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Dalle storie del Regno di Capperolandia
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Una delle 10 favole del libro,
Il regno di Arcimboldo.
C'era una volta, in una terra lontana, lontana che mai avresti potuto raggiungere se non con la fantasia, un reame di un re tanto vecchio, che mai potresti immaginare se non con la fantasia. Il reame si estendeva per cento fantasileghe da destra a sinistra e da nord a sud, cioè cento volte la distanza tra il primo e l'ultimo pioppo del più grande bosco del regno. Era circondato da quattro colline sulla cima delle quali il re, quando era più giovane, aveva fatto costruire quattro grandi scivoli che da ciascuna collina scendevano verso valle e per mezzo dei quali i bimbi del reame potevano lanciarsi, ogni domenica mattina, dall'alto, per atterrare di pomeriggio, nella piazza principale del regno, dove tutte le famiglie facevano festa fino a tarda sera. Il re aveva un figlio di nome Arancio al quale aveva insegnato modi cortesi e il rispetto per il prossimo ma non l'arte della guerra, perché nessuno immaginava guerre a Capperolandia. Arancio era nato quando il re era già anziano e ora era urgente che si sposasse e avesse a sua volta dei figli per garantire la successione al regno. Ma Arancio non aveva trovato ancora l'anima gemella con cui dividere la vita e avere un figlio. Questo rallegrava molto il fratello del re – Ruggine - che, dall' esilio in cui il re lo aveva confinato molti anni prima a causa delle sue continue cattiverie e persecuzioni nei confronti della popolazione, sperava prima o poi di ritornate e di appropriarsi del regno, mandando al confino a sua volta il figlio del re, legittimo erede al trono. Il vecchio re Arcimboldo era molto preoccupato, perché il figlio Arancio non si decideva a prender moglie. Sentiva che di giorno in giorno le forze gli sta-vano diminuendo e avrebbe voluto chiudere gli occhi vedendo il figlio sistemato con una brava ragazza e magari già con un nipote. Per saperne di più aveva interpellato i maghi più bravi del regno e anche una giovanissima fattucchiera che proveniva da una nobile famiglia di fattucchiere, divenute famose ai tempi di suo padre e di suo nonno. Tutti avevano concordato nel predire al sovrano un luminoso futuro per il figlio, coronato dalla nascita di un'ampia serie di pargoli, ma non erano stati in grado di dire quando ciò si sarebbe realizzato. Il re aveva soppesato quelle sentenze e si era imposto di non chiudere definitivamente gli occhi ancora per un po' di tempo. Ovviamente il vecchio re si era dato anche molto daffare ampliando le relazioni sociali al di là dei confini del regno, instaurando rapporti amichevoli con i reami circonvicini e indicendo nel castello e in tutto il reame feste e grandi divertimenti ai quali regolarmente venivano invitati gli altri re del vicinato, soprattutto quelli che avevano figlie buone, belle e da marito. Macché! Tutto inutile. Le fanciulle che si erano di volta in volta presentate al castello non avevano suscitato nel giovane Arancio il benché minimo desiderio di approfondirne la conoscenza. Non che non fossero belle di aspetto e intelligenti, ma non c'era stata nessuna che avesse fatto brillare gli occhi di Arancio e gli avesse fatto battere il cuore nel petto. Il Gran Cerimoniere una mattina si era presentato al cospetto del re con una grande busta in mano e porgendola al sovrano era scoppiato a piangere. Arcimboldo, che la mattina prima di mezzo-giorno non era mai disposto a manifestare nei con-fronti del prossimo troppa benevolenza, lo aveva guardato di sghimbescio e aveva aperto la busta. Il foglio a grandi lettere riportava le dimissioni del Gran Cerimoniere per manifesta incapacità a risolvere il problema del suo sovrano. “Hmm!” bofonchiò Arcimboldo “e perché solo le dimissioni e non la testa? “ al che il Gran Cerimoniere, continuando a piangere, si gettò letteralmente ai piedi del sovrano, chiedendo perdono e implorando pietà. Arcimboldo, che non era un re malvagio, girò in-torno al suo Gran Cerimoniere e imponendogli di rialzarsi disse: “Della tua testa non me ne farei un granché. E poi sarebbe troppo faticoso dovere scegliere un altro Gran Cerimoniere” e con ciò considerò chiusa la faccenda. Il problema però rimaneva e tale rimase fino a quando gli occhi del buon re non si chiusero definitivamente. Tutti lo piansero e per una settimana il reame fu in lutto, tanto era la stima che quel popolo aveva avuto nei confronti del suo sovrano. Tutti piansero, tranne uno: Ruggine, il fratello del re che non lasciò terminare neppure la settimana di lutto per rientrare nel reame e con un manipolo di fidi soldati si impossessò del trono. C'era qualcuno che diceva che il lungo esilio lo avesse reso più buono e che il reame avrebbe avuto alla fine un buon re, c'erano altri che dicevano che Ruggine avrebbe regnato sino a quando Arancio non avesse trovato moglie e che dopo gli avrebbe lasciato il trono, altri infine che speravano che zio e nipote avrebbero governato insieme. Niente di tutto ciò. Ruggine si dimostrò subito quello che era sempre stato: malvagio ed invidioso e da subito cominciò a vessare il popolo, imponendo imposte così alte che la gente per pagarle era costretta a lavorare il doppio che con Arcimboldo. Abolì la domenica che divenne il settimo giorno lavorativo della settimana e la chiamò “bis-sabato”, aumentò le ore lavorative giornaliere da 8 a 13, chiuse gli scivoli, triplicò il costo delle candele co-sicché il popolo, non potendosene permettere l'acquisto, fosse obbligato ad andare a letto subito dopo cena, per potere essere ben in forma alla ripresa del lavoro la mattina successiva. Chiuse la sede del giornale locale “lo strillo d'Arcimboldo” dimodoché il popolo non potesse più essere informato di alcun accadimento. Fece erigere barriere di pali in legno alle strade di accesso al regno in maniera che nessuno potesse uscire né tano meno entrarvi. E infine fece bere ad Arancio una pozione magica preparata dalle tre streghe che, come lui, erano state bandite dal regno molti anni prima e che solo ora con lui erano ritornate e avevano sbaragliato il campo, facendo rinchiudere nelle segrete del castello i buoni maghi e la giovane fattucchiera. La pozione trasformò Arancio in un albero e come tale Ruggine lo fece piantare al limitare del bosco. In poco tempo, insomma, il reame che aveva vissuto gioiosamente con re Arcimboldo, piombò in uno stato di depressione indicibile e il sorriso scomparve dai volti dei bimbi e dei loro genitori. Una notte, qualche settimana, dopo che l'anima del buon re era andata in cielo e il suo corpo era stato sepolto, la terra intorno alla sua tomba cominciò a smuoversi e da quattro punti di essa si videro affiorare i quattro arti del re, cioè le due mani di sopra e i due piedi di sotto. Mentre il corpo del buon Arcimboldo continuava a giacere nella sua tomba, i quattro arti cominciarono a vivere una vita autonoma e quando furono completamente usciti da sottoterra ed ebbero cominciato a vedere la luna e le stelle, si guardarono intorno e rivolgendosi l'uno all'altro, proclamarono il proprio nome: Manodè, Manosì, Piededè, e Piedesì. Si salutarono calorosamente ricordandosi l'uno dell'altro e delle diverse funzioni che ciascuno di loro aveva svolto durante la vita di Arcimboldo. Convennero, anche, che molto era cambiato nel regno in quelle poche settimane dopo la morte del re e si dichiararono tutti e quattro molto preoccupati di come gli ultimi eventi, dopo la presa del potere da parte di Ruggine, avessero determinato quel triste cambiamento nella vita del popolo. Manodè, che sembrava quello che avesse tra i quattro maggiore esperienza, per le infinite funzioni che aveva svolto durante la vita di Arcimboldo, prese la parola e disse: “Compagni, mi sembra evidente che la situazione del nostro popolo sia alquanto grave e che con il passare del tempo essa tenderà ad aggravarsi. Ruggine ogni giorno sta diventando sempre più malvagio e il nostro popolo non è preparato ad affrontare questi tristi eventi e difficilmente potrà reagire. Il nostro popolo sarà quindi, a mio parere, destinato a vivere una vita sempre più grama e piena di stenti”. “Dobbiamo fare qualcosa immediatamente” intervenne Piededè, mentre Manosì si dava daffare a grattargli il tallone “È nostro dovere reagire e liberare il nostro popolo dalla tirannia”. Queste parole trovarono grande consenso anche da parte Manosì e di Piedesì. I quattro convennero che avrebbero dovuto studiare una accurata strategia per indurre Ruggine alla fuga e ripristinare il regno in mano ad Arancio. Nel frattempo avrebbero agito in modo da rendere la vita di Ruggine ogni giorno più insopportabile. La grande occasione si presentò il giorno della 94esima ricorrenza della costituzione del regno di Capperolandia, il fatidico giorno della prima e unica grande vittoria di Arcimboldo nella famosa guerra del Cappero. La guerra era stata scatenata da un prepotente re confinante con il regno di Arcimboldo per il dominio su un vasto appezzamento di terreno interamente coltivato a capperi e che apparteneva a Capperolandia, ma che il prepotente re voleva assolutamente per sé. La disputa era durata a lungo con alterne fortune tra i due contendenti, finché un giorno con un abile stratagemma, Arcimboldo riuscì a far pendere le sorti della guerra a suo favore. Fece seminare tra le piante di cappero una notevole quantità di “erba gratta”, uno speciale tipo di erba i cui semi erano stati modificati dai maghi e che faceva sì che, chi si arrischiava a camminarci su, cominciasse a grattarsi la pelle e non smettesse più. Dopo un po' tutta la popolazione del re confinante, che voleva a tutti i costi il terreno coltivato a capperi, era in preda alla “grattomania” più acuta, malattia che i medici sentenziarono essere terribilmente infettiva e causata appunto da quei capperi. Il re fu quindi costretto a rinunciare subito alle sue pretese per non causare la morte del suo popolo. Arcimboldo vinse dunque la guerra che passò alla storia come “la guerra del Cappero”. Da quel giorno in suo onore fu anche istituito l'“ordine del Cappero” di cui ovviamente Arcimboldo fu proclamato presidente onorario e fu elevata a massimo riconoscimento per le azioni eroi-che commesse, la decorazione del “Cappero d'oro”. Il giorno della 94esima ricorrenza della vittoria Ruggine aveva dato sfoggio alla sua grande mania di grandezza e si era fatto confezionare dal migliore sarto del regno un abito di velluto marrone con ricami fatti con fili d'oro. I ricami erano così fitti e l'uno accanto all'altro che la stoffa di velluto quasi non si vedeva e i fili d'oro erano in numero così elevato che il vestito, ma soprattutto il mantello con l'ampio strascico, era così pesante che il sarto aveva dovuto cucire all'estremità dei lembi del mantello due ruote che permettessero a Ruggine di non fare troppa fatica a trainarlo. Per la grande occasione tutte le scale del palazzo erano state modificate con scivoli in modo da permettere a Ruggine, salendo e scendendo da esse, di non fare alcun sforzo. Le ruote del mantello avrebbero agevolato ogni suo movimento. Quando Ruggine iniziò a scendere le scale per presentarsi alla folla, che, senza alcun entusiasmo, era stata costretta a partecipare alla cerimonia, mentre l'ampio mantello scivolava sulle ruote, Piededè nascosto dietro una colonna, avanzò e fece uno sgambetto al sovrano che precipitò pesantemente a terra e percorse, lungo disteso, tutto lo scivolo della scalinata. I fidi domestici accorsero subito a risollevare il re ma durante la caduta un buon numero di fili d'oro si erano staccati dal mantello e si erano aggrovigliati intorno al corpo di Ruggine. Il re era furioso oltre che malconcio e cominciò a gridare come un'aquila mentre la folla si sbellicava dalle risate. Ci vollero almeno due ore per districare il re dal groviglio ma il mantello era ormai ridotto ad un ammasso di fili contorti tenuti insieme dalla stoffa di velluto. Nascosti in un angolo del salone delle cerimonie, Manodè strinse Manosì, mentre Piedesì dava il cinque a Piededè. L'operazione di sabotaggio era perfettamente riuscita. Allo stesso modo i quattro riuscirono a boicottare anche il banchetto. All'uopo era stata disposta una lunga tavola in cima alla grande scalinata esterna del palazzo, davanti la piazza principale di Capperolandia, al centro della quale avrebbe dovuto sedere il sovrano attorniato da tutte le personalità della corte. Ai piedi della scalinata c'era il popolo che avrebbe partecipato al banchetto con i resti delle abbondanti cibarie, dopo che il re e la corte avessero soddisfatto il loro appetito. Le cibarie avanzate sarebbero state lanciate dal re giù dalla scalinata verso la folla sottostante. Mentre i servitori avanzavano portando gli enormi vassoi verso il banchetto, Manosì e Manodè si disposero ai lati della lunga tavola e quando i servitori furono a tiro con abile mossa li spinsero alle spalle. I servi cominciarono a perdere l'equilibrio, uno dopo l'altro, e i vassoi, carichi di cibi prelibati, cominciarono a ruotare in aria non più sostenuti dalle esperte mani dei servitori e uno dopo l'altro si andarono a schiantare sulla tavola dinanzi a Ruggine e ai cortigiani. I fagiani arrostiti colpirono in piena faccia i commensali mentre i condimenti ricchi di sugo, d'olio e di marmellata di capperi imbrattarono i loro costosissimi abiti. Nel vedere cadere i servitori come birilli e i vassoi volare in aria, la folla iniziò a ridere e le risa si propagarono in breve tempo per tutto il reame con grande velocità, raccontate da coloro che ave-vano assistito all'evento. Quel giorno fu poi ricordato nella storia di Capperolandia come “il giorno della marmellata di capperi”. Ruggine era furioso; il giorno dell'anniversario era stato un disastro per lui e la sua dignità di sovrano era stata definitivamente compromessa. Cominciò ad avere gli incubi la notte anche perché non riusciva più a dormire. Ogni sera, immancabilmente, come stava per prendere sonno, Manodè o Manosì, sbucavano fuori dalle tende delle finestre della camera, dove si erano nascosti, e quatti quatti si avvicinavano al letto di Ruggine e si insinuavano sotto le lenzuola. Quando si trovavano in prossimità dei piedi del re cominciavano a tirargli pizzicotti a non finire. Ruggine balzava su dal letto e cominciava a girare per la stanza in preda alla paura. Allora intervenivano o Piededè o Piedesì che, nel buio della stanza, tiravano un solenne pedatone al sedere del re. Imbufalito Ruggine cominciava a gridare e ai poveri servi che subito erano accorsi, elargiva bastonate a non finire. La situazione precipitò. Il re si chiuse nelle sue stanze e non si fece più vedere in giro. Mangiava sempre meno e la febbre ogni giorno lo perseguitava. Furono convocati i medici più famosi del regno perché studiassero un rimedio alla grave malattia del re. Uno gli consigliò un lungo periodo di riposo in alta montagna, un altro garantì che l'aria di mare gli avrebbe calmato i nervi, un terzo infine avanzò l'ipotesi che, rinunciare al regno e ritirarsi in un eremo a pregare per il resto della vita, gli avrebbe risolto ogni male. “Mai e poi mai rinuncerò al regno!” disse Ruggine e Manodè, Manosì, Piededè e Piedesì furono costretti ad aumentare le loro azioni persecutorie. Ciò che indusse Ruggine a lasciare il regno di Capperolandia avvenne qualche giorno dopo. Una notte, mentre il sovrano stava andando al bagno per fare pipì, percorrendo il lungo corridoio, illuminato solamente dalle candele alle pareti, Manodè e Manosì sbucarono fuori all'improvviso da un angolo e gli si pararono davanti cominciando a tempestarlo di schiaffi. Piededè e Piedesì che aspettavano nell'angolo opposto il momento giusto per intervenire, avanzarono a loro volta e cominciarono a elargire al re una serie di solenni pedatoni nel deretano. Ruggine era bloccato in mezzo al corridoio: non poteva andare avanti perché Manodè e Manosì glielo impedivano a forza di schiaffi, non poteva retrocedere perché Piedesì e Piededè gli affibbiavano secchi calci nel didietro. Cominciò a piangere e in ginocchio giurò e spergiurò che si sarebbe ritirato a vita privata per il resto della sua vita. La resa fu firmata qualche giorno dopo dinanzi alle più alte cariche di Capperolandia e Ruggine abdicò partendo a dorso di mulo verso il lontano “Santuario della conversione da cattivi a buoni”. Nessuno lo vide mai più a Capperolandia. Il regno fece festa per tre giorni e fu dichiarata la festa nazionale “la liberazione del cappero”. Furono riaperti gli scivoli, abbattute le barriere fatte erigere da Ruggine e ripristinate le leggi di Arcimboldo incluso l'orario lavorativo per tutti. Furono scarcerati i buoni maghi e la giovane fattucchiera, ai quali fu richiesto di studiare l'antidoto per far tornare Arancio uomo. E mentre i maghi e la fattucchiera studiavano i sacri testi della Capperomagia alla ricerca della pozione che avrebbe riportato Arancio da albero a uomo, gli anziani del reame si riunirono per discutere sul futuro di Arancio e di Capperolandia. Fu deciso che Arancio avrebbe dovuto sposarsi al più presto e che era assolutamente necessario trovargli moglie. Ma come fare? Allora Manodè, Manosì, Piedesì e Piededè decisero che si sarebbero dati daffare. Si separarono e si diressero ciascuno in una delle quattro direzioni oltre le colline di Capperolandia, alla ricerca di una moglie per Arancio. Passarono i giorni e le settimane e mentre i maghi e la fattucchiera sperimentavano varie pozioni magiche sull'albero Arancio, i quattro amici percorrevano fantastileghe su fantastileghe visitando regni stranieri e paesi sconosciuti, nelle quattro direzioni lungo le quali si erano incamminati. Un giorno Piedesì, dopo molto pellegrinare, arrivò in un regno la cui capitale si chiamava Acciugopoli e fu ricevuto dal sovrano. Fu rifocillato e curato per una ferita che si era procurato qualche giorno prima calpestando un ferro arrugginito e gli fu chiesto da dove venisse e qual'era lo scopo della sua visita. Piedesì raccontò la storia di Capperolandia e della ricerca di una moglie per Arancio. Il re a quel punto mandò a chiamare sua figlia Azzurra e la presentò a Pidesì. Azzurra era bellissima con dei lunghi capelli biondi e delle ciglia da cerbiatta. Piedesì rimase folgorato dalla sua bellezza e dalla bontà della fanciulla e pensò che lei sarebbe stata la moglie ideale per Arancio. Ne parlò con il re che si dichiarò disposto a recarsi con la figlia a Capperolandia per conoscere il giovane sovrano Arancio. Il giorno dopo sarebbero partiti. A Piedesì non rimase che sperare che i maghi e la fattucchiera avessero già trovato l'antidoto. In effetti molti passi in avanti erano stati fatti dal giorno della partenza dei quattro amici e l'ultimo antidoto che era stato inventato aveva ridato ad Arancio sembianze umane lasciandogli però ancora la pelle come la scorza di un albero. La fattucchiera allora pensò di fare una approfondita ricerca su Internet sui molteplici mpieghi del cappero per migliorare la pelle ed era approdata al risultato che la polvere di cappero, essiccato e grattato, mescolata con bacche di mirtillo e di anacardo avrebbero ridato ad Arancio la pelle umana. Così avvenne. Dopo qualche giorno di cura Arancio tornò ad avere una pelle liscia e morbida come quella dei bimbi che stanno ascoltando questa favola. Quando il re di Acciugopoli arrivò a Capperolandia con Azzurra fu accolto da un bellissimo giovane con la pelle del colore dell'albicocca e da una folla festante. Alla vista di quel giovane Azzurra sbatté più volte le ciglia di cerbiatto e Arancio sentì che il suo cuore batteva forte. Mentre Piedesì e Piededè cominciavano a ballare e Manodè e Manosì si battevano ritmicamente tra loro, Arancio baciò Azzurra e nel cielo si aprì improvvisamente un arco di colori tra l'azzurro e l'arancio in quello che fu chiamato poi l'arcobaleno di Capperolandia.
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Autori di Writer Officina
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Sono nato a Firenze nel 1945. Dopo aver condotto gli studi inferiori in una scuola privata svizzera ed essermi diplomato al liceo scientifico della mia città natale, ho conseguito nel 1971 la laurea in ingegneria elettronica all'università degli studi di Bologna, per lavorare poi presso alcune aziende di Milano. Attualmente vivo e lavoro a Monza. Ho viaggiato frequentemente nei cinque continenti e solo negli ultimi anni mi sono dedicato intensamente alla scrittura di raccolte di racconti, di un'autobiografia e di alcuni romanzi: Undici giorni (edito nel 2020 da Leone Editore), E finalmente la farfalla si posò sul campo di fiordalisi, Per tutta la vita (in pubblicazione a giugno 2021 sempre con Leone Editore), Un autunno di tenerezza (in edizione e-book con NextBook), Delitto in clausura, Il collezionista di teste. Questi ultimi due romanzi saranno oggetto di prossima pubblicazione). Mi sono cimentato anche con un libro di favole Storie dal regno di Capperolandia, che spero prima o poi sia oggetto di pubblicazione da parte di una casa editrice interessata e in varie serie di racconti, improntati soprattutto alle mie esperienze di vita e che ho raccolto in una biografia.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Giampiero Momi : La mia passione per la scrittura risale ai tempi del liceo, ma solo negli ultimi anni, disponendo di maggior tempo, ho potuto realizzare l'antico sogno di scrivere e pubblicare. L'argomento principale delle mie storie è la Donna, di cui ho cercato durante tutta la mia vita di capire la personalità e tutti i risvolti dei suoi sentimenti. Una cosa veramente difficile ma che continua tuttora ad appassionarmi. Sono peraltro convinto che non mi basterà questa vita per scoprire appieno i segreti dell'altra faccia della luna! Quindi la “donna” è il principale obiettivo delle mie ricerche e l'oggetto dei miei romanzi che essi siano di natura sentimentale, come Un autunno di tenerezza e Per tutta la vita, o thriller come Undici giorni, Delitto in clausura e Il collezionista di teste.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Giampiero Momi : Non uno in particolare, ma molti. Non ho mai frequentato corsi di scrittura e il mio unico insegnamento è stata la lettura, a tal punto che oggi possiedo una biblioteca di oltre mille opere (tutte lette!e alcune anche più volte) che spaziano dalla narrativa classica a quella contemporanea.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Giampiero Momi : L'ho proposto a varie case editrici e quella che mi ha convinto è stata la Leone Editore. Ovviamente, essendo uno sconosciuto e non pubblicizzato dai media (talkshow televisivi) ho trovato difficoltà ad esser preso in considerazione dalle case editrici, ma con la Leone Editore sto verificando che un rapporto professionale può anche essere un rapporto di amicizia.
Writer Officina : Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Giampiero Momi : Tutti i mezzi di divulgazione sono buoni per farti conoscere e Amazon è ovviamente un grosso veicolo di divulgazione. Anche se non il migliore. Penso che la libreria sia ancora la migliore vetrina per uno scrittore.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Giampiero Momi : Le opere di uno scrittore sono come i figli: a quale si vuole più bene? Forse si è più affezionati al primo libro, nel mio caso Undici giorni, perché è stato quello che è stato pubblicato per primo. Forse per le lodi che gli amici hanno tessuto in suo favore o forse perché con quello ho iniziato a sognare. Quello però a cui tengo molto è il libro di favole Storie dal regno di Capperolandia che ho scritto per i miei favolosi nipoti.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Giampiero Momi : Normalmente scrivo di getto, una volta che nella mia testa nasce una storia, e non seguo alcuna scaletta se non una tabella degli eventi (date in cui si svolgono i fatti descritti, età dei protagonisti ecc.)
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Giampiero Momi : Ho da poco iniziato una nuova storia, ancora un thriller, con al centro, al solito, una figura femminile della quale, a mano a mano che scrivo, scopro aspetti nascosti e finora per me inesplorati. Se son rose fioriranno!
Writer Officina: Per i personaggi hai fatto riferimento, magari in parte, a persone reali oppure sono solo frutto della fantasia?
Giampiero Momi : Per tutti i miei personaggi non mi sono mai ispirato alle mie vicende personali, ma li ho creati solo e unicamente con la mia fantasia. Ho riportato invece, nei miei romanzi, le molteplici esperienze di viaggiatore per il mondo, frutto della mia professione.
Writer Officina: Ti sei documentato, p.e. sui luoghi, sulle professioni di cui parli, sulle industrie farmaceutiche?
Giampiero Momi : Per la scrittura dei miei romanzi ho approfondito, documentandomi, sia luoghi storici, che professioni, soprattutto nel campo della sociologia, della biologia e della farmacologia.
Writer Officina: Ritieni che la verosimiglianza sia importante oppure no visto che si tratta comunque di fiction?
Giampiero Momi : I miei romanzi trattano di cose terrene e pur essendo frutto di fantasia, trovano riscontri oggettivi nella realtà.
Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?
Giampiero Momi : Non so se la scrittura abbia una valenza terapeutica; so solo che “scrivere per me è la più grande sensazione di libertà. Scrivendo si è liberi di sognare, di ricordare, di sperare, di ridere e piangere; in una sola parola: di vivere”.
Writer Officina: Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo?
Giampiero Momi : Mi si chiede cosa vorrei che le persone dicessero dei miei romanzi? Desidererei soltanto che coloro che decidessero di leggerli, arrivando all'ultima riga, chiudendo la copertina, fossero soddisfatti di ciò che hanno letto, senza porsi la classica domanda: è un capolavoro?
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