente. Oggi molti lettori acquistano libri online per comodità e questo permette di raggiungere un pubblico molto più ampio. Anche i miei libri sono disponibili su Amazon, oltre che sulle altre principali piattaforme, e molti lettori hanno scelto di acquistarli proprio li. Penso che, soprattutto per chi è agli inizi, sia importante essere presenti dove i lettori cercano i libri.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Lucia Kurti: È difficile scegliere, perché sono due libri profondamente diversi e ciascuno rappresenta una parte di me. Lule nata tre volte è la mia storia, un libro autobiografico con cui ho voluto rendere omaggio alla sofferenza della mia famiglia e a tutte quelle persone che non ci sono più e non hanno più voce. Il mio vissuto si intreccia con la storia e il destino socio-politico di diverse generazioni. Ombre al confine, invece, racconta le storie degli altri. Il filo conduttore che unisce entrambi i libri è il vissuto segnato dalle privazioni e dalla mancanza di libertà. Sebbene il primo libro riceve più apprezzamenti, sono profondamente legata anche al secondo, che non parla soltanto di confini geografici, ma soprattutto dei confini della mente e dell'anima, di quelle barriere invisibili che spesso noi esseri umani costruiamo e fatichiamo a oltrepassare.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Lucia Kurti: Il primo libro è nato da appunti, ricordi e bozze che avevo raccolto nel tempo. Quando ho iniziato a scrivere davvero, però, ho smesso di seguire uno schema preciso, le parole sono arrivate d'istinto, come un fiume in piena. Anche il secondo libro è nato così. I racconti son ispirati a persone realmente esistite e a storie autentiche, ma la scrittura è stata ancora una volta istintiva. Non progetto ogni dettaglio prima di iniziare, mi lascio guidare dalle emozioni e dai personaggi, che ad un certo punto sembrano prendere per mano la storia e condurmi fino alla fine.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Lucia Kurti: Si, sto lavorando ad un progetto completamente diverso dai miei libri precedenti. È una trilogia ambientata nell'Ottocento e ha come protagonista Baudolino, un gatto investigatore. È un progetto che mi diverte molto perché entro direttamente nei pensieri del gatto e, attraverso il suo sguardo, racconto i difetti, le contraddizioni e le stranezze dell'essere umano. L'idea è nata osservando il mio gatto di casa, guardandolo, ho pensato che un felino capace di risolvere casi complicati potesse essere un modo originale e ironico per raccontare noi stessi da un punto di vista del tutto inaspettato. Ho scelto di ambientare la trilogia nell'Ottocento perché è un periodo storico che mi ha sempre affascinata. Le indagini si svolgono tra Londra, Versailles Venezia, città ricche di storia, fascino e mistero che diventano parte integrante delle storie. Per questo sto dedicando diverso tempo alla ricerca storica, voglio ricostruire con cura il contesto, gli usi e costumi dell'epoca, le classi sociali, i metodi invescativi e persino i delitti che potevano essere commessi. E, udite udite, nel romanzo ambientato a Londra, Baudolino avrà persino l'occasione di incontrare Sherlock Holmes e Dottor Watson. Naturalmente sarà Baudolino a osservare loro e non il contrario. A dare un tocco in più saranno le illustrazioni di mia figlia, che immergeranno il lettore nelle atmosfere dell'epoca. In alcuni momenti, le immagini daranno corpo agli indizi e ai ragionamenti di Baudolino insieme ai suoi validi collaboratori, animali che cambiano in ogni volume, tra cui gatti, piccioni e molte altre creature.
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