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Salvatore Basile svolge attività di sceneggiatore dal 1992. Tra le sue sceneggiature ricordiamo: Ultimo, San Pietro, Cime tempestose, La cittadella, Sarò sempre tuo padre, L’uomo sbagliato, Fuga per la libertà, Giovanni Paolo II, Sotto copertura, Il sindaco pescatore, I fantasmi di Portopalo, Gli orologi del diavolo, La fuggitiva, Il Commissario Ricciardi. È ideatore di serie tv come: Il giudice Mastrangelo, Il Restauratore, Un passo dal cielo e Una pallottola nel cuore. Il suo ultimo romanzo "Cinquecento catenelle d’oro" è uscito con Garzanti ad aprile del 2022.
Patrizia Carrano è una giornalista, scrittrice, autrice radiofonica e sceneggiatrice televisiva italiana. Ha lavorato frequentemente anche ai microfoni di Radio2, e per Raiuno ha scritto alcune fiction di grande ascolto fra cui "Assunta Spina" e "Rebecca", ambedue con la regia di Riccardo Milani, e infine la serie "Butta la luna", con otto puntate dirette da Vittorio Sindoni. Dopo diversi libri che affrontano i temi della condizione femminile e quelli storici, si presenta al pubblico col suo ultimo romanzo, edito da Vallecchi Firenze: "La Bambina che mangiava i comunisti".
Daria Bignardi è una giornalista, conduttrice televisiva e scrittrice italiana. Nel 2009 esordisce con la sua biografia, intitolata "Non vi lascerò orfani". Segue il romanzo "Un karma pesante" pubblicato nel novembre 2010 e due anni dopo "L'acustica perfetta" che viene tradotto in undici Paesi. Nell'ottobre 2014 è la volta del romanzo "L'amore che ti meriti". Nel maggio 2015 esce il suo quinto libro: "Santa degli impossibili". Nel 2020 pubblica "Oggi faccio azzurro". Il suo ultimo lavoro è: "Libri che mi hanno rovinto la vita" per Einaudi.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Emanuele Giustiniani
Titolo: Marvin - Spirito di Vendetta
Genere Fantasy Storico
Lettori 798 5 6
Marvin - Spirito di Vendetta
Risvegli.

La prima sensazione che percepì al risveglio fu quella di essere sdraiato su una lastra gelata. Un brivido lo scosse, facendogli spalancare gli occhi.
Accecato dalla tremolante e fastidiosa luce del neon che si irradiava sopra di lui, si coprì gli occhi col braccio. Le pupille, abituate all'oscurità, si contrassero. Aveva l'impressione di essersi svegliato dopo un lungo e profondo sogno, costellato di incubi così vividi da sembrare reali.
Si sollevò, mettendosi a sedere sul tavolo di acciaio. Continuava a sentire freddo: era nudo.
Si tastò dappertutto, per vedere se avesse delle ferite e se tutte le sue membra fossero ancora lì dove ricordava fossero sempre state.
Si spostò sul bordo del tavolo, le gambe penzoloni.
Poggiati i piedi scalzi sul pavimento, la schiena fu scossa da altri brividi. La pelle si era intirizzita, aveva bisogno di trovare qualcosa da indossare prima di beccarsi una polmonite.
Lampi di ricordi andavano a sovrapporsi gli uni sugli altri nella sua mente confusa, senza che egli potesse afferrarli in maniera logica.
Nel corso della sua esistenza, si era spesso chiesto dove potesse finire un tipo con le sue inclinazioni.
E ora la vita gli aveva fornito la risposta, nella maniera più brutale possibile.
- Carajo, che freddo! - esclamò.
La sua stessa voce gli risuonava strana, come fosse stato in silenzio per un tempo lunghissimo e infine avesse ritrovato il dono della parola.
Sfregandosi le braccia con le mani, fece un giro della stanza.
Vide altri corpi distesi sui tavoli attorno a lui, alcuni con evidenti segni di bruciature e gravi ustioni.
Li passò in rassegna con fare imperturbabile, come fossero cumuli di foglie secche.
Trovò alcuni sacchi di plastica ricolmi di vestiti rovinati. Appartenevano a quei corpi carbonizzati, di certo costituivano delle prove per qualche caso su cui indagare.
Se li misurò, scartandone alcuni come fosse in un camerino di un negozio poi, dopo avere indossato quelli della sua taglia, gettò i rimanenti nei sacchi.
Quelli che aveva trovato odoravano di fumo e di bruciacchiato, alcune parti erano annerite e una camicia aveva anche una manica strappata all'altezza del gomito.
Non aveva trovato le scarpe e neppure dei calzini. Non importava, ora l'unica cosa che davvero voleva era andarsene da lì.
Si avvicinò guardingo alla porta, osservando l'ambiente oltre i vetri; un lungo corridoio illuminato si apriva dinnanzi a lui e non vi era nessuno all'orizzonte.
Con cautela spinse la porta e fece capolino con la testa.
Dal fondo di uno dei corridoi sentì alcune voci indistinte e un rumore di passi; erano diretti dalla sua parte. Si nascose dentro un'altra stanza, aspettando in silenzio che lo oltrepassassero. Poco dopo le voci si spensero in lontananza.
Uscì in fretta dalla stanza, percorrendo il corridoio nella direzione da cui erano giunte quelle voci, ritrovandosi davanti a una porta automatica. Oltre la soglia, la strada.
Non aveva trovato alcun intoppo, ed era anche logico. Nessuno si sarebbe aspettato di vedere un morto uscire dall'obitorio e andarsene per i fatti suoi.
Una volta in strada, respirò a pieni polmoni l'aria calda del mattino.
Pian piano alla mente riaffiorarono sprazzi di ricordi, frammisti a incubi che preferiva non ricordare. Cosa facesse parte del suo passato e cosa invece fosse frutto del sonno della mente, non lo avrebbe saputo dire.
Riprese a camminare e si disperse velocemente nel traffico della grande città.

Sentiva l'asfalto appiccicarsi sotto i piedi, mentre vagava senza meta, in mezzo agli sguardi incuriositi dei passanti, gli abiti strappati, i piedi scalzi e l'aria smarrita.
- Signore, si sente bene? -
Un anziano si era fermato a pochi passi da lui.
L'uomo non rispose, accelerando il passo e allontanandosi.
Il frastuono dei clacson delle macchine, strette nella morsa del traffico del mattino, gli rendeva ancora più difficile ragionare.
Fece ancora qualche passo, prima di accorgersi che gli si erano formate delle vesciche ai piedi.
Si coprì le orecchie con le mani per attutire il rumore e scese il marciapiede, non accorgendosi di un auto che sopraggiungeva. Si scansò appena in tempo, un attimo prima che lo travolgesse.
- Cabeza de choto! - riuscì a dire l'uomo, prima di riprendere il cammino. Svoltò in un vicolo laterale, lontano da quel fiume di lamiera della grande strada principale, e continuò a camminare, finché giunse dinnanzi all'ingresso di un parco.
Alla fine dell'ampio viale che lo attraversava, vide un anfiteatro affacciarsi maestoso nella cornice di olmi e cipressi.
Intuiva che quel monumento doveva ricordargli qualcosa, ma la risposta gli sfuggiva con la stessa velocità di un gatto.
Attraversò la soglia, costituita da un alto portale di marmo con un cancello di ferro nero, da cui partiva il viale affiancato da verdeggianti pioppi, olmi e cipressi, uno dei quali era stato avvolto, nel corso degli anni, da una bouganville rampicante di un intenso color lilla, alla cui ombra erano poste delle panchine.
Si sedette stremato, ignaro degli sguardi dei passanti che lo avevano scambiato per un clochard di mezza età.
I piedi avevano iniziato a sanguinare.
Dentro di sé, si sentiva sperso in un vuoto pneumatico. Un uomo senza identità, che non riconosceva l'ambiente in cui si trovava e men che meno il suo passato. Una sottile angoscia si impadronì di lui avvolgendolo stretto, mentre i morsi della fame tentavano di riportare la mente alle esigenze del momento.
Si chinò in avanti, mettendosi le mani in faccia, cercando di scacciar via quel senso di oppressione. Oltre a non sapere nulla di sé e di dove fosse, altri pensieri lo assalirono. Prima di riprendere conoscenza, aveva avuto un lungo incubo e ancora adesso se ne sentiva immerso. Le sensazioni erano talmente vivide in lui che, appena chiuse gli occhi, le immagini tornarono alla mente, come fossero proiettate su un grande telo scuro.

Si trovava al centro di un lungo rettilineo, che andava sfumandosi lungo la linea di un orizzonte irraggiungibile.
Un manto di nuvole nere ricopriva il cielo, con brevi lampi di luce rossiccia soffocati dall'oscurità. Sembrava dovesse scatenarsi un temporale di proporzioni bibliche. Era nudo, completamente nudo, mentre si muoveva su una lunga distesa di cocci di vetro. Non poteva fermarsi, né tornare indietro, ma solamente continuare a camminare, come se i suoi passi fossero dettati da una forza esterna.
Aveva scorto delle figure ai due lati della strada, con addosso delle lunghe tuniche. Sapeva dentro di sé che un tempo erano bianche e adesso invece erano sporche e macchiate. Avvicinandosi a loro, pur non potendo deviare dal proprio percorso in linea retta, le sentì lamentarsi, quasi bofonchiando. Lanciavano maledizioni rivolte a loro stessi e mai ad altri.
Dopo aver emesso delle stridule grida, le tremanti anime si lanciavano una dopo l'altra dalla strada, finendo inghiottite dalla vorace ombra che correva parallela al rettilineo.
Avrebbe voluto correre via da lì, ma non poteva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma neanche questo gli era concesso.
Veniva spinto in avanti, senza che la sua volontà contasse in alcun modo. Alle sue spalle altre anime, anch'esse con tonache macchiate, si sostituivano alle precedenti, gettandosi urlanti nell'ombra, ancora una volta e per sempre.
Ad ogni suo passo lembi di pelle dei suoi piedi si staccavano, lasciando tracce insanguinate del suo passaggio sulla strada ricoperta di vetri. Il cielo plumbeo e iridescente aveva smesso con le minacce di pioggia passando ai fatti: una pioggia di incandescenti lapilli cominciava a cadere, illuminando come piccole lucine fluorescenti l'aria attorno a lui.
Le gocce infuocate gli provocavano dolorose fitte, come aghi penetranti, dilaniando quel che incontravano nella loro discesa. Minuscole escrescenze rosso fuoco fuoriuscivano a contatto della pelle. Tentava di urlare, senza riuscirci.
Mille microscopici lapilli incandescenti si facevano strada nel suo corpo, fin dentro gli organi, annegandoli nel fuoco. Sarebbe dovuto morire in quegli istanti, eppure continuava a camminare, senza poter interrompere quell'estenuante camminata.
Teneva la bocca spalancata cercando di espellere la sofferenza, ma non emetteva alcun suono.
Soffrire senza poterlo esternare, quale tortura peggiore? Continuava ad avanzare un passo dopo l'altro, su quella strada lastricata di cocci di vetro, sapendo che avrebbe dovuto arrivare fino alla fine...

- Hai intenzione di rimanere ancora per molto seduto su questa panchina? - chiese una voce acuta, dalle note indisponenti.
L'uomo sollevò il capo dalle mani e si voltò nella direzione della voce.
Seduta accanto a lui, una ragazzina lo fissava, masticando una gomma con aria annoiata. I capelli cortissimi ai lati della testa e una cresta colorata sopra, mentre un rossetto di un blu scurissimo faceva da contraltare al colore azzurro chiaro dei suoi occhi. Su una spalla portava un piccolo zaino, pieno di sigle scritte a mano e marchi sconosciuti.
Rimase a guardarla socchiudendo appena le labbra ma senza dire una parola, finché la giovane non riprese a parlare.
- Ah, ho capito, è sempre la solita storia, da quel che mi dicono. Sei nella fase in cui non ricordi nulla e sei traumatizzato da quello che hai appena visto. Dico bene, vecchio? -
Non gli piaceva essere preso in giro, specialmente da una ragazzina che si credeva navigata come una donna esperta e che, oltretutto, non conosceva affatto.
- Non chiamarmi in quel modo, non sono affatto vecchio. Non ti conosco, chi sei? -
La ragazzina sbuffò e distolse lo sguardo scuotendo la testa. I rotondi orecchini di acciaio che portava tintinnarono al suo movimento.
- Non ti scaldare, vecchio. E se ti chiamo così, è perché sei decisamente vecchio, rispetto alla mia età. Sono qui per conto di una tua amica, se così si può dire. -
L'uomo si girò di scatto verso di lei, afferrandola per un braccio.
- Stammi a sentire, ragazzina. Non è proprio giornata per mettersi a scherzare con me. Dimmi subito chi sei e cosa vuoi, sennò ti inizio a prendere a schiaffoni. -
Un sorrisetto sarcastico comparve sulle labbra blu scuro della giovane.
- Ehi, vecchio, prima di tutto mollami! Me lo aveva detto che sarebbe andata così, non posso certo dire di non essere stata preparata... Ma rimani comunque uno zoticone.
Che modo di parlare a una ragazza, non mi stupisce che tu sia finito a fare quello che fai. -
Lo guardò di nuovo con quello sguardo sfrontato, prima di riprendere a parlare.
- Sono qui solamente per portarti un messaggio e nulla più. Non te la prendere con me per quello che ti è successo, non c'entro nulla. -
Estrasse dalla tasca dei pantaloni un fogliettino e glielo porse.
- Mi ha solo detto di riferirti che sei qui per una missione ben precisa e che ti saresti dovuto recare a questo indirizzo il prima possibile. Una volta lì, ti spiegherà tutto. Non farla aspettare, non è una tipa paziente e dovresti saperlo. Ah no, giusto, ora come ora non lo puoi ancora sapere... Ah, prima che me ne dimentichi... -
Mentre l'uomo era impegnato a leggere le poche righe sul bigliettino, la ragazzina lasciò scivolare la spallina dello zainetto dalla spalla. Una volta fatta scorrere la zip che lo teneva chiuso, estrasse un fagotto e glielo poggiò sulla panchina.
- Queste sono un suo regalo. Sapeva che ne avresti avuto bisogno - .
L'uomo prese anche il fagotto e lo svolse.
All'interno, trovò delle scarpe da ginnastica e dei calzini, arrotolati a mo' di palla e inseriti dentro le stesse.
- Quello che dovevo fare l'ho fatto, - disse ancora la ragazzina. - Non mi resta che augurarti in bocca al lupo, vecchio. -
Si alzò dalla panchina e lo salutò con quell'aria annoiata dalla vita, tipica delle adolescenti, prima di andarsene a passo svelto.
L'uomo la guardò allontanarsi fin quando non scomparve alla vista. Rilesse il bigliettino, che riportava una mappa della città.
“Roma... chissà se ci sono stato altre volte prima”, si chiese.
Si infilò i calzini, poi le scarpe. Erano della sua misura e ne rimase sorpreso. Come poteva sapere la donna che lo stava aspettando che misura di scarpe portasse? Si alzò dalla panchina, muovendo i primi passi doloranti.

Arrivò claudicante al luogo dell'appuntamento, un villino in stile liberty circondato da ciliegi in fiore. La palazzina era stata costruita nel primo ventennio del ‘900 ed era stato più volte ristrutturato nel corso del tempo, lasciando pressoché intatte le forme originarie.
Una targa d'ottone indicava che era la sede di un'agenzia di alta moda.
Accanto al nome, Erebo Alta Moda, due simboli; un ramo di melo e una ruota stilizzati.
Premette il campanello accanto al portone, rimanendo in attesa.
Ad aprirgli fu una giovane donna, il cui corpo snello era stretto in un tailleur. I capelli biondi mossi, a caschetto, abbastanza lunghi da coprirle il collo ma senza arrivare alle spalle, mettevano in risalto un viso grazioso, il cui sguardo e i lineamenti dolci erano sottolineati dal trucco sapiente.
L'uomo si rese conto di guardarla con interesse, come se non vedesse una donna da lungo tempo.
- Oh, è lei! Buongiorno! La stavamo aspettando. Prego, mi segua - disse con entusiasmo la donna. Sembrava contenta di incontrarlo.
“Qui tutti sembrano sapere chi io sia, tranne me”, fu il pensiero dell'uomo mentre seguiva la giovane lungo un grande atrio aperto, in cui erano posizionate varie postazioni di lavoro, suddivise tra loro. Al suo passaggio, qualche testa si sollevò incuriosita.
Erano tutti giovani e tutti sembravano dargli l'idea di conoscerlo, ma lui continuava a non poter dire lo stesso di loro. Alcuni lavoravano davanti a delle macchine per cucire, altri invece erano concentrati su delle bozze poste su tavoli retroilluminati.
Una volta nell'ascensore, sentì gli occhi della donna fissi su di lui e ricambiò lo sguardo.
- Oh, mi scusi tanto, sono stata maleducata. Non volevo fissarla. È solo che è la prima volta che la vedo dal vivo e mi fa una certa impressione. Positiva, ovviamente. -
Sorrise ancora, imbarazzata, poi abbassò gli occhi.
L'uomo non disse nulla. In quel momento, la mente era troppo impegnata a capire cosa gli stesse accadendo.
Quando le porte si aprirono, mentre la giovane uscì per prima per fargli strada, l'uomo esitò. Vi era uno specchio a tutta parete. Come fosse la prima volta che lo vedeva, l'uomo si avvicinò, specchiandosi.
Un uomo di un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, con una massa di capelli color sale e pepe arruffati e una barba incolta ancora più folta.
Il corpo era ben piazzato, i muscoli delle braccia davano l'idea di forza e reattività, le gambe sembravano toniche e potenti, ma vi era qualcosa nello sguardo che in quel momento stava osservando che trasmetteva inquietudine. Non avrebbe saputo dire se sembrava più quello di un uomo disperso nel tempo o di un condannato a morte.
- La prego, mi segua. La signora arriverà presto a salutarla - .
La voce della giovane lo riportò alla realtà. Aspettò che la ragazza aprisse la porta scorrevole della stanza e poco dopo si ritrovò ad attraversare la soglia. Le porte dietro di lui si chiusero, lasciandolo solo.
Il luogo dove si trovava non poteva definirsi un ordinario ufficio. Era qualcosa di più.
Un'ampia scrivania di cristallo regnava in mezzo alla stanza. Al di là, una poltrona dall'alto schienale completava il tutto. Da una grande vetrata filtrava potente la luce del giorno ma non il calore, ben contrastato da gradevoli e freschi getti di aria fresca che uscivano dalle grate sul soffitto.
Folte piante ornamentali arricchivano la stanza, conferendo una certa importanza all'ambiente.
Si avvicinò alla grande finestra a tutta parete. Toni caldi di luce si diramavano all'orizzonte, sostando sui tetti della città, come una coperta dorata poggiata su una dea luminosa e affascinante.
Erano troppe le cose che non ricordava e quel senso di incompletezza gli fece girare per un attimo la testa.
Si accomodò sulla grande sedia in pelle e continuò pensoso a osservare il panorama.
- Troppi pensieri fanno comparire le rughe sul volto - .
L'uomo si girò, facendo ruotare la sedia a rotelle.
Una donna gli sorrideva, lanciandogli uno sguardo carico di sensualità. All'uomo, quello sguardo sembrò lo stesso di un predatore in procinto di catturare la preda.
Un corpo snello e flessuoso, sulle cui spalle si posavano fluenti capelli neri come la pece che incorniciavano un viso dai tratti gentili, era ora di fronte a lui. L'attenzione dell'uomo fu richiamata dalle labbra morbide e carnose della donna, invitanti come acqua per un assetato, e dagli occhi color ghiaccio e menta così espressivi che sembravano parlare, comunicando solo pensieri lussuriosi.
Combatté l'impulso iniziale di afferrarla per i fianchi, sbatterla sull'ampia scrivania di cristallo e possederla senza gli inutili fronzoli dettati dalle buone maniere.
Cercò di contenersi. Seppur turbato dal momento, non poteva non pensare al fatto che vi erano questioni ben più urgenti da chiarire.
Mentre formulava questi pensieri, la donna sembrò assentire con la testa, come se avesse intuito e apprezzato la decisione presa dall'uomo.
La donna, con la camminata flessuosa di una gatta, si diresse verso la scrivania.
- Prego, accomodati. Ci diamo subito del tu perché già ci siamo conosciuti, anche se ora non ti ricordi di me. Vedo che sei ancora turbato, ma datti un po' di tempo e ricorderai tutto. Per sveltire la procedura, ti darò un aiuto, come sempre.
Ma prima, pensiamo a rimetterti in sesto. Senza offesa, mio caro, ma sembri appena uscito da un convegno alcolico di barboni alla stazione ferroviaria. Faremo in modo di renderti presentabile, aspettami qui - .
La donna aveva preso a parlare a briglia sciolta, senza un attimo di pausa, come se conoscesse già le richieste dell'uomo e fosse abituata a sentirle. Prima che lui potesse replicare, la vide dirigersi verso l'uscita.
Spazientito dal non essere riuscito a proferire nemmeno una parola, l'uomo si alzò di scatto e l'afferrò per un braccio.
- Stammi a sentire, conchuda. Sto iniziando ad innervosirmi. Visto che hai detto di conoscermi da tanto tempo, saprai sicuramente quel che voglio sapere. Non te ne andrai via da qui senza prima avermi detto come mi chiamo e chi sono. Avanti, parla. -
Quei grandi occhi ghiaccio e menta, così accesi da sembrare brillare di luce propria, divennero ancora più penetranti. Si liberò dalla presa con una certa facilità. Quella donna sembrava essere molto più forte di quanto suggerisse la sua figura graziosamente femminile.
- Tieni le mani al loro posto, tesorino, o temo proprio che potresti vedere un lato di me che non ti piacerebbe. E soprattutto misura le parole, potrebbero essere le tue ultime. -
Il tono di voce della donna era più duro e meno vezzoso di prima. Lo stava fissando con uno sguardo che avrebbe potuto incenerirlo all'istante, seppur le parole che le uscivano dalle labbra fossero gentili.
- Pronunciare il tuo nome e che cosa sei è molto facile, tesorino. Sono le domande che seguiranno dopo che richiederanno tempo e attenzione. E avremo bisogno di più tempo per parlarne. Ma andiamo con ordine - disse la donna.
Fece scorrere le eleganti porte del suo ufficio, voltandosi verso di lui.
- Il tuo nome è Marvin Borman, - gli confidò cordiale, continuando a regalargli quel sorriso tra il malizioso e il diabolico.
- E sei morto molti anni fa - .
Capitolo 2
Chiarimenti





- Morto?! -
Era bastata una sola parola, di poche lettere, per far calare un velo nero sopra gli occhi di Marvin. Era inconcepibile quello che le sue orecchie avevano appena sentito.
- Si, morto è la parola giusta da usare. Preferiresti defunto? Venuto a mancare? - chiese la donna, con un pizzico di sadica ironia. - Esserti risvegliato all'obitorio non è forse un indizio sufficiente per capirlo? -
Marvin continuava ad ondeggiare tra l'atteggiamento di negazione e quello di accettazione per la notizia appena avuta.
- E quando... quando sarei morto? E come?! - , chiese, mentre una silente angoscia saliva su, fino al cervello.
- Sei morto nel febbraio del 1974 - rispose la donna, - ormai dieci anni fa. Non è stata una morte piacevole, se proprio devo dirlo. Qualcuno la potrebbe definire meritata, visto quello che avevi combinato. Qualcun altro non sarebbe d'accordo. Ma se sei qui, è perché le circostanze della tua morte meritavano una vendetta. -
L'uomo si raddrizzò sulla schiena come fosse stato colpito da un fulmine.
- Un momento! Dieci anni fa? Mi stai dicendo che siamo nel... Nel 1984? -
- Si, proprio così. Ma constatare l'ovvio mi annoia, tesorino. Che ne diresti ora di rimanere tranquillo qui, mentre io esco per lavoro? I miei collaboratori ti diranno cosa dovrai fare. Ti affido a loro. -
La prima reazione di Marvin a quelle parole non fu esattamente tranquilla. Pensava fosse tutto un atroce scherzo. Si trovava lì, a migliaia di chilometri di distanza dal suo Paese, mentre una donna mai vista gli diceva che era morto, e resuscitato, e ora si trovava dieci anni avanti nel futuro. Fu davvero troppo per lui.
- Ma cosa dici? Credi di potermi prendere per il culo con queste stronzate? Ora ti faccio vedere io cosa succede a scherzare con me, bugiarda conchuda! - .
La pazienza e la capacità di controllare la rabbia non erano mai state le sue migliori caratteristiche. Si alzò di scatto dalla poltrona, precipitandosi contro la donna. L'avrebbe finalmente costretta a dire la verità, a costo di stringerle il collo.
La donna, senza scomporsi, attese che Marvin le fosse a pochi centimetri. Lo afferrò per il collo e per un braccio. Roteò su sé stessa, sollevandolo come fosse una bambola di pezza e facendolo volare contro il prezioso tavolo. Lo schianto che ne seguì fece tremare tutta la stanza. La lastra di cristallo esplose in mille pezzi. Attimi di innaturale silenzio conclusero quel volo.
Marvin restò sdraiato a terra senza fiato, con i polmoni incapaci di incamerare aria per qualche attimo.
Ondeggiando con voluttà e avvicinandosi all'uomo disteso, la donna lo guardò serena dall'alto.
- Tesorino, questa volta ti perdono perché capisco che ritornare dal regno dei morti non sia proprio una passeggiata. Ma ti avverto: i costi per ricomprare questo magnifico tavolo te li detrarrò dal tuo compenso. E chiamami ancora una volta in quella maniera e ti assicuro che la tua virilità sarà solo un vago ricordo. -
Fece cenno alla ragazza col tailleur, che prima aveva accompagnato l'uomo nella stanza, di avvicinarsi.
La giovane non sembrò troppo sconvolta dello scenario che le si palesò davanti agli occhi. Doveva essere abituata ad assistere a scene fuori dall'ordinario.
- Greta, ascolta. Provvedi a far ripulire il nostro amico qui. Capelli, barba, vestiti e tutto il resto. Sai già cosa fare. Rendilo presentabile, insomma. Accompagnalo nel suo alloggio e dagli qualcosa da mangiare - .
Prima di andarsene, aggiunse anche altro.
- Ah, se poi dovesse avere qualche altra alzata di ingegno come quella di prima, riferiscimelo. Lo rispedirò da dove è venuto.
Ma credo proprio che non avremo problemi in tal senso. Dico bene, caro tesorino? - .
Un grugnito di assenso giunse in risposta.
- Ottimo. Questa è la risposta giusta - disse sarcastica la donna, lasciando Marvin Borman ancora disteso sul pavimento.

Appena rimessosi in piedi, Marvin venne portato in una caotica stanza al piano sotterraneo, piena di mobili e cianfrusaglie inutilizzate, a cui si accedeva da un ingresso indipendente a fianco del portone d'ingresso della palazzina, dove trovò un barbiere ad attenderlo.
Dovette lavorare non poco per rimettere ordine a quella massa di capelli e alla folta barba di Borman. Lo rasò per bene, lasciandogli solamente i baffi.
Marvin commentò stupito.
- E questi cosi che ho in faccia cosa sarebbero? Non ho mica novant'anni. Sfoltiscili un po'. -
Il barbiere scosse la testa.
- Sono desolato, ma mi è stato detto di acconciarli in questo modo. -
E riprese a tagliare senza aggiungere altro.
Giunse il momento della doccia e del cambio d'abito. Indossò un paio di comodi pantaloni di lino color sabbia e una camicia bianca. Ai piedi, eleganti mocassini di marca italiana completarono l'opera.
Quello che la donna aveva definito il suo alloggio, era in pratica una cantina, poco sotto il livello stradale.
Era costituita da una sola, caotica stanza con bagno interno. Le fonti di luce solare erano costituite da finestrelle sottili poste in alto, accanto al soffitto.
Seduto ad un traballante tavolino, Marvin mangiò l'abbondante pranzo che gli fu portato. Dopo che ebbe finito, si sedette su una brandina di fortuna.
Sazio e ripulito, l'uomo si sentì più calmo e disposto alla pacatezza.
“A dire il vero, avrei voglia di soddisfare anche un altro desiderio, ben più piacevole” pensò.
“Sembra un'eternità che non faccio sesso con una donna” rifletté Marvin. “Stai a vedere che forse quella donna dice il vero... Sono morto e ora sono ritornato in vita, dopo tanti anni.”
Si soffermò a pensarci a lungo.
“Ci sarà sicuramente una spiegazione più logica per capire come mai mi sia risvegliato in un obitorio. Forse morte apparente, forse un forte sonnifero che mi ha fatto dormire a lungo. Ma così tanto a lungo, mi pare impossibile.
Che io sia caduto in coma? Eppure chi finisce così inevitabilmente perde peso ed energie. Ed io non solo sono dimagrito per niente, ma mi sento anche forte come prima. E forse di più.”
Sbuffò. Si sentiva nelle mani di quella donna e questo gli dava un senso di claustrofobia. Il fatto di essere stato sequestrato sotto terra alimentava quel senso di oppressione, come se fosse già passato in una situazione simile.
Continuava a non capacitarsi di come quella donna fosse riuscita a metterlo al tappeto.
Allo specchio quasi non si riconobbe: i capelli tagliati per bene, impomatati e tirati all'indietro gli conferivano un aspetto elegante. Quei baffoni stonavano un po' con i tempi attuali, ma non poteva farci niente, almeno per ora.
Allo stesso tempo, l'espressione degli occhi e i tratti del viso comunicavano che, trovandosi un tipo simile di fronte, era meglio non farlo arrabbiare. Senza più quella barba scompigliata, i tratti del viso risaltavano, restituendo la bellezza virile e decisa dell'uomo.
Era un bell'uomo maturo, Marvin Borman, e di questo aveva avuto riprova non solo guardandosi allo specchio, ma anche ricordando le occhiate languide che Greta gli aveva lanciato subito dopo il sapiente ritocco del barbiere.
Si sbottonò la camicia.
Le spalle larghe, i bicipiti definiti e una folta peluria sul petto contribuivano a rendere ancora più massiccia la sua figura.
“E nonostante tutto questo, quella donna terribile mi ha sollevato da terra e fatto schiantare sulla scrivania. Come è stato possibile?”
Sul torace, disseminati qua e là, vi erano dei piccoli tondini, degli squarci sulla pelle ormai richiusi da tempo. Passò la punta delle dita sopra di essi, soffermandosi su ognuno e premendo il dito sopra, quasi a volerli riaprire. Anche queste cicatrici rimanevano per lui un mistero.
Tornò nella stanza. Si sdraiò sulla brandina; era in condizioni terribili, a giudicare dalle molle che spuntavano fuori ma aveva troppo sonno per mettersi a fare problemi. Dopo pochi attimi, era sprofondato in un sonno profondo.
Anche questa volta il suo riposo fu reso amaro da quelli che sembravano essere diventati ricorrenti incubi infernali.

Il suo risveglio fu dolce. Due occhioni nocciola lo stavano contemplando.
- Greta, cosa ci fai qui? - disse, ancora con la bocca impastata dalla lunga dormita.
- Buongiorno, signor Borman - rispose la giovane, posando un vassoio sul piccolo tavolino accanto al letto. Guardando la luce del mattino filtrare dalla finestra in alto, Marvin si rese conto di aver dormito molte ore.
- Questa è la sua colazione. La signora ha pensato che potesse farle piacere iniziare la giornata con qualche dolce. -
- Colazione portata a letto. Come negli alberghi... o nelle prigioni - sibilò l'uomo.
- Credo abbia frainteso, signore. Lei è libero di andarsene in qualsiasi momento. Ma sono piuttosto convinta che non sarà questa la sua scelta. -
- E tu che ne sai di quel che voglio io? Anzi, in generale cosa sai tu di me? Sembri conoscermi piuttosto bene. Dai, dimmi quello che sai... -
Greta sorrise, tenendo le mani giunte in grembo. Rimase in piedi, come a voler mantenere le distanze dall'uomo.
- La signora arriverà a breve. Ritengo che parlare con lei le darà tutte le risposte che cerca. O almeno, quelle che le serviranno. -
Marvin si sedette sul letto, scrutandola e abbozzando un sorrisetto.
- Sei tanto bella quanto tosta. A dire il vero, pensavo fossi solo un bel bocconcino, invece vedo che hai anche altre qualità. Sarei curioso di approfondire la tua conoscenza. -
La ragazza sorrise ancora, ma questa volta Marvin sembrò cogliere un leggero rossore sul viso. Quella ragazza gli faceva ribollire il sangue.
- Ora mangi tutto quello che le ho portato, signor Borman. Appena la signora verrà, la faremo salire nel suo ufficio - si sbrigò a dire la ragazza, accomiatandosi.
Marvin afferrò un cornetto, dando un morso vorace. Avrebbe voluto fare lo stesso con Greta.
“Ogni cosa a suo tempo” pensò.

Accomodatosi sul divano a tre posti dell'ufficio, diede un'occhiata in giro per la stanza. La scrivania di cristallo, o quel che ne rimaneva, era stata già rimossa.
- Mi auguro che questa mattina tu sia più calmo e ragionevole di ieri. Anche se posso comprendere la tua reazione - esordì la donna, entrando nell'ufficio.
Si sedette accanto a lui sul divano, poggiando la borsa tra loro due, e tenendosi sul lato opposto.
- Allora, caro Marvin, chiedimi pure quello che vuoi e io cercherò di rispondere. -
Quella disponibilità, dopo il volo che gli aveva fatto fare il giorno prima sulla scrivania, lo spiazzò.
- Innanzitutto, vorrei sapere con chi sto parlando e perché non ho alcun ricordo precedente a ieri. E queste sono solamente due delle mille domande che ho in serbo per te. -
La donna si sistemò in una posizione più comoda. Alzò lo sguardo e lo fissò con i suoi conturbanti occhi ghiaccio e menta.
- Nel corso del tempo le persone mi hanno chiamata con molti nomi. Se ti aggrada, puoi chiamarmi Odalys. Questo è il nome col quale mi faccio chiamare in questo momento, Odalys Erebo. -
Prese una sigaretta dalla borsa e l'accese.
- Per quanto riguarda la faccenda dei ricordi, non preoccuparti. È un effetto temporaneo che andrà presto via. Ma, per velocizzare il tutto, come ti dicevo, è meglio che sia io a raccontarti alcuni passaggi chiave. Mettiti comodo, penso proprio che il racconto durerà un bel po'. Ma prima... - disse, dirigendosi verso l'interfono.
Premette un bottone, per mettersi in contatto con la segreteria.
- Greta, tesorino, portaci qualcosa da bere e fai in modo che nessuno ci disturbi per alcun motivo. Io e Marvin abbiamo molte cose di cui parlare. -
Un piccolo gracchiare uscì dall'apparecchio, seguito dalla roca voce della giovane donna.
- Certamente, signora. Provvedo subito. -
Nell'attesa, Odalys Erebo rimase pensierosa a fumare, fissando il panorama oltre la grande vetrata.
Quando Greta entrò, Marvin incrociò lo sguardo della ragazza, intenta a posare sul tavolino due calici e la bottiglia di spumante. Ricambiò lo sguardo con sfrontatezza, tanto da farle arrossire le guance: l'imbarazzo in lei era evidente, ma non sembrava dispiacerle.
Dopo aver sbuffato via l'ultimo soffio della sigaretta, Odalys la schiacciò all'interno del posacenere e si rimise a sedere sul divano. Sfilò dal pacchetto un'altra sigaretta e l'accese.
“Di questo passo, quest'ufficio diventerà una camera a gas”. Marvin preferì non rendere noto il suo pensiero. Era venuto lì per delle risposte e, se lo scotto era quello di inalare un bel po' di fumo, beh pazienza.
- Prima di cominciare, devi sapere che verrai a conoscenza di fatti che riterrai assurdi e inverosimili. Quello che ti chiedo, è di dimostrare un livello di pazienza che non rientra nei tuoi parametri e di farmi finire completamente di dire quello che devo. Me lo prometti, Marvin? -
Il tono era conciliante, quasi amichevole, così tanto che l'uomo non poté far altro che assentire.
- Molto bene, Marvin. Ti racconterò per sommi capi quello che eri prima che accadesse una determinata svolta nella tua vita. Sarò breve perché, te lo ripeto, presto la memoria ti ritornerà.
Ma alcuni avvenimenti, specialmente quelli che riguardano l'occasione in cui ci siamo conosciuti, è bene che sia io a raccontarteli perché potresti avere ancora le idee poco chiare. -
- Prima di iniziare, vorrei chiederti alcune cose. Ti dispiace, Odalys? - .
Poiché lo stava trattando con i guanti, a Marvin sembrò giusto ricambiare con lo stesso atteggiamento.
Odalys assentì.
- Questa palazzina in cui mi trovo sembra essere una ditta di abbigliamento, o qualcosa di simile. Eppure avete alcune stanze nel seminterrato per ospitare le persone e vi comportate come se dietro ci fosse ben altro. È una copertura, dico bene? -
- Certo che lo è, ma allo stesso tempo non lo è. E chiamarla ditta di abbigliamento è come definire una splendida Ferrari un semplice mezzo di locomozione... - rispose lei con una punta di sdegno, continuando a fumare.
- Questa in cui ti trovi è la mia casa di moda, la Erebo Alta Moda. Devi sapere che io sono sempre stata una grande appassionata di moda e gli abiti che disegniamo, per la maggior parte, provengono dalla mia fantasia.
Ho sempre desiderato esercitare questa professione, ma purtroppo il primo lavoro che mi hanno affidato mi ha sempre portato via tempo ed energie.
Ma da quando ho avuto l'idea giusta per farli entrambi, questa fantasia del creare moda è finalmente divenuta realtà. La casa di moda Erebo è famosa qui a Roma e in tutta Italia per la qualità delle creazioni e dei tessuti utilizzati e di questo ne vado fiera, - disse con orgoglio la donna.
Un'espressione interrogativa si formò sul volto di Marvin.
- Quale sarebbe questo primo lavoro che ti sarebbe stato affidato? Ma soprattutto, perché ho delle cicatrici sul petto? Me lo sapresti spiegare? -
- Vedi, ci sono alcune cose che preferirei spiegarti dopo averti raccontato come ci siamo conosciuti la prima volta. Se ti rispondessi ora, sono certa che non mi prenderesti sul serio. Preferirei rimandare la spiegazione a dopo. -
L'uomo assentì dubbioso.
- Visto che non mi vuoi ancora rispondere, dimmi almeno chi era la ragazzina con cui ho parlato ieri al parco. Sembrava sapesse molte cose su di me. -
- Lei, come le altre persone che hai visto entrando nella mia palazzina, fa parte della schiera di collaboratori preziosi che ho avuto modo di reclutare nel corso del tempo. -
Odalys era ormai arrivata a metà sigaretta.
- Tutte le cose che sapeva, gliele avevo dette io prima, per poterla preparare al vostro incontro. Non sapeva ancora che tipo di caratteraccio avessi, per questo ho preferito fare in modo che fosse conscia di che tipo di uomo avrebbe trovato. -
- E che tipo di uomo sarei? -
- Uno di quelli che agisce prima di pensare, di quelli che sono nati per combattere in un'arena piuttosto che stare dietro una scrivania. Un bifolco utile, in poche parole. Ecco, questo è il tipo di uomo che sei. -
- Insomma, mi stai dicendo che sono un uomo con un brutto caratteraccio. Oltre che un bifolco, seppur utile... -
Lei sorrise maliarda, soffiandogli addosso gli ultimi sbuffi della sigaretta.
- E anche con una certa propensione alla violenza. Vuoi forse farmi credere che non sia cosi? Il tavolo di cristallo che ieri era lì, - disse indicando lo spazio vuoto davanti alla poltrona - se potesse parlare, confermerebbe le mie parole. -
- E vuoi darmi torto? Mi ero appena sentito dire che ero morto! Tu come avresti reagito? E comunque mi sembra che tu ti sia vendicata per bene... -
- In effetti... - assentì lei, accennando ad una risatina. - Ma era decisamente meritato, visti gli insulti ricevuti. Hai proprio un linguaggio sporco, dovresti darti una ripulita... Anche in quello. -
Marvin fece spallucce. Si alzò e andò al tavolino. Riempì i due calici e ne porse uno alla donna.
- Ascoltami, Odalys. Se, come dici tu, sono morto dieci anni fa, allora ti sono grato per avermi concesso il privilegio di tornare in vita. Però... Ci sono tanti uomini che muoiono nel mondo ogni giorno e tanti altri che moriranno, ma continuo a non capire perché tu abbia scelto proprio me. -
- Perché avevo bisogno di un uomo come te, per quello che intendo fare. -
- E cosa dovrei fare? - domandò. - E soprattutto, perché dai per scontato che lo farò? -
- Dovrai fare quello che ti dirò di fare, per rispondere alla prima domanda.
Per quanto riguarda la seconda, la risposta è che me lo devi, perché non hai alternative. A meno che tu non voglia tornare in quel luogo di tormenti che hai scambiato solo come frutto di un brutto sogno. -
Marvin rimase sorpreso.
- Come fai a saperlo? -
Non aveva fatto il minimo accenno a quello che lui riteneva un incubo spaventoso, che era anche l'unico ricordo che lo aveva accompagnato sin dal risveglio.
- Tesorino, perché io sono venuta fin lì a cercarti. E a reclutarti. -
- Non ci sto capendo più niente - ammise Borman.
- Questo succede perché ti ostini a fare tante domande senza prima sentire il racconto nella sua interezza. Direi che è proprio ora di raccontarti tutto, dall'inizio. E ora taci, per il tuo bene. -
Marvin Borman ubbidì, questa volta.
Odalys cominciò a raccontare, con la sua voce morbida e decisa.
- Tutto ebbe inizio con il golpe in Cile nel settembre del 1973... -
Capitolo 3
Sai volare?






Tutto ebbe inizio con il golpe in Cile nel settembre del 1973, quando Augusto Pinochet diede vita alla ribellione contro il presidente dell'epoca, Salvador Allende. Tramite il colpo di Stato, Pinochet riuscì a salire al potere come dittatore e governò sin da subito con pugno di ferro, attuando una feroce repressione di tutte le forze politiche a lui contrarie.
La dittatura militare di cui era a capo si rese responsabile dell'arresto e dell'uccisione di moltissimi cittadini cileni e stranieri, ritenuti nemici dello Stato.
Si parlò di centinaia di migliaia di internati, esiliati, arrestati e sottoposto a torture e uccisioni.
Moltissimi degli arrestati in realtà non erano assolutamente coinvolti in alcun tipo di lotta politica, ma vennero coinvolti loro malgrado nella repressione iniziale tipica dei primi momenti in cui le dittature si palesano.
Tra coloro che caddero nella rete della dittatura ci fu anche Marvin Borman.
Sospettato di essere dalla parte di coloro che si opponevano al regime di Pinochet, e aggravata anche per via delle sue non lontane discendenze germaniche, la sua posizione risultò subito critica.
All'alba del 30 gennaio 1974, alcuni soldati fecero irruzione in casa sua a Valparaiso, prelevando lui e sua moglie e portandoli in un luogo sconosciuto. Separati in due stanze attigue, senza possibilità di vedersi e confortarsi, i coniugi Borman furono sottoposti a interrogatori piuttosto cruenti.
In special modo a Marvin gli si imputavano i seguenti capi di accusa: atti di terrorismo compiuti contro lo Stato cileno, con l'aggravante di far parte di un gruppo armato organizzato e contrario all'autoproclamatosi Presidente del Cile.
In pratica, Marvin Borman era stato individuato come facente parte dei ribelli che, con l'uso di armi ed esplosivi, aveva dato avvio alla lotta armata.
Tutto ciò fu negato da Borman con tutte le sue forze.
Pur essendo tutto vero.

Tempo prima, infatti, era stato avvicinato da alcuni uomini impegnati nella lotta politica e armata contro Pinochet.
Aveva partecipato anche ad attentati contro i soldati e le istituzioni cilene, colpevoli a loro dire di essere gli esecutori materiali delle violenze perpetrate dal dittatore.
Le accuse che gli venivano rivolte erano dunque vere e non era certo la prima volta che Marvin Borman si era reso colpevole di atti di violenza.
Ben prima che Pinochet spodestasse Allende, Marvin era impiegato spesso in alcuni lavoretti poco chiari per conto di un malavitoso locale.
Grazie alla sua inclinazione alla violenza e al suo fisico robusto e massiccio, Borman si fece strada in poco tempo nel malaffare, ritagliandosi un ruolo di tutto rispetto come braccio destro, violento e deciso, del boss malavitoso.
Tra i suoi molteplici atti criminali, Borman era particolarmente portato per le intimidazioni e le esecuzioni, che tendeva a compiere senza troppi rimorsi, con le armi e a volte anche a mani nude.
Era forse lui stesso vittima inconsapevole della sua indole violenta, che raramente si nascondeva, palesandosi con esplosioni di ferocia e con atti estremi nei confronti di coloro che gli si opponevano.
Nelle strade e nei locali di bassa lega della città, si vociferava che quell'uomo avesse rapito e ucciso un centinaio circa di persone, quasi tutti facenti parte di bande rivali che nel corso degli anni avevano avuto la pessima idea di opporsi al suo boss.
Non uno stinco di santo dunque, direbbe qualcuno parlando di Marvin Borman, il cui nome divenne ben presto conosciuto oltre i confini di Valparaiso, tanto da attirare l'interesse di alcuni militanti politici di estreme vedute.
Poco tempo dopo la cruenta salita al potere di Pinochet, davanti a Marvin si palesarono alcuni esponenti di tale gruppo armato che lo convinsero ad unirsi alla lotta, grazie a numerose lusinghe, ma soprattutto al denaro.
La moglie, una bella ragazza mora che portava un nome importante, Aquileia, seppur estranea ai fatti ma consapevole del lato oscuro del marito, era comunque rimasta al suo fianco, tentando di convincerlo a lasciar perdere la strada del crimine e a correggere la propria rotta. Senza successo, bisogna aggiungere.
Dunque, dopo esser stato reclutato anche come combattente di stampo politico, Borman si rese subito protagonista, sfogando la sua violenza contro i nuovi obiettivi che gli erano stati prefissati: soldati e collaborazionisti del neo dittatore cileno. Con ottimi risultati, tanto da riuscire a intimidire, ferire, storpiare e perfino uccidere molti soldati.
Per questo motivo, e per i suoi precedenti, non fu difficile per le forze dell'ordine risalire a lui e arrivare ad arrestarlo, assieme alla moglie, in quella fredda alba di gennaio.

Marvin, al momento dell'arresto, non fece la resistenza che ci si sarebbe aspettati.
La storia è sempre la stessa: quando si ha la coscienza sporca, si sa che prima o poi arriverà la resa dei conti e ci si prepara mentalmente a quel momento. Al contrario, chi sa di non aver fatto nulla di cui vergognarsi, ha la tendenza a perdere la testa non appena si rende conto di essere vittima di ingiustizie. Aquileia, infatti, reagì piuttosto male, urlando e spintonando gli uomini che erano venuti per arrestarli, ma nulla che un paio di schiaffoni ben assestati da parte dei soldati non rimettessero a posto in pochi attimi.
Furono entrambi legati, bendati e caricati su un furgone, che arrestò la marcia dopo circa un'ora di viaggio. Furono fatti scendere, ancora bendati, e spinti a entrare dentro un ampio magazzino, suddiviso in tante piccole stanze.
Qui, seduti alla fioca luce di una lampadina, con un solo tavolo accanto e circondati da muri pieni di muffa e umidità, furono sbendati e tenuti legati alla sedia. Prigionieri in due stanze differenti, i coniugi Borman furono sottoposti a lunghi interrogatori, dove si sprecarono insulti, offese, schiaffoni e minacce.
L'obiettivo dei militari era quello di risalire ai capi del movimento dei ribelli, per stanarli e infine tagliare la testa al movimento reazionario. Se poi, a cadere, fossero stati anche le teste dei capi, letteralmente, nessuno avrebbe avuto niente di cui rammaricarsi.
L'ordine arrivava dallo stesso Pinochet, che riteneva necessaria “una reazione severa e decisa” da parte dello Stato nei confronti di “coloro che si opponevano alla crescita e al cambiamento del Paese”.
Per questo motivo, i soldati ci andarono giù pesanti, visti i trascorsi di Borman, ma non riuscirono ad ottenere alcuna informazione.
- Lasciate andare mia moglie... lei non sa nulla... non c'entra... -
Furono parole inutili, le sue, perché una volta dentro la morsa della longa manu di Pinochet, nessuno poteva tornare indietro.
La faccia di Marvin era già bella gonfia e piena di ecchimosi, quando arrivò l'esperto in torture interpellato dai soldati, ormai disillusi circa la possibilità di far parlare il ribelle.
La figura, che si stagliava sulla piccola porticina che dava accesso ad una delle tante stanze usate per gli interrogatori, si presentò con parole gentili e tono distaccato al malcapitato.
- Signor Borman, permetta che mi presenti. Mi chiamo Ruben Alcàzar e sono venuto qui per fare due chiacchiere con lei. Augurandoci che sia più lei a parlare che io ad ascoltare. -
Poggiò la gonfia borsa da dottore che si portava sempre appresso e si sedette, piazzandosi di fronte al prigioniero che lo fissava, lo sguardo mezzo inebetito dalle botte prese.
Ruben Alcazàr veniva chiamato nell'ambiente “il Marionettista”. Quello che a prima vista poteva sembrare un buffo soprannome, di buffo non aveva proprio niente. Era la diretta conseguenza di tutto quello che l'uomo era in grado di fare nel suo particolare lavoro: dopo esser passati per le sue mani, i prigionieri erano sovente talmente devastati dal punto di vista psicologico e fisico da dire e fare qualsiasi cosa, esattamente come fossero marionette nelle sue mani.
- Mi creda, sono sincero quando le dico che mi rincresce che persone come lei debbano essere trattate in questa maniera disumana - riprese a parlare Alcazàr, col tono annoiato di chi sta discorrendo con un cliente di comuni beghe amministrative.
- D'altronde, lei stesso ne converrà con me, che se lei e gli altri suoi compagni vi foste comportati seguendo le leggi di questo Stato, nulla di tutto ciò si sarebbe verificato. -
Le parole uscirono a fatica dalla bocca tumefatta di Borman.
- Parli di leggi da seguire, cabron... E che dici del golpe portato avanti da un dittatore sanguinario? -
Alcazàr non fece caso alla provocazione lanciata dal prigioniero e avvicinò la borsa alla sedia.
- Mi auguro che decida di collaborare senza farmi perdere del tempo, che come saprà è prezioso. Specie per chi ha il compito di far parlare più nemici dello Stato possibili. -
Aprì la borsa ed estrasse alcuni strumenti in acciaio, disponendoli sul tavolo.
Seppur con la vista offuscata, Marvin ne riconobbe alcuni, poiché erano i classici utensili che si utilizzavano in casa o nei laboratori: pinze, martello, cacciaviti. Solo successivamente, quando Alcazàr riprese a parlare, fu estratto dalla borsa l'ultimo strumento utile a sciogliere la lingua di qualsiasi prigioniero.
Ma prima utilizzò con Marvin tutti i terrificanti arnesi che erano poggiati sul tavolo.

- Signor Borman, si sforzi di ricordare tutti i nomi di quelli che guidano il suo gruppo. Lo faccia per il suo bene e per quello di sua moglie. È di fondamentale importanza per il bene del Cile che lei fornisca quei nomi. -
Alcazàr continuava a torturarlo, usando quegli arnesi sul corpo del prigioniero con la stessa forza che avrebbe utilizzato un carrozziere per sistemare una lamiera contorta. Specialmente il martello, fatto calare anche sulle ginocchia di Borman, causò dolore e fratture su tutto il resto del corpo.
- Maledetto... bastardo... - furono le uniche parole che Marvin riuscì a ripetere, più volte, durante tutto l'arco di quello che, con un eufemismo raccapricciante, poteva essere definito un interrogatorio. Si sentiva letteralmente bruciare, un po' per l'effetto dei numerosi tagli e fratture che quel sadico gli aveva procurato, un po' per la tensione e lo sfinimento causato da quelle interminabili torture. Tra le altre, infatti, Borman non veniva mai lasciato dormire per più di quindici minuti.
La privazione del sonno è una delle tecniche più comuni ed efficaci usate dagli uomini per spezzare altri uomini.
Senza sonno, l'essere umano percepisce una sensazione molto simile all'ubriacatura; i riflessi, le parole, persino i pensieri sono rallentati e resi zoppi. Anche la memoria a breve termine ne risente, così come l'autocontrollo emozionale diventa pressoché impossibile da esercitare su sé stessi. In pratica, si diventa nevrotici e smemorati, e la sensazione di spaesamento che ne consegue indebolisce ancora di più l'animo di chi la subisce.
A lungo andare, la privazione dei momenti di riposo genera gravi danni al cervello, ma nel caso di Borman e di tutti gli altri prigionieri questo era davvero l'ultimo dei problemi. Nessuno di essi, infatti, sarebbe mai stato graziato o sopravvissuto per poter verificare i danni subiti sul lungo periodo.
- Lei non collabora, signor Borman, e perciò mi costringe ad usare le maniere forti che mai e poi mai avrei voluto usare. -
Alcazàr mentiva spudoratamente.
Quello che lui stesso definiva come un lavoro altro non era che un modo di esercitare la sua innata inclinazione sadica verso altri esseri umani.
Come Borman dava sfogo alla sua violenza, così Alcazàr deliziava sé stesso e la sua sete di sadismo provocando dolore, fisico e mentale, alle proprie vittime.
Se da bambino la valvola di sfogo era catturare cuccioli di gatti e cani per strada e torturarli fino a spingerli alla morte, da adulto quella vena sadica era stata ufficialmente trasformata in un'azione utile alla causa comune.
Affondò la mano all'interno della grande borsa nera ed estrasse un trapano. Una volta attaccato alla presa, Alcazàr rimirò il trapano nelle proprie mani.
Persino il soldato, abituato a quegli interrogatori, dopo aver assistito alle torture effettuate su Borman ed esserne rimasto intimamente sconvolto, ebbe un sussulto nell'immaginare i possibili usi di quell'attrezzo.
Con studiata lentezza, Alcazàr si alzò, poggiando la mano sul polso sinistro di Borman, bloccato dalle corde.
- Ora, affinché lei capisca che non possiamo più scherzare né perdere tempo, le darò una dimostrazione della mia pervicacia nel cercare di arrivare all'obiettivo richiestomi, vale a dire estrarre informazioni di cui lei è in possesso. -
Detto questo, premette il grilletto del trapano e posizionò la punta che girava vorticosamente di fronte agli occhi del prigioniero. Il ronzio del trapano fece sussultare impercettibilmente Borman. Un'ulteriore tortura psicologica, non l'ultima.
Alcazàr diresse la punta di acciaio verso il dorso della mano del prigioniero e l'affondò.
Marvin gridò.
Emanuele Giustiniani
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