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Diario di guerra
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Questo diario appartiene al Sottotenente Cesare Nievo, nato il 14 febbraio 1898 a Fiume, arruolato nel 99° reggimento fanteria, 3° battaglione,1ª compagnia, 2° plotone del Regio Esercito dislocato a Cividale del Friuli, a una quarantina di chilometri dal confine Austro-Ungarico.
Al momento, io e i miei fratelli in armi, siamo assegnati alla caserma sita a poca distanza dal centro cittadino, ma ci è stato comunicato che presto partiremo per il campo base, che si trova a poca distanza da qui. Approfitto di questo momento di calma per scrivere qualche riga a mia madre e a mio padre, che più di tutti hanno sofferto questa mia partenza per il fronte di guerra.
Cari genitori che mi avete donato la vita, non abbiate alcun rimorso nel non avermi fermato dal partire per il fronte, per unirmi agli altri fratelli in armi in questa gloriosa, santa guerra. Sono io e solo io, e il buon Iddio mi è testimone, l'artefice del mio arrivo qui, sul fronte austro-ungarico. Conosco bene i vostri progetti per il mio futuro; volevate che studiassi legge e diventassi un avvocato, un titolo di cui avreste potuto vantarvi con i vostri amici. Ma io ho sentito la necessità di affrancarmi dai vostri voleri e di ricercare quello che era il mio scopo nella vita ed è per questo che mi sono arruolato di mia spontanea volontà, senza che nessuna legge mi costringesse, con piacere e orgoglio, vagliando attentamente i rischi ai quali mi esponevo. Tutto quello che accadrà, sarà solo la logica conseguenza della mia scelta di combattere per la mia amata Patria e per i Reali di Savoia, la nostra famiglia regnante. Non abbiate quindi sensi di colpa per ciò che potrete sentire su di me o sulla mia eventuale e prematura fine. L'Italia, la mia Patria, aveva bisogno di me e io non potevo rimanere chiuso nelle quattro mura del nostro palazzo, seppur amichevoli e rassicuranti. Con quale coraggio mi sarei guardato allo specchio, se non fossi sceso anch'io in guerra contro coloro che ci vogliono invadere? Con quale supponenza avrei potuto sostenere lo sguardo dei miei parenti, quando avessimo parlato delle ultime notizie dal fronte, se io fossi rimasto a godermi gli agi della mia vita privilegiata? Per questo e per molto altro io ho deciso di unirmi ai miei fratelli in armi e restituire all'Italia ciò che mi ha garantito sin dalla mia prima infanzia: sicurezza, orgoglio e una casa a cui tornare. Di fronte all'arroganza del nemico austriaco, supportato dalla potenza ungherese, non avrei potuto distogliere il mio sguardo e andarmi a nascondere in un cantuccio al buio della mia casa, augurandomi che gli altri soldati, che hanno dimostrato ben prima di me di avere più coraggio e determinazione del sottoscritto, spezzassero le catene che da troppo tempo gravano sulla nostra amata Patria e le sue terre irredente.
Se voglio la libertà, se voglio la pace - e Iddio sa quanto io la desideri – devo agire io per primo. Non posso attendere l'arrivo di qualche eroe straniero, che contrasti i nemici e ristabilisca la serenità in quelle nostre terre che non ne hanno più. Io, che sono e mi sento italiano fin dentro l'anima, ho il dovere, anzi il diritto e l'orgoglio, di agire in prima persona, di buttarmi in prima linea e di arginare, e un giorno sconfiggere, l'aspra potenza di fuoco del nemico. Se rimanessi a casa senza combinare nulla, senza reagire ma limitandomi a condannare verbalmente il mio nemico, sarei un ipocrita. Se aspettassi che la salvezza arrivasse da lontano, da altri Paesi, e piagnucolassi in attesa di aiuti senza mettermi in gioco in prima persona, allora sarei un essere indegno e non meritevole di alcun aiuto. Se mi mettessi a elemosinare aiuto, arrivando perfino al punto di scappare come un coniglio dal mio Paese per rifugiarmi in un altro, senza mettere in gioco la mia vita per esso, non sarei degno di essere chiamato uomo. Peggio ancora, sarei meritevole di morire. E io, quando sarò al cospetto della morte, voglio poterla affrontare a viso aperto, con orgoglio, non dandole così alcun motivo per biasimare la mia condotta in questa vita. Ero conscio, sin dall'inizio, dei pericoli che mi aspettano e di quelli che non posso neanche immaginare ora, ma ho scelto di partire in guerra lo stesso. Non prendetevi dunque alcuna colpa per la mia futura sorte, perché sono solo io il responsabile delle mie azioni. Sappiate che vi voglio tanto bene e che spero di onorare il nome della nostra famiglia.
Nel caso il mio corpo venga ritrovato deturpato, allego di seguito una descrizione di elementi che possano identificarmi: altezza 1.76, peso 65 chilogrammi, capelli corti neri e ricci, occhi marroni, una cicatrice orizzontale di circa cinque centimetri sul fianco sinistro dovuta a un incidente occorsomi durante la mia infanzia. Non vi sono altri segni distintivi da segnalare. Chiunque ritroverà il mio diario di guerra, è pregato di custodirlo con cura e consegnarlo ai miei familiari che si trovano nella città di Fiume, in Istria. Nella penultima pagina di copertina, si trova l'indirizzo a cui inviare il mio diario. Fate sì che non venga perso o rovinato, è l'unica testimonianza vera e sincera della mia esperienza in questa guerra. Che Iddio ti benedica e ti protegga, anonimo custode, e ti permetta di vivere una lunga e serena vita, da godere soddisfatto e sereno in una Patria libera e in pace.
Da qualche giorno sono nel campo di addestramento nei pressi di Cividale del Friuli, assieme ai miei fratelli in guerra. Mi guardo intorno e osservo: siamo giovani uomini, appena affacciati alla vita adulta, la maggior parte di noi non ha neanche un po' di barba sul viso e i nostri volti richiamano un'adolescenza ancora presente. Non siamo esperti, ma ci impegneremo al massimo delle nostre facoltà per diventare soldati migliori, giorno dopo giorno. Oggi, dunque, è il mio primo giorno da soldato al servizio della Patria! Sono emozionato e orgoglioso, ma ammetto di essere un poco frastornato; oltre ad aver imparato che i soldati semplici, i fanti, vengono chiamati allegramente fantaccini, so ben poco altro. Attorno a me ci sono tante facce nuove, ragazzi giovani come me che vogliono dare una mano alla nostra amata Patria. Altri sono meno entusiasti di indossare l'uniforme, sono desiderosi di tornare presto alle loro città natali; li capisco e non li giudico, comprendendo il loro disorientamento. Ma l'orgoglio di essere qui dovrebbe essere superiore a tutti i nostri egoismi e incertezze. Come fanno a non capire che onore abbiamo a proteggere i confini dell'Italia? Io sono così euforico per essere giunto qui! Per me, e non solo per me, è un immenso onore poter servire la nostra amata Patria e proteggerla dalle mire espansionistiche del nemico. Siamo qui presenti con tutto il cuore, con tutta l'energia, con tutta l'anima per far sì che la Nostra Italia abbia la meglio sull'Impero Austro-Ungarico e possa vincere il conflitto quanto prima. Nessuno più di noi desiderava essere qui, in prima linea, a combattere contro il nemico invasore e ricacciarlo nelle sue terre, dopo avergli procurato perdite e disonore, così come merita. Ringrazio il glorioso Nostro Signore, il Nostro Lodevole Sovrano Vittorio Emanuele III per avermi concesso questa magnifica opportunità di rendermi utile alla Patria e il Nostro Generale Luigi Cadorna che, ne sono certo, ci porterà alla vittoria finale! Sono onorato di essere qui per combattere questa santa guerra. Non li deluderò!
Ogni tanto mi soffermo a guardarmi, nel riflesso di qualche piccolo specchio che usiamo per raderci, poggiato alla meno peggio da qualche parte: sono giovane, nel fiore degli anni, i capelli neri, lo sguardo pulito e un bel viso, liscio e senza rughe. “Sono un bel soldato” lo ammetto a me stesso, compiaciuto, in un momento di stolta vanità, prima che qualcuno mi distolga da questo pensiero, spostandomi da lì perché gli serve lo specchio. Ho potuto approfondire la conoscenza di tanti miei coetanei in questi giorni di preparazione. Siamo in tanti, troppi per poterli descrivere tutti, quindi riporterò solo i nomi di coloro con cui ho più legato. Due di essi, tra tutti, sono quelli con cui posso dire di avere stabilito un inizio di amicizia. Uno si chiama Mario Degni ed è originario di Roma; si fa chiamare da tutti “Caffarella”. Dice che prende questo nomignolo da un parco situato a pochi passi da casa sua, dove passava ore e ore a giocare con i suoi amici. Non è alto, ma è ben piazzato. L'espressione sorridente dipinta in viso lo fa diventare simpatico nel giro di pochi istanti, una volta che si conosce. Ha i capelli ricci e neri come la pece e passa tanto tempo a sistemarseli con quel po' di brillantina che si è portato da casa. Ha una chiacchiera vivace, sin dal primo momento ci ha riempiti le orecchie di chiacchiere e battute irriverenti. Va d'accordo con il mio carattere, che è più riservato. L'altro fratello in armi risponde al nome di Giovanni Toetti, valdostano, di corporatura slanciata ma muscolosa e di bell'aspetto, con una folta chioma bionda che, a malincuore, si è dovuto accorciare da quando è sotto le armi. È originario di un paesino che si chiama Borgo di Bard, in Val d'Aosta. All'inizio mi sembrava il classico belloccio pieno di sé e altezzoso, invece si è dimostrato essere di tutt'altra pasta: parla poco, con tono pacato e sguardo sorridente, pieno di luce e di vitalità. Ha un atteggiamento da fratello maggiore con tutti, e questo lo rende una brava persona ai miei occhi. A parte i numerosi fratelli in armi che compongono i vari plotoni, gli altri esseri viventi con cui possiamo interagire sono i muli aggregati al nostro campo base. Animali docili e servili, capaci di trasportare carichi pesanti al posto nostro, liberandoci di questa incombenza; risulteranno di grande utilità nelle manovre di spostamento. Sono considerati così importanti che, se dovessero subire qualche danno, sarà il soldato a cui sarà affidato il singolo mulo a doverne rispondere personalmente. Una volta comunicatoci di aver cura dei nostri amici quadrupedi nel caso fossero a noi assegnati, a Caffarella è sorto un dubbio. «Sembra quasi che considerino più importanti i muli che noi cristiani.» «Non esagerare, romano,» gli ha risposto Toetti, «li considerano solo più importanti di te. Come non essere d'accordo?» e tutti ci siamo messi a ridere, tranne Caffarella, che ha tentato di rifilare un calcio alle terga di Toetti, ma quest'ultimo è stato più veloce e lo ha schivato con un balzo. Questa storia che un mulo venga valutato più prezioso di noi è un'esagerazione, ma ammetto che un simile dubbio sia sorto anche in me, sebbene abbia preferito non esprimermi ad alta voce. Ma sono solo battute dette tra noi per passare un po' il tempo e distrarci, nessuno potrebbe pensare davvero che un animale possa valere più di un essere umano. Vero? |
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Nasco a Roma nel 1980. Fino al primo anno di liceo ho vissuto nella Capitale d'Italia, dal secondo anno in poi mi sono trasferito a Parigi e ho vissuto nella capitale francese per tutta la durata del liceo. Tornato a Roma, ho frequentato l'università per poi trovare lavoro successivamente come consulente assicurativo e impiegato amministrativo. Insomma, decisamente non una vita d'artista, se si considerasse solamente la parte professionale. Ma quel che più conta è il quotidiano, quello che non viene scritto su un curriculum, vale a dire il mio amore per la scrittura, per la lettura di libri e fumetti, per tutto ciò che riguarda la Storia umana e le piccole storie di ciascuno di noi. Ma nella mia vita non c'è solo la scrittura: sono un appassionato di giardinaggio, pratica che consente all'animo umano di trovare quella pace che troppo spesso gli è negata nella vita quotidiana di tutti i giorni, e sono anche un collezionista, un modo come un altro per mettere l'abito elegante ad una piccola inclinazione ossessiva compulsiva.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Emanuele Giustiniani: Me ne sono reso conto poco a poco. Probabilmente, si può dire che è iniziato tutto alle scuole elementari. Ero un tipo timido, riservato e sensibile, faticavo a rapportarmi con gli altri e preferivo richiudermi in me stesso, o almeno non esternare troppo i miei stati d'animo. Non mi sentivo a mio agio con troppe persone, era fonte di ansia dover rapportarmi con altri, e in quel caso con ragazzi della mia età a scuola. Ma qualcosa che mi permetteva di stare meglio, c'era. Era la scrittura. Ogni volta che c'era occasione per scrivere, che si trattasse dei temi dati dalla maestra a scuola o dei momenti di vita quotidiana da appuntare nei miei diari, lo facevo. E devo dire che trasformare i pensieri su carta, e negli ultimi anni anche su uno schermo, mi permetteva, e mi permette tuttora, di sentirmi meglio. Insomma, la scrittura per me è una necessità, un sistema per analizzare me stesso, fino ad arrivare a stare meglio. La scrittura è anche un modo per non finire dimenticato nel grande mare magnum della storia di tutti i giorni. Un modo per sentirsi vivo. Un modo per non essere dimenticato. Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Emanuele Giustiniani: A dire il vero, credo siano stati due i libri che più mi hanno spinto a scrivere, e i titoli li conosciamo tutti: “Il diario di Anna Frank” e “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Il modo di descrivere il quotidiano, i piccoli gesti inseriti all'interno di grandi eventi, la lucidità nel riportare le emozioni provate in quei momenti pur rimanendo attinenti alla verità storica, mi hanno sempre attirato e affascinato. Per questo motivo, nei miei scritti, ho la naturale propensione a riportare i sentimenti che vivono nell'animo umano con uno stile che sia il più possibile chiaro, netto, deciso, evitando fronzoli e abbellimenti inutili.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Emanuele Giustiniani: Nel 2015 iniziai a scrivere il mio primo libro, ma non avendolo ancora finito, non potevo in alcun modo proporlo. E poi non mi sentivo ancora pronto per proporlo a qualcuno. Nel 2021, invece, in occasione di un concorso letterario online, promosso da alcune grandi realtà editoriali, decisi di provare a rendere pubblico il mio desiderio di scrivere. Ma non lo feci col manoscritto del 2015, bensì con un testo inedito, e intendo dire che era inedito anche per me. Sì, perché lo scrissi nell'arco di poche settimane, giusto per riuscire a rientrare in quel tot di caratteri minimi richiesti per partecipare alla prima fase. Successivamente, continuai a scriverlo e concluderlo, riuscendo a superare la prima fase, ma non a vincere il concorso. Presi atto dei giudizi ricevuti sul mio testo, sia quelli positivi che quelli negativi, e dopo poco tempo e tanti tagli, rimaneggiamenti, perfezionamenti, arrivai a pubblicare il mio primo libro con Amazon KDP, dal titolo “InUMANO”.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Emanuele Giustiniani: Credo sia l'unica, grande opportunità che possa avere uno scrittore esordiente o emergente. A meno che non si abbiano le giuste conoscenze, o i giusti parenti e perché no anche le giuste abilità nella scrittura, ritengo che Amazon KDP sia la strada migliore da percorrere, sia che si tratti uno scrittore esordiente, di un emergente o di uno già affermato.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Emanuele Giustiniani: Considero il libro “InUMANO” come il mio primo bambino, e provo altrettanto affetto per il secondogenito, “MARVIN – Spirito di Vendetta”, ma in realtà in fondo al mio cuore c'è sempre e solo il mio romanzo inedito, iniziato a scrivere nel 2015. Per rimanere su quelli editi, il primo (InUMANO) è un noir e tratta l'argomento delicato della ricerca della vendetta di un padre nei confronti di un pedofilo, responsabile degli abusi e dell'uccisione della sua bambina. Mentre il secondo libro (MARVIN – Spirito di Vendetta) è il primo volume di una saga fantasy, dove un semplice mortale viene investito di grandi poteri dalla Dea della Vendetta e viaggia nel tempo... Come vedete, il tema della vendetta mi piace assai!
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Emanuele Giustiniani: Tutto nasce dall'idea. Dapprima me la tengo nella mia mente, la riscaldo come fosse un piccolo feto bisognoso del calore umano. La curo, la nutro, mi preoccupo che, una volta fuori, possa affrontare il modo duro e cattivo. Una volta cresciuta, la metto al mondo. A quel punto, scrivo su foglietti di carta, sul bloc notes dello smartphone e anche nel mio pc. Ma, spesso e volentieri, nel momento della stesura, la storia prende una piega diversa, i personaggi stessi si stabilizzano, acquistano carattere e mi impongono di dar loro una nuova strada da percorrere, diversa da quella prevista inizialmente.
Writer Officina: Cosa c'è di te nei tuoi personaggi?
Emanuele Giustiniani: A volte molto, a volte poco, ma qualcosa c'è sempre. Inutile negarlo, chiunque scriva è inevitabilmente autoreferenziale, il che non vuol dire che sia un male. Semplicemente, per descrivere qualcuno, si fa sempre riferimento a noi stessi o ad una piccola parte dentro di noi. Per quanto mi riguarda, nei miei personaggi c'è sempre il mio desiderio di giustizia, la mia ricerca di vendetta, la mia autoironia, la mia necessità di avere un aiuto da qualcuno nei momenti peggiori della mia vita. Insomma, in ognuno dei miei personaggi ci sono io, con le mie debolezze e le mie qualità, con i miei desideri e le mie mancanze.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Emanuele Giustiniani: Ho appena scritto gran parte di una storia apocalittica, basata su una delle tante profezie che girano sul web. Ho anche iniziato il secondo capitolo di MARVIN, sempre del genere fantasy storico, ma sono appena agli inizi. Inoltre, sto anche scrivendo uno spin-off del primo libro, InUMANO, dedicato alla vita di uno dei protagonisti: Ludovico Malvasìa. In questo caso, si tratterebbe di un noir, ma non solo...
Writer Officina: Cosa vorresti che le persone dicessero del tuo romanzo?
Emanuele Giustiniani: Dire che vorrei piacesse a tutti suonerebbe utopico, oltre che infantile. Diciamo allora che vorrei che dicessero che l'hanno letto tutto d'un fiato, che nonostante il tema non rientrasse nel loro genere, lo hanno trovato interessante e con un ritmo piacevole, grazie alla scrittura fluida. Poi, se fossero anche contenti di averlo letto, allora sarebbe davvero una soddisfazione. Non si può piacere a tutti, lo so... Ma almeno non essere noioso, quello sì, posso farlo!
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