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11 giorni
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L'uomo era seduto alla scrivania e la sua immagine era riflessa sullo schermo del PC spento. Come ogni sera di quella settimana era rientrato tardi dal laboratorio. Si era fermato da Mario all'angolo della strada, unico esercizio della zona che rimaneva aperto fino a tarda ora. Aveva comperato una bottiglia di Aberlour 16 anni, una scatola di toscanelli, scambiato un cordiale saluto con il padrone del negozio con il quale, da anni ormai, esisteva una complice intesa fatta di brevi frasi e lunghi silenzi. Aprendo la porta di casa e gettando le chiavi sul piatto di cristallo posto sulla consolle d'ingresso, aveva aspirato profondamente, a occhi chiusi, quell'intenso odore di antichi arredi di cui aveva amato circondarsi negli ultimi anni. Un pezzo dopo l'altro aveva fatto ingresso in quella casa, trovando poi la propria giusta collocazione in ognuno degli ambienti dell'abitazione, quasi fosse stato fabbricato appositamente per andare a occupare quella posizione in cui Rayan lo aveva disposto. Dipinti, arredi, accessori, tutti scelti con cura negli anni passati, alcuni addirittura inseguiti alle aste di New York oppure acquistati in gallerie europee, soprattutto inglesi, francesi, viennesi e svizzere. Si soffermò dinanzi all'ultimo acquisto della sua collezione: un'opera su garza e cartone di Rauschenberg, uno dei massimi rappresentanti dell'arte informale americana del ventesimo secolo, fissata su un grande pannello di quasi due metri di altezza per uno di larghezza, della serie cosiddetta - egiziana - , che impegnava l'intera parete dell'ingresso. Gli era costata un occhio della testa quell'opera che proveniva addirittura dal Museo d'arte contemporanea di St. Louis. Poi era salito al piano superiore, aveva accuratamente riposto cappotto, sciarpa, guanti e cappello nel mobile antistante la camera, si era quindi spogliato gettando gli abiti sul letto, ed era entrato in bagno per la consueta doccia serale. Quello era il momento di massimo relax per Rayan, al quale non avrebbe rinunciato per niente al mondo. L'ebbrezza dell'acqua che gli scivolava sul corpo e da cui si sentiva avvolto in un appagante abbraccio gli ricordava ogni volta le mani di lei che scorrevano indagatrici sul suo corpo. Ebbe un sussulto e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Ora, seduto davanti al PC, aspirava con profondi tiri il sigaro, appoggiandolo poi di volta in volta sul portacenere francese comprato durante l'ultimo viaggio a Parigi tre mesi prima, al mercatino delle pulci di Saint-Ouen che lei voleva sempre visitare, insieme all'immancabile attraversamento di un'arcata della base della Tour Eiffel che rappresentava, diceva, il suo inno alla vita, l'urlo della sua eterna giovinezza. Il gusto dell'Aberlour era morbido come i baci di lei che attraverso la bocca gli entravano dentro e scorrevano con il sangue. Guardò ancora la sua immagine riflessa nella penombra della stanza, avvertì il freddo del cilindro metallico e premette il grilletto.
New York, undici giorni prima
L'ispettore Banks del dipartimento di polizia Lower East Side era sul posto già da un quarto d'ora e aveva il suo bel daffare per bloccare il giornalista del Washington Post che per primo aveva raggiunto il parco insieme al suo collega fotografo. Per di più la scientifica stava già procedendo a effettuare i primi rilevamenti sul corpo della giovane donna, e Banks non poteva consentire alcuna intrusione che intralciasse l'azione della polizia. La pioggia insistente che già da molte ore cadeva sulla città non contribuiva certo a facilitare le operazioni del personale addetto. Il buio, che aveva già steso la sua coltre su Manhattan alle 18.30 di quel pomeriggio di dicembre, indubbiamente aveva favorito l'aggressione da parte dell'assassino. Le auto dell'Nypd con le luci blu e rosse accese avevano bloccato gli accessi dalla MacDougal e dalla Waverly alla parte nord del Washington Park e dalla Quinta verso l'Arco. La segnalazione era giunta da un barbone fortemente alticcio che era addirittura inciampato nel corpo della donna, cadendole addosso. Il barbone si era preso un grande spavento e aveva cominciato a correre prima in una direzione e poi in quella opposta, scivolando e cadendo sui vialetti resi viscidi dalle ultime foglie autunnali cadute dagli alberi. Attraversando di corsa la strada era stato quasi investito da un taxi che aveva tentato di fermare in qualche modo, urlando che lì, tra i cespugli, c'era un morto. La polizia non aveva impiegato molto a intervenire. Banks era terribilmente scocciato. Era già pronto per andare a casa quando era arrivata la chiamata. Il turno era finalmente finito e, dopo una notte insonne in cui era stato cooptato in servizio a causa di una sparatoria tra balordi avvenuta la sera prima ai docks che aveva addirittura messo in subbuglio il personale di due distretti, non vedeva l'ora di sdraiarsi davanti alla TV con una lattina di birra gelata in mano. Magari due. Poi avrebbe chiamato al telefono Lou e l'avrebbe invitata per quella sera. Si sarebbe fatto massaggiare la schiena dalle esperte mani della ragazza e poi lui l'avrebbe baciata e avrebbero fatto l'amore. Pensava proprio che prima o poi l'avrebbe sposata perché Louise era la classica donna con cui farsi una famiglia. Invece i suoi progetti per la serata erano andati all'aria. Quel cadavere rinvenuto nel parco significava per lui ancora duro lavoro. Meno male che un collega lo avrebbe presto sostituito per la notte. E se intorno avesse visto un reporter, giurava a se stesso, lo avrebbe preso a calci nel culo. E poi, accidenti, continuava a piovere e lui non sopportava proprio quel clima umido. La donna, di età intorno ai trent'anni, probabilmente era stata aggredita mentre attraversava il parco. Era stata poi trascinata nel posto più oscuro, brutalmente violentata e poi uccisa con un coltello. Il corpo presentava una profonda ferita al collo e più coltellate all'addome. Era altresì probabile che dopo l'aggressione la donna fosse stata tramortita con un corpo contundente alla testa, che presentava un'ampia ferita nella zona occipitale, quindi abusata e poi barbaramente uccisa. Il corpo era stato denudato nella parte inferiore. I jeans erano stati rimossi da una gamba, gli slip strappati, le gambe oscenamente aperte. Da un primo esame sembrava che la borsetta che portava non fosse stata neppure aperta. Dai documenti risultava che Miriam Allbright aveva ventinove anni e abitava in Bleecker Street, una tranquilla strada del Greenwich Village.
Parigi, cinque anni prima
Rayan si chiedeva perché si fosse lasciato convincere a partecipare a quel cocktail, ma Tony era stato irremovibile. La Gwathmey Siegel Kaufman Architects figurava nell'elenco degli sponsor del loro libro di futura pubblicazione, e anche di qualche congresso a cui i due illuminati scienziati avrebbero partecipato nei mesi successivi in giro per il mondo. La location era piacevole e il panorama di Parigi che si poteva ammirare da quella terrazza era molto affascinante. Quel tardo pomeriggio di settembre spirava una leggera brezza e lo sguardo di Rayan vagava tra la Senna, su cui si affacciava il Centro congressi Cap 15, la Tour Eiffel che si ergeva poco distante e il Trocadero. Ogni volta che capitava a Parigi, Rayan si chiedeva se avrebbe potuto mai lasciare New York per trasferirsi in quella città così affascinante, piena di storia, di cultura, di arte. Ora che viaggiava spesso in Europa per lavoro, per lui sarebbe stato anche più facile. Non avrebbe sicuramente avuto difficoltà a trovare un'università che lo accogliesse e che finanziasse le sue ricerche. Il suo lavoro era apprezzato ovunque e certamente, qualora avesse preso quella decisione, si sarebbe scatenata una bagarre per accaparrarselo. Subiva fortemente il fascino di quella città che senza dubbio riteneva, tra quelle europee, più viva e internazionale. Sulla terrazza vi erano non più di una cinquantina di persone, la maggioranza delle quali completamente sconosciute a Rayan. Tony era accompagnato da Sybil, sua moglie, che sfoggiava per l'occasione un corto abito blu elettrico che ne fasciava la figura e la faceva indubbiamente risultare molto attraente. Sybil era bionda, con una fluente capigliatura, alta oltre un metro e settanta e sapeva bene cosa volesse dire attrarre gli sguardi maschili. Tony, al contrario, era piuttosto basso, superando a malapena il metro e sessantacinque, misura che sembrava diminuire per effetto delle spalle un po' ricurve e della testa già improntata a un'incipiente calvizie. Aveva l'aspetto del classico scienziato pazzo, abbigliato in modo un po' retrò se non addirittura stravagante, ma lo sguardo, intenso e attento, denunciava una mente pronta e brillante. Costituivano una coppia stranamente assortita che però aveva dimostrato negli anni un'indissolubile resistenza agli eventi della vita. Rayan, cinquantacinque anni appena compiuti, era completamente diverso da Tony. Alto e magro, con una ricca capigliatura che solo negli ultimi tempi aveva iniziato a ingrigire, teneva molto al suo abbigliamento, decisamente di stile anglosassone, a esclusione delle camicie che si faceva fare su misura da una sartoria italiana di Manhattan. Tony e Rayan si conoscevano da decenni, dai lontani tempi dell'università. Avevano percorso strade diverse e dopo molti anni si erano ritrovati durante un simposio internazionale in cui, in qualità di relatori, avevano esposto tesi simili che li aveva condotti a risultati congrui tra loro. Avevano quindi deciso di scrivere un libro insieme pubblicando i risultati delle loro avanzate ricerche sul Dna umano. Ora erano a Parigi per il congresso indetto dal Centre d'Etude du Polymorphisme Humain che aveva come oggetto la mappatura genetica con marcatori polimorfici. Ancora due giorni di lavoro, giovedì e venerdì, poi Rayan, finalmente libero da impegni, avrebbe trascorso il weekend a zonzo per la città, per rientrare infine a New York con un volo nella tarda serata di domenica.
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Autori di Writer Officina
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Sono nato a Firenze nel 1945. Dopo aver condotto gli studi inferiori in una scuola privata svizzera ed essermi diplomato al liceo scientifico della mia città natale, ho conseguito nel 1971 la laurea in ingegneria elettronica all'università degli studi di Bologna, per lavorare poi presso alcune aziende di Milano. Attualmente vivo e lavoro a Monza. Ho viaggiato frequentemente nei cinque continenti e solo negli ultimi anni mi sono dedicato intensamente alla scrittura di raccolte di racconti, di un'autobiografia e di alcuni romanzi: Undici giorni (edito nel 2020 da Leone Editore), E finalmente la farfalla si posò sul campo di fiordalisi, Per tutta la vita (in pubblicazione a giugno 2021 sempre con Leone Editore), Un autunno di tenerezza (in edizione e-book con NextBook), Delitto in clausura, Il collezionista di teste. Questi ultimi due romanzi saranno oggetto di prossima pubblicazione). Mi sono cimentato anche con un libro di favole Storie dal regno di Capperolandia, che spero prima o poi sia oggetto di pubblicazione da parte di una casa editrice interessata e in varie serie di racconti, improntati soprattutto alle mie esperienze di vita e che ho raccolto in una biografia.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Giampiero Momi : La mia passione per la scrittura risale ai tempi del liceo, ma solo negli ultimi anni, disponendo di maggior tempo, ho potuto realizzare l'antico sogno di scrivere e pubblicare. L'argomento principale delle mie storie è la Donna, di cui ho cercato durante tutta la mia vita di capire la personalità e tutti i risvolti dei suoi sentimenti. Una cosa veramente difficile ma che continua tuttora ad appassionarmi. Sono peraltro convinto che non mi basterà questa vita per scoprire appieno i segreti dell'altra faccia della luna! Quindi la “donna” è il principale obiettivo delle mie ricerche e l'oggetto dei miei romanzi che essi siano di natura sentimentale, come Un autunno di tenerezza e Per tutta la vita, o thriller come Undici giorni, Delitto in clausura e Il collezionista di teste.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Giampiero Momi : Non uno in particolare, ma molti. Non ho mai frequentato corsi di scrittura e il mio unico insegnamento è stata la lettura, a tal punto che oggi possiedo una biblioteca di oltre mille opere (tutte lette!e alcune anche più volte) che spaziano dalla narrativa classica a quella contemporanea.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Giampiero Momi : L'ho proposto a varie case editrici e quella che mi ha convinto è stata la Leone Editore. Ovviamente, essendo uno sconosciuto e non pubblicizzato dai media (talkshow televisivi) ho trovato difficoltà ad esser preso in considerazione dalle case editrici, ma con la Leone Editore sto verificando che un rapporto professionale può anche essere un rapporto di amicizia.
Writer Officina : Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Giampiero Momi : Tutti i mezzi di divulgazione sono buoni per farti conoscere e Amazon è ovviamente un grosso veicolo di divulgazione. Anche se non il migliore. Penso che la libreria sia ancora la migliore vetrina per uno scrittore.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Giampiero Momi : Le opere di uno scrittore sono come i figli: a quale si vuole più bene? Forse si è più affezionati al primo libro, nel mio caso Undici giorni, perché è stato quello che è stato pubblicato per primo. Forse per le lodi che gli amici hanno tessuto in suo favore o forse perché con quello ho iniziato a sognare. Quello però a cui tengo molto è il libro di favole Storie dal regno di Capperolandia che ho scritto per i miei favolosi nipoti.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Giampiero Momi : Normalmente scrivo di getto, una volta che nella mia testa nasce una storia, e non seguo alcuna scaletta se non una tabella degli eventi (date in cui si svolgono i fatti descritti, età dei protagonisti ecc.)
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Giampiero Momi : Ho da poco iniziato una nuova storia, ancora un thriller, con al centro, al solito, una figura femminile della quale, a mano a mano che scrivo, scopro aspetti nascosti e finora per me inesplorati. Se son rose fioriranno!
Writer Officina: Per i personaggi hai fatto riferimento, magari in parte, a persone reali oppure sono solo frutto della fantasia?
Giampiero Momi : Per tutti i miei personaggi non mi sono mai ispirato alle mie vicende personali, ma li ho creati solo e unicamente con la mia fantasia. Ho riportato invece, nei miei romanzi, le molteplici esperienze di viaggiatore per il mondo, frutto della mia professione.
Writer Officina: Ti sei documentato, p.e. sui luoghi, sulle professioni di cui parli, sulle industrie farmaceutiche?
Giampiero Momi : Per la scrittura dei miei romanzi ho approfondito, documentandomi, sia luoghi storici, che professioni, soprattutto nel campo della sociologia, della biologia e della farmacologia.
Writer Officina: Ritieni che la verosimiglianza sia importante oppure no visto che si tratta comunque di fiction?
Giampiero Momi : I miei romanzi trattano di cose terrene e pur essendo frutto di fantasia, trovano riscontri oggettivi nella realtà.
Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?
Giampiero Momi : Non so se la scrittura abbia una valenza terapeutica; so solo che “scrivere per me è la più grande sensazione di libertà. Scrivendo si è liberi di sognare, di ricordare, di sperare, di ridere e piangere; in una sola parola: di vivere”.
Writer Officina: Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo?
Giampiero Momi : Mi si chiede cosa vorrei che le persone dicessero dei miei romanzi? Desidererei soltanto che coloro che decidessero di leggerli, arrivando all'ultima riga, chiudendo la copertina, fossero soddisfatti di ciò che hanno letto, senza porsi la classica domanda: è un capolavoro?
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