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Taverna Poesia
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La Taverna Poesia non ha un'insegna degna di questo nome: solo una tavola di legno sbiadita, appesa storta sopra la porta, come se avesse alzato un sopracciglio di fronte a chi si avvicina, con lettere irregolari dipinte in un blu che il sole e la salsedine hanno reso quasi grigio. Eppure, tutti in città sanno dov'è. È il cuore pulsante della Città Bassa, a due passi dal molo, incastonata tra due vecchi edifici, affacciata sulla Piazzetta del Custode, e le sue finestre, nelle sere d'inverno, emanano una luce calda che sembra promettere conforto a chiunque varchi la soglia.
Dentro invece è un altro mondo. L'aria profuma di luppolo, di legno vecchio e di sale marino portato dal vento. Bottiglie di birra, tutte con etichette diverse e stravaganti, occupano scaffali come trofei conquistati in spedizioni lontane. La luce è calda, filtrata da lampade ambrate che riflettono il colore della birra nei bicchieri.
Lì, dietro il bancone, c'è Osvaldo. Osvaldo è un omone alto, largo di spalle e con una barba color rame che scende come una cascata disordinata. È mastro birraio per vocazione, poeta per testardaggine. La birra che prepara, scura e cremosa, è considerata un nettare in città: «Ti rimette in piedi anche quando non hai più le gambe» dice Spino, facendo girare con orgoglio le ruote della sua turbinceppa.
Le poesie di Osvaldo, invece... beh, quelle sono un'altra storia. Lunghi versi traballanti, rime che inciampano come marinai ubriachi, metafore azzardate e paragoni che fanno sospirare o ridere, a seconda della serata e del grado alcolico dei presenti. Ma Osvaldo ci crede, e la sua passione è talmente autentica che nessuno avrebbe mai il coraggio di zittirlo.
Il bancone della taverna è più un confessionale che un piano d'appoggio. Qui si scambiano segreti, si stringono alleanze improbabili, nascono amori fugaci e rivalità feroci. La Taverna Poesia è il crocevia invisibile delle vite della città: se qualcosa di strano, curioso o degno di essere raccontato accade, in qualche modo finisce per passare di lì. E Osvaldo lo sa bene. Non fa domande, ma ascolta tutto. Tra una pinta di birra e un verso, immagazzina frammenti di storie che, come ingredienti segreti, un giorno potrebbe mescolare alla sua birra o infilare in una poesia improbabile.
Ogni sera, come accade quasi sempre, i tavoli sono pieni. Spino, che racconta per l'ennesima volta di quando aveva battuto in velocità un motorino con la sua sedia a rotelle truccata; Vinetta e Beppe, la solita coppia di battibecchi e risate che litiga su tutto, anche su come dividere un piatto di olive, ma sempre seduti – immancabilmente – fianco a fianco; Marta, la gatta della taverna, che sapeva scegliere sempre il grembo giusto su cui acciambellarsi, il professore Mandorlini, con il suo inseparabile ombrello, e un ventaglio di marinai, studenti, vecchi amici e sconosciuti di passaggio riempiono il locale.
Osvaldo, versando con lentezza una birra dal colore dell'ambra scura, si schiarisce la voce. I più attenti riconoscono il segnale: sta per declamare un'altra delle sue opere. Qualcuno mugugna, qualcuno sorride, e Spino alza il bicchiere come per dire “dai, facciamolo contento”. Osvaldo si pianta in mezzo alla sala, si mette le mani sui fianchi e, con un tono solenne da capitano che legge un proclama, inizia:
“Ode alla birra e al mare”.
Oh, birra mia, schiumosa e sincera, sei più bella di una serata leggera, passata a guardare il tramonto rosso (o forse era il vino... ne rimango un po' scosso).
Nel tuo sapore sento il sale del mare. Tu, bionda, scura, ambrata e dorata, sei la mia musa... seppure un po' salata.
E se la vita mi lascia all'asciutto, io vengo da te e bevo di brutto. Perché il mare è profondo e fa un po' paura, ma tu, birra mia... tu sei sempre sicura.
Un applauso incerto parte dal fondo, seguito da qualche fischio ironico e risate benevole. Osvaldo fa un inchino esagerato, soddisfatto come se avesse appena recitato al Teatro Nazionale di Londra. La serata riprende il suo corso tra brindisi, voci alte e il rumore deciso dei boccali che si urtano. Fuori, il mare continua a infrangersi contro il molo. Dentro, la Taverna Poesia continua ad essere quello che è sempre stata: il luogo dove tutto può iniziare.
MILONGA D'INVERNO La neve cadeva sospinta da un vento lento, sospesa nell'aria prima di posarsi discreta, quasi a non voler disturbare. La Città Bassa, quella notte, sembrava avvolta in un silenzio irreale, rotto solo dallo scricchiolio dei passi sulla neve fresca e dal suono distante di un bandoneón che filtrava da qualche porta socchiusa.
Achille tira su il bavero del cappotto. L'aria gli mordeva il viso, e il vento di mare – freddo e salmastro – tagliava ogni pensiero. Un sussurro gli attraversa la mente: «Sei sicuro che ne valga la pena?». «Non ne sono mai sicuro» risponde a bassa voce tra sé e sé, senza pensarci.
Una volta aperta la porta d'ingresso, una musica dolce e malinconica lo invade come un fiume in piena, accarezzando le sue orecchie e il suo cuore. Il capannone portuale di Via del Molo era stato trasformato per l'occasione: luci ambrate pendevano dal soffitto, creando pozze calde di colore sul pavimento di legno. Il bandoneón e il violino intrecciavano note pensierose, che sembravano ricordare amori passati.
Achille si ferma qualche secondo vicino all'ingresso, lasciando che gli occhi si abituino alle luci soffuse. Le coppie giravano sulla pista con movimenti misurati, in quell'abbraccio tipico del tango argentino che unisce più dei passi. Era come guardare due respiri diventare uno. E poi la vede. È seduta in un angolo, vicina a un tavolino rotondo coperto da una tovaglia color vinaccia. Il cappotto ancora sulle spalle, le mani attorno a una tazza fumante di tè, i capelli scuri raccolti in una treccia morbida che le cadeva di lato. Ride a qualcosa che Spino, in gran spolvero da ballerino, le sta raccontando. Peraltro, la ferma convinzione di Spino era che la sua carica sensuale da tanghero, espressa dal ciondolare ritmico della sua testa abbinata alle sue battute mordaci, potesse superare l'evidente impiccio della sua condizione.
«Ecco, Achille» gli suggerisce la sua vocina interiore, «questa è una di quelle persone che se ti guardano troppo, rischi di raccontargli tutta la vita. E tu non sei proprio il tipo che deve raccontarla a chiunque.» Achille fa un mezzo sorriso. «Non la racconterò. Magari la ascolto.» Come se il destino avesse deciso di aiutarlo, Spino viene richiamato in pista dal suono di una tanda di milonga veloce, un invito inequivocabile per la sua turbinceppa, da far roteare con l'aiuto di una gentile accompagnatrice, al suono di Milonga Sentimental.
Guai – anche se lui ancora non conosceva il suo nome – rimane sola. Achille fa due passi incerti verso il tavolo. «Disturbo?» chiese, con quella voce che usa quando non è certo di avere il diritto di stare lì. Lei lo guarda per un istante, e in quello sguardo c'è qualcosa di diretto ma non ostile. «Solo se ti siedi e non parli» disse con un mezzo sorriso. Lui ride, sedendosi. «Allora rischio di disturbarti parecchio.» «Sei qui per ballare o per guardare?» chiede lei, portando la tazza alle labbra. «Forse per entrambe le cose. Anche se guardare mi viene meglio.» Lei appoggia la tazza e lo fissa, come a scandagliare chi aveva davanti. Poi fa un cenno verso la pista. «Allora sarà il caso di provare a ballare. Altrimenti ti perdi metà del divertimento.»
Il bandoneón allunga un'ultima nota, e in quel momento Achille ha la netta sensazione che il tempo abbia smesso di passare, lì dentro.
Il musicalizador annunciò una tanda di tanghi lenti, con un accento nostalgico che sembrava fatto apposta per chi aveva bisogno di tempo per respirare. Guai si alza senza fretta, appoggia la tazza di tè e allunga una mano verso Achille. «Vieni?» Lui la guarda un istante, una mirada inversa, quasi per assicurarsi che fosse davvero lei a chiederlo, una richiesta poco convenzionale per i tangheri. Poi posa la mano nella sua. Era calda, ferma, sicura. Mentre attraversavano la sala verso la pista, Achille avvertì un leggero tremito nelle gambe. «Smettila di pensare come se stessi per affrontare un esame» commentò la sua solita vocina, con tono seccato. «È solo un ballo. Non stai andando a contrattare con un mercante persiano.» Si fermano sul bordo della pista. Guai si mette di fronte a lui, così vicina che Achille poteva sentire il profumo sottile della sua pelle: un misto di bergamotto e qualcosa di dolce, forse vaniglia. «Respira» disse lei con l'imperfezione del suo rotacismo, senza smettere di guardarlo negli occhi.
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Mi chiamo Alessandro Viggiani, sono nato e vivo a Milano, ma ho origini pugliesi e lucane di cui sono profondamente orgoglioso. Prima che autore sono una persona curiosa. Osservo e ascolto molto, è un'abitudine che porto con me da sempre. Lavoro da molti anni nel mondo della comunicazione aziendale, un mestiere che mi ha insegnato la disciplina delle parole e il loro peso. Scrivere, però, è sempre stato uno spazio diverso, più libero, dove entrano in gioco anche le mie fragilità. Sono marito e padre di quattro figli, e questo ha reso il mio sguardo più attento alle relazioni, al tempo che passa, a ciò che resta. Scrivo per provare a dare forma a quel confine sottile tra ciò che viviamo e ciò che proviamo a raccontare.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Alessandro Viggiani: Non c'è stato un momento preciso. La mia passione per la letteratura è nata per stratificazioni, nel tempo. Più che un'illuminazione improvvisa è stato accorgermi che le parole e la scrittura erano diventate un modo naturale per esprimermi, una chiave personale per guardare e raccontare il mondo.
Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?
Alessandro Viggiani: Sinceramente no. Non c'è stato un libro solo che mi abbia indicato questa strada. Da persona curiosa, ho sempre letto generi e autori molto diversi tra loro, spesso lontani per stile e intenzioni: dai grandi romanzi storici di Ken Follett all'ironia graffiante di Daniel Pennac. Le mie letture si sono mosse per attrazione, per momenti della vita, per necessità diverse. Credo che il mio rapporto con la scrittura sia nato proprio da questo attraversamento continuo: libri diversi, letti in tempi diversi, che hanno lasciato tracce, suggestioni e diversi modi di guardare il mondo.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Alessandro Viggiani: No, non l'ho proposto a un editore. Fin dall'inizio ho scelto consapevolmente la strada del self publishing. Mi interessava mantenere il controllo completo sul progetto, dall'inizio sino alla fine, e accompagnarlo passo dopo passo, dalla scrittura alla pubblicazione. È stata una scelta coerente con il modo in cui è nato il romanzo.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Alessandro Viggiani: Sì, credo possa essere una buona opportunità, se affrontata con consapevolezza. Amazon KDP offre strumenti accessibili e la possibilità di pubblicare senza barriere d'ingresso, ma richiede anche responsabilità: cura del testo, della copertina, attenzione al progetto e disponibilità a seguire il libro nel tempo. Per uno scrittore emergente può essere un buon modo per mettersi alla prova a patto di non considerarlo una scorciatoia, ma parte di un proprio percorso.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Alessandro Viggiani: Al momento ho pubblicato un solo libro, Taverna Poesia, ed è inevitabile che sia quello a cui sono più affezionato. È una storia corale ambientata in una città immaginaria, raccontata attraverso personaggi diversi che si incontrano e incrociano le proprie storie attorno ai tavoli di una taverna. La taverna è un luogo di accoglienza, di passaggio e di ascolto: qui i personaggi parlano, si osservano, a volte si fraintendono e dalle loro conversazioni emergono legami inattesi. Il libro è fatto di dialoghi, scene quotidiane e piccoli movimenti interiori, in cui gesti e parole apparentemente semplici aprono a domande più profonde. Più che seguire una trama lineare, il romanzo costruisce un mondo che prende forma poco alla volta, attraverso le voci che lo abitano e il tempo condiviso tra un bicchiere, una storia e un silenzio.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Alessandro Viggiani: Nel mio lavoro, nella comunicazione, sono abituato a partire da obiettivi, strutture e messaggi chiave. Nella scrittura narrativa, invece, il percorso è diverso. C'è una fase iniziale di appunti, immagini e personaggi, ma poi la scrittura procede (almeno per me) in modo più istintivo, lasciando spazio all'ascolto delle voci e dei dialoghi. Col tempo ho imparato a tenere insieme queste due dimensioni: l'istinto per far nascere le storie e il metodo per rileggerle, dare loro forma, ritmo e coerenza. La struttura, spesso, arriva dopo, come un percorso che si chiarisce strada facendo.
Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?
Alessandro Viggiani: Sì, ho iniziato a lavorare a un nuovo romanzo subito dopo aver chiuso Taverna Poesia, la scorsa estate. Si muove nello stesso universo narrativo, ma con uno sguardo diverso, più concentrato e introspettivo. È in continuità naturale con primo libro, ma anche un'evoluzione, che prova a esplorare più a fondo alcuni temi e dinamiche già presenti. L'idea è quella di arrivare a una pubblicazione a estate 2026, compatibilmente con il percorso di scrittura.
Writer Officina: Cosa c'è di te nel tuo romanzo?
Alessandro Viggiani: C'è il mio modo di osservare le persone e i luoghi, più che episodi autobiografici in senso stretto. Nel romanzo confluiscono pensieri, riflessioni ed esperienze che si sono stratificate nel tempo e hanno trovato solo dopo una forma narrativa. C'è il tango, che è stato parte della mia vita, e la mia passione per le storie medievali, che affiora nel modo di guardare al tempo e alla memoria. C'è anche il mio amore per il mare e per i suoi significati metaforici: confine, apertura, distanza, ritorno. Ho inserito un riferimento a un luogo lontano come l'Iran, con le sue antiche torri del vento, e ai racconti dei viaggi di lavoro di mio padre negli anni Settanta e Ottanta, che ascoltavo da bambino con occhi colmi di meraviglia. In questo senso il romanzo è personale: non perché racconti la mia vita, ma perché nasce dal mio modo di guardare il mondo. |
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