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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Elide Ceragioli
Titolo: Le tentazioni dell'ispettore Dallolio
Genere Giallo Poliziesco
Lettori 377 1
Le tentazioni dell'ispettore Dallolio
Carlo cliccò un paio di volte sul tasto del mouse e la foto, una sorta di collage dei tempi andati, apparve sullo schermo. In caratteri cubitali si leggeva un - BUON COMPLEANNO - con tanto di animazione. Una torta sovraccarica di candeline accese scoppiava aprendosi in un coloratissimo - AUGURI - .
Era opera di Caterina. Sorrise. Una piacevole sensazione calda gli riempì la pancia. La giovane psicologa gli piaceva. Non poteva negarlo. Gli pareva fosse l'esatto contrario della sua ex-moglie. Eliana era pietrosa come una strada di montagna. Di quelle dove non sai dove mettere i piedi, perché rischia sempre di franare trascinandoti con sé. Caterina era un fiume placido che, senza parere e silenziosamente, fa la sua splendida corsa. Era tonificante e allo stesso tempo gradevolmente tranquilla.
“Oddio!” pensò. “È una bambina. Che sto farneticando?!” In effetti la differenza di età fra loro era sostanziosa. Più di dieci anni. Un tempo immenso, ma più ancora la barriera insormontabile era in quelle foto che la ritraevano, brutalmente, nella sua acerba adolescenza accanto al fratello, già giovane universitario come Carlo.
La mente dell'ispettore non riusciva a vederla in altra veste se non quella di sorellina minore.
“Però si è fatta proprio bella!” concluse. “E si è ricordata che oggi è il mio compleanno.”
Mancuso entrò in quel momento. “Ciao capo! Dove cazzo sta Carugate?”
“Caru... che?” domandò l'ispettore guardando torvo il collega. In certi momenti non lo tollerava proprio. Intanto quel suo tono sempre un po' da chi se ne... e poi il vezzo di accentuare la già spiccata inflessione dialettale.
“Carugate. Milano. È arrivato un ordine di servizio. Priorità assoluta. Dobbiamo andare a recuperare una ragazzetta scappata di casa! Guarda!”
Mancuso gli tese un foglio. La sua espressione non nascondeva assolutamente la meraviglia per quel compito inusuale, ma neppure l'impossibilità a rifiutarlo. Carlo aggrottò la fronte e gli fece il verso: “Che minchia dici?” L'imitazione non era buona, anche perché l'ispettore Dallolio era piemontese da generazioni e tutte le sere, quando tornava a casa sua, si fermava a LA PIOLA D'Ì VECIOT per fare quattro chiacchiere in dialetto e godere della compagnia di quei paesani che erano parte delle sue radici.
Mancuso non se la prese a male e scrollò le spalle. “Che ne so, capo. L'ordine è chiaro e nominativo: ispettore Dallolio. Sei tu! Avrai pestato i calli a qualcuno. Però puoi portarti chi vuoi. Se ti fa piacere vengo io. Una giratina a Carugate me la faccio volentieri, se non altro per uscire dall'ufficio. Scrivo verbali da una settimana...”
Carlo brontolò e inghiottì il boccone amarognolo. In fondo doveva essere una cosa rapida. Torino-Milano e ritorno nella stessa giornata. Era un diversivo che gli consentiva di stare lontano dalle carte e dalle rogne per qualche ora.
“Chi è la ragazza?” domandò.
Mancuso lesse il nome sillabandolo: “Ma-til-de Ser-ra No-vi. Anni sedici. Da qui non risulta altro. Vuoi che cerchi il fascicolo, ammesso che ci sia?”
Era chiaro che non si sarebbe mosso senza ordini superiori. Troppo flemmatico per fare altrimenti. Dalloliorompicoglionicarlo, come veniva chiamato dai colleghi, annuì con fermezza.
“Sì. E sbrigati!”
Contemporaneamente alzò il ricevitore e chiese al piantone di preparare una macchina. Mancuso aveva capito che non era aria ed era uscito. Carlo prese il foglio che conteneva pochissime e scarne notizie. Fece appena in tempo a leggere due frasi, - La ragazza è stata ritrovata cinque giorni dopo la scomparsa, presenta i segni di un grave stato di prostrazione - , che il suo cellulare squillò. Guardò il numero e il cuore gli fece un balzo nel petto.
“Ispettrice!” disse cercando di mettere quanta più energia poteva nel tono della sua voce. Era guidato dal pensiero: “41 anni e non li dimostro.”
Gabriella Franchi rispose frettolosamente: “Auguri, Carlo. Mi sono ricordata che è il tuo compleanno...” Evitò di dire l'età, fece un breve pausa, troppo breve perché lui potesse assimilare e godere di quella manifestazione di simpatia e l'ispettrice riprese con tono professionale: “Ti dovrebbe essere arrivato un ordine di servizio...”
“Sì” borbottò un po' a disagio Carlo; non si aspettava che ci fosse lei dietro a quella storia che si annunciava, come minimo, fastidiosa.
“Bene. Immagino che ti sarai chiesto per quale motivo sei stato scelto!” ridacchiò. Evidentemente voleva rabbonirlo e rendergli più accettabile il compito. “È un caso molto, molto delicato. Te lo dico in sintesi. Come avrai notato dal cognome la ragazzina è la figlia di Tommaso Serra Novi. Gente ricca da generazioni, imparentata con le migliori famiglie. Sono stata al liceo con sua sorella a Poggio Imperiale, a Firenze, e, quando si è sposata in Santa Croce con un magnate della finanza dieci anni fa, ho partecipato al matrimonio. Ricordo che la nipotina faceva la damigella, ovviamente. Ho cercato le foto, ma non sono riuscita ad individuarla fra le tante. Del resto ora è un'adolescente altissima e magrissima, una specie di efebo.”
A Carlo balenarono molti pensieri in rapida successione. La classe sociale a cui la dottoressa Franchi apparteneva inequivocabilmente era un mondo lontano anni luce dal suo. Inavvertitamente lei glielo aveva rimarcato con quel suo sfogliare l'album fotografico della sua giovinezza. Era stata la compagna di studi di una ricchissima ragazza della Torino-bene in una scuola prestigiosa di Firenze, niente a che vedere con il suo iter scolastico giocatosi quasi tutto nella provincia cuneese, tranne ovviamente l'università.
Allentò il nodo della cravatta che lo infastidiva, ma si rese conto che a infastidirlo molto di più era il retaggio atavico del solco invalicabile fra le caste. Gabriella aveva continuato a parlare e dovette interromperla e chiederle di ripetere l'ultima frase.
“Scusa, ma non ho sentito...”
“Dicevo che la ragazza è sparita cinque giorni fa in circostanze non chiare. Ho visto il fascicolo, i genitori stranamente hanno fatto la denuncia solo quarantott' ore dopo la scomparsa e anche allora chiedendo la massima riservatezza. Fino a un certo punto lo capisco, è gente molto in vista e pensavano a un sequestro a scopo di riscatto. Miracolosamente ed inaspettatamente, invece, è ricomparsa in quel cavolo di paese della cintura milanese. Carugate...”
Carlo ebbe la confusa impressione di aver già sentito quel nome, anche se non ricordava dove e perché. Digitò sulla tastiera e attese che il web gli rivelasse le informazioni che lo interessavano. Cercò di leggere mentre continuava ad ascoltare la collega.
“Capisci bene”, stava dicendo Gabriella, “quando mi ha telefonato Tommaso Serra Novi non ho potuto dirgli di no. Questo caso è delicatissimo e deve essere gestito con molta cautela. Immagina che succederebbe se la storia finisse in pasto ai giornalisti. La piccola fuggiasca sarebbe stigmatizzata a vita.”
Carlo annuì impercettibilmente. La sensazione di malcontento era aumentata al punto da spingerlo a voler chiudere la comunicazione con l'ispettrice. Una parte del suo cervello si ribellava allo strapotere dei ricchi che pretendevano di coprire ogni loro magagna ed uscivano immacolati e puri da ogni situazione, anche la più scabrosa.
“È il mio compleanno, cazzo, e questa vuole che lo passi a recuperare una ragazzina viziata che è scappata di casa.”
Lo pensò, ma non lo disse. Intanto perché aveva forte il senso della gerarchia e Gabriella era il suo capo, anche se solitamente non gli pesava e tendeva a dimenticarsene, poi... l'ispettrice aveva quella voce calda, sempre un pochino sensuale, che gli riportava alla mente, con vividezza incredibile, l'immagine del suo corpo perfetto esaltato dal bikini e il profumo della sua pelle di bionda naturale, fragrante come biscotti appena usciti dal forno.
Il tempo aveva trasformato, senza che se ne accorgesse, l'empatia in qualcosa di più ampio e profondo, che ancora stentava ad ammettere anche solo a se stesso.
“Mi piace” borbottò quasi a malincuore.
“Ho capito solo in parte” disse ad alta voce, mentre cliccava col mouse e le immagini della cittadina di provincia scorrevano sul video. “Che ci è andata a fare la piccola aristocratica a Carugate? Non è certo Milano!”
L'ispettrice rimase in silenzio. Carlo pensò che sfogliasse il fascicolo per cercare una risposta. Forse la ragazza aveva un fidanzatino e la sua era una fuga per inseguire l'amore adolescenziale o qualcosa di simile, il che rendeva comprensibile il suo viaggio nell'anonima provincia, solitamente povera di stimoli e attrattive per i giovani. Evidentemente non trovò nulla, perché dovette ammettere: “Non lo so, Dallolio!” Lo chiamava sempre così quando era irritata con lui. Carlo se ne accorse e non insistette.
“Va bene!” disse. “Mancuso e io andiamo, carichiamo la piccola, come si chiama? Ah, Matilde, in macchina e, cercando di non farci scoprire da giornalisti e fotografi, la riportiamo dai genitori. Fine del lavoro. Fino alla prossima grana, ovvio.”
Aveva adoperato, quasi senza volere, un tono sarcastico e Gabriella gli rispose con voce alterata: “Carlo, la situazione, come ti ho già detto, non è affatto semplice. La figlia del mio amico è stata ritrovata in un parco, in stato confusionale. Adesso è in ospedale e la famiglia ha inviato una psicologa di sua fiducia per assisterla. Se ti chiedo la cortesia di andare personalmente è perché credo non sia stato un allontanamento volontario... Cazzo, Dallolio, lo so che questo incarico non è all'altezza del grande ispettore, ma prendilo come un regalo per il tuo compleanno. Una gita offerta dallo Stato.”
La voce di Gabriella era diventata improvvisamente stridula. Aveva parlato in fretta, come se temesse di essere interrotta e Carlo aspettò che si fosse calmata prima di chiedere, accondiscendente: “Quando abbiamo recuperato la ragazza, dove la portiamo?”
“Ti lascio carta bianca. I genitori ovviamente la rivogliono a casa al più presto, ma prima fatti dire tutto. Se c'è stato un reato dobbiamo arrestare il colpevole. Siamo o non siamo la squadra migliore che esista?” rispose Gabriella.
Aveva fatto la battuta a denti stretti. Era consapevole che la distanza fra le rispettive questure complicava notevolmente le possibilità di collaborazione, anche se gli ultimi casi avevano accresciuto la coesione fra loro.
Mancuso fece capolino alla porta. “Andiamo, capo?” domandò sollecitandolo, ma fermandosi di botto quando si accorse che Carlo era al telefono. Agitò una cartellina trasparente nella quale c'era la documentazione sulla giovane.
“Io sarei pronto...” disse a bassa voce mimando il gesto di andarsene. Dallolio alzò le spalle, esprimendo chiaramente il suo disappunto, poi chiuse la telefonata dicendo: “Bene, dottoressa, vado a festeggiare il mio compleanno!” Non nascondeva certo l'irritazione e il tono ironico la rimarcava.
Mancuso aveva capito solo in parte il senso della frase e guardò il suo capo in modo interrogativo, cercando la spiegazione. L'ispettore gli fece cenno di avvicinarsi: “Guarda. Ho cercato Carugate su internet. Il nome mi suona familiare, ma non riesco a ricordare perché.”
“Sembra un paesotto di poco conto, mi domando quali attrattive possa aver avuto per la ragazza” confermò Mancuso che aveva letto sul video - Carugate, comune della cintura milanese, abitanti 14.377, superficie 5 kmq - .
“L'ispettrice Franchi, alla quale dobbiamo la gioia di quest'incarico, presume che l'allontanamento non sia stato volontario. Dovremo cercare attentamente se ci sono tracce in quel senso” disse Carlo, poi spense il computer e si infilò la giacca, preparandosi a uscire.
“E tu cosa hai trovato?”
Mancuso mostrò il fascicoletto.
“Notizie sulla famiglia per lo più e poco sulla ragazza. È gente ricca, ma non ricchissima. Il padre ha le mani in pasta in più società e tutte solide. Ipotizzare un rapimento a scopo di riscatto era la congettura più probabile, forse per questo hanno tardato a denunciare la scomparsa della figlia...”
A Carlo tornò in mente la descrizione che Gabriella aveva fatto della ragazza e la confrontò con la fototessera sul frontespizio del fascicolo che Mancuso gli aveva dato. Lunghi capelli lisci incorniciavano un viso eccessivamente magro. La pelle tirata sugli zigomi aveva un aspetto malsano e gli occhi scuri affondavano nelle orbite, accentuate dal trucco pesante. Decisamente la giovane ereditiera non aveva un aspetto felice.
“Beh, andiamo a recuperare la rampolla. Chissà che suo padre non ci faccia un bel regalo per ringraziarci” disse Dallolio.
Uscirono dall'ingresso secondario e trovarono un agente con l'auto pronta per la loro missione. L'Alfa147 non aveva alcun segno di riconoscimento e una volta che Mancuso fu al volante potevano passare per due rappresentanti in giro per affari. Uscirono dal cortile e si immisero nel traffico cittadino. Mancuso aveva impostato il navigatore e la voce metallica annunciò - Fate inversione appena potete - con un tono di comando che strappò un'imprecazione all'ispettore e un sorriso a Dallolio, il primo di quella giornata, che si era preannunciata piuttosto impegnativa.
“Stai calmo o ci ritroviamo a Genova invece che a Carugate!” disse al collega, poi prese l'iPhone e ricominciò la ricerca su Google. Era soprannominato rompicoglioni anche per quella caratteristica che lo portava a insistere fino a quando non aveva trovato la soluzione che cercava. Adesso non riusciva a dare un contorno definito alla vaga sensazione che gli evocava il nome di quel paese e questo lo rendeva inquieto.
“Sto invecchiando!” sentenziò, aspettandosi che il collega lo sconfermasse, invece Mancuso assentì. “Sì, capo. Oggi 40 o 41? A proposito, all'autogrill mi fermo a fare il pieno e paghi il caffè.”
Carlo provò l'impulso di rifiutare. Non gli pareva ci fosse nulla da festeggiare e meno che mai si sentiva di dover condividere la festa col collega. Provava una rabbia insensata, irrazionale, per la sua vita e per quanto aveva vissuto. “I miei primi quarant'anni, anzi 41, trascorsi! Sono volati e non mi è rimasto nulla. Oh no, adesso precipito nella melanconia e oltre a smemorato divento depresso.” Non disse nulla di quanto gli passava per la testa e rispose invece di sì.
“Certo, cornetto e cappuccino. Il mio fegato brama la pasta prima surgelata e poi fritta, piena di coloranti e conservanti, ma alla mia età ci vuole qualcosa che ci conservi, no?”
Il tentativo di ironizzare era piuttosto penoso, ma il collega ridacchiò.
“Sì, capo. A proposito, mi sono ricordato qualcosa su Carugate, anche se probabilmente non c'entra nulla.” Mancuso attese invano una parola di incoraggiamento, mentre si districava nel traffico, ma Carlo era troppo astioso per accorgersene. Allora continuò: “Insomma, qualche tempo fa hanno fatto una trasmissione su di un ragazzo di quel paese, Massimiliano Tresoldi, che si è risvegliato dopo dieci anni di coma profondo. Un caso molto particolare. Forse per questo il nome Carugate ti è familiare...”
L'ipotesi aveva un senso e Carlo cercò nella memoria, ma non gli si accese alcuna luce.
“Non mi pare di aver mai sentito parlare di questo Massimiliano. Bella storia però, a conferma della scarsa attendibilità dei medici.”
“Già”, continuò Mancuso, “il ragazzo sentiva tutto quello che dicevano intorno a lui, compreso il fatto che era un vegetale e che non c'era nessuna speranza di sopravvivenza. Da brivido non poter rispondere a chi ci dà per spacciati! Per fortuna la sua famiglia ha sempre creduto che prima o poi si sarebbe svegliato e non l'hanno mai abbandonato.”
Carlo parve soppesare quel concetto e, storcendo la bocca, disse: “La mia ex mi farebbe seppellire vivo e purtroppo è la prima persona che avviserebbero in caso di incidente. Giurami che ti opporrai e il caffè te lo offro tutte le mattine.”
L'ispettore ridacchiò. “Sì capo, stai tranquillo. Per una volta sarò meticoloso e pignolo quanto te.”
Dallolio continuava a scorrere le informazioni sull'iPhone. “Mi sto facendo due domande alle quali non so dare risposta. In primis cosa è andata a fare la pulzella a Carugate? Per quel che si vede qui non mi pare proprio che sia l'ombelico del mondo. Siccome si trova a quindici chilometri da Milano, secondo te potrebbe essere che non ce l'abbia fatta ad arrivare a destinazione per un qualche motivo e si sia fermata lì?”
Mancuso rifletté un poco prima di ammettere che, in effetti, quella era una possibilità, ma era troppo concentrato nella guida per dilungarsi. Avevano lasciato il centro e imboccato corso Giulio Cesare, a quell'ora del mattino piuttosto trafficato. L'ispettore strombazzò in direzione di un automobilista indisciplinato, sbottando in un: “Terùn, torna al paese se non sai guidare!” Detto da lui, che non aveva mai perso l'accento meridionale e, anzi, appena poteva parlava in dialetto, suonava strano e l'esclamazione meravigliò non poco Carlo, che però preferì non intervenire. Lavoravano insieme da anni, ma non si poteva dire che fossero veramente amici. C'era fra loro un'invisibile barriera culturale, più che sociale, e nessuno dei due aveva mai fatto molto per superarla. La promozione di Dallolio e il fatto che facesse parte della SQUADRA più famosa d'Italia avevano accentuato parecchio quella distanza. In fondo Mancuso non riconosceva meriti particolari al suo diretto superiore. Carlo aveva chiuso l'iPhone e sfogliava con scarso interesse il fascicolo della ragazza.
“Anni 15. Liceale. Rendimento scolastico non noto. Appassionata di esoterismo... che è ‘sta roba?” disse ad alta voce. “Non mi pare che i suoi genitori si siano preoccupati molto della sua educazione. Io, avessi una figlia, non la lascerei uscire in questo stato, e tu, Mancuso?” Il collega gettò uno sguardo di sfuggita alla foto. Erano arrivati finalmente al casello dell'autostrada e si stava rilassando, ora che avevano superato il casino del traffico cittadino.
“Beh, io una figlia adolescente ce l'ho, ma è tutt'altra pasta, per fortuna” rispose. In effetti la foto ritraeva una sorta di efebo dal sesso incerto. Il corpo magro era completamente rivestito di abiti scuri e sul polso sinistro si intravedeva un tatuaggio tribale. Il volto era ancora più tirato rispetto alla foto presa dai documenti di identità. Solo i capelli apparivano diversi, più scarmigliati.
“Vediamola così. Forse ha saputo che a Milano c'è un parrucchiere che fa miracoli...” sbottò Mancuso, tentando di sollevare l'umore del suo capo, perché si era accorto che non aveva preso bene quell'incarico, poi continuò: “Mia figlia è fissata con il look e vuole vestiti firmati. Roba costosa che prima o poi mi manderà in rovina, ma non riesco a negarle nulla. Forse succede così a tutti i genitori.”
Dallolio strinse le labbra e disse: “Non so. Il mio matrimonio è finito prima che potessimo desiderare un bambino. Ora ne sono felice. I rapporti con la mia ex sono molto difficili per la gestione dell'appartamento in comune, figurati se avessimo dovuto accordarci su come educare un figlio...” Non sentiva l'Eliana da un mese e si aspettava una sua imminente chiamata. “È difficile togliersi di dosso la rogna una volta che l'hai presa!” sentenziò a voce alta seguendo il corso dei suoi pensieri.
Anche stavolta Mancuso non capì, ma non chiese spiegazioni, invece domandò: “Quindi la ragazzina sarebbe uscita di casa e sparita nel nulla per qualche giorno, prima che l'attento e premuroso papà contattasse le forze dell'ordine?”
“Già! E ora che l'hanno ritrovata non so come, la dottoressa Franchi, amica carissima della ricca famiglia, ci ha affibbiato l'incarico di recuperarla senza dare nell'occhio e indagare sui motivi della sua scomparsa, valutando se dietro c'è un qualche reato” rispose Dallolio.
“Chissà come la prenderà se scopriamo che non è stata altro che una banale fuga d'amore. Chi rimborsa lo Stato per le ore di lavoro perse da due ispettori di polizia?” chiosò Mancuso ridacchiando. “Col caratterino che si ritrova la dottoressa Franchi è meglio che ci inventiamo qualcosa. Rapimento, tentato stupro, ricatto a scopo di estorsione o magari tutte e tre le cose insieme...”
Dallolio si unì all'ilarità del collega. Ora il clima fra loro si era fatto più disteso e la tensione iniziale era svanita. Erano così presi che non si accorsero della stazione di servizio e rischiarono di rimanere a secco. Bastò questo pericolo a far ripiombare Carlo nell'umore grigio che lo accompagnava dal primo mattino. “Ecco, Mancuso, ci manca che dobbiamo chiamare il soccorso stradale... Stai attento al prossimo distributore. Altro che caffè, un paio di occhiali ti regalo!”
Per fortuna i cartelli indicavano che la stazione di servizio successiva era a pochi chilometri e l'ispettore cercò di rilassarsi guardandosi intorno.
La campagna era piana, verde, feconda e gli evocava immagini piacevoli, di fatica umana sempre ripagata e dello scorrere placido dei giorni. Una pace che aveva sperimentato solo nella prima infanzia e che stava nascosta in lui come una riserva alla quale attingere nei momenti di crisi.
Il viaggio si stava rivelando piacevole, ma un po' noioso e Mancuso cominciò a fischiettare un vecchio motivo: Ti ricordi montagne verdi. Dallolio suo malgrado, vincendo una certa ritrosia a coinvolgersi con il collega, vi si unì. Era una nota piacevole in quella giornata che aveva immaginato di vivere diversamente. “È il mio compleanno in fondo” pensò, rimpiangendo una volta di più di non aver preso un giorno di ferie. Se lo riprometteva tutti gli anni, ma poi non lo faceva mai.
La campagna, che sfilava rapidamente oltre i vetri dell'auto, era coltivata a risaie e come in un film raccontava storie di fatica e miseria, anche se era la base di un'economia più che fiorente. Si immerse in pensieri vaghi nei quali l'immagine di Gabriella compariva ogni tanto con la prepotenza che la rabbia per quell'incarico gli aveva provocato e per un lungo tratto rimase in silenzio.
Elide Ceragioli
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