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Sipario 2
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Pranzo.
Sembravano una famiglia felice. Ridevano di gusto davanti a un'abbondante porzione di trippa, il piatto preferito di Ottavio. In realtà erano appena tornate da un funerale e tutto lo strazio e le lacrime della mattinata avevano lasciato il posto a quella strana, inconfessabile euforia che assale i vivi quando la lapide viene sigillata. «E quella volta che Diego è rimasto per tutta la lezione di sci con la cacca nei pantaloni?» esordì Sandra roteando il calice. «Su, Paola, racconta che mamma non lo sa.» «No, meglio di no. È imbarazzante,» si schernì Paola, con lo sguardo basso, le dita che tormentavano il tovagliolo. «Ma dai, è divertente!» «Beh, sì, in effetti è divertente, anche se lì per lì volevo morire. Dunque, vado a prendere i bimbi alla fine della lezione e la maestra mi dice che Mia è bravissima, chiude le curve, ha acquisito sicurezza, tutto perfetto. Diego invece l'aveva visto svagato, perso nel suo mondo. Andiamo a mangiare i panini in baita e sento questa puzza tremenda, ma non riesco a capire da dove venga.» «E che hai fatto?» l'interruppe Sandra. Le brillavano gli occhi, smaniosa di appropriarsi della scena, pronta a correggere, a esagerare. «Alla fine, sollevo Diego per metterlo sul davanzale e lì capisco. Gli chiedo se deve andare in bagno e lui annuisce candido. Beh, non potete capire. La cacca gli arrivava a metà schiena e scendeva sulle cosce. Per non interrompere la lezione se l'era fatta nella tuta.» Paola gesticolava ora, i freni inibitori erano allentati non dall'alcool, ma dallo stress. «Avevo solo delle salviette umidificate, ma avrei avuto bisogno di un tubo da giardino.» «Fantastico!» Sandra rise sguaiatamente. «Certo al mare sarebbe stato più semplice solo con il costume.» «Fammi dire che ancora non ho finito. Sono rimasta chiusa mezz'ora in quel buco di gabinetto, senza appigli dove poter appoggiare le cose, con gli scarponi da sci ai piedi, tutta sudata perché avevo ancora la giacca da neve. La gente fuori batteva sulla porta urlando di sbrigarmi perché non potevo tenere occupato il bagno per tutto quel tempo. Ho buttato nel cestino mutande e calzamaglia. Gli ho rimesso la tuta a pelle dopo averlo pulito meglio che potevo. Un inferno. Sono uscita devastata.» Le due sorelle avevano le lacrime agli occhi, la mamma, che in genere non si concedeva mai alla risata e dispensava sorrisi con parsimonia, sembrava divertita. Il padre, pace all'anima sua, probabilmente sorrideva dall'alto. O dal basso, chissà. Era stato un bravo cristiano, Ottavio. Dedito alla famiglia. Una vita dietro le quinte, a servire e aiutare. Unico uomo in una famiglia di donne, aveva imparato l'arte dell'invisibilità per evitare conflitti. Aveva lavorato sodo, senza far mancare nulla, e ora le tre donne brindavano alla sua memoria, ai suoi sacrifici e alla sua “devozione”, mangiando frattaglie. Le sorelle non potevano essere più diverse. Paola, la bionda, non toccava vino. Era spontanea e la sua freschezza lasciava trasparire una grazia delicata, accentuata dai lievi gesti delle dita che l'aiutavano a sistemare i lunghi capelli dietro le orecchie. Quella narrazione scatologica era stata una valvola di sfogo necessaria: la morte del padre l'aveva svuotata, facendo cedere i freni inibitori ed emergere una fragilità quasi infantile. Sandra, la mora, era già al terzo bicchiere di rosso. Rideva troppo forte e occupava troppo spazio. Il tipo di donna con cui ti siedi volentieri a parlare per un'ora, ma non per due. Stucchevole, tossica a lunghe esposizioni. Una persona da prendere a piccole dosi. La madre, Romilde, ripuliva il piatto con metodo. Donna severa e precisa. Una roccaforte di principi rigidi e giudizi silenziosi, capace di mettere in soggezione chiunque. Pagarono il conto lasciando una lauta mancia. Era giunta l'ora di tornare alle loro vite. Romilde in una casa improvvisamente silenziosa. Un mausoleo troppo grande per lei, con quel carico di ricordi che sanno essere opprimenti se non affrontati con la giusta dose di accettazione. Paola dai suoi figli e da Stefano, marito ironico e rassicurante. Avevano un mutuo che mordeva le caviglie, ma si amavano. Erano felici, in quel modo precario e onesto delle famiglie normali. Sandra, più piccola di Paola di sei anni, tornava nel suo castello dorato. Ad attenderla c'era Daniel, il self-made man della finanza, tronfio e fedifrago. Aveva divorziato dopo che la figlia era stata arrestata per spaccio di droga e taccheggio, scegliendo poi Sandra come regina sterile di un impero fondato sui soldi e sull'assenza. Tutte e tre le donne rientrarono nelle loro case piene di ansie e timori. Cosa sarebbe successo ora che Ottavio non era più con loro? Si abbracciarono prima di separarsi. Per quanti pensieri avessero, nessuna di loro avrebbe mai immaginato che quello sarebbe stato il loro ultimo abbraccio.
Sepoltura (qualche ora prima)
«Signò, il nome di suo marito lo vuole al centro o di lato?» L'operaio indicò la lastra di marmo. «Io, se lei è d'accordo, lo piazzerei qua. Così, un domani, se dobbiamo aggiungere qualcun altro, abbiamo già lo spazio. Si risparmia.» Paola aveva sempre trovato surreali le conversazioni all'interno di un cimitero. Trovava oscena quella burocrazia della morte, quella gestione degli spazi vuoti in attesa di nuovi inquilini. Tacque, fissandosi la punta delle scarpe. Romilde, pragmatica fino al midollo, annuì gravemente: ottimizzare lo spazio era un dovere anche nell'aldilà. Fu Sandra a intervenire, la voce incrinata dal fastidio più che dal dolore: «Non si disturbi, noi ci faremo cremare. Non vogliamo affollamenti su quella lapide, grazie.» Le operazioni di sepoltura procedettero con la lentezza di un cantiere edile. Corde, argani e il cigolio metallico di un montacarichi. Ottavio venne stoccato al quarto piano, nell'attico rovesciato di quel condominio di anime. Paola si astrasse dalle operazioni di interramento e tornò con la mente all'omelia del prete. È sempre difficile dare consolazione a chi resta, ma quel giovane ministro di Dio era riuscito a impacchettare il lutto in un concetto digeribile: il “Passaggio”. La nostra vita è un tramite verso la luce di Dio. Niente pena, solo un anticipo sulla tabella di marcia verso la verità eterna. Aveva funzionato. Mia aveva pregato per il nonno. Il suo primo lutto. Non sapeva ancora come definire questa mancanza. Diego, invece, era troppo piccolo per comprendere appieno l'irreversibilità insita nel concetto di “per sempre” o di “mai più”. A entrambi i bimbi era stato risparmiato lo spettacolo dell'argano ed erano tornati a casa con il padre. Laggiù nel loculo riposava ciò che restava di Ottavio. Un assedio lento e inesorabile da parte della SLA aveva aggravato un quadro clinico complesso, già minato da una galoppante demenza senile. Paola andò con il ricordo ancora più indietro nel tempo, ripensando a quegli ultimi terribili mesi, durante i quali le trincee delle sorelle si erano delineate con ferocia. Lei aveva gestito con pazienza gli aspetti pratici: la spesa, i pannoloni o le visite mediche. Sandra si era occupata dell'immagine: le grandi manovre, i bonifici, l'organizzazione delle ricorrenze e la prenotazione delle vacanze. Data la passione per l'arte di Ottavio, Sandra comprava spesso biglietti per i musei più importanti di Roma. Pur vivendo a Parigi, riusciva a organizzare tour storici per il papà. Lo trattava non come un malato terminale, ma come un turista VIP un po' smemorato. Aveva imposto una badante, nonostante le barricate alzate da Romilde, che lo accompagnava ovunque. “Solo il meglio per papà”, amava spesso ripetere. Paola scuoteva la testa, esasperata: «Sandra, papà ha bisogno di riposo, non di Caravaggio. Non sa nemmeno chi siamo, figurati se riconosce un quadro.» «Tu lo vorresti chiudere in un ospizio e buttare la chiave!» l'accusava Sandra. «I soldi ci sono, perché non fargli godere gli ultimi momenti?» Per Sandra il denaro era l'antibiotico universale. La sua visione ottimistica, quasi prepotente, affascinava tutti. Era facile farsi contagiare dal suo entusiasmo, credere che un conto in banca potesse arginare il decadimento neuronale. Ma la realtà non accetta bustarelle. Sandra aveva sottovalutato la potenza devastante della malattia finché, durante una visita ai Musei Vaticani, Ottavio si era disancorato dalla realtà, perdendo tutti i punti di riferimento. «Signò, noi qui abbiamo quasi finito.» La voce burbera dell'operaio la riportò solo per un attimo al presente. Durante il percorso verso l'uscita, in quel lento attraversamento dei viali alberati che le avrebbe condotte verso un fumante piatto di trippa, Paola si isolò di nuovo, andando con la mente ai giorni del ricovero.
Ricovero (un mese prima)
«Quella lì è pazza!» La voce della moglie era una frustata nel buio del salotto. Stefano si riscosse dal torpore, evidentemente la serie tv che aveva deciso di seguire non era molto avvincente. «Eh? A chi ti riferisci, scusa? «A mia sorella. A chi sennò? Tu dimmi come si può continuare a far finta di niente. Papà è un disabile, ha bisogno di un infermiere, non di una guida turistica.» «Tesoro, la conosci, decide sempre tutto lei e se provi a contraddirla ti mangia la faccia.» «Sì, ma non lo vede che papà fuori casa è confuso? Torna da quei suoi tour sempre più stanco. Lo sta ammazzando di fatica. Io davvero sono senza parole.» «Dai, non essere severa,» provò a mediare lui. «Credo che Sandra sia in buona fede, anche se spesso dimostra di essere fuori dalla realtà. Vive a Parigi e questo non le permette di toccare con mano la gravità della situazione.» Stefano si sbagliava. La buona fede, in certi casi, è più pericolosa della malvagità. Quel giorno, ai Musei Vaticani, il filo si spezzò. La badante, vinta da un'urgenza fisiologica, commise l'errore fatale. «Signor Ottavio, si accomodi qui, torno subito, non si muova» e lo fece accomodare su uno dei divanetti liberi nella sala adiacente ai servizi. Ma i vecchi, come i bambini, tendono a dimenticarsi dei comandi e a far di testa loro. Ottavio si alzò. Il museo divenne un caleidoscopio di marmi e luci e lui guardò le sculture con aria sognante. Si lasciò trasportare da un senso d'indefinita vaghezza, da una nebbia dorata che cancellava i nomi, i volti, la strada di casa, rendendolo al tempo stesso sereno e confuso. Imboccò l'uscita mescolandosi alla folla, un fantasma tra i turisti, e si lasciò inghiottire dal ventre di Roma. In quel giro senza meta, durato tre ore circa, prima del suo ritrovamento su una panchina, lo spirito di Ottavio evaporò. Quello che la mattina era un ottantaduenne malato ma presente, diventò un guscio vuoto. Non parlava, non camminava, non capiva. L'ambulanza portò via un corpo, ma l'uomo era rimasto da qualche parte tra la Cappella Sistina e l'asfalto rovente. Paola avvertì un brivido freddo quando ricevette la notizia. La notte prima aveva sognato proprio quello: suo padre trasformato in statua, una reliquia di marmo che Sandra trascinava da una sala all'altra, cercando la luce migliore per esporlo. Un incubo premonitore. Decise che non avrebbe mai perdonato tutto questo alla sorella. Sandra, invece, passò al contrattacco. Solo lei poteva gestire l'emergenza, non certo Paola che era isterica e non aiutava, sapeva solo piangere. Ottavio fu rimbalzato dall'ospedale a una struttura di lunga degenza per malati terminali. L'ultima curva era ormai prossima e il capolinea visibile. Era chiaro a tutti che non avrebbe resistito a lungo. Di fronte a quel corpo inerte le tre donne reagirono in maniera differente seguendo ognuna la loro natura, svelando il vero volto dietro la maschera familiare. Romilde, lungimirante, guardò al futuro. Mentre il marito rantolava, lei iniziò a spostare capitali trasferendo poco alla volta tutte le somme sul suo conto personale. Era sempre stata una donna attaccata alle cose più che alle persone, perché riversare amore sugli oggetti non era complicato. Le persone non fanno altro che chiedere e, alla fine, ti deludono. Gli oggetti invece ti restituiscono tutto il loro fascino e la loro bellezza, riempiono la tua vita senza farti domande, non pretendono, se non una lucidata ogni tanto. Gli oggetti sono incapaci di ferire e, soprattutto, sono fermi. L'immobilità delle cose: quella è la perfezione cui deve tendere un essere umano. Per questo non sopportava avere gente in giro per casa, men che meno i nipoti, perché i bambini spostano le cose, le cambiano di posto, mescolano elementi che invece necessitano di staticità. La casa-museo, quello è l'obiettivo: una casa perfetta e pulita. “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”. Paola si chiuse nel suo mondo fatto di bambole. Aveva un negozietto vintage di Barbie. Ancora innervosita dalle azioni di Sandra che avevano fatto precipitare la situazione, evitò contatti con lei. A suo modo di vedere, il padre era stato una vittima di due donne dispotiche che lo avevano usato per anni e che ora ne spremevano le ultime gocce. «Non le importa niente di papà» sibilavano le altre due, convinte che Paola volesse fuggire dalle responsabilità, dalla trafila burocratica che sarebbe inevitabilmente seguita all'ormai prossima dipartita di Ottavio. In realtà Paola andava a trovare Ottavio di nascosto, in orari assurdi per non incontrarle. Soffriva in silenzio. Si sedeva accanto al letto, stringendogli la mano inerte. A volte lui rispondeva con un impercettibile movimento delle dita. Il silenzio di Ottavio divenne anche il silenzio di Paola, era il loro codice segreto. Lei seguì il padre in questo percorso di avvicinamento solitario alla morte, lontana dalle sceneggiate dei parenti. Sandra, invece, occupò il palcoscenico. Era un vulcano di idee confuse, un generale che urlava ordini contraddittori che mandavano in confusione anche lei. In quanto ricco manager d'azienda era abituata a comandare. Disprezzava l'immobilismo di Paola. Il dolore, per lei, era una performance, doveva essere drammatico, visibile. Raccontava a tutti la tragedia, ricamando sui dettagli, dipingendosi come l'unica eroina in una famiglia di inetti. Questo tris esplosivo si mescolò in modo inaspettato portando, nei giorni a venire, a un'insana alleanza volta a colpire la più debole delle tre. Romilde e Sandra, la madre avara e la figlia narcisista, trovarono un terreno comune. La scintilla che appiccò l'incendio fu un foglio, un banale foglio A4, anonimo, privo di valore, se non fosse stato per quelle poche righe vergate sopra. Poche righe con il potere di una bomba a grappolo. Un semplice foglio di carta, a volte, può distruggere una famiglia.
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Autori di Writer Officina
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Mi chiamo Giuseppe, ho un cognome ingombrante, dal momento che tutti hanno sempre sentito il bisogno di farci sopra qualche battuta, e vivo a Roma con mia moglie Francesca e i miei figli Elena, di sette anni, e Riccardo di quattro. Sono nato a Roma, ma tutta la mia infanzia l'ho trascorsa lontano dalla mia città perché mio papà lavorava in banca e veniva trasferito ogni sei mesi. Così ho girovagato per l'Italia (Bergamo, Verona, Livorno, Mantova, Venezia, Voghera, Cava dei Tirreni), imparando subito ad adattarmi ai cambiamenti e acquisendo quella capacità di socializzare necessaria per un bambino costretto a cambiare continuamente scuola e amici. Prima di rientrare a Roma, a tredici anni, ho fatto in tempo a conoscere la paura vera, quella del terremoto dell'Irpinia, che ha squarciato la mia casa, lasciando per fortuna vivi me e la mia famiglia. Mi sono diplomato al liceo classico e poi laureato in Giurisprudenza, abilitandomi alla professione forense che ho praticato per cinque anni. Quando ho vinto un concorso al Ministero della Difesa ho fatto il salto dal privato al pubblico, tanto l'avvocato in famiglia lo abbiamo già: mia moglie. Amo molto viaggiare e questa mia passione, che mi ha portato in Africa, Asia e Stati Uniti, oltre che in tutta Europa, mi ha fornito il materiale per scrivere il primo libro che ho pubblicato nel 2008: “L'eterno viaggiare”. Leggo tantissimo, pratico sport, amo la buona tavola in compagnia, le serie tv di fantascienza e horror, adoro i cani e ogni tanto provo a scrivere qualche libro.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la scrittura?
Giuseppe Pensieroso: A 11 anni. Giocavo a Subbuteo (il gioco di calcio da tavolo) e subito dopo usavo la macchina da scrivere di mio papà per elaborare l'ipotetico articolo di giornale relativo al match disputato. Non ero ancora cosciente della mia passione, ma credo che quello sia stato il momento in cui ho sviluppato l'amore per la scrittura.
Writer OfficinaWriter Officina: C'è un autore o un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Giuseppe Pensieroso: I miei scrittori preferiti sono Isaac Asimov, Ken Follett e Stephen King. L'abilità di quest'ultimo di descrivere al meglio le dinamiche dell'amicizia e quelle che segnano il passaggio dall'adolescenza alla maturità, di dar vita a personaggi “reali”, talmente ben caratterizzati che alla fine del libro senti di amarli, di provare qualcosa per loro, come se esistessero veramente, mi ha da sempre trasmesso la voglia di provare a descrivere la profondità dell'animo umano come fa lui.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Giuseppe Pensieroso: Ero parecchio inesperto, lo proposi in giro un po' a caso e lo pubblicai con una CE che mi fece comprare 100 copie. Ne ho vendute in tutto 300, sono stato esposto a “Più libri più liberi” e ho fatto un paio di presentazioni, una dal vivo e una in radio. Nel complesso è stata una bella esperienza, ma solo più in là con gli anni ho capito che il meccanismo che regola l'editoria è piuttosto complesso e spesso non riesce a valorizzare l'autore. Per questo, per i libri successivi, ho deciso di pubblicare in self, almeno finché non ho trovato una CE disposta a pubblicarmi completamente a proprie spese, credendo in me e valorizzando il mio progetto. Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Giuseppe Pensieroso: Sicuramente. La cosa che più apprezzo del pubblicare in self è la possibilità di tornare sul tuo testo e modificarlo in tempo reale tutte le volte che vuoi. Con Amazon KDP al primo refuso che trovi puoi intervenire e il giorno dopo il tuo testo è on-line già corretto. Un altro punto di forza del self è la piena autonomia che si ha nel gestire tutti gli aspetti organizzativi, dalla data di pubblicazione, alla scelta della copertina. Certo c'è il rovescio della medaglia e cioè la promozione. Nessuno verrà da te a proporti presentazioni o interviste quindi devi rimboccarti le maniche e farti conoscere, proporre estratti della tua opera e confidare in un lento passaparola.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Giuseppe Pensieroso: A “Poteva andare peggio”. È un libro sulla pandemia, ma non è “il solito” libro sulla pandemia. È il diario di un papà in smart-working (io) catapultato improvvisamente in una realtà per lui del tutto nuova, quella della condivisione delle ore mattutine con i suoi due bimbi piccoli. Ore solitamente dedicate al lavoro e alla scuola diventano improvvisamente un dono, la possibilità di crescere insieme durante il periodo di clausura forzata. Un padre che gioca con i figli, scende con loro in giardino, ma al tempo stesso si sforza di spiegare perché non sia possibile oltrepassare il cancello del condominio. Il libro è una raccolta di riflessioni filosofiche, di pensieri, a volte seri, a volte ironici, partoriti per lo più di notte, quando mi svegliavo con un concetto in testa che al mattino presto sviluppavo al PC e poi pubblicavo in tempo reale su Facebook. In tanti hanno apprezzato queste mie pillole quotidiane, spronandomi ogni giorno a regalare loro altri pensieri cui aggrapparsi in un periodo tanto incerto. Così, dai complimenti ricevuti, ho tratto la forza per dare a quei pensieri una veste nuova e più completa e ne è nato un libro.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Giuseppe Pensieroso : In genere scrivo d'istinto. Quando ho un'idea provo a trasformarla subito in parole per non perderne la magia. Solo dopo torno a rivedere il testo ed eventualmente a incastrarlo con altri pensieri. Forse, se scrivessi gialli, preparerei uno schema, una trama di massima con un finale ipotetico, ma al momento le mie storie sono di altro tipo e non richiedono questo genere di preparazione.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quelli che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Giuseppe Pensieroso: Si, sto scrivendo qualcosa di totalmente diverso. In fondo io ho scritto tutti libri differenti tra loro e non mi sento di potermi catalogare in un unico genere. Ho affrontato il tema della paternità, scritto diari di viaggio, mi sono improvvisato poeta scrivendo filastrocche per bambini, ho scritto di sport e di fantascienza (pubblicando quattro racconti distopici). Forse mi sento più un narratore che un romanziere, più un osservatore che un inventore. È la realtà la mia materia prima e la maggior parte dei miei libri hanno una forte connotazione autobiografica. Forse anche per questo sto provando qualcosa di nuovo, mi sto cimentando con la creazione di personaggi, provando a dar loro un'identità, tanto per restare in linea con quanto detto sopra a proposito del mio maestro Stephen King. Ho praticamente ultimato una raccolta di racconti a metà tra l'horror e il grottesco. Cinque storie di humor nero e poi, per cambiare ancora una volta registro, mi sto dedicando alla stesura di un romanzo romantico/erotico, una sorta di diario doppio, una storia d'amore, passione e tradimento, vista da due differenti angolazioni, quella maschile e quella femminile. Una storia condita da molto sesso tanto che, come si faceva una volta per i film, il libro uscirà con la dicitura “rigorosamente vietato ai minori di 18 anni”.
Writer Officina: Ma a parte questi due nuovi lavori tu hai già ultimato un altro libro che uscirà a breve, giusto? Vuoi anticiparci qualcosa?
Giuseppe Pensieroso: Il 16 maggio compirò 50 anni. Ho sempre visto quest'età come un qualcosa di lontano nel tempo. Ricordo la festa per i 50 anni di mio padre; gli invitati sembravano così anziani ai miei occhi adolescenziali e ora non mi sembra vero tocchi proprio a me, che fino a ieri giocavo a calcetto e andavo al pub con gli amici a cazzeggiare. Eppure il traguardo è arrivato e voltando gli occhi indietro, alla strada percorsa, mi sono accorto che il cammino fatto è stato faticoso, ma entusiasmante e che forse alle mie spalle c'è una bella storia da raccontare. Così ho aperto l'album di famiglia e ho provato a scrivere la mia autobiografia. Ho cercato un punto di vista “emotivo” e non “descrittivo”, cercando di non limitarmi a raccontare le vicende di un perfetto sconosciuto che potrebbero non interessare il pubblico, abituato solo alle storie di personaggi famosi. Un punto di vista che racconti le emozioni dietro agli eventi. Sono partito da quel famoso terremoto, descrivendo non tanto l'evento, quanto la paura dentro l'evento, il terrore negli occhi di un bambino, fino ad arrivare alla nascita dei miei figli, anche qui non limitandomi a descriverla, ma scendendo in profondità, nell'animo di un uomo che quando guarda per la prima volta negli occhi delle sue creature riesce a percepire il senso vero di tutte le cose e il fine ultimo della sua esistenza. Ne è uscito un libro emozionante, sincero e autoironico, che si sofferma malizioso a raccontare le “sfigate” vicende di un adolescente a cavallo di un microscopico motorino che ha trovato sulla sua strada moltissime porte chiuse, ma ha sempre avuto la forza e il coraggio per aprirle o per aggirarle, alla ricerca del senso della vita. Il libro, in memoria di quel buffo mezzo di trasporto, si intitola “Avevo un motorino arancione”, sarà edito da PAV e uscirà, nelle mie intenzioni, che spero siano anche quelle del mio editore, proprio il giorno del mio compleanno.
Writer Officina: Il libro ha una particolarità, sarà dotato di una colonna sonora. Ci vuoi spiegare come funziona?
Giuseppe Pensieroso: Ho sempre immaginato la mia vita scandita da una colonna sonora e tutti i capitoli di questo libro sono introdotti da canzoni famose dell'epoca che hanno rappresentato qualcosa per me. Ma non solo i capitoli, tutte le pagine sono piene di riferimenti sonori. Io racconto 50 anni di eventi che non sono solo i “miei” eventi, ma quelli di tutti, almeno di chi quegli anni li ha vissuti come me. Così dentro la storia c'è la musica e le canzoni sono state raccolte in una playlist che parte dagli anni '70 e arriva fino ai nostri giorni. La playlist è identificata da un codice che sarà stampato sulla copertina. Il lettore non dovrà far altro che inquadrare con la telecamera della sua App il codice per scaricare in un secondo sul suo cellulare tutte le canzoni. Così, quando ne avrà voglia, oltre a “leggere” il libro potrà “ascoltarlo”.
Writer Officina: Un'ultima cosa. Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo? Giuseppe Pensieroso : Vorrei che provassero le sensazioni che provo io quando leggo una bella storia. Quello che vorrei è che si emozionassero. Una volta una persona, dopo aver letto uno dei miei libri, mi ha scritto: “Mi hai fatto piangere, ho sentito sulla mia pelle, attraverso il tuo scritto, un'emozione forte da provare i brividi per tutto il corpo”. Quando succede questo, quando chi scrive riesce a far provare questo a chi legge, lo scrittore ha compiuto la sua magia e non ha più nulla da chiedere a se stesso.
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