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Incontri e racconti
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Via del pozzo rosso.
La pelle sulla guancia era tesa e lucida e conservava un colore rosato che contrastava con la sottile rete di rughe della fronte. Il collo era coperto dal velo di tulle che zia Maria aveva ostinatamente imposto e che nascondeva i danni del tempo, ma soprattutto il vasto ematoma che era inequivocabilmente e ancor più inevitabilmente il segno della morte improvvisa. Non che fosse imprevedibile, ad 80 anni l'uscita dalla scena del mondo è frequente, statisticamente. Sta-ti-sti-ca-mente è una parola difficile, ma mi piace. In questa settimana ne ho imparate alcune: “inevitabilmente, inequivocabil-mente e ardente”, ma questa mi piace più di tutte. STATISTICAMENTE fa sentire importanti. Ho imparato anche “tulle vaporoso” ma non suona così bene, anche se devo ammettere che è molto bella e ha un effetto quasi allegro. Il tulle è bianco ed è disposto tutto intorno al corpo esile della nonna. Da dove sono, o meglio, bassa come sono, riesco a vedere solo parte del suo viso e le mani strette intorno alla corona del rosario. Credo sia la prima volta per lei, ma la lucida corona fa parte del corredo funebre, è compresa nel prezzo e non approfittarne sarebbe sciocco. O impossibile, per zia Maria, che è l'attenta e meticolosa regista di tutto. È avara. Di questa parola conosco il significato da tanto tempo. Forse da quando sono nata, per colpa delle mie cugine più grandi che hanno sempre fame e mi rubano la merenda. Io ho cinque anni e sono bassa, magra e bastarda (o figlia di chissà chi!) per la maggior parte dei parenti dolenti, che mi guardano pietosi o malevoli o arrabbiati o insofferenti. Alcuni in un modo, altri in un altro, ma tutti incapaci di nascondere quello che provano. Gli si legge in faccia e io so leggere dallo scorso anno. Ho imparato sul vecchio libro del “Gatto mammone”, seguendo faticosamente col dito lettera dopo lettera e guardando le immagini, ma non se ne sono accorti. È il mio segreto. Uno dei due segreti che ho. Sono la più piccola e, lo so per certo, la meno desiderata. Per questo non mangio molto e non solo perché il brodo non mi piace e il pane, a forza di tenerlo in bocca, prima diventa una palla dolce e poi amarognola e schifosa che vien voglia di sputare. - Se non mi vedono non mi chiamano bastarda - penso; così cerco di nascondermi dietro la larga gonna della mamma. La nonna ha tanti capelli tutti bianchi e la grossa treccia le tiene sollevata la testa come se fosse un piccolo e morbido cuscino. Sulla fronte e sulle tempie i capelli si sono un po' arricciati, perché assorbono l'acqua e la stanza è molto umida, sono “igro-qualcosa”. “Igro-qualcosa” è una parola difficile che non ho ancora imparato bene. La zia Maria è seduta accanto alla nonna e caccia le mosche che vorrebbero posarsi sul bel viso, entrare nel naso, tuffarsi nel tulle. I parenti entrano, salutano, si fanno il segno della croce, parlano fra loro. Nessuno mi nota, perché io sto in silenzio, seduta dietro mia madre, evitando di mostrare la sua vergogna, il frutto del suo peccato, (come urla qualche volta zia Maria): cioè io. Tento, senza riuscirci, di diventare ancora più piccola. Il cane di mia nonna si chiama Michele ed è nero e vecchio, si affaccia sulla porta senza osare entrare, aspetta una voce benevola, una carezza, ma nessuno gli bada. In certi punti il pelo si è arricciato, ma non so se è per colpa dell'umidità, forse i peli degli animali sono come i capelli, “igroscosi”, o forse no. Non riesco a ricordare la parola per intero: IGROSCONO? La zia Maria ha fatto preparare sul tavolo della cucina due fiaschi di vino rosso e cinque bicchieri e suo marito offre da bere agli uomini che si attardano sull'ingresso senza entrare. Le mie cugine sono gemelle (la zia in un colpo solo si è liberata del problema dei figli, ha detto mia madre con una punta di malignità) e cercano di far star buoni i bambini, ma ogni tanto si sentono gli strilli di protesta di quelli che vorrebbero giocare al pallone sul pianerottolo. Zia Maria ha gli occhi piccoli, nascosti sotto le pieghe delle palpebre e non abbandona mai la sedia accanto alla bara da dove controlla tutto. Quello sarebbe stato il posto di mia madre che è la primogenita, ma per colpa mia ha perso il privilegio: è stata spodestata. I figli di mia nonna sono venuti tutti, con le mogli, i mariti, i figli, i cugini lontani, a salutarla e in certi momenti la casa sembra pienissima. Qualcuno si ferma pochi minuti, altri attingono abbondante-mente al fiasco prima di lanciarsi nel racconto di un passato poco credibile. - Ti ricordi quando...? ...ti ricordi di...? - , senza aspettare la conferma prima di continuare con una raffica di sproloqui. Ricordano episodi dai quali emerge una nonna che non conoscevo, bella, simpatica, generosa, invidiata dalle compagne e ammirata dai giovanotti. Molto diversa dalla vecchietta rinsecchita, senza denti e un po' sorda, che ho conosciuto io. La guardo distesa nella bara e provo ad immaginarla, ma non ci riesco. Peccato non avere delle foto, ma lei non aveva mai voluto essere fotografata. Diceva che le avrebbero strappato l'anima e lei sarebbe morta. Uno degli anziani che non conosco, racconta questa sua fissazione e ride sgangheratamente. - Io conservo la sua immagine nella mia mente, ed è più nitida di qualsiasi fotografia. - Gli altri ridono anche loro, si capisce che quell'uomo era innamorato di lei. Mia madre lo guarda e annuisce. - Era davvero bella - , dice e poi si alza e capisco che è una scusa per far loro compagnia e bere. Ogni volta che va in cucina il ritorno sembra più faticoso, il passo più pesante, l'alito acido e lo sguardo che mi lancia sempre più cupo. Mia nonna è morta e la gente viene ad ossequiare la zia Maria che è, da oggi, la figura più autorevole di questa grande famiglia. Avrebbe dovuto essere mia madre, ma sono nata io e lei è piombata in fondo alla scala sociale, come è giusto che sia. L'ho sentito dire più volte, ma sempre a bassa voce e mai di fronte a lei. Uno dei vantaggi di essere bassa è che non si accorgono quasi mai di te, o forse se ne accorgono e lo dicono lo stesso per ferirti. I capelli “igroscosi” della nonna continuano ad arricciarsi e sembrano vivi, qualcuno ha portato dei fiori che hanno un profumo troppo dolce. Avrei voglia di starnutire, ma temo che sia sconveniente, perché non ho ancora imparato le cose che si possono fare e quelle vietate, in fondo è la prima volta che muore qualcuno. - Se tu morissi... perché non sei morta? - invece sono frasi che mi hanno ripetuto spesso, mia madre, mia nonna, mia zia. All'inizio pensavo che fosse un gioco, ma poi il tono cattivo e aggressivo è diventato inequivocabile. Adesso so che la morte è definitiva, non si torna indietro e mi verrebbe da ridere, perché questa certezza mi riempie di gioia, ma devo far piano altrimenti se ne accorgono. Ho voglia di fare la pipì, forse posso scivolare fuori e allontanarmi per andare a leggere un libro. Nei libri ci sono le favole, cominciano tutte con: “c'era una volta...” e parlano di principesse, di re e di maghi. Qualche volta ci sono parole difficili, ma io le imparo subito, o meglio, quasi subito. “Igroscoso” e “soda caustica” l'ho letto sulla bottiglia che mia madre versa nel gabinetto per pulirlo, e che puzza tremendamente. Le parole difficili sono come le caramelle, devi tenerle in bocca e succhiarle lentamente prima di averle imparate. La nonna verrà chiusa nella cassa e portata via fra non molto, così avrò la camera tutta per me e non dovrò più dormire nel divano, con le molle che mi perforano la schiena. Mia cugina Carlotta mette la testa dentro la stanza e fa un cenno a zia Maria. Lei si alza a fatica, fa una carezza alla nonna e le aggiusta il “tulle vaporoso” intorno al corpo; forse è una specie di segnale, perché entrano due uomini con la faccia seria e vestiti di nero. Fanno un'ispezione discreta annusando l'aria e controllando che non ci siano cattivi odori. La mamma ne approfitta per alzarsi e andare di nuovo a bere. Di solito cerca di non farsi vedere, ma oggi non ci bada tanto ed è probabile che sia ubriaca già prima del funerale. Stranamente mi sento in colpa per questo. Mia madre è grassa e morbida e qualche volta mi piacerebbe tuffare la testa fra i suoi seni bianchi, in quell'incavo profumato dove spesso ho visto infilarsi il naso del suo nuovo compagno, l'imbianchino, ma lei non vuole. La seguo con l'espressione più triste che riesco a fare, ma in realtà sono allegra. Dalla cucina arriva il profumo delle frittelle di mele e i gridolini festosi dei miei cugini più piccoli, qualcuno chiama il mio nome e so che potrò godere anch'io del banchetto funebre. Mentalmente ringrazio la nonna che ha deciso di morire e mi ha lasciato il letto libero. Le favole finiscono tutte bene, i buoni vincono e i cattivi muoiono. La nonna non era cattiva, non particolarmente, non più della mamma e della zia, però mi ha lasciato il letto e presto potrò avere uno spazio tutto mio, quindi penso che era buona e un po' mi spiace che non ci sia più. Michele, il cane, sta accucciato in un angolo, credo che sia il più triste di tutti, era l'unico che capiva quello che la nonna voleva e che la faceva star tranquilla quando aveva le crisi e voleva scappare e, quelle rare volte che ci riusciva, la ritrovava sempre e la riportava a casa. Forse Michele è un personaggio delle favole finito non so come nella vita reale. Non si lascia toccare da nessuno, solo da me e questo mi fa sentire orgogliosa, ma non troppo. Credo che un po' ci somigliamo, siamo due indesiderati e per entrambi vale la regola che sarebbe meglio sparissimo. Ho letto tutte le etichette dei detersivi, ma non sono interessanti come i libri della biblioteca, ma quelli li ho finiti tutti già due volte. O meglio, ho letto “Gatto mammone”, “Pinocchio” e “La coltivazione del fungo prataiolo - libro omaggio per il signor Rossi Aldemaro, Via del Pozzo Rosso n.1”. Veramente di questo erano rimaste solo la copertina e la prima pagina, perché i fogli sottili erano serviti quando mancava la carta per i bisogni. Tanto a nessuno interessava come coltivare il fungo prataiolo. Mi sono chiesta spesso se dovevo aggiungerlo alla lista di quelli che non importano a nessuno, subito dopo Michele. Ma il fungo non parla e non credo gli importino le persone e il loro giudizio, anzi: se non lo cercano non lo mangiano. A me non piacerebbe essere mangiata, neppure se fossi un fungo, credo, e comunque non ho ancora imparato a scrivere e non posso fare nessuna lista. Leggere è la mia passione e non mi stancherei mai. Le parole sono nere e anche i miei occhi sono diventati neri, come se avessero assorbito l'inchiostro. - Tua figlia ha gli occhi del diavolo, troppo scuri e profondi - , ha detto la zia Maria ed a me sono arrivati due schiaffi da mia madre. - Non la picchiare, non ha colpa dei tuoi errori! - ha detto di nuovo la zia, ma aveva lo sguardo un po' cattivo e io ho continuato a piangere. Credevo che le lacrime facessero diventare gli occhi chiari portando via l'inchiostro, ma ormai era entrato troppo dentro e so che saranno scuri per sempre. A me non dispiace in fondo, mi basta poter leggere e spero di andare presto a scuola. Mia madre è piuttosto ubriaca e mi guarda di sbieco mentre divoro una frittella di mela saporitissima e dolcissima. Peccato che mi vada di traverso e tossisco così tanto che mi viene da sputarla. Piango. Sono le prime lacrime da ieri ed una lontana parente crede sia per via della nonna, così mi fa una carezza per consolarmi. Vorrei un'altra frittella, ma mi vergogno a chiederla e abbasso la testa arrossendo, il fiocco mi cade di lato. - Dio, ma come fai ad essere così disordinata! Vieni che ti pettino! - dice mia madre, e a me la pipì è un po' colata giù dalle mutandine; forse è stato quando tossivo e non mi sono accorta. Mi arriva uno scappellotto e allora la pipì scivola tutta fuori e fa una macchia larga sul pavimento. - Povera piccola. Ha la Paura. Bisogna segnargliela se no non dorme più! - È la Caterina che parla e tutti l'ascoltano, perché lei è più vecchia della nonna e forse ha fatto un patto col diavolo, o con Dio, per non morire. Io non so cosa vogliono farmi e sono spaventata. La Caterina è piccola quasi quanto me e vestita di nero, sembra una piattola con la faccia da befana, e mi farebbe paura, ma ha gli occhi simili a spilli azzurri e ha uno sguardo buono. Michele mi guarda e abbaia, credo mi voglia rassicurare e allora mi lascio prendere in braccio e sollevare da qualcuno che non so chi sia, ma che mi fa volare in alto sopra al tavolo e mi piazza in piedi su una sedia. Mi mettono un piatto davanti e penso che mi vogliano dare delle altre frittelle, invece mi accorgo che è pieno d'acqua e ci buttano dell'olio. L'olio forse è pesante, perché finisce nel fondo. La vecchia Caterina mi gira intorno con una candela accesa e dice delle cose che non capisco. Sono parole senza senso o forse hanno un significato misterioso. Non so. Ho un gran sonno e vorrei dormire, ma le gocce iniziano a risalire nel piatto e formano una chiazza larga e dorata. Tutti battono le mani. Caterina mi ha liberata dalla paura e ora potrò dormire tranquillamente. Difatti mi addormento e forse cadrei dalla sedia, ma le solite braccia forti e profumate di tabacco mi tengono su. Ho dormito così profondamente che non mi sono accorta che hanno portato via la nonna, i fiori e le candele; anche le persone sono andate via. Mi sono svegliata nel letto che una volta era il suo e adesso è diventato il mio e posso stendere le gambe senza ferirmi con le molle. C'è qualcosa di caldo accanto a me, allungo piano la mano e tocco il pelo arricciato di Michele. Di solito dormiva per terra, ma stanotte deve aver capito che mi faceva piacere ed è venuto vicino. Nella stanza è rimasto il lieve profumo dolce dei gigli. Dalla camera accanto arriva un rumore sordo, come il tuono in lontananza. È mia madre che russa e quando si volta nel letto sento la rete che cigola. C'è qualcun altro con lei: ha il respiro più leggero e ritmico. Aspetto un po' poi mi alzo silenziosamente e vado in bagno. Abbiamo un solo bagno che serve per tutto, anche per metterci le cose pericolose, quelle con disegnato il teschio e le ossa incrociate. Sul comodino c'è il bicchiere per l'acqua, me lo prepara sempre mamma per non doversi alzare per me. Non ci impiego molto, Michele mi fa posto nel letto e mi lecca il viso. Ha la lingua ruvida e mi fa ridere, ma non lo faccio. Sto immobile e aspetto. So che verrà. L'ha già fatto tante volte e io sono incerta fra la paura e il desiderio. Ha mani forti, ma mi carezza con dolcezza e ha un buon odore. Mi soffia aria calda sul collo e mi fa il solletico, poi mette le dita dentro le mie mutandine. Non mi piace! Ieri ha messo qualcosa nel culetto e mi ha fatto male. Era qualcosa di grosso, forse un dito, forse un bastoncino. Volevo gridare, ma mi ha chiuso la bocca con la sua e non ho potuto far altro che piangere. Mi ha detto che non voleva farmi male, che era il nostro segreto e non dovevo dirlo a nessuno altrimenti mi sarebbero successe cose bruttissime. Se sto buona mi compra le caramelle mou. A me non piacciono, si appiccicano ai denti e sono troppo dolci. Mia madre dorme e non se ne accorge, ma lui sta venendo. Se si sveglia le dirà che va in bagno. Ha il respiro affannato e forse sta sudando. Chiudo gli occhi stretti stretti, fingo di dormire e spero che se ne vada, ma non lo farà. - Mi chiamo Rossi Rossella, ho cinque anni e non ho paura - . Invece ho paura e non serve che mi ripeta che sono coraggiosa. Lui toglie la coperta e mi guarda. Sento il suo sguardo su di me ed ho voglia di piangere. Michele mugola, ma poi rassegnato scende dal letto e si accuccia sul tappeto. Io stringo le gambe. Non voglio che mi tocchi o mi metta qualche cosa nel culino. Vorrei dirglielo, ma non ho voce. Mi toglie le mutandine e mi carezza. - È il nostro segreto, non lo devi dire a nessuno - . Ha un tono dolce, ma anche duro e io vorrei diventare più piccola. Tremo così forte che il letto si scuote, ma a lui questo piace, gli piace che io abbia paura, me ne sono accorta. Continua a toccarmi, è sudato e grosse gocce gli cadono dalla fronte, ha sete. Ha sempre sete e beve tutto d'un fiato. Lo fa tutte le volte, ma questa è l'ultima. Mi ha toccato per l'ultima volta. Beve per l'ultima volta e il bicchiere cade a terra. Anche lui cade e forse prova a gridare, ma non gli riesce. Michele comincia ad abbaiare e mia madre si sveglia, ma non si alza subito, è ancora troppo ubriaca. La bottiglia di “Soda caustica-pericolo di morte” è rotolata accanto a lui. Vedo che si contorce e so che sta per morire, un po' mi dispiace, perché non era tutto cattivo, solo un po'. Io devo stare attenta, molto attenta a non addormentarmi, perché questa volta voglio vederlo tutto il funerale.
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Mi chiamo Elide Ceragioli e sono nata a Massa nell'ottobre 1954, dalla metà degli anni '80 vivo in una frazione del comune di Campi Bisenzio alle porte di Firenze. Sono felicemente sposata dal 1982 e ho due figli: Andrea (1987) e Chiara (1989). Sono medico ed esercito con molta passione la professione di neuropsichiatra-infantile prendendomi cura dei bambini con “problemi” e delle loro famiglie. Occupo il tempo libero in attività di volontariato insieme al marito con cui ho condiviso anche la responsabilità del “Centro Diocesano di Pastorale Familiare” dell'Arcidiocesi di Firenze. Fin da ragazza la passione per la lettura è stata fortissima (ho iniziato a leggere a 4 anni e non ho mai smesso) e la voglia di scrivere è stata una logica e immediata conseguenza. A poco più di vent'anni ho pubblicato il mio primo libro, che avevo scritto quando ne avevo solo diciotto. Poi ci sono stati il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di due figli e, contemporaneamente, la laurea, la specializzazione e l'inserimento nell'attività professionale. Negli anni '90 ho ripreso in mano la penna per scrivere favole per i miei figli, poi sono passata a racconti per adulti, partecipando a numerosi concorsi con buoni piazzamenti ed una ventina di pubblicazioni Nel 2011 ho pubblicato il mio primo romanzo... e poi non mi sono più fermata: ora sto scrivendo il mio ventesimo libro e 19 sono già stati pubblicati. Mettendo a frutto la ricchissima esperienza di lettrice, ma anche di donna, sposa, mamma, medico e cristiana, mi sono voluta cimentare con generi diversi (dal racconto al romanzo storico, dal romanzo giallo al saggio) cercando di scrivere con ricchezza e proprietà di linguaggio, che si adegui in modo naturale all'epoca, al contesto ed ai personaggi, in un continuo trasmettere emozioni, sensazioni ed esperienze di vita. I miei libri, ad oggi, sono: "La libertà delle foglie morte" primo romanzo, gennaio 2011, ora alla 3a edizione. “I colori dell'albero e altri racconti”, aprile 2012 vede la luce in occasione delle nozze di perla. “Il falco e il falcone”, ottobre 2013, un voluminoso romanzo storico di ambientazione medioevale. “Via del Pozzo Rosso e altri racconti”, 2014, è la seconda raccolta di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari ed esce con prefazione di mio marito, come la precedente. LA SQUADRA è una serie di romanzi giallo-polizieschi: “Non sai mai chi puoi incontrare”, settembre 2014, è il primo. Proseguirà con “Mele marce per la squadra”, febbraio 2015, “Le tentazioni dell'ispettore Dallolio”, agosto 2015 e “Fuori della tela del ragno”, agosto 2016. “San Galgano”, breve romanzo storico, viene pubblicato nel 2016, quale vincitore del - 1° Concorso Letterario Arnanah. “Il presepe di Francesco”, racconto di Natale riccamente illustrato viene pubblicato a dicembre 2016 per devolvere i proventi ai terremotati delle Marche. “L'uomo che parlava alle pietre”, (febbraio 2017) è un romanzo ambientato nell'età della pietra, magistralmente illustrato da Elena De Giorgi. “Incontri e racconti” (aprile 2018): raccolta di 31 racconti premiati o segnalati in concorsi letterari e illustrati da Roberta Gracci. “Ildegarda ed il mistero dell'arciere” (settembre 2018), romanzo storico, con sfumature thriller, con protagonista Ildegarda di Bingen, ambientato nella Renania del XII secolo. “Favola bella” (ottobre 2018), favola ecologica illustrata da Pablo Deotto, ragazzo disabile; venduta per sostenere l'associazione “Noi da grandi - onlus” “Ossessione verde smeraldo”, (novembre 2019), romanzo giallo-poliziesco, sequel di LA SQUADRA. “La morte non ha i trampoli” (luglio 2020), con le indagini del Maresciallo Amato. “La compagnia dell'airone” (settembre 2020), primo giallo poliziesco di ambientazione americana. “Tempus fugit, amico mio” (dicembre 2020), 9 racconti tra giallo e mistero. Nel cassetto ci sono altri romanzi e racconti (per ora) in gestazione. Su diversi siti sono presente con una “Via Crucis” e diverse pubblicazioni di narrativa e saggistica. La mia prima uscita in libreria risale al 1978 con “Cristiana a modo mio” - Ed.Gribaudi
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Elide Ceragioli: So che a quattro anni già leggevo, non so bene come e perché abbia iniziato, ma è certo che da allora non ho mai smesso ed ho letto di tutto, anche se poi negli anni i gusti si sono affinati e le preferenze si sono meglio definite. A parte le letture specialistiche legate alla mia professione, ora leggo in particolare romanzi gialli, romanzi storici e saggi o pubblicazioni soprattutto di carattere storico, che mi affascinano e mi aiutano per poi scrivere i miei romanzi storici, che voglio siano sempre ben documentati e storicamente “veri”.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Elide Ceragioli: Non ricordo un libro che abbia scatenato in me la voglia di scrivere; piuttosto la lettura costante è sfociata naturalmente nella voglia, anzi direi nella necessità di scrivere, che si è manifestata in modi diversi nel tempo e sempre in crescendo. Ora penso che senza scrivere non potrei stare. Un mio amico/critico ha detto: “Elide è una persona che lavora per vivere e vive per scrivere”. Penso che sia molto vicino alla realtà, anche se amo molto il mio lavoro. Leggo da più di sessant'anni in modo appassionato e un po' onnivoro; scegliere tra numerosissimi testi mi è estremamente difficile: ognuno di loro mi ha dato qualcosa e ha condizionato il mio diventare ed essere scrittrice.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Elide Ceragioli : Negli anni ho avuto modo di conoscere abbastanza il mondo dell'editoria e, onestamente, non è stata un'esperienza molto gratificante: forse ho incontrato solo editori “sbagliati”... Comunque la scelta dell'autopubblicazione è stata quasi naturale, ma ho preferito affidarmi ad una piattaforma italiana (Youcanprint), perché ritengo sia meglio avere la possibilità di un confronto diretto con persone “vere”. Amazon, come altre grandi piattaforme internazionali, forse offre maggiori chances, ma le trovo molto, troppo spersonalizzate.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Elide Ceragioli: Ogni libro che nasce è un po' come un figlio e, da mamma, so bene quanto ogni figlio sia oggetto di un amore unico, speciale, né maggiore né minore, ma diverso e allo stesso tempo uguale agli altri. A “La libertà delle foglie morte” sono particolarmente legata, perché è stato il primo romanzo, scritto in brevissimo tempo in un momento particolarmente difficile della mia vita. In “L'uomo che parlava alle pietre”, ambientato all'età della pietra, mi sono trovata a vivere e descrivere una realtà di famiglia. Grazie alla mia professione i bambini (e le famiglie) disabili e/o problematici sono la mia quotidianità da più di trent'anni. La mia attività professionale non può essere scissa dalla mia vita e senza dubbio mi ha resa più sensibile a attenta alle persone. Ho imparato ad ascoltare i bisogni e questo mi ha molto aiutata ad immaginare e descrivere le persone nei loro rapporti familiari e sociali, anche se di un'epoca lontana millenni, ma alla fin fine non molto diversa dalla nostra. Nei romanzi gialli ho potuto trasfondere quello che ho imparato avendone letto migliaia, ma soprattutto ho potuto descrivere, calandomi nei personaggi, un'umanità varia, ma vera, attuale, con le sue gioie e le sue sofferenze, i suoi problemi e le sue potenzialità. I romanzi storici mi sono costati fatica e sudore, perché sono esigente con me stessa e il lavoro di studio e documentazione è tantissimo, ma incontrare e far rivivere, accompagnandoli nella loro avventura terrena, personaggi come San Galgano, Ildegarda di Bingen, San Francesco, Ruggero da Flor e tanti altri è stata un'esperienza affascinante ed estremamente coinvolgente.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Elide Ceragioli: Non scrivo per mestiere, ma per passione e ogni mio scritto nasce in qualche modo da un incontro. Quando trovo un personaggio (o un gruppo di personaggi) che “mi chiama” inizio a scrivere e sono loro a prendermi per mano e condurmi. Non ho mai fatto schemi, ma son sempre partita solo da una vaga idea, che poi ha preso corpo e vita man mano che la narrazione procedeva e spesso sono giunta a scrivere cose che all'inizio del libro non avevo minimamente previsto e che hanno modificato molto l'idea iniziale. C'è una sola regola da cui non derogo: ogni mio scritto deve essere orientato al Bene. Anche quando descrivo cattiverie atroci, delitti efferati, morte, sangue e sofferenze non può mai mancare un anelito positivo e un messaggio di Speranza.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quelli che hai già pubblicati, oppure un'idea completamente diversa?
Elide Ceragioli: Sì, ho un libro in cantiere ed è un romanzo storico di ambientazione medievale. Il Medioevo è una della mie passioni letterarie e dopo aver portato i miei lettori nei secoli XII, XIII e XIV ho deciso di fare un salto ritroso e il nuovo libro avrà come protagonista un nobile normanno vissuto a cavallo dell'anno 1000. Però ho ancora molto da studiare e il tempo libero è poco: ci vorrà un po' di pazienza.
Writer Officina: Quanto sono autobiografici i tuoi libri?
Elide Ceragioli: Abbastanza e nello stesso tempo per nulla. Mi spiego meglio. Nei libri non parlo di me, della mia vita o della mia famiglia, eppure nei miei personaggi c'è molto di me e di quello che vivo. Cerco di trasmettere, attraverso i miei personaggi, quello in cui credo. La mia passione per le cose belle, la speranza profonda che il Bene trionfi sempre, i valori in cui credo e sui quali gioco la mia esistenza. Inoltre la mia ormai pluridecennale esperienza come neuropsichiatra e psicoterapista mi ha portato a conoscere profondamente l'animo umano e non posso evitare di riversare nei miei personaggi questa conoscenza.
Writer Officina: Quante ore al giorno scrivi? Dove ti metti? Quali cose aumentano la tua concentrazione e quali invece la distraggono?
Elide Ceragioli: Scrivo quando posso e dove posso. Non ho un posto fisso, né particolari esigenze. Spesso a penna, se posso al computer, perché più comodo. Scrivo il più possibile, compatibilmente coi tanti impegni. Vorrei poterlo fare di più e questo è un buon segno, perché significa che ho ancora cose da dire. Normalmente, quando scrivo, sono abbastanza insensibile alle distrazioni: ho scritto molto anche con la tv accesa, oppure in macchina, nei lunghi viaggi mentre mio marito guida, o in spiaggia... Se il mio “eroe” del momento mi sta accompagnando nelle sue peripezie lo seguo e racconto.
Writer Officina: Parli di ciò che stai scrivendo con i tuoi familiari?
Elide Ceragioli: Certo, anzi spesso chiedo consigli, pareri rispetto ad una storia e alla sua evoluzione. Ho figli giramondo e spesso mi aiutano nelle collocazioni extra-italiane, suggerendomi scenari o particolari che altrimenti non saprei. Mio marito poi è il mio agente letterario e factotum. Ho preso l'ispirazione da lui per creare il personaggio di Carlo Dallolio, uno degli ispettori della “mia” Squadra investigativa.
Writer Officina: Come superi il demone della pagina bianca?
Elide Ceragioli: Oddio... scrivendo ovviamente! Le mie pagine non restano bianche a lungo per fortuna. Spesso perché mi manca il tempo e la pagina resta bianca per quello, ma perché “non mi viene” mai più di brevi momenti,.
Writer Officina: Quale pensi sia il metodo più efficace per migliorarsi nella scrittura? Leggere libri di altri autori, viaggiare, fare esperienze di vita che possano essere sfruttate come fonte d'ispirazione, partecipare a corsi di scrittura creativa, ecc ecc?
Elide Ceragioli: Personalmente faccio tutto quello che hai elencato: leggo tantissimo, viaggio più che posso, incontro moltissime persone di tutti i tipi. Non ho mai fatto (e penso che non farò) corsi di scrittura... non vorrei urtare la sensibilità di nessuno, ma non ne ho mai sentito la necessità e quelli che ho conosciuto mi sono sembrati “specchietti per le allodole” atti a creare false illusioni e magari a spennare chi vorrebbe essere uno scrittore senza averne le doti innate necessarie. Ho incontrato molti aspiranti scrittori che prima dei corsi di scrittura dovrebbero studiare ortografia, grammatica e sintassi. Studio invece molto il modo di scrivere di tanti scrittori bravi, leggendo, leggendo, leggendo...
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