Writer Officina
Autore: Stefania de Girolamo
Titolo: Insieme ce la faremo
Genere Narrativa
Lettori 4363 59 90
Insieme ce la faremo
La guerra è una e una soltanto, e si ripete, sempre uguale, nei libri di storia.
Nomi, date, battaglie, schieramenti, alleanze, clave, bastoni, frecce, spade, fucili, pistole, cannoni, bombe, bombe a mano, bombe sempre più devastanti, bombe chimiche, bombe H, bombe intelligenti.
Chi vince e chi perde.
Ma la stessa guerra ne contiene in sé milioni, ognuna diversa dalle altre, una guerra per ogni uomo, donna o bambino che l'ha vissuta, patita, subita, dalla quale è stato violato, schiacciato, umiliato, mortificato, ucciso nel corpo e ancor peggio nell'anima.
Ognuna col suo pesante macigno da portarsi dietro per il resto della vita.
La guerra non è dei nomi scritti sui libri di storia.
La guerra è della gente.
Di chi l'ha vissuta al fronte.
Di chi ha sganciato le bombe.
Di chi ha fucilato il prossimo.
Di chi è stato passato per le armi, per essersi rifiutato di fucilare il prossimo.
Di chi ha aiutato il vicino di casa.
Di chi, alla fine del bombardamento è corso a scavare nelle macerie per trarre in salvo un essere umano. Di chi ha scavato nelle macerie per trarne fuori i cadaveri.
Di chi, pur non essendo soldato, ha scelto comunque di sparare e la sua vita è finita lì, nel ricordo, nel rimorso, nella sorpresa, forse, che non è poi così facile uccidere.
La guerra è degli uomini che per difendere la patria non hanno potuto difendere le proprie famiglie.
La guerra è delle donne che tutto hanno saputo fare.
La guerra è delle madri che hanno perso i loro figli al fronte.
È delle madri che nel più grande gesto d'amore, si sono lasciate derubare dei loro bambini, solo per la promessa che avrebbero avuto da mangiare.
La guerra è di chi in trincea sopravvive, di chi in trincea muore, di chi in trincea uccide, che poi non è tanto diverso.
La guerra è dei bambini.
Per tanti, inverosimilmente tanti, la guerra è la fame, niente paura, niente sogni, niente giochi, niente da piangere o rimpiangere: anche a distanza di settanta, ottant'anni, a chieder loro della guerra parlano della fame, soltanto della fame.
E per la gente la guerra è sempre uguale, non cambia, non diventa mai intelligente, perché le armi intelligenti uccidono allo stesso modo, e il prezzo viene pagato da loro, sempre da loro, dalle persone.
Scesero con poco, risalirono con nulla.
Giovanni aveva deciso.
Nanda aveva paura.
Troppi i pericoli che avrebbero incontrato sul cammino, sarebbero stati soli, a piedi, i gemelli erano ancora piccoli.
Si narrava che le valli e i monti nascondessero i nemici, che i boschi celassero gli amici, la tensione era tanta, armati tutti.
Come potevano fare un simile viaggio, da soli?
Ma Giovanni aveva deciso, cosa poteva esserci di peggio di quello vissuto fino a quel momento?
Si misero in cammino la mattina, pochi stracci indossati uno sull'altro, niente mulo coi materassi, qualche stoviglia, le due pentole di rame erano state donate alla Patria bisognosa, insieme alle cancellate e agli atri metalli dei cittadini.
Ersilia e Paolo muti e spaesati più che mai.
I gemelli ancora piccoli davano una certa aria di normalità alla famiglia che sembrava passeggiare e non scappare.
Macinarono i metri lentamente.
Attraversarono una città distrutta esattamente come lo era il quartiere dove avevano abitato quei pochi anni.
Rimasero persino sorpresi da tanta devastazione.
Gli spostamenti da un quartiere all'altro non erano certo frequenti, e la loro guerra si era svolta tutta lì, fra quelle case e palazzi che avevano imparato a conoscere; il marciapiede dove stazionava Giovanni con il suo sgabello da lustrascarpe, il porto, la scuola, l'Abbazia, il bottegaio, il trippaio, la galleria.
Ai loro occhi sembrava che la guerra e i danni da essa provocati, fossero di una portata già gigantesca, per quello che avevano potuto e dovuto vedere nel loro quartiere; quasi erano convinti che si fosse svolta tutta lì.
Camminavano con gli occhi sbarrati, pensando o sperando di girare un angolo e trovare la fine di quella devastazione.
Ma non c'era una fine.
Attraversarono strade vie e vicoli fino a giungere alla piazza, quella stessa piazza dove avevano visto gente allegra, lanciare monetine in una vasca; la vasca c'era, la piazza parve stranamente intatta, ma lungo tutta la strada percorsa prima di arrivarci, i bei palazzi storici, le abitazioni, i monumenti: tutto era distrutto, a ogni angolo transenne e macerie polverose, talvolta macchiate del sangue delle vittime, macerie in ogni strada, improvvisate impalcature a sostenere le mura rimaste in piedi.
Un muro lungo diversi metri si innalzava verso l'alto, via via divenendo sempre più piccolo, sembrava una piramide; in cima un mattone, che pareva ridersela ed essere più credibilmente attaccato ad un filo legato al cielo, che ancora appoggiato a quelli sottostanti.
Era un mondo intero ad essere stato distrutto, non solo il loro quartiere.
Nonostante le notizie sui bombardamenti negli altri rioni cittadini arrivassero, nonostante le cronache dei giornali dessero notizie su quali case, quali palazzi, quali monumenti venivano distrutti a ogni bombardamento, navale o aereo, da parte di quello o quell'altro nemico, amico, chi lo poteva sapere.
Nonostante ne avessero avuto personale esperienza, non avevano saputo immaginare una cosa simile, una devastazione così immane.
Giovanni sentiva in sé un'unica certezza o, forse, speranza.
La campagna.
Il casolare.
Il paese sarebbe stato l'ultima possibilità di salvezza da quell'inferno.
Gli sfollati, privilegiati, erano tutti andati a cercare rifugio in campagna, loro no, troppo poveri. Paradosso estremo della guerra che trasforma l'abbandono delle proprie case in una sorta di lusso per pochi.
Loro adesso non avevano altra scelta. Male per male era doveroso fare un tentativo, l'ultimo.
Sì, dovevano solo restare uniti e ce l'avrebbero fatta.
Arrivarono alla sera sul lungofiume, il sole stava per calare, così il coprifuoco.
Trovarono rifugio per la notte in un vecchio capanno abbandonato. Si divisero quel poco cibo a disposizione, e subito dopo i bambini caddero addormentati.
Giovanni e Nanda stettero ancora un po' svegli, senza riuscire a parlarsi, ammutoliti dalla paura e dalla speranza, l'ultima.
In lontananza le sirene.
Furono svegliati a notte fonda dal devastante frastuono degli aerei che vomitavano sulla città distrutta, altra distruzione, ogni tanto qualche lampo di luce filtrava dalle fessure fra le assi del capanno.
Niente galleria stavolta.
Niente chiacchiere, niente giochi con i compagni.
I bambini si svegliarono.
Tutti e sei rimasero seduti ad ascoltare, ad attendere che il suono della devastazione diventasse assordante così come lo conoscevano, ma rimase in lontananza, piano piano si affievolì fino a smettere del tutto.
Erano lontani, lontano dal centro cittadino, lontani da quel porto martoriato per anni.
Si stupirono di quella lontananza così sconosciuta.
Quasi erano spaventati da quello che parve più solitudine che salvezza. Spaventati da qualcosa di sconosciuto. Abituati come erano al suono delle sirene prima delle incursioni, alla galleria, la loro galleria e di tutto il quartiere in cui vivevano, abituati al conforto della vicinanza di tanta altra gente, altre mamme, altri uomini, anziani, bambini, chiusi soli in quel capanno si sentirono più sperduti e meno protetti.
Il silenzio quasi inquietante lì intorno, il tranquillo e indifferente scorrere dell'acqua del fiume, e i suoni lontani del bombardamento li spaventarono come mai era accaduto in quegli anni.
Rimasero ancora svegli per qualche ora in attesa del frastuono conosciuto, quasi come se fosse stato l'unico momento dopo il quale avrebbero potuto dirsi:
“Ecco, ora è finita, ora siamo salvi, anche questa volta”.
Ma caddero addormentati con quel vuoto dentro gli animi.
La mattina presto furono svegliati da Giovanni che aveva portato una bella e ricca porzione di fichi per tutti e anche un pezzo di pane: aveva barattato uno dei pezzi migliori fra i suoi arnesi da calzolaio, con abb ...




Stefania de Girolamo
Votazione per
WriterGoldOfficina
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Autori di Writer Officina

Stefania de Girolamo
Sono una casalinga per scelta che ha deciso di dedicarsi alla famiglia, ai figli innanzi tutto, in seguito ai genitori che nel tempo sono divenuti anziani fino a lasciarci e alla mia casa di campagna nell'entroterra di Genova, dove coltivo un piccolo orto e allevo qualche animale: cane, gatto, galline e papere. La vita all'aria aperta e il contatto così ravvicinato, continuo con le persone care mi hanno aiutato a crescere e trovare soddisfazione nelle cose solo apparentemente più semplici, ma che in realtà sono le uniche in grado di arricchire realmente l'essere umano. Nel mio tempo libero passeggio in mezzo alla natura solitaria, distante da paesi o strade, trovando infiniti spunti di riflessione e di ispirazione per i miei scritti. In inverno leggo vicino alla stufa a legna accesa.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Stefania: Quando ho conosciuto Hemingway. Avevo undici anni, entrai in una biblioteca e - Isole nella corrente - in qualche modo mi chiamò. Da quel momento lessi quasi tutto di questo autore, passando poi a Fitzgerald, Joyce, poi l'Ottocento francese, il russo. Solo ora mi sono imposta di leggere qualche contemporaneo, perché deve pur esserci un grande autore anche nella nostra epoca e lo cerco fra gli emergenti.

Writer OfficinaWriter Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Stefania: Avevo circa dieci anni quando al termine di uno dei primi romanzi che lessi decisi che ne avrei scritto uno, cercando di far vivere al lettore delle emozioni così come quel romanzo le fece vivere a me. Il libro che avevo letto era - Le avventure di Tom Sawyer - e quello che scrissi andò gettato nella spazzatura perché mi fu cassato da mia sorella.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Stefania: Confesso che dopo aver terminato di scrivere il primo romanzo non mi è passato proprio per la testa di proporlo a una casa editrice, ho pubblicato in self; il secondo invece era già pronto e non so nemmeno perché decisi di prendermi tempo due mesi e proporlo a qualche editore, lo inviai a quattro indirizzi, mi risposero chiedendo un contributo alla pubblicazione, tranne una casa editrice pugliese che pubblicò il mio secondo romanzo, facendosi anche carico di un notevole lavoro di promozione. Una sorta di sogno realizzato: una casa editrice che crede fortemente nel tuo lavoro. Una bella soddisfazione.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Stefania: Assolutamente sì. Non solo, credo sia ottimo anche per autori già noti, il lavoro che viene fatto è serio e professionale e purtroppo le case editrici hanno alcuni - difetti - che spingono sia lettori che scrittori verso questa soluzione.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Stefania: - Stupro- La ragazza sporca - mi ha dato molto, ma quello cui sono maggiormente affezionata è - Insieme ce la faremo - , oltre a contenere il racconto di alcuni eventi realmente accaduti durante l'ultima guerra, mi appartiene certamente di più.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Stefania: Domanda difficile. In realtà i miei romanzi nascono da un finale e su quello poi costruisco la storia, che ho ben chiara in testa, ma ovviamente non riesco a scrivere alla stessa velocità di come penso, per cui certo, uno schema iniziale ci vuole con almeno quattro passaggi ben precisi, fatto questo vado a ruota libera. Spesso però prima di iniziare a scrivere passo mesi a documentarmi sull'argomento, prendendo molti appunti che rimangono per me più preziosi dei romanzi stessi e che utilizzo poi anche nelle presentazioni.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Stefania: In questo momento mi sto dedicando alla correzione del prossimo romanzo che uscirà indicativamente a Dicembre o Gennaio: il primo parlava di guerra, il secondo di violenza sulle donne, quest'ultimo tratta un altro argomento delicato e difficile da affrontare: le foibe, ma ancora una volta la condizione femminile. Quello che invece sto scrivendo ora è di tutt'altro genere ancora, ma il filo portante è sempre quello: le reazioni dell'essere umano in determinati contesti storici o sociali.
Tutti i miei Libri
Profilo Facebook
Contatto
 
1768 visualizzazioni