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Il manipolatore
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Un intrigo internazionale per l'ispettore Morel .
Al civico 292 di Chemin de la Providence c'era una villetta d'angolo a un piano circondata da un ampio giardino alberato. Quando Morel e Fabre smontarono dalla Peugeot 2008, l'area era già stata transennata e la seconda pattuglia era giunta in rinforzo ai poliziotti Bertrand e Luis, primi ad arrivare, che con fare deciso allonta-navano i curiosi radunati in capannello davanti al cancello dell'edificio. Un'ambulanza stazionava a lato del marciapiede con le portiere posteriori aperte. La strada era stretta e i due poliziotti facevano fatica a contenere la spinta dei curiosi che stava a mano a mano aumentando mentre il traffico già subiva forti rallentamenti. Vincent e Olivier erano intenti a deviare le auto che arrivavano sulle trasversali avenue Joseph Louis Ortolan e avenue Marceau. L'ispettore e il brigadiere maggiore entrarono nella villetta. Sulla soglia stazionavano un uomo e un poliziotto che prendeva appunti su un taccuino. Il poliziotto mise mano alla visiera quando i superiori salirono i due gra-dini di accesso alla porta d'ingresso dell'edificio. C'era un gran via vai di persone, visi noti e meno noti. Alcuni del tutto sconosciuti a Morel e Fabre. La scientifica era già arrivata. Il gruppo constava di quattro uomini e una don-na al comando del dottor Jaques Roussel, un pettoruto damerino intento a dare ordini a destra e a manca. Tutti i componenti avevano già preso posizione distri-buendosi nei locali dell'appartamento per cercare, trovare e imbustare reperti e rilevare impronte. Da qualche minuto era giunto anche Blanchard, il medico che avrebbe avuto in carico il cadavere per effettuarne l'autopsia. Stava estraendo da una borsa, posata su una mensola dell'ingresso, gli strumenti che gli sarebbero serviti per eseguire i primi rilevamenti sul corpo. «Salve, Blanchard!» articolò Morel passando accanto all'anatomopatologo. «Salve, Bastien!» rispose il medico mentre con un cenno del capo salutava Fabre. Nessuno in commissariato aveva mai capito perché uno chiamasse l'altro con il cognome e l'altro gli rispondesse sempre e solamente con il nome di battesimo. Mah, cose incomprensibili che però ormai accadevano da ben quindici anni. A tanto risaliva la collaborazione tra i due. «Hai già visto il corpo?» chiese l'uno. «No, sono arrivato ora anch'io» rispose il secondo. «Allora andiamo» suggerì Morel e chiese al piantone dove si trovava il cada-vere. «In camera da letto, signor ispettore. E non è un bel vedere!» Entrarono nella stanza tutti e tre insieme e tutti e tre rimasero esterrefatti. Il piantone aveva ragione, lo spettacolo era raccapricciante. Un uomo dell'apparente età di una sessantina di anni giaceva nudo a pancia in su, a braccia e gambe divaricate con le mani e le caviglie legate con spezzoni di cordone intrecciato simili a quelli che vengono usati per le tende. Doveva pesare a occhio e croce intorno ai cento chili e la corporatura era quella di una persona che doveva avere praticato un bel po' di sport in gioventù per le evidenti masse muscolari del torace e delle gambe. L'altezza era senza dubbio superiore al metro e novanta, dato che i piedi sporgevano di qualche centimetro fuori dal bordo del materasso. Le corde delle mani erano fissate alle due estremità della testata in ottone del letto, quelle che legavano le caviglie invece erano state ancorate strettamente ai pomoli della pediera. Il corpo presentava profonde ferite da arma da taglio agli inguini, ai seni e alle fasce muscolari del collo, tutte inferte a destra e a sinistra simmetricamente tra loro. In bocca gli era stato cacciato a forza un piccolo asciugamano di spugna da bidet. Gli occhi erano coperti da una benda di tessuto nero più volte avvolto su se stesso e strettamente annodato alla nuca. Ciò che però fece addirittura sobbalzare il medico e i due poliziotti fu ciò che essi scorsero sotto il velo di sangue rappreso che copriva gli inguini. All'uomo era stato legato a più giri con una corda sottile di nylon lo scroto e i testicoli apparivano come un sacchetto teso pronto a scoppiare da un momento all'altro. Era evidente che l'uomo era stato sadicamente torturato prima di trovare la morte per dissanguamento. Per questa ipotesi faceva propendere l'enorme quantità di sangue che era fuoriuscita dalle profonde ferite inferte nelle varie parti del corpo e che aveva completamente invaso il materasso del letto. Blanchard fece subito intendere che però non era da escludere che anche il soffocamento potesse aver contribuito ad accelerarne il decesso. Tutti dubbi che solo l'autopsia avrebbe contribuito a dipanare. Un poliziotto della scientifica continuava a scattare fotografie, un altro racco-glieva campioni di sangue dal corpo della vittima, soprattutto nelle zone dell'in-guine e del collo dove presumibilmente la fuoriuscita di fluido era stata maggiore. Un altro poliziotto era alla ricerca di impronte digitali su una bottiglia e su due bicchieri posti su un vassoio ai piedi del letto. La bottiglia era stappata e conteneva vino rosso. In uno dei bicchieri c'era un residuo di liquido, l'altro sembrava che non fosse stato utilizzato. Un altro poliziotto ancora, sempre con lo stesso scopo, spargeva polvere bianca con un piccolo pennello sulla maniglia della porta e sull'interruttore di una lampada sul comodino di fianco al letto. La donna si era diretta nel bagno, attiguo alla camera da letto, e ispezionava accuratamente i sanitari, il ripiano del lavabo, l'armadietto e tutti gli appendi asciugamani. Da lì, in seguito, avrebbe passato al setaccio la cucina. «L'irrigidimento delle membra» disse Blanchard rivolgendosi a Morel «sembrerebbe a prima vista far risalire la morte a ben più di dodici ore fa, quindi tra le 20:00 e la mezzanotte di ieri, domenica. Comunque saranno gli esami sugli organi interni a indicarci un orario più preciso. Ci sarà un bel po' di lavoro da fare stanotte!» concluse scuotendo la testa calva. Da un anno una alopecia cicatriziale gli aveva fatto perdere completamente i capelli. Morel dette un'occhiata in giro per la camera: sembrava tutto in ordine. Su una poltroncina in un angolo della stanza c'erano gli indumenti della vittima. I pantaloni erano diligente-mente piegati e su di essi erano state appog-giate camicia e cravatta. In un angolo della stessa poltrona era accuratamente ripiegata la biancheria intima: una maglietta a maniche corte di cotone bianco, un paio di boxer a righe azzurre e bianche e un paio di calzini lunghi blu. Una giacca di panno leggero blu pendeva da una gruccia. Il gancio era ancorato alla chiave di un'anta dell'armadio. Il lenzuolo inferiore del letto appariva spiegazzato intorno al cadavere ed era fuoriuscito parzialmente dalla parte inferiore del materasso. Appariva evidente che non c'era stata lotta ma che comunque una certa attività su quel letto vi fosse stata. Forse l'uomo si era dibattuto men-tre gli legavano le braccia e le gambe oppure mentre lo torturavano. Unica nota: non c'era spiegazzatura del lenzuolo in prossimità dei talloni che sporgevano dal bordo inferiore del materasso. L'uomo, probabilmente, si era sdraiato spontaneamente senza essere stato costretto in alcun modo. Il lenzuolo superiore era mancante e fu poi ritrovato su una mensola del bagno, anch'esso scrupolosamente piegato. «Cosa avete trovato in giro?» chiese Fabre al poliziotto che gli stava accanto. «Sulla scrivania dello studio abbiamo trovato il PC e un cellulare. Un secondo cellulare lo abbiamo trovato in un cassetto dell'armadio. Li abbiamo già prelevati per portarli al laboratorio. Stiamo procedendo alla rilevazione delle impronte un po' ovunque, sia nella stanza che nell'appartamento. Stiamo cercando anche l'arma del delitto e per questo dovremo rovistare per tutta la casa e nel giardino. Fino a ora non abbiamo trovato niente che assomigli a un coltello.» «Avete verificato se vi sono segni di effrazione alla porta o alle finestre?» «Sissignore. Nessun accesso risulta essere stato forzato.» «Una cosa sembra quindi essere certa» disse Morel rivolto al brigadiere mag-giore. «O l'assassino aveva le chiavi di casa o la vittima lo conosceva e l'ha lasciato entrare.» «E nell'armadio e nei cassetti?» chiese ancora Fabre al poliziotto. «Abbiamo frugato nei mobili della camera e della cucina. Nella cassettiera» e indicò il mobile che stava dinanzi a loro sulla parete opposta della stanza «abbiamo trovato un bel po' di contanti, duemilasettecento euro per l'esattezza, il portafoglio con i documenti personali della vittima, incluso il passaporto. Si tratta di un citta-dino estero, tale Ludwig Sedelmeyer di cittadinanza tedesca. Età: cinquantasei anni.» «Ah! E che ci fa questo cittadino straniero nel nostro Paese?» intervenne Morel che transitava da lì proprio in quel momento e aveva udito la risposta del poli-ziotto. «A detta dell'uomo che ci ha telefonato per avvertirci del misfatto, si tratta di un docente dell'Università di Tolo-ne. Comunque può interrogarlo lei, signor ispet-tore. È sulla porta con Philippon.» Morel e Fabre si diressero verso la porta di ingresso dell'appartamento e videro l'uomo che stava ancora discutendo con il poliziotto. Appena l'ispettore e il briga-diere maggiore li ebbero raggiunti, Philippon li salutò portandosi la mano alla visiera. «Lei chi è?» chiese Morel all'uomo a fianco del gendarme. «Thibaut Perrin» rispose l'uomo. «Sono il responsabile del servizio di sorve-glianza dell'università. Stamane il dottor Sedelmeyer non si è presentato alla lezio-ne delle 9:00. Non aveva avvertito la segreteria della sua eventuale assenza e nessuno sapeva niente. Hanno provato più volte a rintracciarlo al cellulare ma non hanno ricevuto risposta. Dopo circa mezzora la lezione è stata annullata e gli stu-denti sono stati invitati a lasciare l'aula in attesa della lezione successiva. Poi la signorina Mirelle, a capo della segreteria, mi ha chiamato e mi ha chiesto di met-termi in contatto direttamente con il professore per sapere se fosse malato o comunque dove si trovasse. Anch'io ho insistito a fare diverse telefonate ma, non ricevendo risposta, ho deciso di prendere l'auto e sono venuto qui a casa sua. Ho suonato il campanello, nessuno ha risposto. Il cancello è rimasto sempre chiuso anche dopo ripetute volte. Allora ho girato intorno al giardino della villetta e dal muretto basso che lo delimita ho individuato la finestra della camera a piano terra. Mi sono arrampicato sul muretto e, attraverso l'inferriata, ho scostato le fronde dell'albero che sta proprio di fronte alla finestra. Ho intravisto attraverso le tende un uomo che giaceva a letto. Tutto era indistinto perché l'ombreggiatura delle tende, come lei stesso potrà verificare, non permette una visuale ben chiara. Sono andato alla ricerca di qualcosa che mi permettesse di attirare l'attenzione del professore senza dover usare un sasso e far danni. Ho trovato un bastone all'ango-lo della strada dove ci sono i bidoni per le ramaglie, lungo a sufficienza per poter arrivare dall'inferriata alla finestra. Sono tornato sul posto e con il bastone ho ripetutamente battuto sui vetri della finestra. Ho anche chiamato “professor Sedelmeyer” a gran voce, più volte. Niente. L'uomo rimaneva immobile, sdraiato sul letto. Ho dedotto che stesse male o che fosse stato colpito da un infarto. Allora ho scavalcato l'inferriata e mi sono avvicinato alla finestra. Ho visto distintamente il corpo del professore in quella posizione circondato da tutto quel sangue. Ho capito che qualcuno lo aveva ucciso e ho chiamato subito la polizia con il mio cellu-lare. Ho scavalcato ancora la recinzione e mi sono messo davanti al cancello ad aspettare.» «Ok, signor Perrin» disse Morel. Poi rivolto a Fabre: «Prenda nota, Alphonse, delle generalità del signore, indirizzo, telefono, eccetera.» Infine rivolto ancora all'uomo: «Può andare, signor Perrin. Nel caso avessimo bisogno di lei la ricontatteremo. Buongiorno.» Scese i gradini e si diresse al cancello e all'auto.
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Autori di Writer Officina
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Sono nato a Firenze nel 1945. Dopo aver condotto gli studi inferiori in una scuola privata svizzera ed essermi diplomato al liceo scientifico della mia città natale, ho conseguito nel 1971 la laurea in ingegneria elettronica all'università degli studi di Bologna, per lavorare poi presso alcune aziende di Milano. Attualmente vivo e lavoro a Monza. Ho viaggiato frequentemente nei cinque continenti e solo negli ultimi anni mi sono dedicato intensamente alla scrittura di raccolte di racconti, di un'autobiografia e di alcuni romanzi: Undici giorni (edito nel 2020 da Leone Editore), E finalmente la farfalla si posò sul campo di fiordalisi, Per tutta la vita (in pubblicazione a giugno 2021 sempre con Leone Editore), Un autunno di tenerezza (in edizione e-book con NextBook), Delitto in clausura, Il collezionista di teste. Questi ultimi due romanzi saranno oggetto di prossima pubblicazione). Mi sono cimentato anche con un libro di favole Storie dal regno di Capperolandia, che spero prima o poi sia oggetto di pubblicazione da parte di una casa editrice interessata e in varie serie di racconti, improntati soprattutto alle mie esperienze di vita e che ho raccolto in una biografia.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Giampiero Momi : La mia passione per la scrittura risale ai tempi del liceo, ma solo negli ultimi anni, disponendo di maggior tempo, ho potuto realizzare l'antico sogno di scrivere e pubblicare. L'argomento principale delle mie storie è la Donna, di cui ho cercato durante tutta la mia vita di capire la personalità e tutti i risvolti dei suoi sentimenti. Una cosa veramente difficile ma che continua tuttora ad appassionarmi. Sono peraltro convinto che non mi basterà questa vita per scoprire appieno i segreti dell'altra faccia della luna! Quindi la “donna” è il principale obiettivo delle mie ricerche e l'oggetto dei miei romanzi che essi siano di natura sentimentale, come Un autunno di tenerezza e Per tutta la vita, o thriller come Undici giorni, Delitto in clausura e Il collezionista di teste.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Giampiero Momi : Non uno in particolare, ma molti. Non ho mai frequentato corsi di scrittura e il mio unico insegnamento è stata la lettura, a tal punto che oggi possiedo una biblioteca di oltre mille opere (tutte lette!e alcune anche più volte) che spaziano dalla narrativa classica a quella contemporanea.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Giampiero Momi : L'ho proposto a varie case editrici e quella che mi ha convinto è stata la Leone Editore. Ovviamente, essendo uno sconosciuto e non pubblicizzato dai media (talkshow televisivi) ho trovato difficoltà ad esser preso in considerazione dalle case editrici, ma con la Leone Editore sto verificando che un rapporto professionale può anche essere un rapporto di amicizia.
Writer Officina : Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Giampiero Momi : Tutti i mezzi di divulgazione sono buoni per farti conoscere e Amazon è ovviamente un grosso veicolo di divulgazione. Anche se non il migliore. Penso che la libreria sia ancora la migliore vetrina per uno scrittore.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Giampiero Momi : Le opere di uno scrittore sono come i figli: a quale si vuole più bene? Forse si è più affezionati al primo libro, nel mio caso Undici giorni, perché è stato quello che è stato pubblicato per primo. Forse per le lodi che gli amici hanno tessuto in suo favore o forse perché con quello ho iniziato a sognare. Quello però a cui tengo molto è il libro di favole Storie dal regno di Capperolandia che ho scritto per i miei favolosi nipoti.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Giampiero Momi : Normalmente scrivo di getto, una volta che nella mia testa nasce una storia, e non seguo alcuna scaletta se non una tabella degli eventi (date in cui si svolgono i fatti descritti, età dei protagonisti ecc.)
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Giampiero Momi : Ho da poco iniziato una nuova storia, ancora un thriller, con al centro, al solito, una figura femminile della quale, a mano a mano che scrivo, scopro aspetti nascosti e finora per me inesplorati. Se son rose fioriranno!
Writer Officina: Per i personaggi hai fatto riferimento, magari in parte, a persone reali oppure sono solo frutto della fantasia?
Giampiero Momi : Per tutti i miei personaggi non mi sono mai ispirato alle mie vicende personali, ma li ho creati solo e unicamente con la mia fantasia. Ho riportato invece, nei miei romanzi, le molteplici esperienze di viaggiatore per il mondo, frutto della mia professione.
Writer Officina: Ti sei documentato, p.e. sui luoghi, sulle professioni di cui parli, sulle industrie farmaceutiche?
Giampiero Momi : Per la scrittura dei miei romanzi ho approfondito, documentandomi, sia luoghi storici, che professioni, soprattutto nel campo della sociologia, della biologia e della farmacologia.
Writer Officina: Ritieni che la verosimiglianza sia importante oppure no visto che si tratta comunque di fiction?
Giampiero Momi : I miei romanzi trattano di cose terrene e pur essendo frutto di fantasia, trovano riscontri oggettivi nella realtà.
Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?
Giampiero Momi : Non so se la scrittura abbia una valenza terapeutica; so solo che “scrivere per me è la più grande sensazione di libertà. Scrivendo si è liberi di sognare, di ricordare, di sperare, di ridere e piangere; in una sola parola: di vivere”.
Writer Officina: Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo?
Giampiero Momi : Mi si chiede cosa vorrei che le persone dicessero dei miei romanzi? Desidererei soltanto che coloro che decidessero di leggerli, arrivando all'ultima riga, chiudendo la copertina, fossero soddisfatti di ciò che hanno letto, senza porsi la classica domanda: è un capolavoro?
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