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Compagna di viaggio
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La mattina successiva Valeria tornò a questa dimensione lentamente, rimase a occhi chiusi per parecchio tempo mentre assaporava il profumo caldo e muschiato della pelle di Carl. Godeva del piacere che le dava il petto villoso di lui sotto la guancia. Era perfettamente consapevole che lui stava vegliandola già da un po', sentiva la sua mano accarezzarle i capelli con dolcezza. Era una sensazione piacevole e non trovava il coraggio di aprire gli occhi e interrompere l'incanto di quel momento. Alla fine decise di dare qualche segno di vita: arricciò il naso, si stropicciò un occhio poi, appoggiò una mano sul petto di lui e si mise a giocare con la peluria nera che lo ricopriva. Si stiracchiò. Carl non smise di accarezzarle i capelli e le sussurrò all'orecchio con dolcezza: «Ti sei lamentata molto questa notte. Sembravi molto turbata. Ti calmavi un po' solo se ti stringevo forte. Mi hai fatto preoccupare». Lei, incredula, si mise a sedere con le gambe incrociate. I capelli le caddero a ripararle solo un po' il torace nudo, ma lasciarono scoperto il seno. Il lenzuolo che l'aveva protetta durante la notte le era scivolato sul corpo e dal candore del tessuto si affacciavano solo le ginocchia e una coscia. Era seria e indispettita, stava per mettersi a parlare, ma Carl non la lasciò neppure iniziare: «Quanto sei bella. Come fai a non capire che tutta questa bellezza di prima mattina mi turba e mi confonde. Se solo ti vedessi con i miei occhi ...». «Come?» chiese lei, perplessa. «Dico che non riesco a seguirti, qualsiasi cosa tu voglia dirmi.» Si spostò su di un fianco e sollevò la testa. Per rimanere in quella posizione fu costretto a piegare il cuscino e a puntarvi contro un gomito. Lei approfittò del momento di silenzio per dire la sua: «Ma come fai a stupirti del mio sonno agitato? C a r l è m o r t a m i a m a d r e! Cosa ti aspetti da me?». «Non mi aspetto nulla ... o forse mi aspetto ... mi aspettavo di vederti arrabbiata! Invece tu e tuo padre sembrate così sereni e in pace. L'unico a essere arrabbiato credo di essere io. Mi sono sentito così stupido in vostra compagnia. E non ce la facevo più a essere l'unico stupido disperato! Come fate a pensare che il vostro Dio sia buono, ancora oggi?» Lei rimase immobile a osservarlo a lungo. Carl abbassò lo sguardo e con la mano libera si mise a pulire il lenzuolo da pelucchi immaginari. «Scusami, non volevo dire una cosa sbagliata. Non posso perderti ancora.» Il volto di Valeria si addolcì e riprese a parlare con un tono diverso: «Mi hai perso perché non ti confidavi con me. Non esiste la cosa sbagliata da dire, voglio sempre sapere cosa hai in testa». Gli scarmigliò il ciuffo prima di proseguire. «Carl, però voglio che tu capisca cosa penso: come puoi incolpare Dio di quel che è successo? È così facile dare la colpa a Lui. Secondo me è un po' come dare la colpa alla maestra se prendi un brutto voto. La colpa è tua che non hai capito e non hai studiato ... voglio dire, Lui ti dà un tempo ... la vita e la morte si rincorrono e si completano come la luna e il sole. Forse il tempo non è uguale per tutti, ma non è detto che un tempo lungo sia migliore e più proficuo di un tempo corto. Ci sono persone che fanno fruttare molto meglio il loro tempo di altre che hanno vissuto cent'anni. Secondo me non è importante il quanto, ma il come. Ci dona la vita perché impariamo COME viverla.» Poi aggiunse: «Sì! Mi sono molto arrabbiata subito ... quando ho saputo che la mamma era ammalata, ma lei col suo modo di vivere ci ha lasciato un'eredità meravigliosa, e io voglio portarla avanti per quanto mi è possibile. Capisci?». Carl aveva un'espressione confusa, ma la ascoltava. Dopo un po' fece un cenno affermativo con la testa e lei continuò: «Mia madre con le sue ultime scelte ci ha insegnato una lezione importante. Ci ha insegnato che il bicchiere può essere visto o mezzo pieno o mezzo vuoto. Io ho scelto di vederlo mezzo pieno, di gioire di tutto il tempo che ho avuto da passare con lei, di tutto l'amore che mi ha dato, di tutto quello con cui lei ha riempito la mia vita. È stato così tanto che potrò goderne ancora per molti anni». Prese fiato, aveva le guance in fiamme, si sentiva accaldata ma volle comunque proseguire: «Tu hai scelto di vederlo mezzo vuoto, di vedere quello che hai perso, il tempo che avresti potuto avere con lei, ma ti è stato negato. È questo che ti fa arrabbiare, ma scusa se te lo dico: non serve a nulla. Se ti è più semplice prendertela con Dio, sei liberissimo di farlo, ma fossi in te mi guarderei allo specchio. Sei tu che hai scelto il bicchiere mezzo vuoto, che hai deciso di guardare quello che non hai avuto. Che hai scelto la rabbia. Per cui, sì, mi manca, sì, soffro, sì, vorrei toccarla e sentire la sua voce, sì, vorrei avere la certezza che sta bene, ma non sono arrabbiata, sono solo triste». Carl la guardò e poi senza dire una parola si mise a piangere in silenzio. Lei gli strinse la mano e lo lasciò fare. (...)
Indossò la solita tuta ed una sciarpa certa che la temperatura esterna fosse tale da permetterle di uscire senza indossare guanti e cappello. Victoria l'accompagnò lungo il vialetto fino al cancello, poi preferì tornare sui suoi passi, era troppo vecchia per trotterellarle dietro sull'argine del fiume come faceva quando era una giovane gattina, così Valeria proseguì la sua corsa da sola col solito ritmo sostenuto. Le ci volle un po' per realizzare che non c'era poi così caldo. Il sudore che le imperlava la fronte e le scendeva lungo la schiena le si ghiacciava addosso per cui decise di tornare sui suoi passi verso casa. Si rimproverò per aver preso con troppa leggerezza le decisioni sul suo abbigliamento. Dovette rallentare il ritmo della corsa. Ad un certo punto si rese conto di ansimare in modo sproporzionato allo sforzo che stava compiendo. Il sudore freddo sulla fronte le causava delle spiacevoli fitte alla testa. «Accidenti che stupida che sei Valeria. Adesso ti verrà un bel mal di testa e per evitarlo ti sarebbe bastato un cappello. » Si rimproverò e decise di rallentare ma aveva la sensazione che il dolore alla testa continuasse ad intensificarsi. Le venne un po' d'ansia e preferì chiamare Carl. Non se la sentiva di fare tutto il percorso da sola, se il dolore fosse peggiorato non sapeva cosa poteva succederle. Questo pensiero la tormentava e l'angoscia cresceva col passare del tempo. Il dolore peggiorava come se un martello le battesse forte sulle tempie. Dovette sedersi a terra e seguendo l'istinto si premette le mani sulle orecchie, un rumore forte e ripetitivo la assordava, non riusciva a capire cosa fosse. Rimase così, avviluppata su se stessa mentre ripeteva in un sussurrò continuo: «Cos'è questo suono? Sembra un cuore che batte. Ho freddo. Accidenti che dolore. Cosa ne era stato di quella bambina che di notte correva per le vie di Castel Nuovo alla ricerca del fantasma della principessa? Cosa ne è stato di me? Questo suono cos'è? Da dove viene? E se Carl non mi trova... cosa mi succederà? Dov'è la bambina che cerca la principessa?» Si dondolava. Non lo vide arrivare. Carl la chiamava ma lei non poteva rispondere. Respirava a fatica e sgranava gli occhi, continuava a tapparsi le orecchie nella speranza che il rumore del cuore cessasse. Valeria si sentì abbracciare. Carl l'aveva trovata. Riconobbe subito il suo profumo e la delicatezza dei suoi gesti. Si fece forza e sollevò la testa per guardarlo, mentre lui le sistemava i capelli sudati dietro le orecchie, anche con gli occhi appannati si rese conto che lui era più sconvolto di lei. Lo sentì sussurrare tra i denti con rabbia: «Stai calma. Piccola stai calma che forse è solo mal di testa. Il dolore comunque è meglio della paura. Il dolore si cura con un analgesico ma non esiste una pastiglia per la paura ed anche esistesse non riuscirei mai a convincerti a prenderla. Cazzo stai calma, vedrei che non è niente. » Si mise a cullarla. «Vally mi senti? Come stai? Cosa ti senti? Cos'hai Vally? » Le chiese e Valeria che aveva la sensazione di vivere quasi un'esperienza extracorporea, riuscì a pensare che Carl si sforzava di usare un tono tranquillo ma stava per perdere il controllo. Si rese conto di non voler essere la causa dell'angoscia di lui e comandò alla sua bocca di rispondere: «Parla piano mi scoppia la testa! » «Così tanto? » La ragazza continuava ad ansimare e sgranava gli occhi in modo innaturale, si sentiva strana. Lo afferrò per la maglietta. «No. In realtà non così tanto ... ma abbastanza da dover prendere qualche stupida medicina ed io non posso farlo. Accidenti lo capisci che non posso prendere medicine? Perché non lo capisci? » Aveva la voce alterata, pareva isterica. «Valeria calmati! C A L M A T I ! » Le ordinò scuotendola, col solo risultato di farla agitare di più. Lo sentì fare dei respiri profondi. «Vally scusami non volevo farti paura. Cerca di stare tranquilla. In macchina ho una coperta. Se ti scaldi sono sicuro che il male passa e forse riuscirai a non prendere farmaci. Sei tutta congelata e bagnata. Devi solo respirare con calma come tu sei capace di fare. Respira piano. » Gli si aggrappò, come fosse il suo angelo custode, cercò i suoi occhi e continuò a fissarlo mentre tentava di ridare un ritmo regolare e lento al suo respiro. Riprese in parte il controllo del suo corpo e delle sue facoltà mentali. «Dici che se mi calmo posso fare senza farmaci? » «Probabilmente si. Andiamo al caldo. Staremo meglio tutti e due, qui fuori si gela e tu sei poco vestita. »
Si alzarono a fatica da terra e si avviarono abbracciati verso l'auto poco distante. «Non ho tanto male ma mi dà delle fitte tremende. » «Credo sia il freddo. » «Dici sia solo il freddo? Non mi sta capitando nulla di brutto? Non perderò il controllo? » «Mi pare tu lo abbia già perso, lo stai riprendendo ... Almeno spero. » «Non intendevo il controllo sulla paura ma, sulla mia vita. Non resterò incosciente? » «Porca miseria Valeria, ma cosa dici? Quante volte hai avuto male alla testa in vita tua? Non ti è mai successo niente di più che dover prendere una pastiglia. » «Adesso mi sembra peggio. Più difficile. » «Non è peggio, ne hai solo paura. Per favore sali in auto che ti copro. » Carl le fece indossare una giacca che teneva nel bagagliaio e la coprì con delicatezza con un panno, le sistemò i capelli per un po', le accarezzò il viso, la baciò in fronte e chiuse la portiera. Lo vide girare intorno all'auto, aveva lo sguardo perso e si sistemava gli occhiali mentre camminava con una stana lentezza, poi salì in auto e per un po' non disse nulla. Chiuse gli occhi mentre lasciava cadere la testa contro il poggiatesta e sospirò una volta sola. Valeria trovò il coraggio di rompere il silenzio, deglutì per ingoiare il nodo che aveva in gola prima di parlare: «Scusami Carl, mi dispiace così tanto. Non volevo spaventarti. Non voglio rovinarti la vita. E' che non so cosa fare... » Mentre parlava sentì le lacrime rigarle le guance. «Non mi rovini la vita. Non dire stupidate. » Lui si girò le sorrise e col pollice le asciugò il viso «Hai tutte le guance rosse. » «Come i capelli? » «Si un po' come i capelli. Sono belle. » Staccò la mano dal suo viso e la lasciò scivolare sotto il panno fino a raggiungere quella di lei. Rimasero per un po' in silenzio a guardarsi. Poi le disse: «Non so cosa devi fare Vally. Cazzo non sai come vorrei avere una risposta, ma voglio che tu ti ricordi sempre che io ci sono. Non ti mollo. Usciamo anche da sta storia. Te lo prometto. Non so ancora come ma te lo prometto. » Valeria esausta fece un cenno affermativo con la testa. Carl mise in moto e partirono, lei lasciò vagare lo sguardo fuori dal finestrino, finché non lo senti dire: «Devi rivolgerti a un medico. Intendo uno psicologo. Qualcuno che ti aiuti » La ragazza si girò di scatto a guardarlo. Più che un'affermazione pareva un ordine ma, non aveva voglia di ribattere. Andarono verso casa senza più dire una parola.
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Autori di Writer Officina
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Sono nata a Reggio Emilia, dove vivo tuttora con la mia famiglia composta da mio marito, tre figli, tre gatti e da una tartaruga. Ho sempre avuto un'indole artistica, per cui dopo aver frequentato l'Istituto d'Arte nella mia città, mi sono diplomata alla scuola 'Per l'arte e il restauro ' di Firenze dove ho vissuto alcuni anni. Fin da bambina ho sempre amato leggere e grazie alla maestra dalle elementari ho iniziato a scrivere poesie. Anna e mia madre le hanno raccolte in un primo libriccino che conservo ancora. Subito dopo il diploma ho fatto la restauratrice di dipinti e affreschi per più di 18 anni, lavorando un po' nella mia città e un po' fuori, poi la vita mi ha fatto uno strano scherzo: mi sono ammalata. Con non poche resistenze da parte mia, dal 2010 mi sono dovuta rassegnare a fare l'impiegata, lavoro più che dignitoso ma molto poco artistico (forse siamo l'unico ufficio coi ghirigori sui bordi dei faldoni). La nostalgia per l'arte mi ha portato ad approfondire passioni che avevo accantonato quando praticavo ancora la mia professione. Ho iniziato a scrivere racconti, mi sono dedicata alla fotografia, alla lavorazione del feltro e della lana cardata, al ricamo, alla pittura, alla modellazione della creta e alla decorazione dei tessuti con la tecnica del batik e non solo. Nel 2016 mi è tornata la voglia di studiare ed ho iniziato ad avvicinarmi all'olistica. Nel 2019 mi sono diplomata come 'Operatrice Olistica in materie esoteriche', conquistando due master in Cristalloterapia e in Sciamanesimo trans-culturale, e sono lettrice dei Registri Akashici. Mentre l'olistica mi guariva corpo e anima, ho ricominciato a bruciare energie nella scrittura in modo più costruttivo e ho prodotto due libri e numerosi racconti brevi che nel tempo sono stati pubblicati. Oggi continuo a fare l'impiegata, la moglie, la mamma, la figlia e la sorella ma anche la scrittrice. Cos'altro posso dirvi di me? Adoro il mare, soprattutto al tramonto, amo il gelato crema e spagnola, e adoro suonare il mio tamburo. Sono un'accanite lettrice e quando mi piace un autore cerco di leggere tutto ciò che ha prodotto. Gli scrittori che preferisco sono: Isabelle Allende, Giorgio Faletti, Paulo Coelho, H.H. Mamani, Jhonathan Tropper e C.R.Zofòn. Mi piace però ogni tanto spaziare in vari generi e devo dire di aver letto quasi tutto anche di Nicolas Sparks e di J.L.Armentrout, giusto per citarne alcuni.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Barbara Nives Bigi: Ho iniziato a scrivere alle elementari grazie all'aiuto e agli stimoli della maestra Anna. Ero una bambina molto introversa, con una DSA piuttosto evidente (anche se allora non veniva diagnosticata) per cui avevo difficoltà a leggere a voce alta e a scrivere ma l'insegnante è riuscita ad indirizzarmi verso il superamento di queste mie difficoltà. La prima cosa a cui mi sono appassionata è stata la poesia e ho iniziato a produrne anch'io materiale di questo tipo. In seguito, Anna e mia madre hanno raccolte le mie 'poesie' in un primo libriccino che conservo ancora. Più tardi ho allargato un po' i miei orizzonti e ho cominciato a scrivere racconti e da qui non mi sono mai fermata. Solo, però, dopo i quarant' anni ho fatto un corso di scrittura creativa e ho dato una forma un po' più strutturata a questa mia passione.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Barbara Nives Bigi: No, non ho un libro che nello specifico mi ha indirizzato verso questa strada ma piuttosto una serie d'autori che amo particolarmente. Più di tutti a stimolare in me la voglia di scrivere, oltre a quella di leggere, è stata Isabelle Allende, probabilmente proprio per come descrive nei suoi libri il suo approccio alla scrittura, e cioè con la sensazione che fosse suo nonno in qualche modo a dettarle ciò che poi lei inseriva nei suoi scritti. È una maniera di concepire la scrittura che è molto affine al mio modo di sentire e di scrivere.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Barbara Nives Bigi: Sì, a dire il vero l'ho proposto a diversi editori e per fortuna è stato subito accettato da una casa editrice non a pagamento di Ferrara. Sto parlando de L'INCANTO edito dalla Badiglione Editore. La correzione delle bozze si è però protratta a lungo ed il libro è andato in stampa nel 2023, mentre COMPAGNA DI VIAGGIO con la Sensoinverso Edizioni è andato in stampa nel 2019. I risultati sono comunque stati soddisfacenti per entrambe le esperienze.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Barbara Nives Bigi: Penso di sì, anche se non l'ho mai fatto, ma sto scrivendo un terzo libro e sicuramente sto prendendo in considerazione l'idea anche perché mi è stata consigliata da diverse persone di fiducia. Ad essere onesta un po' mi spiace non essere seguita da una casa editrice di riferimento ma sono una persona che ama fare sempre esperienze nuove, quindi è verosimile che pubblicare con Amazon possa essere il mio prossimo passo.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Barbara Nives Bigi: Penso che i miei libri siano un po' come i figli, li amo tutti alla follia ma in modo diverso perché ognuno ha le sue peculiarità. Sicuramente se devo fare una scelta andrei su L'INCANTO perché è stato il primo ma anche perché è ambientato nella mia città. Inoltre, pur essendo una storia di fantasia ho attinto ad alcuni aneddoti famigliari e alcuni personaggi hanno caratteristiche liberamente tratte da cari amici. Facendo invece riferimento ai miei racconti brevi senza ombra di dubbio il mio preferito è HOPE edito dalla Sensoinverso Edizioni nel volume intitolato L'ALTALENA. È la storia vera di uno dei miei figli. Penso di poter asserire che i testi che porto maggiormente in profondità nel cuore sono quelli più intimi, in cui c'è qualche tratto personale.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Barbara Nives Bigi : Scrivo di getto e soprattutto con carta e penna. L'estro creativo mi prende improvvisamente e non posso far altro che buttare tutto ciò che ho dentro su di un foglio. Ho un modo di scrive talmente fluido che mi sembra di non essere veramente cosciente e presente a me stessa al punto che poi devo rileggere ciò che ho vergato perché spesso non ne sono pienamente consapevole. Solo in un secondo momento con calma e metodicità ricopio tutto a computer, mettendo insieme i pezzi in modo che il testo risulti omogeneo e scorrevole e aggiungendo particolari che possano renderlo intrigante.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Barbara Nives Bigi: Si, come già detto, sto scrivendo un terzo libro. È sempre un libro di narrativa ma diverso dai precedenti. Sarò generica perché non è ancora uscito ma posso dirvi che è la storia di una grande famiglia raccontata dal punto di vista di un nipote. Come tutti i miei libri ha un tema di fondo importante, che non intendo rivelarvi ora. Posso, però, in questa sede, svelarvi che COMPAGNA DI VIAGGIO parla del gravoso problema che si trova ad affrontare chi soffre di crisi di panico, mentre L'INCANTO parla di affido famigliare e maternità.
Writer Officina: Cosa hai voluto dire con la tua storia?
Barbara Nives Bigi: Coi miei libri spero sempre di suscitare buoni sentimenti e confido scaldino il cuore a chi li legge. In particolare con COMPAGNA DI VIAGGIO non ho voluto suggerire una soluzione alla patologia delle crisi di panico, perché credo che ogni persona debba trovare la sua via per risolvere i problemi che la vita gli mette davanti. Quella di Valeria non è una patologia grave ma è parecchio invalidante per chi la vive, quindi con questa storia ho tentato di accendere la speranza. Il messaggio del mio libro è questo: 'forse le soluzioni di Valeria non sono le tue, ma se lei ha trovato un espediente per stare decisamente meglio, puoi farcela anche tu. '
Writer Officina: Ti sei documentata, sui luoghi, sulle professioni di cui parli, sulle industrie farmaceutiche?
Barbara Nives Bigi: Credo sia indispensabile documentarsi prima di scrivere un libro. COMPAGNA DI VIAGGIO parla di una patologia precisa per cui ho parlato con persone che ne soffrono per avere un quadro più dettagliato di questa malattia. Inoltre Valeria ha altri problemi di salute anche più complessi che hanno richiesto da parte mia ricerche approfondite, ho intervistato alcuni amici medici e ho navigato un po' su internet a caccia di notizie. Volutamente un farmaco di cui fa uso Valeria ha un nome inventato, mi è sembrato un atto di delicatezza verso il mio personaggio ma anche verso i lettori che caso mai si rivedono nella storia di Valeria. La malattia è sempre un tasto molto intimo nella vita delle persone, ogni persona la vive in modo differente, per questo volevo usare i guanti bianchi nell'approcciarmi a queste problematiche.
Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?
Barbara Nives Bigi: Assolutamente sì. Per me lo è stata sicuramente da bambina quando non riuscivo ad esprimermi. Scrivere è stato proprio un modo per comunicare col mondo, per dire la mia ed uscire dalla prigione di silenzio in cui mi ero racchiusa. Lo è anche oggi, quando ho qualche cruccio, qualche difficoltà, qualche blocco emotivo mi aiuta a rimettere in equilibrio il mio spirito, a sfogare le emozioni represse ma anche a rimettere ordine nei pensieri e di conseguenza nella mia vita. È come se la scrittura mi aiutasse a rielaborare i fatti e a lasciarli andare. Credo che scrivere sia terapeutico perché aiuta a dissipare il caos mentale e il disagio spirituale che affligge così spesso l'uomo moderno, me compresa.
Writer Officina: Che consigli daresti, basati sulla tua esperienza, a chi come te voglia intraprendere la via della scrittura?
Barbara Nives Bigi: Il primo consiglio è di prepararsi, di studiare. Non ci si improvvisa scrittori. Ci sono corsi validissimi che si possono seguire. Se intendete scrivere un racconto è necessario che vi documentiate per scrivere cose corrette, poi lasciate fluire il vostro estro creativo, ma accertatevi che il vostro libro abbia una struttura solida. L'ultimo consiglio che voglio dare è di non desistere. Prima dei successi capita di raccogliere delusioni, di vedere il vostro lavoro respinto. Voi dovete essere i primi a credere nel vostro operato. Una porta che si chiude può essere un insegnamento ma può anche nascondere un sentiero che fino a quel momento non avevate notato. Siate spugne nell'apprendere dalle esperienze che vi si presentano, ma non mollate mai. |
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