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Mele marce per la squadra
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Cominciò così. In molti lo credono e, quel che è peggio, lo dicono. Chi sono io per smentirli? Avevo tredici anni e le tette a pera, acerbe eppure sfrontate, puntavano verso l'alto occhieggiando dalla scollatura appena accennata, da bambina che non sa di aver superato la soglia dell'adolescenza. Gli uomini mi guardavano di sottecchi, sorvegliavano la mia crescita, con la stessa golosa bramosia con la quale guardavano le arance o i fichi, in attesa del momento di gustarli. Tonio arrivò nell'ora più calda del giorno, quando la gente perbene riposa e tutte le finestre sono sbarrate, perché il sole non entri. Cominciò così, col suo passo pesante sugli scalini di casa e il suo bussare concitato. Il frinire delle cicale, improvvisamente, cessò. Mio padre aprì la porta e io corsi a nascondermi in cucina. Mia madre dormiva con la testa ricciuta appoggiata al tavolo. Sentii la voce di mio padre: “Trasìte! Entrate”, ma non mi fermai ad ascoltare la risposta e corsi fuori, dalla porticina sul retro, nella strada che si snodava come un serpente fra le case silenziose e bianche di sole e di calce. In fondo, oltre la linea scura dell'orizzonte, c'era il mare. Ne percepivo l'odore pungente, che mi spingeva ad aspirare con più forza, ad immettere aria nei polmoni, fino al punto che quasi mi scoppiavano e poi a leccarmi le labbra riarse. C'era così tanta luce che procedevo cieca, appoggiandomi ai muri caldi. Ma non è cominciata lì. Il momento è stato un altro. Credetemi. Ho sentito “Tum... Tum...” due colpi secchi come le nocche sulla porta o come lo schianto del legno o il rumore del fulmine quando si scarica sulla terra, e mi sono fermata. Avevo chiuso gli occhi ciechi per la troppa luce e quando li ho riaperti, l'ho vista. Una farfalla. Nera e blu. Grande, come nei film e nei sogni. Succhiava una goccia rosso rubino e sbatteva piano piano le ali. Len-ta-men-te. Molto Lentamente. Così piano che ho disteso il braccio destro, ho flesso leggermente le dita. Rapidamente. Pollice e indice. Solo le prime due dita. Prima ancora di rendermene conto. Prima di pensare che volevo farlo. Ho toccato le ali. Ho stretto le ali. Poi l'ho visto. Sdraiato nell'ombra fra due muri, proprio dove finivano le gocce di rubino, stava un uomo. L'urlo mi è uscito dalla gola querulo come un lamento, inutilmente potente, perché nessuna finestra si sarebbe aperta e nessuno avrebbe portato aiuto. Ho cominciato a correre. Toc, toc. Gli zoccoli sulle pietre, il buio negli occhi e il freddo nella schiena. Davanti alla porta chiusa, ansante, mi sono fermata. La farfalla era ancora stretta nella mano. Dio, fa che non sia morta! Lieve come un dolce pensiero lei ha disteso le ali ed è volata via. Sui miei polpastrelli è rimasto un poco di azzurro. Il marchio della mia corsa folle. Il segno che non era stato un sogno.
***
L'uomo con la pistola era un'ombra contro il muro di calce. Sudava abbondantemente, un po' per il caldo e un po' per l'emozione. Aveva portato a termine il compito che gli avevano affidato. Lo aveva fatto bene, ne era certo, o quasi. La ragazzina era stata un imprevisto inaspettato. Si leccò le gocce salate sul labbro superiore e si voltò verso il compagno. Era più vecchio ed esperto di lui. “Non ci vide!” fu la rassicurante risposta. Il telefono gli vibrò in tasca. Per un momento fu tentato di non rivelare quel particolare, che ora gli sembrava di poco conto, insignificante, ma poi la sua grande propensione a credere che prima o poi il capo lo avrebbe scoperto, lo spinse a raccontare tutto. Brevemente, con la voce tranquilla di chi ha compiuto a puntino il proprio dovere, disse: “La consegna è stata fatta.” “Gradì?” fu la domanda. “Non si lamentò” rispose, e poi aggiunse in fretta “passò una picciridda e se ne fuì senza dire niente.” Gli parve di udire un rumore dall'altra parte del microfono. La voce gli giunse come un sibilo. “Chi è?” “La figlia di Totuzzo. Neanche a scuola andò. Un poco tarda nacque.” “Ah!” disse di nuovo la voce e questa volta il silenzio prolungato gli fece capire che si stava consultando con qualcuno. Era consapevole che poteva giungergli l'ordine di ucciderla, ma aspettò indifferente. “Totuzzo è un bravo picciotto, che si fa i cazzi suoi. Fate fare un viaggio alla piccina.” “Corto o lungo?” chiese, perché non aveva ancora chiara la sorte della ragazzina. “Lungo... Roma o... meglio a Torino.” L'uomo annuì, spense il telefono e ripose la pistola in tasca. Il viaggio corto sarebbe stato in qualche buca del luogo, dalla quale certo non avrebbe mai fatto ritorno. Fece un cenno al compagno e insieme andarono a prendere il corpo. Il ragazzo li guardava con occhi vitrei, immobili. Il suo ultimo sguardo era stato quello stupore per la morte inaspettata. Sulle labbra gli era rimasto l'alito di una domanda. “Perché proprio tu?” Il sicario non lo sapeva e non avrebbe potuto rispondergli. Obbediva agli ordini e basta. L'antica amicizia non contava. Il foro sulla fronte era rosso, preciso, senza scampo. Aveva fatto un buon lavoro e si era guadagnato la paga. Fece una breve, ma accurata perquisizione. Aprì la fodera della giacca per guardarvi dentro, poi frugò nelle tasche. C'erano un portamonete, i documenti, le chiavi, un biglietto aereo, un telefonino, un pacchetto di fazzoletti di carta. “Questi te li lascio,” disse “caso mai ne avessi bisogno.” Rise fra sé per la facezia. Di solito non era irrispettoso di fronte alla morte, ma questa volta ne sentiva il bisogno, quasi fosse un modo a buon mercato per sfogare la tensione. Il suo compagno lo guardò perplesso, ma non disse niente. Era molto forte e insieme non faticarono a infilare il corpo nel sacco nero che avevano portato. Se i muri delle case avessero occhi o racchiudessero una qualche forma di vita, non era dato saperlo. Il silenzio era totale. Al punto che potevano pensare che stavano attraversando un paese disabitato. Procedettero comunque cautamente, cercando di non fare rumore. Del resto il tragitto dal vicolo stretto si inerpicava nella parte più vecchia, disabitata, verso la chiesa antica, quasi diroccata e sconsacrata da tempo, dove avevano lasciato la macchina. Caricarono il corpo e chiusero il cofano. A Teresina avrebbero pensato dopo essersi liberati del fardello, che iniziava a emanare uno spiacevole odore.
***
Totuzzo aveva versato il vino e osservava la schiuma violacea colare oltre l'orlo, sulla tovaglia bianca di bucato. Era il suo personale tentativo, abbastanza inefficace, di controllare il tremore della mano. Il cane sotto il tavolo uggiolò, quasi sentisse la sua agitazione. L'uomo seduto davanti a lui aveva poggiato un pacchetto di fogli. Totuzzo non aveva mai visto tanto denaro tutto insieme. Mille euro in banconote da dieci. Usate. Aveva la gola secca, arida, incapace di emettere qualsiasi suono. Chinò la testa nel gesto che gli era più abituale e che indicava la passività della sua intera vita, assoggettata alla volontà altrui. Fu l'ospite a parlare. “A Torino c'è uno specialista molto bravo, che potrà aiutare la tua Teresina. Picciridda, fa pena il suo girare a vuoto, senza scopo né meta, per i vicoli del paese. Potrebbe capitarle qualcosa di brutto. Mi capite? Qualcuno potrebbe farsi persuaso che abbia visto cose che non doveva vedere.” L'uomo smise di parlare, aspettava evidentemente un cenno d'assenso, ma Totuzzo dovette bere un sorso di vino, prima di trovare la forza di annuire energicamente. Subito dopo quello si alzò in piedi. Era stato chiaro e sarebbe stato ubbidito. Scolò il vino d'un fiato e posò il bicchiere nel punto preciso dove l'impronta rotonda era segnata sul lino candido. Totuzzo era incerto se doveva gioire o disperarsi. La pila ordinata di cartamoneta rivelava chiaramente la volontà di Tano D'Ignoto di non fare del male alla picciridda, eppure il brivido freddo della paura continuava a serpeggiargli nella schiena. Dovette appoggiarsi al tavolo per alzarsi in piedi. Il cane si drizzò insieme a lui. Aveva guaito inquieto per tutto il tempo che l'estraneo era rimasto nella stanza. “Teresina!” chiamò imperioso. Sapeva che anche Lucia, sua moglie, sarebbe arrivata insieme alla figlia. Ne aveva intuito la presenza dietro la porta chiusa della loro camera. Aveva sicuramente origliato, col pensiero sospeso, trattenuto nei polmoni a causa dell'ansia. Entrò per prima e gli andò accanto. Fissò lo sguardo sul tavolo e spalancò la bocca per la sorpresa. Non si aspettava l'improvvisa, per loro grande, ricchezza. Teresina caracollò dentro, con quel passo sgraziato che la caratterizzava. Aveva lo sguardo da capra selvatica, evitante, ma subito convinta ad avvicinarsi da una semplice manciata di sale. Teneva la mano destra alzata, col pollice e l'indice che si toccavano. Il seno le premeva procacemente contro la stoffa sottile della canottiera e Totuzzo sentì una fitta dolorosa al petto. Teresina era bella, ma la sua mente, perduta in inimmaginabili fantasie, la rendeva fragile, costantemente in pericolo. Se aveva visto qualcosa, qualunque cosa fosse, le immagini erano scivolate via, come portate lontane dal vento o dall'acqua di un fiume impetuoso. Era concentrata solo sulla propria mano e ripeteva a fior di labbra una parola: “Far-falla”. “Lucia, andrai a Torino da tua sorella. C'è un professore che potrà guarire la picciridda. Qui ci sono i soldi e il biglietto per la corriera delle cinque. Ci ho messo due anni per risparmiarli. Ricordatelo!” In quest'ultima affermazione c'era il messaggio che la donna doveva dimenticare la presenza del visitatore. Lucia guardò il marito e domandò solamente: “Per quanto tempo staremo a Torino?” Totuzzo alzò le spalle. “Per un po'...” rispose vagamente ed era tutto quanto sapeva, poi si voltò verso Teresina e la carezzò con tenerezza. “Sei contenta che vai sul treno fino a Torino?” La ragazzina sorrise. Il tono del padre le comunicava una sensazione piacevole e reagì con un sorriso, prima di perdersi di nuovo nella sua fantasticheria. “Far-fal-la”. Alle 17:10, con qualche minuto di ritardo, la corriera semivuota partì dalla piazzetta accanto al bar, l'unico del paese. Teresina si era seduta davanti, accanto all'autista e aveva cominciato a canticchiare, ripetendo ossessivamente la canzone che l'iPod le rimbombava a tutto volume nelle orecchie. Sua madre si era seduta in fondo e nascondeva il volto dietro una vecchia rivista dimenticata da qualcuno sul sedile consunto. Lucia era ancora una bella donna, che la pienezza della maturità aveva reso più dolce, affinando l'asperità di un carattere forte ed indomito. La miseria e i patimenti non avevano lasciato apparentemente segni sulla sua carne. Solo il tempo aveva disegnato piccoli solchi intorno alla bocca ed al naso e ingrigito i capelli, una volta corvini. Respirava a pieni polmoni l'aria tiepida che entrava dal finestrino aperto. Assaporava la sensazione di libertà che, pur incongruamente, stava provando. Scopriva che allontanarsi dal paese, dalla casa, da Totuzzo stesso, non le costava, anche se il futuro aveva contorni molto incerti e doveva ammettere che non sapeva cosa l'aspettava. Sfogliò distrattamente il giornale, cercando di non pensare e neppure di porsi domande. Non aveva alcuna idea di cosa avesse improvvisamente consentito alla sua vita di fare quella svolta imprevista. Era probabile che l'insipienza di Teresina ne fosse all'origine o forse la causa stessa e per un attimo, solo una frazione di tempo, per la prima volta nella sua vita, cessò di odiare la sua creatura. Di odiarne la bellezza e l'inutilità, l'incapacità di svolgere qualsiasi cosa che non fosse mangiare e bere o fare i bisogni, qualche volta in posti impropri, guidata più dall'urgenza che dalla decenza. Sua sorella Maria aveva accettato di buon grado di ospitarle, anche se da molto tempo non si incontravano ed i rapporti fra loro erano sporadici. Il loro era un legame familiare all'antica, inossidabile al trascorrere del tempo. Quando la corriera imboccò l'autostrada, imbruniva. Lucia, vinta dalla monotonia e dalla stanchezza, si assopì. Palermo era lontana, Torino le pareva dall'altra parte del mondo. |
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Mi chiamo Elide Ceragioli e sono nata a Massa nell'ottobre 1954, dalla metà degli anni '80 vivo in una frazione del comune di Campi Bisenzio alle porte di Firenze. Sono felicemente sposata dal 1982 e ho due figli: Andrea (1987) e Chiara (1989). Sono medico ed esercito con molta passione la professione di neuropsichiatra-infantile prendendomi cura dei bambini con “problemi” e delle loro famiglie. Occupo il tempo libero in attività di volontariato insieme al marito con cui ho condiviso anche la responsabilità del “Centro Diocesano di Pastorale Familiare” dell'Arcidiocesi di Firenze. Fin da ragazza la passione per la lettura è stata fortissima (ho iniziato a leggere a 4 anni e non ho mai smesso) e la voglia di scrivere è stata una logica e immediata conseguenza. A poco più di vent'anni ho pubblicato il mio primo libro, che avevo scritto quando ne avevo solo diciotto. Poi ci sono stati il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di due figli e, contemporaneamente, la laurea, la specializzazione e l'inserimento nell'attività professionale. Negli anni '90 ho ripreso in mano la penna per scrivere favole per i miei figli, poi sono passata a racconti per adulti, partecipando a numerosi concorsi con buoni piazzamenti ed una ventina di pubblicazioni Nel 2011 ho pubblicato il mio primo romanzo... e poi non mi sono più fermata: ora sto scrivendo il mio ventesimo libro e 19 sono già stati pubblicati. Mettendo a frutto la ricchissima esperienza di lettrice, ma anche di donna, sposa, mamma, medico e cristiana, mi sono voluta cimentare con generi diversi (dal racconto al romanzo storico, dal romanzo giallo al saggio) cercando di scrivere con ricchezza e proprietà di linguaggio, che si adegui in modo naturale all'epoca, al contesto ed ai personaggi, in un continuo trasmettere emozioni, sensazioni ed esperienze di vita. I miei libri, ad oggi, sono: "La libertà delle foglie morte" primo romanzo, gennaio 2011, ora alla 3a edizione. “I colori dell'albero e altri racconti”, aprile 2012 vede la luce in occasione delle nozze di perla. “Il falco e il falcone”, ottobre 2013, un voluminoso romanzo storico di ambientazione medioevale. “Via del Pozzo Rosso e altri racconti”, 2014, è la seconda raccolta di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari ed esce con prefazione di mio marito, come la precedente. LA SQUADRA è una serie di romanzi giallo-polizieschi: “Non sai mai chi puoi incontrare”, settembre 2014, è il primo. Proseguirà con “Mele marce per la squadra”, febbraio 2015, “Le tentazioni dell'ispettore Dallolio”, agosto 2015 e “Fuori della tela del ragno”, agosto 2016. “San Galgano”, breve romanzo storico, viene pubblicato nel 2016, quale vincitore del - 1° Concorso Letterario Arnanah. “Il presepe di Francesco”, racconto di Natale riccamente illustrato viene pubblicato a dicembre 2016 per devolvere i proventi ai terremotati delle Marche. “L'uomo che parlava alle pietre”, (febbraio 2017) è un romanzo ambientato nell'età della pietra, magistralmente illustrato da Elena De Giorgi. “Incontri e racconti” (aprile 2018): raccolta di 31 racconti premiati o segnalati in concorsi letterari e illustrati da Roberta Gracci. “Ildegarda ed il mistero dell'arciere” (settembre 2018), romanzo storico, con sfumature thriller, con protagonista Ildegarda di Bingen, ambientato nella Renania del XII secolo. “Favola bella” (ottobre 2018), favola ecologica illustrata da Pablo Deotto, ragazzo disabile; venduta per sostenere l'associazione “Noi da grandi - onlus” “Ossessione verde smeraldo”, (novembre 2019), romanzo giallo-poliziesco, sequel di LA SQUADRA. “La morte non ha i trampoli” (luglio 2020), con le indagini del Maresciallo Amato. “La compagnia dell'airone” (settembre 2020), primo giallo poliziesco di ambientazione americana. “Tempus fugit, amico mio” (dicembre 2020), 9 racconti tra giallo e mistero. Nel cassetto ci sono altri romanzi e racconti (per ora) in gestazione. Su diversi siti sono presente con una “Via Crucis” e diverse pubblicazioni di narrativa e saggistica. La mia prima uscita in libreria risale al 1978 con “Cristiana a modo mio” - Ed.Gribaudi
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Elide Ceragioli: So che a quattro anni già leggevo, non so bene come e perché abbia iniziato, ma è certo che da allora non ho mai smesso ed ho letto di tutto, anche se poi negli anni i gusti si sono affinati e le preferenze si sono meglio definite. A parte le letture specialistiche legate alla mia professione, ora leggo in particolare romanzi gialli, romanzi storici e saggi o pubblicazioni soprattutto di carattere storico, che mi affascinano e mi aiutano per poi scrivere i miei romanzi storici, che voglio siano sempre ben documentati e storicamente “veri”.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Elide Ceragioli: Non ricordo un libro che abbia scatenato in me la voglia di scrivere; piuttosto la lettura costante è sfociata naturalmente nella voglia, anzi direi nella necessità di scrivere, che si è manifestata in modi diversi nel tempo e sempre in crescendo. Ora penso che senza scrivere non potrei stare. Un mio amico/critico ha detto: “Elide è una persona che lavora per vivere e vive per scrivere”. Penso che sia molto vicino alla realtà, anche se amo molto il mio lavoro. Leggo da più di sessant'anni in modo appassionato e un po' onnivoro; scegliere tra numerosissimi testi mi è estremamente difficile: ognuno di loro mi ha dato qualcosa e ha condizionato il mio diventare ed essere scrittrice.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Elide Ceragioli : Negli anni ho avuto modo di conoscere abbastanza il mondo dell'editoria e, onestamente, non è stata un'esperienza molto gratificante: forse ho incontrato solo editori “sbagliati”... Comunque la scelta dell'autopubblicazione è stata quasi naturale, ma ho preferito affidarmi ad una piattaforma italiana (Youcanprint), perché ritengo sia meglio avere la possibilità di un confronto diretto con persone “vere”. Amazon, come altre grandi piattaforme internazionali, forse offre maggiori chances, ma le trovo molto, troppo spersonalizzate.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Elide Ceragioli: Ogni libro che nasce è un po' come un figlio e, da mamma, so bene quanto ogni figlio sia oggetto di un amore unico, speciale, né maggiore né minore, ma diverso e allo stesso tempo uguale agli altri. A “La libertà delle foglie morte” sono particolarmente legata, perché è stato il primo romanzo, scritto in brevissimo tempo in un momento particolarmente difficile della mia vita. In “L'uomo che parlava alle pietre”, ambientato all'età della pietra, mi sono trovata a vivere e descrivere una realtà di famiglia. Grazie alla mia professione i bambini (e le famiglie) disabili e/o problematici sono la mia quotidianità da più di trent'anni. La mia attività professionale non può essere scissa dalla mia vita e senza dubbio mi ha resa più sensibile a attenta alle persone. Ho imparato ad ascoltare i bisogni e questo mi ha molto aiutata ad immaginare e descrivere le persone nei loro rapporti familiari e sociali, anche se di un'epoca lontana millenni, ma alla fin fine non molto diversa dalla nostra. Nei romanzi gialli ho potuto trasfondere quello che ho imparato avendone letto migliaia, ma soprattutto ho potuto descrivere, calandomi nei personaggi, un'umanità varia, ma vera, attuale, con le sue gioie e le sue sofferenze, i suoi problemi e le sue potenzialità. I romanzi storici mi sono costati fatica e sudore, perché sono esigente con me stessa e il lavoro di studio e documentazione è tantissimo, ma incontrare e far rivivere, accompagnandoli nella loro avventura terrena, personaggi come San Galgano, Ildegarda di Bingen, San Francesco, Ruggero da Flor e tanti altri è stata un'esperienza affascinante ed estremamente coinvolgente.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Elide Ceragioli: Non scrivo per mestiere, ma per passione e ogni mio scritto nasce in qualche modo da un incontro. Quando trovo un personaggio (o un gruppo di personaggi) che “mi chiama” inizio a scrivere e sono loro a prendermi per mano e condurmi. Non ho mai fatto schemi, ma son sempre partita solo da una vaga idea, che poi ha preso corpo e vita man mano che la narrazione procedeva e spesso sono giunta a scrivere cose che all'inizio del libro non avevo minimamente previsto e che hanno modificato molto l'idea iniziale. C'è una sola regola da cui non derogo: ogni mio scritto deve essere orientato al Bene. Anche quando descrivo cattiverie atroci, delitti efferati, morte, sangue e sofferenze non può mai mancare un anelito positivo e un messaggio di Speranza.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quelli che hai già pubblicati, oppure un'idea completamente diversa?
Elide Ceragioli: Sì, ho un libro in cantiere ed è un romanzo storico di ambientazione medievale. Il Medioevo è una della mie passioni letterarie e dopo aver portato i miei lettori nei secoli XII, XIII e XIV ho deciso di fare un salto ritroso e il nuovo libro avrà come protagonista un nobile normanno vissuto a cavallo dell'anno 1000. Però ho ancora molto da studiare e il tempo libero è poco: ci vorrà un po' di pazienza.
Writer Officina: Quanto sono autobiografici i tuoi libri?
Elide Ceragioli: Abbastanza e nello stesso tempo per nulla. Mi spiego meglio. Nei libri non parlo di me, della mia vita o della mia famiglia, eppure nei miei personaggi c'è molto di me e di quello che vivo. Cerco di trasmettere, attraverso i miei personaggi, quello in cui credo. La mia passione per le cose belle, la speranza profonda che il Bene trionfi sempre, i valori in cui credo e sui quali gioco la mia esistenza. Inoltre la mia ormai pluridecennale esperienza come neuropsichiatra e psicoterapista mi ha portato a conoscere profondamente l'animo umano e non posso evitare di riversare nei miei personaggi questa conoscenza.
Writer Officina: Quante ore al giorno scrivi? Dove ti metti? Quali cose aumentano la tua concentrazione e quali invece la distraggono?
Elide Ceragioli: Scrivo quando posso e dove posso. Non ho un posto fisso, né particolari esigenze. Spesso a penna, se posso al computer, perché più comodo. Scrivo il più possibile, compatibilmente coi tanti impegni. Vorrei poterlo fare di più e questo è un buon segno, perché significa che ho ancora cose da dire. Normalmente, quando scrivo, sono abbastanza insensibile alle distrazioni: ho scritto molto anche con la tv accesa, oppure in macchina, nei lunghi viaggi mentre mio marito guida, o in spiaggia... Se il mio “eroe” del momento mi sta accompagnando nelle sue peripezie lo seguo e racconto.
Writer Officina: Parli di ciò che stai scrivendo con i tuoi familiari?
Elide Ceragioli: Certo, anzi spesso chiedo consigli, pareri rispetto ad una storia e alla sua evoluzione. Ho figli giramondo e spesso mi aiutano nelle collocazioni extra-italiane, suggerendomi scenari o particolari che altrimenti non saprei. Mio marito poi è il mio agente letterario e factotum. Ho preso l'ispirazione da lui per creare il personaggio di Carlo Dallolio, uno degli ispettori della “mia” Squadra investigativa.
Writer Officina: Come superi il demone della pagina bianca?
Elide Ceragioli: Oddio... scrivendo ovviamente! Le mie pagine non restano bianche a lungo per fortuna. Spesso perché mi manca il tempo e la pagina resta bianca per quello, ma perché “non mi viene” mai più di brevi momenti,.
Writer Officina: Quale pensi sia il metodo più efficace per migliorarsi nella scrittura? Leggere libri di altri autori, viaggiare, fare esperienze di vita che possano essere sfruttate come fonte d'ispirazione, partecipare a corsi di scrittura creativa, ecc ecc?
Elide Ceragioli: Personalmente faccio tutto quello che hai elencato: leggo tantissimo, viaggio più che posso, incontro moltissime persone di tutti i tipi. Non ho mai fatto (e penso che non farò) corsi di scrittura... non vorrei urtare la sensibilità di nessuno, ma non ne ho mai sentito la necessità e quelli che ho conosciuto mi sono sembrati “specchietti per le allodole” atti a creare false illusioni e magari a spennare chi vorrebbe essere uno scrittore senza averne le doti innate necessarie. Ho incontrato molti aspiranti scrittori che prima dei corsi di scrittura dovrebbero studiare ortografia, grammatica e sintassi. Studio invece molto il modo di scrivere di tanti scrittori bravi, leggendo, leggendo, leggendo...
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