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Carlo Cavazzuti

Sono una persona che non ha mai tempo libero che si interessa di qualsiasi cosa possa incuriosirlo e, come ogni autore, sono in una qualche modo egocentrico ed egoista. Solo chi crea qualcosa: pittori, scrittori, registi, scultori, sa quanto chi gli è simile abbia quel malsano sentimento per cui debba in un qualche modo mostrarsi per e tramite le sue opere. Una volta dissi che un autore altro non è che un morboso esibizionista che apre il suo tranche per mostrare agli altri le sue doti. Ne sono sempre convinto. Ho passato gran parte della mia vita studiando le materie più disparate. Sono un perito chimico, un biologo marino, ma ho anche pilotato aerei prima ancora della maggiore età, ho visitato le profondità marine in batiscafo e passato oltre un anno e mezzo in mare aperto passando da una nave oceanografica all'altra. Sono un fotografo free-lance professionista con diverse pubblicazioni all'attivo. Mi sono diplomato all'Accademia Nazionale del Cinema come montatore e direttore della fotografia e ho un master come sceneggiatore. Ho lavorato in teatro nei ruoli più vari, dalla comparsa e l'attore al tecnico luci e lo scenografo, passando per la drammaturgia, la direzione di palco e la regia. Sono un maestro di scherma storica ed un arbitro di scherma a livello internazionale, mi occupo attivamente dell'insegnamento della scherma agli atleti, agli attori, registi e autori che ne abbiano necessità per le loro opere. Ultimamente mi sto dedicando allo studio della LIS (Lingua dei Segni Italiana) per diventare, un giorno, assistente alla comunicazione per i ragazzi delle scuole e solo dal 2015 mi posso dire un autore pubblicato. Tra l'altro nemmeno ci avevo mai pensato prima.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Carlo Cavazzuti : Non posso certo dare una data precisa, non la ricordo, ma un contesto più che esatto sì. Avevo circa quattordici anni e, nonostante le varie pressioni di mia madre perché leggessi, non avevo mai letto nulla che non fossero i Peanuts, le Sturmtruppen e Lupo Alberto. Quando a scuola ci davano un libro da leggere cercavo il film o qualcuno che potesse raccontarmelo. Leggere non era nelle mie corde, almeno così pensavo. Era notte fonde e non riuscivo a dormire per un gran raffreddore. Ai tempi alla televisione le trasmissioni finivano verso le due del mattino e sino alle sei circa c'era il segnale fisso di interruzione. Ero annoiatissimo. Preso dalla disperazione ho acchiappato il primo libro dalla fornitissima biblioteca di casa. Era una vecchissima edizione tascabile de “Il moderno Prometeo” della Shelley. All'alba lo avevo finito, entro il tramonto avevo finito anche “1984” e “La nube purpurea”. Nel finire della settimana avevo letto anche “Fahrenheit 451”, “Il deserto dei Tartari” e “L'ultima spiaggia”. Diciamo che mi sono astenuto dalla lettura per parecchio, poi ho iniziato sicuramente con qualcosa di non proprio leggero. Adesso sono a una media di un centinaio di libri letti ogni anno. Per quanto riguarda la letteratura come autore pubblicato la faccenda è nata per caso. Stavo studiando un testo di scherma medioevale, Gladiatoria appunto, e un caro amico, mio ex allievo e ora anche lui maestro, mi fece notare che non c'era al mondo una pubblicazione che trattasse di quel manoscritto e allo stesso tempo i miei appunti tecnici potevano essere sistemati senza troppa fatica per farne un buon libro. Così ho fatto.
Pensavo di fermarmi lì, già scrivevo per il teatro e la macchina da presa, ma un mio soggetto a cui tenevo molto non riusciva ad avere i riscontri che volevo per lui. Era un film in costume e tutti i produttori che sono riuscito a contattare mi hanno risposto allo stesso modo: “Non ci sono così tanti soldi da spendere per un film di un esordiente come lei, mi spiace”. Poi, un pomeriggio a Bologna, ebbi l'occasione di sottoporlo a Donald Martin, uno dei produttori più famosi in America. La storia gli piacque, ma mi disse chiaro e tondo che io a Hollywood ero il signor nessuno e anche se quella vagonata di milioni erano disponibili dovevo prima farmi un nome in un qualche modo perché così avrebbe avuto serie difficoltà a proporlo ai suoi associati. I concorsi fotografici e filmici vinti non erano abbastanza. MI disse che era arrivato a Los Angeles con a stento quello che gli servisse per campare e che solo dopo mesi di peregrinaggi aveva incontrato chi lo iniziò al mon do del cinema. Da allora si era fatto scrupolo di aiutare a sua volta gli autori e gli emergenti in genere del mondo del cinema, ma che nonostante questo il mio film sarebbe costato qualche decina di milioni solo per i costumi e altrettanti per le scenografie. Gli affari sono affari e per una cifra del genere qualche sicurezza in più era richiesta. Mettendomi in mano un tovagliolino del bar con sopra il suo numero di cellulare e la sua mail mi propose di scriverne un libro e che se avesse avuto abbastanza successo avrei potuto chiamarlo per iniziare a parlare di una produzione cinematografica, se poi avessi trovato qualcuno disposto prima di farglielo comunque sapere perché avrebbe voluto seguire gli sviluppi.
Così è nato Jean. Scriverlo non mi è dispiaciuto affatto, dalle recensioni ricevute non penso sia dispiaciuto anche ai suoi lettori e quindi ho continuato a scrivere.
Sono uno scrittore per caso. Ancora, quando metto sul foglio una scena me la immagino per come la fotograferei sul set con una cinepresa e tutti i proiettori del caso.
Da allora ho scritto in tutto sei libri, diversi articoli per giornali e riviste e qualche rubrica on line. Intanto attendo qualche altro migliaio di copie vendute (magari!) per fare una telefonata a Los Angeles.

Writer OfficinaWriter Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Carlo Cavazzuti : Dipende. La strada del protagonista o quella del romanziere? Di vie intraprese dai vari protagonisti ne potrei citare a centinaia, ma penso interessi di più quella che mi ha portato a pubblicare. Come ho già detto, la via dello scrittore non l'avevo mai presa in considerazione sino agli inizi degli anni 2000 in cui iniziai a scrivere per il teatro. Fu proprio un adattamento da un libro che trovo eccezionale che mi portò la prima volta a scrivere qualcosa che non fosse una tesi o un tema. “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis lo lessi agli inizi del 2000, me lo passo mi madre dicendomi che da biologo dovevo proprio leggerlo. Me ne innamorai e subito tentai un adattamento per il palco. La prima versione mi venne distrutta davanti dicendomi che era buona solo per accendere il camino. Avevo sì e no vent'anni e l'avevo scritta in due giorni, con il senno di poi devo dire che era pessima. Ci ho messo sette o otto anni per averne una seconda stesura che mi convincesse. La riproposi a Milena Nicolini che, oltre ad essere una grandissima e apprezzata poetessa, era anche la mia regista principale e presidentessa dell'associazione con cui ho sempre calcato i palcoscenici. Mi disse che secondo lei non avrebbe avuto un briciolo di possibilità di essere apprezzato in teatro perché il libro si adattava meglio a un film, ma comunque mi diede fondi e modo di mettere in piedi U.N.F., una compagnia teatrale da me diretta per diversi anni. In fondo le avevo sottoposto versioni su versioni dello stesso spettacolo per anni, penso che mi abbia accontentato anche solo per non avermi più davanti. Tempo dopo il debutto della mia pièce teatrale “Operazione Hipparion”, che tra l'altro aprì la stagione autunnale 2010 del Teatro delle Passioni di Modena con un sold out e continuò con splendide critiche, contro ogni pronostico, ne hanno fatto anche un cartone animato. L'ho visto e non mi è piaciuto, continuo a preferire il mio adattamento teatrale. Ho poi scritto diverse altre cose per il teatro e le ho anche messe in scena con un discreto successo. L'ultima opera, “Inferi s.p.a.” mi chiedono ancora di riproporla dopo sette anni dalla chiusura. Sono passato poi ai soggetti e alle sceneggiature per la cinepresa e qualche premio a dei concorsi internazionali l'ho portato a casa, ma mai nulla di clamoroso. Se non ci fosse stato quel libro forse mi sarei limitato a scrivere la tesi di laurea e la lista della spesa.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Carlo Cavazzuti : Dopo aver scritto Gladiatoria l'ho proposto a vari editori, ma è un libro davvero molto di nicchia. Si tratta della trascrizione, traduzione ed analisi di un manoscritto tedesco del 1430 che spiega le tecniche con cui affrontare un duello in armatura.
Ecco, non è che si siano molti editori specializzati in una cosa del genere. In effetti c'è una collana di un editore straniero che è composta quasi esclusivamente da analisi di vecchi trattati di scherma, ma quando glielo proposi mi fecero un'offerta che non posso definire se non oltremodo ridicola.
Ho impiegato parecchio a trovare un editore interessato, poi dopo diverso tempo dalla sua pubblicazione ho pensato di riprendere in mano il testo, che intanto aveva già venduto abbastanza, e farne una seconda edizione rivisitata e corretta, adesso pubblicata su Amazon.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Carlo Cavazzuti : Secondo me la casa editrice è sempre meglio, magari piccola, che curi bene l'edizione e segua l'autore e abbia una discreta distribuzione, sempre che non si possa sperare in uno dei grandi marchi editoriali, s'intende. Io ho optato per una scelta del genere solo perché una seconda edizione rivista di un libro di estrema nicchia, con parecchie centinaia di copie vendute, non avrebbe attirato nessun editore anche se ancora diversi sono interessati ad averne una copia essendo ancora un caposaldo degli studi schermistici medioevali su cui altri autori hanno studiato per pubblicare studi successivi.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Carlo Cavazzuti : È un libro che ancora non è edito. Non mi sembra il massimo parlarne se poi i lettori non hanno modo di averlo tra le mani. Posso dirvi che è un romanzo storico, ma scritto in modo molto diverso da “Jean”, che invece potete già leggere. Esso ha in sé un amore che non sono riuscito a dare alle altre mie opere, se mai dovessi dirlo è il miglior libro che io abbia scritto tra quelli pubblicati e non.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Carlo Cavazzuti : Sono abbastanza maniacale in questo. Quando mi viene un'idea da scrivere per prima cosa mi preparo un soggetto. Esattamente come si fa per i film o il teatro. Poi inizio le ricerche. Non scrivo mai nulla se non conosco a pieno ciò di cui vado a trattare. Questa fase mi può portare via anche qualche mese. Per Gladiatoria ho impiegato circa un anno e mezzo di studio. Leggo tutto quello che posso sull'argomento, quello che mi è possibile fare lo provo sulla mia pelle in prima persona e mi sistemo nel mio solito tavolo all'archivio o in biblioteca. Ormai uno dei custodi dell'Archivio Estense mi dà del tu e mi aspetta quando stacca cinque minuti per prendere un caffè perché io possa fargli compagnia. Contatto esperti di settore, mi faccio spiegare nel dettaglio ogni cosa. Se ne ho possibilità visito i luoghi in cui ambiento le scene e scatto fotografie con la luce che vorrei riportare nelle mie parole. Per l'ultimo libro che ho scritto ho smobilitato persino tre tra gli storici più famosi al mondo tartassandoli di mail o telefonate alla ricerca di dati sulla vita nei monasteri femminili romani nel 1527. Il tutto perché nel libro ci sarebbero state circa sei o sette pagine su trecento ambientate in un monastero romano in quell'anno. Per queste cose seguo una ricerca maniacale delle fonti dirette, Diari, cronache coeve, quadri, sculture, reperti museali. Una volta presa coscienza dell'argomento, presi gli appunti del caso, le note a margine nei libri, quaderni di appunti e prove personali varie stendo una scaletta dettagliata degli eventi. Non è un elenco dei capitoli, ma dei punti che voglio trattare all'interno della storia.
Con il soggetto, le note di ricerca e la scaletta a fianco lascio che l'immaginazione, guidata da essi, vada un poco dove vuole.
Magari intanto che tratto uno dei punti che mi sono preparato mi viene in mente che ci starebbe meglio anche altro e aggiungo o se non ne sono più convinto tolgo materiale di scaletta, ma solitamente non mi discosto molto dal preparato.

Writer Officina: Ritieni che la verosimiglianza sia importante oppure no visto che si tratta comunque di fiction?

Carlo Cavazzuti : Non è solo importante, ma del tutto indispensabile per certi generi letterari. Se escludiamo il distopico, la fantascienza e il fantasy, per cui il lettore, per mantenere la sospensione dell'incredulità, deve fare un patto di credibilità con l'autore andando ad accettare cose davvero inverosimili già all'acquisto del libro, per tutti gli altri generi letterari la verosimiglianza è indispensabile. Pensate solo al romanzo storico o al noir dove i dettagli creano davvero la storia.
Se io scrivessi di un legionario romano che imbraccia un moschetto o facessi uccidere la vittima della mia storia da un raggio laser venuto da Venere, non potrei definirli come romanzo storico o un noir, ma fantascienza, sempre che non siano così malfatti da essere cartaccia. Purtroppo ho letto diversi testi in cui non c'è verosimiglianza nelle ambientazioni, nei comportamenti dei protagonisti o nelle situazioni in cui si trovano, li ho finiti sempre a fatica. Ci sono autori che lasciano molto all'immaginazione del lettore per crearsi un'immagine delle scene de personaggio, questo può aiutare permettendo di non sbilanciarsi a scrivere di cose che potrebbero risultare inverosimili; io preferisco definire nel dettaglio ogni cosa.
Io sono l'autore, l'ideatore dell'opera, in un certo senso la divinità creatrice della storia, e vorrei che i miei lettori immaginassero le cose più similmente a come l'ho fatto io intanto che scrivevo. Vorrei accompagnarli in un modo fittizio, ma allo stesso tempo il più reale e accurato io possa dargli, magari a costo di allungarmi un poco.
Per me i libri migliori sono proprio quelli che riescono in questo.
Giusto alcuni giorni fa il mio coautore mi ha recriminato che quando mi ha chiesto di sfoltire un prologo io ho aggiunto circa due pagine di descrizione di una stanza di metà 1700, in cui vive un personaggio del tutto marginale che sì e no verrà citato in poche righe qualche centinaio di pagine dopo.
Se non fosse che so bene che certe parti appesantirebbero davvero troppo il libro e i miei editor le taglierebbero a mani basse, mi dedicherei a fare il quadro dettagliato di ogni scena secondo per secondo. In fondo vengo dal teatro e dal cinema dove gli autori impongono molto di più la loro visione rispetto agli autori letterari.

Writer Officina: Come hai trovato il tuo editore?

Carlo Cavazzuti : Il mio primo editore è arrivato dopo una ricerca lunga e spesso infruttuosa, poi ho conosciuto Laura Montuoro dell'Agenzia Grafèin con cui ormai ho un rapporto che va oltre a quello puramente lavorativo.
Da più di tre anni lei cura tutte le mie opere anche dal punto di vista della rappresentanza presso gli editori.
Devo dire che i suoi consigli, la sua disponibilità e la sua competenza sono del tutto impagabili.
È lei che fa tutto il lavoro in questo caso. Io ormai mi limito a fare ricerca, scrivere e inviare le opere ai concorsi che mi suggerisce.

Writer Officina: Cosa hai voluto dire con la tua storia?

Carlo Cavazzuti : Togliendo Gladiatoria che è un saggio e si spiega da solo, gli altri due miei libri pubblicati sono di genere completamente diverso tra loro.
“Jean” è un romanzo storico ambientato a cavallo della rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. È un libro in cui l'amicizia fraterna la fa da padrone assieme all'evoluzione della società e del tenore di vita del protagonista. Il rapporto di Jean con il suo migliore amico Marc è presente dalla prima all'ultima pagina del libro. Si parla però anche delle diversità di ceto sociale, di problemi famigliari e di come la vita, la società civile e militare in primo luogo, possa cambiare molto le persone.
“La ragazza della musica” è un libro davvero molto diverso. La protagonista è Diana, una ragazza anaffettiva che si ritrova catapultata in una città e in una scuola nuova. Grazie a una terapia, non proprio ortodossa, riesce pian piano a percepire e provare emozioni mediandole con la musica che le persone le mandano in un auricolare quando parlano con lei. Il libro è il suo diario, di un anno circa, interamente scritto a colori: un colore per un'emozione, per come prescrittole dal suo psichiatra.
Conosco bene il mondo della disabilità vissuto nelle scuole, dove quando va bene gli studenti sono solo un poco distanti dal resto della classe e dove, se va male, essi sono soggetti ad atti di bullismo davvero molto forti; gli insegnati non sono sempre preparati ad aiutare questi studenti e le famiglie spesso possono essere ancor più dannose. Questo libro pone il lettore all'interno dei pensieri di una persona che non è in linea con i dettami sociali, obbliga il lettore a entrare nella psiche di qualcuno di diverso da noi stessi, che non riesce e non può essere come gli si chiede di essere per vivere nella società costruita.
Spero che possa spingere a comprendere che una disabilità non preclude a una vita piena e ricca e che dentro a persone, magari chiuse in se stesse come Diana, esiste un mondo che spesso vorrebbero condividere con gli altri, ma le circostanze glielo precludono.

Writer Officina: Cosa c'è di te nel tuo romanzo?

Carlo Cavazzuti : Ogni cosa. Per “Jean” sono arrivato a prendere la patente di monte equestre storica per provare le manovre militari che descrivo, le scene di duello sono tutte prese da tecniche schermistiche autentiche che ho studiato e applicato negli anni; ho persino imparato a caricare e sparare con una pistola e un moschetto come quello dei Dragoni francesi mi sono letteralmente messo dentro un'uniforme di quel corpo.
Ne “La ragazza della musica” c'è tutta la mia esperienza con gli studenti, disabili e non. Quello che ho visto e vissuto ai tempi della scuola superiore e dopo come assieme agli studenti che ho seguito. È ambientato nella mia vecchia scuola superiore e diversi degli episodi narrati dalla protagonista li ho vissuti in prima persona, quando non ne sono stato il protagonista. Come ogni buon autore dovrebbe fare, scrivo esprimendo le mie idee, le mie convinzioni e le mie esperienze mettendole in bocca o nelle azioni dei miei personaggi. Stesse cose fanno i pittori, gli scultori e i registi che si rispettino.
Non dico che con i miei libri io voglia per forza mandare un messaggio, in un caso del genere organizzerei una conferenza stampa o manderei dei telegrammi, ma allo stesso tempo non posso negare che le mie opere ne siano ricche.

Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?

Carlo Cavazzuti : Non sono uno psicanalista e nemmeno uno psichiatra, ma dalle mie esperienze posso trarre delle considerazioni del tutto empiriche.
Dividerei però le cose: leggere un libro e scriverlo.
Per quel che ho visto, leggere il libro giusto al momento giusto può davvero aiutare a superare dei brutti periodi della vita o trovare delle soluzioni a dei problemi che abbiamo e non riusciamo da soli a risolvere. Magari ci fa fare una risata quando ne abbiamo bisogno e questo può essere già tanto in una brutta giornata. Che sia davvero terapeutico però non saprei proprio dirlo. Che invece la scrittura abbia un valore terapeutico è cosa provata, ci sono già diverse pubblicazioni in merito, fatte da signori degli studi psicanalitici. Non è una novità che nelle terapie psicanalitiche e psichiatriche si usi la scrittura come un tramite per arrivare ad altro. Ne ho visto il valore su diverse persone. Proprio ne “La ragazza della musica” il suo psichiatra prescrive a Diana di tenere un diario in dovrà scrivere con un colore diverso ogni emozione che dovrebbe provare in un determinato momento o che ha provato. Per quanto mi riguarda ritengo di non essere sufficientemente “matto”, o di esserlo troppo, perché il mio scrivere mi aiuti in qualche modo. Scrivo di ciò che vorrei leggere e non trovo sugli scaffali delle librerie.

Writer Officina: Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo?

Carlo Cavazzuti : Domanda difficile. Dire che gli sia piaciuto è più che ovvio. Volendo ricevere una critica precisa direi che mi piacerebbe sentir dire che sia valso il tempo usato per leggerlo, che non sia stato solo un semplice passatempo. Se mi dicessero che li ha in qualche modo emozionati e hanno messo da parte altro per continuare a leggerlo per scoprire il finale il prima possibile ne sarei felicissimo. A molti lettori, me compreso, capita che una volta finito un libro che ci è piaciuto davvero molto si ci senta un poco abbandonati e non si voglia iniziarne un altro per non tranciare il legame con quello appena finito. Sentirmi dire una cosa del genere sarebbe davvero gratificante.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? LÈ dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Carlo Cavazzuti : Tra marzo e luglio ho scritto un nuovo libro, sempre un romanzo storico, questa volta ambientato nell'Italia della calata lanzichenecca su Roma. L'ho scritto a tempo di record nel tempo in cui ci hanno tutti chiusi in casa e, nonostante non sia ancora edito, alcuni storici di gran fama che mi hanno dato una mano nelle mie ricerche lo hanno letto e mi hanno fatto splendide critiche. Confido di poterlo mettere alla luce del pubblico quanto prima, ma in lista, prima di lui, ci sono ancora un noir e un altro romanzo storico da pubblicare. Da qualche mese sono invece alla stesura di un romanzo d'avventura che ancora non so e non posso dire come risulterà.
C'è poi una trilogia di gialli storici che sto preparando a quattro mani con un carissimo amico, anche lui autore più volte pubblicato, che sarà un poco più lunga a venire.

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