Writer Officina
Autore: Silvia Vercesi
Titolo: In nome di quale Dio
Genere Thriller Mystery
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In nome di quale Dio
Lo ammetto, quella volta il convegno era stato un po' una scusa per farmi un bel giro a Roma. Di solito non è mia abitudine abusare della voce “rimborsi spese per convegni e seminari”, ma dopo tutto l'inverno passato sui libri a fare ricerche bibliografiche senza quasi mettere il naso fuori di casa, avevo proprio bisogno di un po' di svago. Così avevo accolto l'invito di Franco Kool e mi ero iscritto alla sua conferenza “La Bibbia: il racconto dell'origine e della creazione. Il mondo, la storia e le lotte di potere del popolo di Dio”.

Seguivo gli studi del professor Kool, storico delle religioni, teologo e biblista di fama internazionale, con una pluriennale esperienza e un curriculum professionale di tutto rispetto, già dai tempi del dottorato di ricerca e devo dire che, con gli anni, la sua impostazione, da rigorosamente accademica e allineata, stava pian piano virando verso contenuti un po' più discutibili, comunque ancora con tutta quella cautela imposta dalla sua figura di professore della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense.

Il convegno era ospitato presso Palazzo Rondanini alla Rotonda e si stava svolgendo presso la grande sala che si affaccia su Via Giustiniani. Ero già stato altre volte in quel salone, sempre in occasione di qualche convegno o incontro e tutte le volte rischiavo di “perdermi dei pezzi” rapito dagli affreschi che la caratterizzano. L'iconografia era piuttosto chiara e duplice: in parte religiosa, con figure allegoriche rappresentanti soggetti cristiani come il battesimo, l'allegoria della religione e della Chiesa e in parte dinastica, incentrata sulla glorificazione dei Farnese, i più illustri parenti stretti dei Rondanini. Non era certo una novità quella di miscelare religione e simboli di potere temporale negli affreschi anzi, per i danarosi e potenti committenti, era quasi un must quello di farsi rappresentare dall'artista di turno in scene di carattere religioso. Insomma, religione e potere, tema evocato anche dal titolo del convegno del professor Kool, seppure con discrezione ed eleganza, era evidentemente un tema ricorrente, dai tempi della Bibbia ai giorni nostri passando, come testimoniavano le pareti che mi circondavano, dal Rinascimento.

L'esposizione del professor Kool, non particolarmente innovativa ed illuminante, era giunta al termine della sessione mattutina e, dopo una serie di domande di rito da parte del pubblico, una hostess sorridente ci invitò nella saletta attigua, per il consueto pranzo a buffet. Come al solito e nonostante gli utenti della conferenza fossero sostanzialmente tutti o quasi studiosi attempati, ci fu il consueto assalto alle vivande. Aspettai in disparte il mio turno, odio le situazioni di ressa e di calca e, avevo già notato, che di fame certamente non saremmo morti: dietro al paravento situato dopo il bancone, intravedevo una sfilza di vassoi, pieni di ogni ben di Dio: focaccine farcite, pizzette, colorati e variegati finger food. Finalmente ero riuscito a guadagnarmi uno spicchio davanti al bancone del buffet, mi ero procurato un piatto pulito e stavo programmando come riempirlo: avrei certamente attinto dalla teglia contenente la pasta al forno al radicchio rosso, poi sicuramente avrei assaggiato una porzioncina di spaghettone cacio e pepe, siamo a Roma come potevo esimermi, poi c'era quella melanzana alla parmigiana che gridava vendetta e un paio di fettine di porchetta non me le avrebbe tolte nessuno.

Stavo tornando al tavolo che mi era stato assegnato, che poi era anche quello del professor Kool, con il piattino in una mano e il bicchiere nell'altra e non vedevo l'ora di addentare la lasagnetta al radicchio, finalmente e senza essere circondato dalla ressa, quando sentii un fragoroso rumore di piatti e stoviglie rompersi per terra unito a un tonfo sordo e poi un preoccupante, confuso tramestio di passi unito a delle urla.

Non vidi più il professor Kool che un attimo prima sembrava stesse dirigendosi verso il nostro tavolo; intuii che doveva essere scivolato a terra, “intuii” perché attorno a lui c'era parecchia gente che impediva la visuale, “intuii” anche che nel cadere, doveva essersi aggrappato ad una delle tovaglie dell'allestimento del buffet, trascinando una serie di stoviglie e bicchieri a terra.
Bene, cioè, male, ma comunque era evidente che la conferenza del professor Kool sarebbe finita lì.

Ecco lo sapevo, una volta che mi prendo una vacanza, pardon, quando ho un impegno di lavoro fuori sede, succede sempre qualcosa... e stavolta era pure qualcosa di grosso e di brutto: c'era scappato il morto.

Inizialmente tutti avevano pensato ad un malore, il professor Kool era certamente il candidato ideale per un infarto: fortemente sovrappeso, gran fumatore e bevitore... ma dato che mi trovavo in un corridoio angusto che fungeva da sala d'attesa del Commissariato di Polizia Monteverde, voleva dire che molto probabilmente si trattava di qualcos'altro.

Ero “entrato nell'ottica”, di dover attendere un bel po' prima di parlare con qualcuno, così mi ero pure portato dietro il tablet per poter lavoricchiare un po'. Invece dopo un'attesa di non più di una decina di minuti, eccomi qui seduto davanti ad un tizio secco dai capelli e barbetta rossiccia, vagamente dall'aspetto nerd, con i suoi occhialetti di ordinanza sommerso di scartoffie. Ma la pubblica amministrazione e annessi e connessi, non stava andando verso la smaterializzazione e digitalizzazione? O solo a noi in Università scassano con firme digitali, zero carta e altre menate del genere?
«Buongiorno professor Andreoli. Mi scusi per l'attesa e per l'ufficio... non è il mio, ma della dottoressa Viganò...»
Caspita, ma mi aveva letto nel pensiero?
«Sono l'ispettore Belli, la dottoressa è il commissario incaricata dell'indagine. Al momento è in ferie, ma dovrebbe rientrare a breve in servizio. Come avrà sicuramente immaginato, ho avuto istruzioni di ascoltare tutti i partecipanti al convegno, nella speranza di trovare una spiegazione plausibile a quanto è successo, quindi le farò alcune domande».

Si intuiva che probabilmente fare interrogatori o roba simile, non doveva essere il suo mestiere, mentre me lo vedevo bene davanti ad un pc con otto schermi o a smanettare una console.
«Dunque...» - intanto giocherellava con i lacci del cappuccio della felpa - «...ah, il qui presente agente Nardella è stato incaricato dal commissario della stesura dei verbali...»
E questo da dove è sbucato? Sembra direttamente uscito da un B movie d'altri tempi, e con quegli occhiali così spessi, chissà che agilità sulla tastiera...
«Possiamo iniziare... Si ricorda quando è arrivato nella sala della conferenza?»
«Sì, direi un'abbondante mezz'ora prima che il professore iniziasse la sua esposizione; ci tenevo a salutarlo prima dell'inizio, sa alla fine c'è sempre un gran ressa intorno ai relatori.»
«Ne deduco che lei conoscesse il professor Kool. Eravate amici?»
«Non credo che avrei potuto definirlo un amico. Vede nell'ambiente accademico ci sono alcune nicchie di studio all'interno delle quali si viene spesso a creare una piccola comunità di studiosi che si scambiano opinioni e idee. Il professore era un'autorità nel campo della teologia e dello studio della Bibbia e l'ambito dei miei studi mi hanno portato a essere parte di quella piccola comunità. Ecco tutto.»

Nardella mi sorprende... con un'agilità che non t'aspetti digita velocemente sulla tastiera.
«Nel suo incontro col professore e successivamente durante la conferenza ha notato qualcosa di strano? Che ne so, il professore le pareva agitato? Nervoso? Preoccupato?»
«Non direi...» - rispondo cercando di capire se è meglio fissare il tipo nerd, pardon: l'ispettore Belli, che mi fa le domande o l'agente che prende nota - «...era più che altro elettrizzato dalla ricerca che stava conducendo e ansioso di aggiornarmi di persona su alcuni sviluppi e mi aveva pregato di rintracciarlo dopo la conferenza: ‘Ho qualcosa di molto interessante da discutere con lei. La prego di considerarsi mio ospite a cena.' Più o meno è questo quello che era riuscito a dirmi prima di sedersi al tavolo dei relatori».

Accidenti eccomi qui attanagliato dalla curiosità di saperne di più su questa strana faccenda. L'ispettore non sembra dimostrare grande simpatia nei miei confronti però non riesco a trattenermi.
«Scusi la domanda... pensavo che il professore avesse avuto una morte naturale, ma evidentemente non è così; se potesse condividere con me maggiori informazioni su quanto è successo, potrei focalizzare la memoria, che ne so, su qualche dettaglio che altrimenti potrebbe non venirmi nemmeno in mente e magari potrei esservi più utile...»
«Professore si limiti a rispondere alle domande la prego. I partecipanti alla conferenza sono quasi una trentina, senza considerare gli organizzatori e il personale del catering e di servizio e il commissario vuole trovare tutti i relativi verbali pronti quando rientra.»
«Ma io pensavo di poter...»
Mi rendo conto di aver innervosito il mio interlocutore, che alzando il tono di voce «Per favore professore, non insista! Lei Nardella mi faccia la cortesia di eliminare dal verbale questi piccoli screzi col professore, non sono certamente utili ai fini delle indagini.»
«Ma signore, io devo...»
«Non ci si metta anche lei Nardella. Trenta persone da sentire... trenta minuti ciascuna, già fanno quindici ore... questo è solo l'undicesimo verbale... vuole passare qui tutta la notte?»
«No, certo che no signore, va bene.»
«Torniamo a noi. Quindi il professore le aveva chiesto di poterle parlare...»
«Di più! Mi aveva invitato a cena!»
«Si, va bene professore... l'aveva invitato a cena... Ha idea di cosa volesse parlarle?»
«No, purtroppo no. Come le ho detto, so che stava dedicandosi anima e corpo ad una ricerca su cui però ha sempre mantenuto il massimo riserbo, almeno con il sottoscritto.»
«Sì, certo capisco... E dopo il colloquio ha avuto occasione di riparlare con il professor Kool o di notare qualcosa di strano nella sala durante la conferenza?»
«No ispettore, non ho purtroppo più avuto modo di avvicinarmi al professore e per quel che riguarda la conferenza mi è sembrata svolgersi nella più banale normalità.»

Che cosa voleva dire con quel “Si certo capisco?” Mi vien voglia di prenderlo per il bavero... della felpa a sto imbecille!
«È sicuro di non aver notato nulla di particolare? Che so qualcosa di strano? Di fuori posto?»
«Guardi l'unica cosa fuori posto che ho notato, è quella disgustosa brodaglia calda servita come drink al catering...»
«Bene, se non ricorda o non ha notato altro direi che almeno per ora è tutto...»
«Lasci all'agente un recapito telefonico, l'indirizzo e il nome dell'albergo presso cui è alloggiato.»
«Certamente.»
«Ah professor Andreoli, sono sicuro l'abbia già immaginato, ma devo ricordarle di non lasciare la città almeno fino a che la dottoressa Viganò non disponga diversamente. Il poliziotto mi fece cenno di andare, per poi aggiungere: «Nardella, faccia pure entrare il prossimo sulla lista.»

Non riuscivo a crederci. Il tipo nerd mi stava congedando senza minimamente cercare di farmi scavare nei miei ricordi.
Uscendo dalla stanza noto un bel po' di gente ora in attesa in corridoio, riconosco alcune facce viste al convegno, tra cui una tipa giovane e un po' appariscente che in effetti avevo già notato e alcuni tizi e tizie facenti parte dell'organizzazione. Mi faccio strada tra loro e finalmente sono fuori.

Certo che se le indagini sono condotte in questo modo non riusciranno a trovare nulla di significativo nemmeno se gli capitasse casualmente tra i piedi; e temo non ci sia da sperare molto nemmeno dal rientro della dottoressa Viganò... probabilmente quei due lavorano insieme da anni e di solito il frutto non cade mai troppo distante dall'albero.

Per fortuna avevo già pensato di rimanere a Roma qualche giorno in più, in fondo me lo merito e visto l'obbligo di restare a disposizione, potrò godermi anche questo piccolo extra di vacanza a spese dell'Università.
Silvia Vercesi
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Silvia Vercesi
Mi chiamo Silvia Vercesi, sono laureata in giurisprudenza, nata e residente a Milano. Lavoro come impiegata amministrativa presso una grande realtà milanese.
Nel tempo libero amo scrivere racconti, poesie e filastrocche per affrontare meglio le piccole e grandi difficoltà della vita. Ho ottenuto alcuni riconoscimenti e menzioni nell'ambito di premi letterari a livello nazionale per poesie e racconti.
In passato ho collaborato alla realizzazione delle fanzine Chine Nove, Ritagli Metropolitani e Mistery come sceneggiatrice e, occasionalmente, anche come disegnatrice. Ho collaborato con il periodico Zona Nove di Milano, occupandomi di fatti di cronaca di interesse locale.
Sono co-autrice del libro illustrato per bambini La bottiglia diventa un cigno – manuale del piccolo riciclatore e della collana di libri da colorare Le filastrocche delle zie Pasticciotte.
Da agosto 2024 gestisco un piccolo canale YouTube che propone videofilastrocche.
Alcuni miei racconti, poesie e articoli sono stati pubblicati sul sito “Letture da metropolitana”, sul “Blog Lettera32” e in varie antologie.
A maggio 2022 è uscita la mia prima raccolta di poesie e racconti, Silverciciar: chiacchiere in racconti e poesie, edita da Apollo Edizioni, e a luglio 2024 il libro illustrato di filastrocche Filastrocche da CalenDario, edito da Amarganta.
A febbraio 2026 è uscito il mio primo romanzo In nome di quale dio, edito da WritersEditor.

Writer Officina : Qual è stato il momento in cui ti sei accorta di aver sviluppato la passione per la scrittura?

Silvia Vercesi : Mi è sempre piaciuto scrivere. Da ragazzina riempivo il diario scolastico di racconti, in particolare di fantascienza e horror, e negli anni universitari ho avuto anche modo di partecipare a esperienze di fanzine dedicate al fumetto.
Per anni il lavoro e gli impegni quotidiani hanno preso il sopravvento, portandomi ad accantonare la scrittura. L'ho ripresa solo in modo timido, attraverso alcune poesie.
La svolta è arrivata quando un amico, impegnato nella scrittura di un romanzo “spicy”, mi ha coinvolta nel progetto: ho collaborato sia alla costruzione della storia sia alla revisione del testo.
È stata un'esperienza a tratti faticosa, ma profondamente stimolante. Proprio da lì è nata una domanda semplice: perché non provare a scrivere qualcosa di mio, cimentandomi magari in un genere per me più congeniale?
Così ho ripreso a scrivere, dando poi vita a IN NOME DI QUALE DIO, un thriller con elementi mystery e un tocco di fantascienza, una passione che coltivo da sempre, e, parallelamente, ad altri racconti e testi poetici, confluiti nell'opera Silverciciar: chiacchiere in racconti e poesie. Nello stesso periodo ho coltivato anche una vena più giocosa e visiva, realizzando e illustrando la raccolta di filastrocche Filastrocche da CalenDario e avviando un piccolo canale YouTube dedicato a videofilastrocche.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Silvia Vercesi : Sì, direi di sì. Più che un singolo libro, sono stati soprattutto i libri di Dan Brown: ho letto gran parte dei suoi romanzi e mi ha sempre affascinato la sua capacità di costruire trame avvincenti, ricche di enigmi, simboli e riferimenti storico-artistici. Quel tipo di narrazione, capace di tenere insieme suspense e contenuto, mi ha fatto pensare che fosse un terreno in cui mi sarebbe piaciuto cimentarmi.
Accanto a questa influenza, però, è stata decisiva la collaborazione alla stesura del romanzo di cui raccontavo nella risposta precedente. Vedere il “dietro le quinte” della scrittura, discutere e immaginare i vari scenari possibili, entrare nei meccanismi narrativi e confrontarmi con un progetto concreto ha reso tutto più reale e accessibile, facendomi nascere la voglia di provare a costruire qualcosa di mio.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Silvia Vercesi : In realtà, il mio primo libro in senso proprio, mettendo da parte le esperienze giovanili come fanzine e simili, è stato Silverciciar: chiacchiere in racconti e poesie. In questo caso non ho intrapreso il classico percorso di proposta diretta a un editore, ma è stata un'opportunità nata in modo diverso.
Ho infatti partecipato e vinto un concorso letterario il cui premio, per i primi due classificati, prevedeva la pubblicazione di un'opera. È stata l'occasione giusta per rimettere mano ai miei materiali: ho raccolto e rielaborato racconti e poesie scritti nel tempo, affiancandoli a nuovi testi creati appositamente per dare maggiore coerenza e struttura al progetto.
Così è nato Silverciciar, un lavoro che sento particolarmente mio anche perché ne ho curato non solo i contenuti, ma anche l'aspetto visivo: la copertina, infatti, è tratta da un mio quadro a tecnica mista e all'interno del volume sono presenti alcune mie illustrazioni.
L'esperienza del concorso, e la possibilità di trasformare un insieme eterogeneo di scritti in un'opera compiuta, è stata per me molto significativa e ha rappresentato un primo passo concreto nel percorso editoriale.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionata? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Silvia Vercesi : Sono particolarmente affezionata alla mia ultima creazione, il romanzo In nome di quale dio, perché racchiude molte delle passioni che mi accompagnano da sempre: il mistero, la storia, l'arte, le tradizioni del nostro Paese e le grandi domande legate alla religione, al potere e alla ricerca della verità.
Mi hanno sempre affascinato le zone d'ombra della conoscenza, le interpretazioni alternative dei testi sacri e quei punti in cui fede, verità e manipolazione sembrano intrecciarsi in modo inestricabile. Da queste suggestioni è nata una storia che unisce il ritmo del thriller alla riflessione storica e filosofica.
Il romanzo si apre con un omicidio avvenuto durante un convegno. La commissaria Marta Viganò, affiancata dal professor Marco Andreoli, si trova a indagare su un caso che ben presto supera i confini della normale cronaca giudiziaria. Quella che sembra una vicenda circoscritta si trasforma infatti nell'ingresso in una trama molto più vasta, fatta di documenti controversi, ricerche interrotte, simboli enigmatici e antiche conoscenze.
Seguendo una scia di indizi, i protagonisti si addentrano in un percorso che mette in discussione verità considerate intoccabili e apre interrogativi sul passato, sul sacro e sul rapporto tra sapere e potere. Ciò che emerge non è soltanto il movente di un delitto, ma l'esistenza di conoscenze dimenticate, versioni della storia mai completamente accettate e domande che continuano a risuonare nel presente.
In nome di quale dio utilizza la struttura del giallo per esplorare temi universali come la ricerca della verità, il bisogno umano di certezze e la sottile linea che separa la fede dalla manipolazione. Il tutto è arricchito da una vena di ironia, da personaggi autentici e da numerosi richiami alle ricchezze artistiche, storiche e persino gastronomiche del nostro Paese, che contribuiscono a rendere il viaggio ancora più coinvolgente per il lettore.

Writer Officina: Quanto di autobiografico c'è nel tuo romanzo, In nome di quale dio, non solo come "protagonista", ma come luoghi, vicende ed emozioni?

Silvia Vercesi : Credo che, in misura diversa, ci sia sempre qualcosa di autobiografico in ogni romanzo. In In nome di quale dio l'ispirazione autobiografica non ha riguardato esclusivamente la protagonista, alla quale ho inevitabilmente prestato alcune sensibilità, riflessioni e modalità di osservare il mondo, ma anche altri personaggi. Alcuni tratti caratteriali, atteggiamenti e modi di reagire alle situazioni nascono direttamente dalla mia esperienza personale, mentre altri sono il risultato dell'osservazione di persone reali che ho incontrato nel corso della vita e che, in modi diversi, hanno lasciato una traccia nel mio immaginario.
Anche i luoghi, le emozioni e alcune dinamiche relazionali affondano spesso le radici in esperienze vissute o in contesti che conosco bene. Le ambientazioni di In nome di quale dio spaziano da Roma a Milano, dalla Val Camonica al Lago d'Iseo, fino a Mantova e alla Sardegna: luoghi che, in misura diversa, ho visitato e frequentato e che porto con me come patrimonio di ricordi, suggestioni e conoscenze. In particolare, Milano, dove vivo, e il Lago d'Iseo, a cui sono profondamente legata, hanno contribuito a dare autenticità e colore a molte pagine del romanzo. Naturalmente la narrativa trasforma, rielabora e intreccia questi elementi con la fantasia, fino a creare qualcosa di nuovo e autonomo rispetto alla realtà.
Penso comunque che questo sia un processo comune a molti scrittori: attingere a persone, ambienti, emozioni e vicende conosciute permette di dare maggiore autenticità e spessore alla storia. Non si tratta di raccontare fedelmente la realtà, ma di partire da ciò che si conosce per costruire personaggi credibili e coinvolgenti. In fondo, ogni autore lascia inevitabilmente una traccia di sé nelle proprie pagine, anche quando racconta vicende molto lontane dalla propria esperienza diretta.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Silvia Vercesi : Il mio approccio alla scrittura è una via di mezzo tra progettazione e istinto. Di solito parto da un'idea di base, da una domanda che mi incuriosisce o da un soggetto abbastanza definito. Cerco di individuare i personaggi principali, il conflitto centrale e alcuni passaggi chiave della storia, ma raramente conosco fin dall'inizio ogni dettaglio del percorso.
Durante la stesura mi capita spesso di lasciare spazio all'immaginazione e di seguire gli sviluppi suggeriti dai personaggi stessi. A volte una scena inattesa, un dialogo o un'intuizione improvvisa aprono strade che non avevo previsto e che si rivelano più interessanti di quelle immaginate all'inizio. È uno degli aspetti che amo di più della scrittura: la capacità della storia di sorprendere persino chi la sta creando.
Naturalmente questo metodo ha anche i suoi rischi. Lasciarsi guidare troppo dall'ispirazione può portare a percorsi narrativi complessi da gestire o, peggio ancora, a veri e propri vicoli ciechi, dai quali è necessario tornare indietro e riscrivere interi passaggi. Per questo mi sono ripromessa, per i progetti futuri, di essere più diligente nella fase di preparazione, dedicando maggiore attenzione alla costruzione della scaletta, all'architettura della trama e all'evoluzione dei personaggi prima di iniziare la stesura vera e propria.
Credo che la sfida più interessante sia trovare un equilibrio tra disciplina e creatività: avere una mappa abbastanza solida da non smarrirsi, ma lasciare comunque spazio alla scoperta. In fondo, scrivere un romanzo è un po' come intraprendere un viaggio: è utile sapere dove si vuole arrivare, ma spesso sono proprio le deviazioni inattese ad arricchire il percorso e la storia.

Writer Officina: Stai lavorando a un nuovo progetto? Ce ne vuoi parlare?

Silvia Vercesi : Sì, in questo periodo sto lavorando a un progetto narrativo che potrebbe rappresentare un nuovo episodio dell'universo di In nome di quale dio. Ritroveremo alcuni dei personaggi già conosciuti nel romanzo precedente, ma con uno sguardo più approfondito anche su figure che allora erano rimaste sullo sfondo e che, a mio avviso, meritano di essere esplorate meglio.
Anche questa volta la storia prenderà avvio da un evento criminoso che innescherà un'indagine complessa, capace di condurre i protagonisti verso nuovi e affascinanti misteri. Mi piace l'idea di intrecciare la dimensione investigativa con temi più profondi e suggestivi, mantenendo quella ricerca della verità che era già al centro di In nome di quale dio, ma aprendola a scenari e interrogativi nuovi. È ancora un progetto in evoluzione, ma posso dire che le sorprese non mancheranno.
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