Writer Officina
Autore: Paula J. Fleming
Titolo: Le figlie di Lilith
Genere Horror
Lettori 1654 7 11
Le figlie di Lilith
Prima di mettersi in viaggio per Blackstone Grove, Kaylie decise di fare un salto al vecchio archivio della Centrale di Rentville. Quando il dipartimento aveva cambiato sede nel Duemilacinque, tutti i faldoni e le scatole con le prove dei vecchi casi erano stati spostati in un'ala del Municipio, abbastanza spaziosa da accogliere tutto il materiale e lasciare libero il nuovo archivio. Era lì che Kaylie si diresse. A differenza delle altre aree dell'edificio, sempre arieggiate e scaldate dalla luce del sole, l'archivio era un luogo buio e polveroso, lo spazio quasi del tutto occupato da file di librerie alte fino al soffitto. L'aria odorava di muffa e carta umida.
Ad accoglierla all'ingresso c'era l'agente Benjamin Horan. Prossimo alla pensione, il corpo appesantito dall'età, l'uomo sedeva dietro una scrivania con il giornale aperto davanti a sé. Era ancora concentrato nella lettura quando Kaylie gli si avvicinò.
«Buongiorno Ben.» lo salutò in tono cordiale. «Come andiamo?»
L'uomo la guardò da dietro le lenti da miope dei suoi occhiali e sorrise. «Agente Marshall!» esclamò, mettendo via il giornale. «È davvero un piacere vederla di nuovo in azione. Il capitano Barnes mi ha detto della sua reintegrazione.»
«Già, una vera fortuna eh?» replicò Kaylie.
«Beh, dipende dai punti di vista.» rispose Horan dubbioso. «Quella storia della ragazza scomparsa...Sarà una bella rogna trovarla, vero?»
«In realtà penso di avere una pista.» confessò Kaylie, che non riuscì a trattenere un sorriso. «Devo solo controllare alcune cose.»
Horan le puntò l'indice addosso, l'occhio strizzato in un'espressione complice. «Marshall, lei è un vero segugio.» Si alzò in piedi e fece il gi-ro della scrivania, portandosi accanto a lei. «Allora, cosa le serve?»
«Abbiamo qualcosa su Blackstone Grove?» domandò Kaylie. «Ri-cordo che ci fossero dei vecchi fascicoli su alcune indagini, ma forse mi sbaglio...»
«Parla di quella banda di scoppiati?» fece Horan con una smorfia. «No, non si sbaglia. Per di qua.»
L'uomo la scortò lungo il corridoio centrale, poi a sinistra, attraverso un labirinto di cunicoli costeggiati da scaffali ingombri. Avevano quasi raggiunto il lato ovest della stanza, quando Horan si fermò. «Trova tutto lì.» disse il poliziotto, indicando la parte finale del corridoio. «Faccia solo attenzione ai topi. Il guardiano del municipio insiste nel dire che non ci sono, ma io li ho sentiti e dal chiasso che fanno devono essere belli grossi.»
«Beh, grazie...» rispose Kaylie, per nulla entusiasta all'idea di imbat-tersi in uno di quegli animali. Dopo un momento mise da parte il ribrezzo e si incamminò lungo il corridoio. Giunta in fondo si fermò, osservando le targhette che contrassegnavano gli scaffali di metallo. Si trovava nel settore che andava dai primi anni Settanta alla metà degli anni Ottanta. La documentazione su Blackstone Grove si trovava quasi all'estremità della libreria, prima dell'inizio di un altro corridoio, ed era molto esigua: solo sei fascicoli, stipati dentro uno scatolone ammuffito.
Kaylie lo tirò giù con molta attenzione e lo posò sul pavimento. L'o-dore della polvere la fece tossire.
«È sicuro che non ci sia altro?» chiese un po' delusa.
Non ricevette alcuna risposta. Horan era già sparito.
Con un sospiro rassegnato la ragazza aprì le alette dello scatolone e cominciò a tirarne fuori il contenuto. Per sua fortuna i fascicoli erano ancora in buono stato: gli angoli delle pagine erano solo leggermente arricciati e macchiati di umidità. A mano a mano che procedeva nella lettura, il quadro che aveva su Blackstone Grove si allargava sempre di più. C'erano state due indagini ufficiali, la prima nel ʼ71, legata alla scomparsa di un bambino di quattro anni, figlio di una coppia di contadini che viveva in una fattoria quindici chilometri più a nord dei terreni occupati dalla comunità di Blackstone Grove. Il piccolo era scomparso in un caldo pomeriggio d'estate, mentre giocava in cortile. Nella deposizione la madre aveva proclamato la sua assoluta convinzione che dietro alla sparizione del figlio ci fossero i membri della setta. I territori di Blackstone Grove erano stati passati al setaccio, ma non era stata trovata alcuna prova che facesse pensare che la comunità fosse coinvolta nella vicenda. Nel fascicolo c'era il ritaglio di un articolo di giornale datato 17 settembre 1971. La foto ritraeva una coppia di poliziotti che parlava con un membro della setta. L'immagine era in bianco e nero ma Kaylie era certa che la veste dell'uomo fosse blu indaco, esattamente come quella che indossava Jessica Thompson.
Alla fine il caso era stato dichiarato irrisolto e le affermazioni della madre del bambino scomparso erano stato liquidate come il frutto del pregiudizio di una fervente metodista. L'atteggiamento della polizia aveva scatenato una serie di proteste da parte della comunità di Tyler Hill; tutti i giorni, per quasi una settimana, un nutrito gruppo di cittadini si era riunito davanti alla sede del dipartimento, agitando in aria cartelloni contro "gli uomini senza Dio" e "gli adoratori del Diavolo".
Una nuova indagine era stata aperta quindici anni più tardi, nell'ʼ86, in seguito al ritrovamento del cadavere di un poliziotto nel campo di un contadino, non lontano dal bosco che circondava i terreni di Blackstone Grove. Gli abitanti di Tyler Hill avevano di nuovo puntato il dito contro la setta, ma per la seconda volta la polizia aveva scagionato la comunità, liberandola da ogni responsabilità. Si era scoperto che l'agente morto era scomparso quattro mesi prima mentre indagava sul rapimento di un neonato, figlio di un'altra coppia di contadini. I sospetti alla fine erano caduti su Jonathan Carlile, un ragazzo di venticinque anni, anch'egli figlio di contadini.
...Dalla perizia psichiatrica il sospettato è stato dichiarato affetto da un grave ritardo mentale. Il soggetto non sembra comprendere le domande che gli vengono poste, le sue capacità comunicative sono limitate. I genitori affermano che fin dall'infanzia è preda di crisi isteriche durante le quali urla e rompe gli oggetti attorno a sé...
Kaylie continuava a leggere, gli occhi che scorrevano rapidi sulle lettere sbiadite dal tempo.
...Durante l'interrogatorio, avvenuto alla presenza del dott. Buchman e dei genitori, il sospettato ha confessato di essersi intrufolato più volte in casa dei signori McDougall per guardare da vicino il neonato della coppia. Secondo altri testimoni, Jonathan Carlile si sarebbe avvicinato anche ad altri bambini della zona in almeno tre occasioni. Quando gli è stato domandato perché lo avesse fatto, il signor Carlile ha risposto: «I bambini mi piacciono. Volevo solo giocare con loro.» Successivamente abbiamo chiesto al sospettato se conoscesse l'agente Mark Hamtpon. L'uomo ha cominciato a dondolarsi sulla sedia, emettendo suoni privi di senso. Dopo quasi un minuto ha detto: «Era coperto di sangue.» Abbiamo motivo di credere che Mark Hamtpon sospettasse di Carlile e l'uomo, consapevole di aver attirato l'attenzione dell'agente, l'abbiamo poi ucciso, occultandone il corpo. Temiamo che lo stesso destino sia toccato anche al figlio dei McDougall...
Kaylie comprendeva i sospetti dei suoi colleghi, ma dubitava forte-mente che un minorato mentale come Jonathan Carlile fosse in grado di uccidere due persone e nasconderne il cadavere. Per di più non c'era al-cuna prova che Carlile avesse rapito il bambino. Forse era come diceva lui. Forse voleva solo guardare il piccolo più da vicino.
Ad ogni modo, indipendentemente da come fossero andate davvero le cose, Carlile non fu mai incarcerato. Morì misteriosamente una setti-mana dopo la prima udienza. Il ragazzo, durante una delle sue crisi, si era soffocato con la sua stessa lingua.
Seduta sul pavimento, Kaylie si abbandonò con la schiena contro gli scaffali. Mentre sfogliava un'ultima volta i fascicoli, alla ricerca di qualche dettaglio che potesse esserle sfuggito, dalle pagine cadde un'altra fotografia. Ritraeva alcuni membri della setta tutti in fila uno accanto all'altro al centro di un campo appena arato. Kaylie lasciò scorrere lo sguardo su quei volti ingialliti, chiedendosi quali segreti si celassero dietro ai loro sorrisi.
Sperava di scoprirlo molto presto.

Percorse la Route 53 fino in fondo, superando il distributore dove Jessica Thompson era stata vista l'ultima volta. La cabina telefonica lo precedeva di un centinaio di metri, un dettaglio che avvalorava l'ipotesi secondo cui la ragazza proveniva dai territori di Blackstone Grove quando aveva telefonato ai genitori.
Kaylie continuò a pensare a lei per tutta la durata del viaggio. Decine di ipotesi le si affacciavano nella mente, una più catastrofica dell'altra. Il finale tuttavia era sempre lo stesso: Jessica era morta, il suo corpo giaceva abbandonato da qualche parte in mezzo alla boscaglia, con i vermi della composizione che cominciavano a banchettare con la sua carne.
Ma le cose potevano anche essere andate diversamente. Forse i membri della setta l'avevano riacciuffata, persuadendola a tornare nelle loro file. O forse era riuscita a fuggire e adesso si trovava da un'altra parte, scossa e spaventata, ma viva. Quale che fosse la spiegazione, la risposta si trovava lì, in quelle terre misteriose dimenticate da Dio e dal mondo.
Una volta superato l'incrocio con Steelcross, Kaylie svoltò a sinistra, lungo la Statale 84. Proseguì per quasi dieci chilometri, superando piccole cittadine sonnacchiose e fattorie abbandonate, quindi piegò a nord-ovest, verso i boschi. L'entrata per i territori di Blackstone Grove era un sentiero sterrato in mezzo ai campi, vicino a un fiume ai margini del bosco, ma Kaylie non riuscì a trovarlo. Si trovava in un territorio rurale e impervio, ogni strada sembrava uguale all'altra. Per ben due volte imboccò il sentiero sbagliato, ritrovandosi davanti alla staccionata di una fattoria. Alla fine si fermò lungo il ciglio della Statale con la cartina stradale aperta sulle gambe e la fronte aggrottata.
Si era persa, era inutile negarlo. Dopo aver trascorso un altro minuto a studiare inutilmente le mappe, mise in moto e ripartì. Aveva ormai perso le speranze, quando in lontananza, sul lato destro della carreggiata, apparve la sagoma di un vecchio distributore di benzina. L'edificio era interamente costruito in legno, con le assi sbiadite dal tempo e la porta che penzolava dai cardini come un dente in procinto di cadere. Le pompe della benzina erano scrostate e Kaylie stava cominciando a sospettare che quel luogo fosse abbandonato da tempo, quando scorse una donna seduta sui gradini di una casa poco distante, il cesto del cucito poggiato accanto a sé.
Kaylie accostò e scese dall'auto. La donna alzò per un momento lo sguardo, poi urlò qualcosa rivolta verso l'interno della casa. Pochi se-condi più tardi la porta si aprì e un uomo con una canotta bianca e una salopette sporca di terra le venne incontro. Era sulla sessantina, il volto coriaceo segnato dal sole. Ciuffi di capelli unti gli spuntavano da sotto un cappello di paglia.
«Vuole il pieno?» chiese subito. La sua voce era ruvida, sgradevole come il gracchiare di un corvo. Tirò fuori dalla tasca della salopette uno stecchino e cominciò a passarselo tra i denti macchiati di nicotina.
«No, sono apposto.» rispose Kaylie. «Avrei solo bisogno di alcune indicazioni...»
L'uomo la squadrò dall'alto al basso con una luce di scherno negli occhi. «Forestiera, eh?»
«Poliziotta.» sottolineò lei freddamente. «Sto cercando una ragazza scomparsa.»
«Ah davvero? E chi sarebbe?»
«Si chiama Jessica Thompson.»
L'uomo si strinse nelle spalle con aria indifferente. «Mai sentita. Si-curamente non vive da queste parti perché altrimenti il suo nome mi suonerebbe familiare.»
«Infatti è di Rentville. Gli ultimi mesi però li ha passati a Blackstone Grove.»
A quel nome l'uomo impallidì di colpo. La moglie, che nel frattempo si era avvicinata, si coprì la bocca con una mano, gli occhi sbarrati. «Non mi dirà che sta andando lì?» chiese.
Kaylie le rivolse un sorriso tetro. «Ho delle indagini da svolgere, si-gnora.»
La donna si fece il segno della croce e rientrò in casa. L'uomo invece le rivolse un'occhiata penetrante. Lo sprezzo con cui l'aveva accolta po-co prima era scomparso dal suo volto. Ora sembrava colpito. «Ha un bel coraggio ad andare da quei diavoli, agente...» commentò. «Forse non dovrei dirglielo, ma mi terrei alla larga da quel posto.»
«Perché mai?» domandò Kaylie. In un certo senso si era aspettata una reazione del genere.
«Girano un sacco di voci e nessuna di queste è rassicurante.»
«Mi creda, signor...?»
«...Martens.»
«Beh, mi creda signor Martens: di quello che dicono le persone m'interessa ben poco.» disse Kaylie con una nota di aspro sarcasmo. «Non baso il mio lavoro su sciocchi pettegolezzi e superstizioni contadine.»
Il signor Martens ridacchiò. «Lei crede che io sia un fanatico, eh?» fece. Vedendo che Kaylie non parlava, proseguì. «Beh forse mia moglie lo è un po', lei va in chiesa tutte le domeniche, la sera prima di andare a letto si mette a recitare le preghiere e legge la Bibbia almeno dieci volte al giorno. Io però non sono così. Sono un metodista devoto, è vero, ma non credo agli asini che volano.»
«A qualcosa crede però, se è così spaventato.» osservò Kaylie lenta-mente.
L'uomo si fissò in silenzio le scarpe per qualche istante, quindi sollevò la testa. «Senta, qui ne dicono di tutti i colori. Che in quel posto praticano la magia nera, che fanno sacrifici umani. Che i loro uomini e le loro donne si accoppiano davanti a tutti e che inneggiano a Satana. Insomma, le solite cose che si bisbigliano tra vecchie comari.» disse. «Anche io pensavo che fossero stronzate. Conosco la gente, tende sempre a ingigantire le cose. Ma nonostante non sia mai stato un credulone, ora so per certo che c'è qualcosa di molto strano a Blackstone Grove.»
«Parla dei bambini scomparsi?» lo incalzò Kaylie.
L'uomo scosse la testa. «Oh no, quella è acqua passata ormai. In-somma, qui è sparita parecchia gente e nessuno di noi crede che sia una coincidenza. Parlo di qualcos'altro però. Qualcosa di molto più inquie-tante.» Martens puntò il dito verso nord-ovest, dove si scorgeva la sa-goma appena accennata di una montagna. «La vede quell'altura? Si af-faccia direttamente sui territori di Blackstone Grove. I contadini che vi-vono lì mi hanno riferito di sentire degli strani canti in alcuni periodi dell'anno. Canti in una lingua mai sentita. E a volte la terra comincia a tremare. Non è come il terremoto, è più come...una vibrazione sotterra-nea. Quasi come se ci fosse qualcosa che si agita nel ventre della terra. Non ci credevo nemmeno io all'inizio» si affrettò ad aggiungere quando vide l'espressione scettica di Kaylie, «ma poi l'ho sentito. L'hanno sentito tutti qui. Dio ci è testimone.»
Kaylie dovette fare appello a tutta la sua forza di volontà per non perdere la pazienza. Avrebbe tanto voluto credere a quell'uomo, ma non ci riusciva. «Non poteva essere solo un terremoto?» suggerì.
«Qui non ci sono terremoti. Mai.» obbiettò l'uomo con foga. «E non è tutto. A fine anni Settanta qui c'è stata la siccità. Non ha piovuto per cinque mesi, neanche una goccia. I fiumi si sono prosciugati, i campi si sono seccati e molti di noi hanno perso il bestiame. A Blackstone Grove invece le colture hanno continuato a crescere come se nulla fosse. Mio padre l'ha visto con i suoi occhi. Mi raccontò che una volta si avvicinò ai loro campi per poterli guardare più da vicino, prese un pugno di terra nella mano...e sentì che era umida e morbida. Il bestiame era sano e pasciuto, il raccolto era abbondante. In tutti gli anni da quando quella comunità è in piedi nessuno si è ammalato, nessuna donna è morta di parto e nessun bambino è nato storpio, nonostante si accoppino tra loro da generazioni. Sembra quasi che quel posto sia...protetto da qualcosa. Che sia opera di Dio o del Diavolo, questo non lo so. Ma non è normale. Non è naturale.»
L'espressione grave con cui l'uomo la stava guardando la mise stra-namente a disagio. Aveva partecipato a così tanti interrogatori da saper distinguere bene una verità dalla bugia, e quell'uomo...non stava men-tendo, ne era sicura. Tuttavia continuava a pensare che dovesse esserci una spiegazione più che razionale per quei fatti.
«Grazie signor Martens per queste, ehm...illuminanti informazioni, ma ora avrei proprio bisogno di sapere come raggiungere quel posto, se non le dispiace.» disse, dopo un lungo silenzio.
L'uomo esitò per un momento, poi si voltò verso la strada. «Deve continuare in quella direzione per un paio di miglia. A un certo punto si troverà a un bivio: lei giri a sinistra, verso il fiume. C'è una stradina che costeggia le sponde, poi un ponte di legno. Lo attraversa e poi prosegue in direzione del bosco. Li troverà lì, da qualche parte.»
«Molto bene. Porterò loro i suoi saluti, se vuole.»
Si era appena avviata verso l'auto, quando l'uomo la richiamò. «A-gente?»
Kaylie si voltò a guadarlo da sopra la spalla. «Sì?»
«Qualunque cosa le diranno, lei non ci creda.» la mise in guardia Martens, serissimo. «Non può fidarsi di quelle persone, mi ha capito?»
Kaylie gli rivolse un breve cenno del capo, dopodiché salì in auto e ripartì. Era quasi mezzogiorno e l'aria era calda. La luce del sole era così forte da far male agli occhi. Di fronte al distributore, campi di granturco si estendevano per chilometri lungo quel lato della strada, una muraglia di erba verde che ondeggiava pigramente al soffio del vento, i lunghi steli che parevano inchinarsi al suo passaggio.
Si era allontanata di circa trecento metri quando vide qualcosa che la costrinse a rallentare.
Nel mezzo di un campo incolto, sulla destra, a pochi metri dal ciglio della strada, sorgeva un vecchio olmo. Appesi ai rami quasi del tutto spogli, una quantità impressionante di croci di legno ondeggiava nella brezza, producendo un rumore secco e lugubre, come di ossa che cozza-no fra loro. Sulla corteccia, simili a un oscuro presagio, c'erano incise delle parole: Liberaci, o Signore, dal Male.
Kaylie distolse lo sguardo, premendo più a fondo il pedale dell'acceleratore. D'un tratto non desiderava altro che allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
Paula J. Fleming
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Paula J. Fleming
Il mio vero nome è Giorgia Casula, ma da qualche tempo, quando scrivo, sono Paula J. Fleming. Sono nata a Como nel 1995. All'età di nove anni mi sono trasferita in Sardegna, dove vivo tutt'ora assieme alla mia famiglia e al mio cane bassotto, Argo. La mia passione per la letteratura mi ha portato a compiere studi classici. Sono laureata in Lettere moderne e i miei obbiettivi professionali per il futuro sono quelli di lavorare in una biblioteca o in una casa editrice...insomma, qualunque cosa mi permetta di circondarmi dei miei amati libri mi rende felice. Dopo il diploma ho lavorato per un breve periodo in una casa editrice dove stampavo e rilegavo libri a livello artigianale e collaboravo alla stesura di articoli per un notiziario culturale. Sono una persona schiva e riflessiva, che preferisce la quiete e la solitudine al caos della vita moderna. Amo le passeggiate nei boschi, i cani e l'autunno. Quando non scrivo, impiego il mio tempo libero leggendo e dipingendo, talvolta in compagnia di una buona tazza di tè.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Paula J. Fleming: Ero bambina, avevo nove anni. Ho cominciato a scrivere qualche breve racconto per gioco e da allora non mi sono più fermata. Ho capito fin da subito che quella sarebbe stata la mia missione di vita. Molti pensano alla scrittura come a un hobby, ma io credo che sia una vocazione. Non sei tu a scegliere la scrittura. È lei che sceglie te. Per me scoprire di avere quest'attitudine è stato come una rivelazione. Non mi sento una persona realizzata, ma il fatto di avere un motivo per alzarsi ogni mattina, credo che sia una delle più grandi fortune che possano capitare. Quando scrivo, penso: “Sto facendo ciò per cui sono nata. Sono esattamente dove dovrei essere.” Ed è una sensazione incredibile. Conosco persone disorientate che affrontano la vita senza uno scopo, e questo è molto triste. La tua vita può essere un disastro, ma se hai una missione, se sai qual è il tuo posto nel mondo, allora hai un grande vantaggio.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Paula J. Fleming: Il mio primo amore letterario è stato la saga di Harry Potter. Quando lo lessi, da bambina, rimasi colpita dal modo in cui l'autrice era riuscita a creare un suo universo narrativo. Ricordo che pensai: “Anche io voglio fare così. Voglio creare attraverso la scrittura un mondo tutto mio. Ho davanti una pagina bianca e posso riempirla con ciò che voglio.” Anni dopo ho letto un altro libro che mi ha cambiato la vita: Fahrenheit 451. È un'opera che ti fa comprendere il potere delle idee e l'impatto che la letteratura può avere sull'umanità e sulla costruzione di un mondo migliore. Leggerlo è stato come ricordarsi di quanto è importante lasciare un'impronta di sé stessi in questo mondo, di come ognuno possa dare un grande contributo alla società. In un certo senso mi ha aiutato a capire che, nonostante tutte le difficoltà, scrivere non era una perdita di tempo, ma una cosa profonda. Qualcosa che, nel proprio piccolo, può fare davvero la differenza.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Paula J. Fleming: Sì, ho proposto il mio primo libro a un Editore che è stato felice di pubblicarlo. La mia esperienza è stata molto positiva. Con lui si è creato un rapporto di amicizia e stima reciproca che dura da anni.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Paula J. Fleming: Sì, indubbiamente. Anche se comporta dei limiti oggettivi. In un certo senso tutti gli aspetti che riguardano la correzione del romanzo, la creazione della copertina e la promozione, ricadono interamente su di te, e questo può essere faticoso. La promozione, in particolare, è l'aspetto più spinoso dell'autopubblicazione. È una sfida quotidiana, che però affronto molto volentieri.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Paula J. Fleming: Sono molto affezionata a un saggio che ho pubblicato l'anno scorso con il mio vero nome. Il titolo è “Una mente tutta per sé” ed è nato con lo scopo di illustrare le difficoltà che hanno dovuto affrontare le autrici inglesi di epoca vittoriana nella loro carriera di scrittrici. Quanto i pregiudizi sociali e di genere abbiano influenzato la loro produzione e la percezione della critica. L'idea nasce da una semplice domanda: “Essere scrittrici oggi è diverso da com'era in passato?”. La risposta, purtroppo, è sì. Quello che per noi donne oggi è scontato (studiare, frequentare l'università, avere un lavoro, poter votare), ieri non lo era affatto. Scrivere o produrre arte, per le donne, era una vera e propria lotta quotidiana contro i limiti imposti dalla società.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Paula J. Fleming: Comincio prendendo appunti sull'idea generale, poi comincio a svilupparla studiando nel dettaglio una trama coerente, attenta ai rapporti di causa-effetto. A quel punto mi metto a scrivere. Lo faccio di getto e questo mi porta spesso a modificare le idee iniziali o ad aggiungerne di nuove, ma cerco sempre di tenermi fedele al nucleo originale della storia.

Writer Officina: Perché hai scelto l'horror piuttosto che un altro genere?

Paula J. Fleming: Credo che sia dovuto al fascino che la magia e l'occulto hanno esercitato su di me fin da piccola, ma in realtà c'è un altro motivo. L'horror si costruisce attorno a sentimenti come la paura, il senso di impotenza, il senso di minaccia. Sono emozioni potentissime e ancestrali, che ci mettono in contatto con il lato più animale di noi stessi. L'horror, più di qualunque altro genere, scava nel profondo, fino al subconscio dell'essere umano, fatto di paure, incertezze, tormenti, dolori. Se ci pensiamo, la maggior parte dei protagonisti dei romanzi dell'orrore è spesso tormentato da questioni irrisolte che provengono dal proprio passato. Fantasmi, mostri, forze soprannaturali, non sono altro che la proiezione dei nostri personali demoni, che tornano per torturarci, per ricordarci che prima o poi dobbiamo affrontarli. Adoro il genere horror proprio per il suo risvolto “psicologico”.

Writer Officina: Raccontaci quale è stata la scintilla che ha dato vita all'idea per il tuo romanzo

Paula J. Fleming: In realtà le scintille per Le figlie di Lilith sono state molte. Il primo embrione di idea è nato quando ho letto per la prima volta i raccolti di H. P. Lovecraft. Sono rimasta affascinata dal concetto di orrore cosmico, dalle immagini spaventose di questi esseri antichissimi dagli aspetti più raccapriccianti che rimangono celati per centinaia di anni, in attesa di essere risvegliati. L'idea che delle persone diano vita a un vero e proprio culto attorno all'adorazione di entità mostruose, è raccapricciante. Nello stesso tempo sono un'appassionata di storie true crime e di serie poliziesche e così ho pensato: “Perché non unire le due cose?”. In seguito le mie ricerche per il romanzo mi hanno portato a scoprire la storia di Lilith, colei che, secondo la Torah ebraica, è stata la prima donna creata da Dio. La storia della sua ribellione, la sua caduta nella dannazione, così simile a quella di Lucifero, mi hanno affascinata e ho deciso che sarebbe stata proprio lei la divinità adorata dalla comunità pagana del mio romanzo. Introdurre una figura simile mi avrebbe dato la possibilità di trattare, come ho fatto, l'argomento del femminino sacro e dell'oppressione a cui le donne sono state sottoposte per secoli. Volevo tuttavia che Lilith non apparisse come un'eroina, ma come l'esempio di un femminismo distruttivo, che altera quell'equilibrio naturale tra maschile e femminile, ying e yang. Credo che, in una società ideale, uomo e donna debbano considerarsi come pari. Entrambi importanti, entrambi complementari. Se uno dei due sessi cerca di prevaricare sull'altro, allora l'equilibrio si spezza ed ecco che inizia un regno di caos, dolore e oppressione.

Writer Officina: Quali sono le difficoltà che hai incontrato durante la stesura del romanzo?

Paula J. Fleming: La principale difficoltà del genere horror è nel creare la giusta atmosfera. Molti sono convinti che basti l'elemento soprannaturale per rendere un romanzo horror, ma in realtà le cose sono più complicate di così. Un buon horror deve suscitare un senso di disagio nel lettore, deve farlo sentire minacciato, inquieto. Per questo è essenziale lavorare molto su una buona costruzione della tensione, curare le descrizioni per fornire al lettore dettagli che possano alimentare quel senso di ribrezzo, terrore, angoscia. È stata questa, senza dubbio, la sfida più difficile che ho dovuto affrontare quando ho scritto questo romanzo. Creare un climax che parte da una situazione apparentemente innocua e in cui poi, gradualmente, l'orrore si fa sempre più vicino, sempre più concreto, fino al terribile epilogo.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Paula J. Fleming: Ho cominciato a lavorare a un nuovo romanzo circa un mese fa. Si tratta di un horror ambientato tra i ghiacci della Groenlandia. A ispirarmi sono stati i miei due film horror preferiti: “Alien” di Ridley Scott e “La cosa” di John Carpenter. Adoro le storie dove i protagonisti si trovano bloccati assieme ad altre persone in un luogo isolato e devono affrontare una minaccia sconosciuta. Trovo che siano piene di tensione e deliziosamente claustrofobiche. In questo nuovo romanzo voglio trasmettere al lettore proprio la sensazione che non ci sia alcuna via d'uscita. Mi interessa inoltre esplorare le reazioni umane davanti all'ignoto, il modo in cui la paura e lo stress prolungato possano influenzare le relazioni interpersonali.

Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?

Paula J. Fleming: Assolutamente sì. Come tutte le forme d'arte, del resto. C'è sempre stata una parte di me che si è sentita insofferente nei confronti della realtà in cui vive. Per questo ho cominciato a scrivere. Per fuggire da una realtà che non mi piaceva. Scrivere mi permette in un certo senso di creare realtà alternative, di vivere vite diverse dalle mie. L'arte ha la straordinaria capacità di metterti in contatto con la parte più profonda di te stesso, un lato misterioso di cui siamo inconsapevoli. Non c'è niente di più catartico di questo.
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